Addio Cicladi : GRECIA

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Diario di viaggio GRECIA GRECIA
Addio Cicladi

Patmos,Mykonos,Tinos,Andros,Oropou

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Addio Cicladi

Località: Patmos, Mykonos, Tinos, Andros, Oropou
Regione: Cicladi
Stato: GRECIA (GR)
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Data inizio viaggio: giovedì 5 ottobre 2006
Data fine viaggio: domenica 19 novembre 2006

Dietro il corso del sole.

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giovedì 5 ottobre 2006 . Atene- 5 ottobre 2006



Sono di nuovo qui, in questa città quasi mia di cui non conosco quasi niente. Quel poco, che è tanto, rappresentato dall’Acropoli, dall’Agorà, dal Ligabetto e dal colle di Philopappo, dai vicoli della Plaka, in cui mi aggiro conoscendone gli scorci ed i negozi di souvenir, mi danno la sensazione di essere a casa. La simpatia che mi lega alle genti di Grecia, debolmente illuminate dagli antichi bagliori di quel fuoco ellenico che ha forgiato la nostra cultura, mi fa apparire Atene sorella di Roma, Eppure di Atene non conosco la vita che vi si conduce, né i pensieri dei suoi abitanti, né i suoi problemi di città moderna. Atene è per me affascinante e nello stesso tempo sciatta a seconda degli occhiali che indosso in quel momento, ma comunque è mia amica.
Mi trovo a piazza Syntagma nel momento in cui è lo scenario di una dimostrazione. Una dimostrazione uguale a tutte le altre, come si fanno in occidente, Una lunga colonna di persone avanza lentamente, si ferma, procede di nuovo incitata dal solito personaggio iperattivo dotato di altoparlante che rivolge alternativamente a chi lo precede e a chi lo segue, incitando i compagni, o i camerati, o i fratelli con slogan rimati. E’ seguito da un primo fronte compatto e allineato di cui si scorgono solo i busti e le gambe, il resto nascosto dallo striscione rivendicatorio. Segue la massa di sostegno, che periodicamente ripete con energia gli slogan. Appresso, meno compatta, un po’ distratta e chiacchiericcia arriva il corpo dei dimostranti. Le ragazze, spesso a braccetto,sorridono un po’ vergognose, i ragazzi più interessati a loro che alle rivendicazioni del corteo. Gli ultimi dimostranti, in ordine sparso, camminano passeggiando un po’ annoiati quasi a negare la loro partecipazione. Sembra che dicano: mi trovo qui per caso.
Una dimostrazione come tutte le altre. Se non fosse che non capisco gli slogan. Una sola parola mi è comprensibile: demokrazia. Qui, nella città che ne fu la patria, essa è invocata come fosse assente. Forse i moderni ateniesi dovrebbero fare come i loro antichi padri con la Nike, appunto la Nike Aptera,. tagliarle le ali e costringerla a rimanere in città.
Ho alcune ore davanti a me prima di prendere l’aereo per Samos dove ho appuntamento con Gino, il mio compagno di avventure gattesche, ormai parte integrante di Gattadapelare, che, senza di lui, non miagolerebbe più così appassionatamente.
Gironzolo un po’ per la Plaka, mangio alla solita trattoria, dove non c’è più quel cameriere che mi riconosceva sempre, anche a distanza di anni, e torno verso piazza Syntagma per prendere la metro che mi porterà all’aeroporto.
Al tramonto mi trovo a scrutare il mare e le isole sottostanti dall’oblò del bimotore che mi sta portando a Samos. Riconosco bene Mikonos e il piccolo arcipelago di Delos poi il buio mi lascia immaginare Ikaria, le Fourni e, più lontano, Patmos.
Uscendo dall’aereo sono avvolto dagli odori secchi e amati delle piante mediterranee, profumi di vacanze e di libertà vissute innumerevoli volte nella natura di questo accogliente ‘Mare nostrum’.
Un coacervo di sensazioni appena abbozzate, in cui si mescolano ricordi di estati in Sardegna, di isole egee, di Ponza, di calette di Corsica….
Gino, da dietro la vetrata, mi saluta sorridendo mentre attendo il bagaglio.
Pytagorio è un gradevole paese che abbraccia la cala, protetta da un molo che è la prosecuzione di quello più antico, ancora ben visibile, da cui si imbarcò Pitagora per andare a vivere a Nonostante si noti attraverso i numerosi caffè e ristoranti che si susseguono lungo il molo che qui il turismo è ben presente, ha tuttavia mantenuto la dimensione accettabile del borgo. Un colle per l’acropoli, una cala per le navi, una pianura retrostante per il cibo sono stati gli elementi che determinarono la sua fondazione in epoca micenea.
Si mangia e si va a dormire nell’alberghetto sul porto, già conosciuto da Marcus e me in una precedente occasione.

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venerdì 6 ottobre 2006 . 6 ottobre. Pytagorio- isola di Patmos / Patmos- isola di Denoussa – 39 miglia

Alle 8 parte il Dolphin non-stop per Patmos. Il mare è calmo, non un soffio di vento, non una nuvola. Questo ci fa piacere perché il nostro programma prevede di partire subito da Patmos approfittando dell’assenza del vento da nord per risalire il più possibile all’altezza di Mikonos. Dopodomani abbiamo lì appuntamento con Maria, proveniente da Bruxelles e vorremmo esserci.
Il Dolphin fila liscio e sfiora l’arcipelago di Arki. Vediamo i luoghi a noi ben noti. La nostra Marathi è là e non sappiamo quando la rivedremo assieme ai personaggi che l’abitano e che, nelle ripetute nostre frequentazioni, sono entrati a far parte della nostra vita. Il programma di crociera che abbiamo davanti ci porterà per alcuni anni lontano da questa parte dell’Egeo che reputiamo sia la più affascianante. Visiteremo le Sporati settentrionali, la Calcide, Samotracia, i Dardanelli…e poi, inschallah, Istanbul. Seguiremo, cosi’ la rotta degli Argonauti per poi tornar lungo le coste dell’Anatolia fino a Kushadasi. Di lì a Patmos, o Leros, nuovamente in terra ellenica, quasi a casa.
Al karnaio di Sozon troviamo, come da accordi, la Gatta in acqua e …nessun conto da pagare. Io almeno ! Infatti, con un ammutinamento alla rovescia si è costituita una scalata Gerlinde-Gino per l’acquisizione permanente di diritti d’uso della Gattadapelare. Non si tratta ancora di un esproprio, ma è un segnale; devo stare attento.
Qualche discussione con Sozon, condotta in greco da Gino che ha come oggetto la batteria e poi si parte. La prima idea è quella di andare a Levitha, un altro approdo che ci piace proprio per il suo isolamento dal mondo contemporaneo, e li trascorrere la notte nella tranquillità del fiordo, ma poi si decide per l’isola di Denoussa a est di Paxos, più a nord di Levitha. In tal modo avremo guadagnato latitudine e ci troveremo avvantaggiati se domani dovesse alzarsi vento da nord.
Procediamo quasi solo a motore e verso le cinque del pomeriggio, mentre cala il buio, filiamo l’ancora nella baia di sud-est dell’isola. Sono già stato qui, anni fa, con Marzia in una notte di burrasca con due ancore affocate ed il tender al traino che ruotava sulla cima, sollevato dal vento Questa volta la sera è straordinariamente calma. Una immensa luna, nella sua grassa pienezza, sorge dal mare e illumina la nostra prosaica cena.
La notte stellata ci avvolge con la tenerezza di una mamma.

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sabato 7 ottobre 2006 . 7 ottobre. Denoussa- isola di Mykonos 33 miglia



Ci sveglia il berciare di una vecchia da una delle rare case che sorgono poco distanti dalla costa. E’ difficile immaginare lo scorrere dell’esistenza qui, su questa isola e in questo minuscolo borgo. Nessuno dei canoni di vita a noi noti, dei nostri ritmi quotidiani di uomini moderni assuefatti e schiavizzati dalla città, ha qui un riscontro. Non sappiamo se il messaggio che questo luogo ci trasmette sia di pace o di melanconia. Ci allontaniamo lentamente a motore ascoltando le grida della vecchia affievolirsi nella distanza. L’uscita dalla baia avviene passando tra due alte pareti di roccia. C’è poco fondo e Gino, a prua, indica i punti pericolosi. Costeggiamo l’isola sul lato nord, dove la costa cade a strapiombo in un mare del tutto calmo. Dopo una promettente brezza il vento cessa del tutto mentre foschia che si infittisce ci impedisce di intravedere Mikonos all’orizzonte.
Giungiamo in porto in tempo utile per noleggiare i motorini ed andare ad incontrare Maria che arriva da Atene con il traghetto del pomeriggio.
Come sempre, quando siamo qui, andiamo a prendere l’aperitivo in quella parte di Mikonos, detta ‘piccola Venezia’, da cui si ammirano splendidi tramonti seduti al tavolino di uno dei piccoli caffè posti lungo il camminamento che dal colle dei mulini conduce al centro. Il paese è sempre frequentato dai turisti, anche in questo morire di stagione e a noi, romantici cercatori di angoli di Grecia ancora genuini, se non addirittura inviolati, queste anonime atmosfere ‘turisticheggianti’ non piacciono. Ma domani vogliamo andare a visitare Delos e, dunque, sopportiamo la presenza degli invasori dori.

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domenica 8 ottobre 2006 . 8 ottobre. Isola di Delos. Mikonos- isola di Tinos. 10 miglia



Finalmente siamo a Delos, al centro delle Cicladi, sull’isola sacra ad Apollo e Diana. Qui non si deve morire e non si deve nascere, stabiliva un’antica legge per proteggere la sacralità del luogo. E non si deve atterrare con la propria barca, stabilisce la Capitaneria di porto. Abbiamo, dunque, preso un traghetto e ora siamo qui tra le rovine della città che è stata per secoli il punto focale, del mito, della politica e del commercio dell’antichità. Ma è soprattutto il mito che aleggia in ogni angolo, in ogni pietra, tra le are e le statue votive, e che ingigantisce la sacralità del minuscolo fiume, ormai disseccato, del piccolo lago colmato di terra da uomini empi, timorosi solo della malaria , della modesta collina assurta alla dignità di montagna. Camminiamo nel caldo ancora estivo e nella luminosità solare di Apollo la cui presenza qui è solo un poco appannata dai duemila anni di cristianesimo.
Il mare intorno a noi è calmo e disteso tra gli isolotti e gli scogli che formano, insieme a Delo, un arcipelago ricco di ridossi per le navi. Navi che nell’antichità trovavano qui un sicuro approdo per sbarcarvi i pellegrini prima e, più tardi, gli schiavi che alimentavano il ricco commercio qui esercitato.
Dal ‘monte’ Cinto su cui siamo saliti percorrendo un sentiero, in parte a scalini, che nel suo girovagare attraversa resti di antichi templi, sfiora l’anfiteatro, e giunge, infine, sulla ‘vetta’, si gode di un bel panorama che spazia da Mikonos a Tinos, a Siros, a Paros e a Naxos Sentiamo, senza bisogno di dircelo l’un l’altro, che quello che vediamo è tutto nostro. Noi, con la nostra barca, possiamo dirigerci dove vogliamo, noi possiamo conquistare approdi, gettare l’ancora davanti a spiagge solitarie, fare nostre le atmosfere dei luoghi, lasciarli consolati dalla certezza che il prossimo approdo sarà ancora più bello. Mare Nostrum.
Il traghetto chiama i ritardatari con brevi colpi di sirena. Ci imbarchiamo e, raggiunta la nostra Gattadapelare, molliamo gli ormeggi e dirigiamo su Tinos
Una leggera brezza ci porta dolcemente ad attraversare il breve tratto di mare che separa le due isole. Dopo aver costeggiato per un paio di miglia la parte sud-orientale di Tinos raggiungiamo il porto della cittadina. Avverto subito che l’ambientazione sta cambiando, come se Tinos fosse una ‘cicladica continentale’, la prima delle isole ad essere condizionata dalla vicinanza della ‘cultura’ cittadina. Come se avessi sempre saputo che quelle bianche Chora appollaiate sui cucuzzoli e le Skala ai loro piedi bagnati dal mare, onnipresenti in tutte le altre isole da noi visitate, in questa parte di Egeo venissero sostituite da più prosaiche cittadine fatte di anonime case. Non mi stupisco, dunque, di trovare qui una realtà diversa, meno accettata dal nostro animo romantico di viaggiatori ormai corrotti dalle atmosfere rarefatte di una Astipalea, di una Anafi, di Amorgos, per non parlare di Karpatos o di Fouri e di tutte le altre piccole isole, talvolta deserte e dimenticate in qualche angolo di questo mare leggendario.
Il primo impatto con Tinos è la realtà burocratica apparsa sottoforma di un sedicente incaricato alla riscossione della tassa portuale. Abbiamo il sospetto che costui millanti funzioni non sue, tanto più che si accontenta di una parte della tariffa non dandoci alcuna ricevuta in cambio. Però è prodigo di informazioni su dove possiamo comperare alcune cose tra cui la valvola di riduzione del gas, indispensabile per cuocerci la ormai sospirata pastasciutta. Ogni tanto ci vuole..
Facciamo anche la conoscenza di Maria una ‘burattinaia’ itinerante, dichiaratasi catalana, che gira per le isole su un barchino a vela di 24 piedi insieme al suo compagno, al momento sul continente a guadagnare di che sostentarsi per l’inverno. Ha un’abilità straordinaria per accattivarsi la nostra simpatia, tant’è che la invitiamo spontaneamente a cena senza alcuna perplessità come se si trattasse di una vecchia conoscenza.
Tinos possiede una sacra immagine della Madonna intorno alla quale è stato edificato un maestoso santuario. Questa icona è venerata in tutta la Grecia e il posto è considerato ‘la Lourdes dell’Egeo’, La chiesa è stata costruita sul colmo di una collina e la strada, larga e diritta che dal lungomare conduce al piazzale antistante l’edificio, è costeggiata da negozi di souvenir e di oggettistica religiosa. Tutti espongono altissimi ceri e bottigliette di plastica il cui uso ci appare chiaro solo dopo aver visto il rubinetto (del tutto prosaico), posto nella cappella ricavata sotto il santuario, da cui sgorga una santa acqua miracolosa. I fedeli, muniti di piccoli, eterogenei, recipienti, qualcuno anche di grandi bottiglie di plastica, fanno la fila per raccogliere quest’acqua la cui utilizzazione non ci è chiara.
Sul lato destro di questa strada un tappetino di gomma corre fin sul piazzale e serve per alleviare ai fedeli il doloroso percorso in ginocchio di quei 300-400 metri di salita; tanto è lunga la via.
Insperatamente troviamo in un negozietto di varia mercanzia quella valvola di erogazione gas che ci permetterà finalmente di collaudare la nuova cucina che ho portato da Roma. Esistono, dunque, i miracoli ! E senza essere andati ginocchioni.
Ceniamo, dunque, in compagnia di questa Maria che ci tratta come vecchi conoscenti e che ci promette di cucinare per il giorno una squisita paella. Facciamo finta di crederle sapendo che è un modo di sdebitarsi per la cena scroccata.
Poi in cuccetta. Domani andremo sulla costa nord al villaggio di Panormos (Skala) che ci dicono sia carino.

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lunedì 9 ottobre 2006 . 9 ottobre.Tinos-Panormos. 29 miglia




Il tempo si mantiene buono e fuga qualche mia perplessità ad abbandonare la costa sottovento dell’isola per andare a pernottare sul lato nord. Comunque, dopo aver doppiato il capo orientale di Tinos non ci allontaniamo che otto miglia da esso e, dunque, se dovesse alzarsi vento forte il percorso allo scoperto non sarebbe molto.
Di Maria, la nostra ‘burattinaia’, abbiamo una visione lontana mentre abbandoniamo il porto. Ci saluta agitando le braccia. La paella sarà per un’altra volta. Possiamo sempre sperare nella ‘nostra’ Maria, ma lei ha già messo le mani avanti dichiarando che non è un piatto tipico della Galizia.
Navighiamo lungo costa. L’isola di Tinos è montagnosa, ma i suoi rilievi non sono molto alti. Sono subito a ridosso del mare è formano una costiera brulla con scarse case intorno alle quali, però, la vegetazione è rigogliosa. Immagino che in passato queste isole fossero ricche di boschi, abbattuti poi dall’uomo nel corso dei secoli. Quando raggiungiamo l’estremità occidentale di Tinos ed imbocchiamo il canale che la separa da Andros si fa sentire l’effetto Venturi e troviamo un po’ di vento di prua, ma non tale da creare moto ondoso fastidioso. Incrociamo un’enorme portacontainer che scende veloce e poggiamo sulla dritta lungo la costa settentrionale, che appare solitaria e frastagliata. Intanto il cielo si va annuvolando, e tornano le perplessità per esserci portati sopravvento all’isola. Comunque se dovesse arrivare il meltemi domani avremo poche miglia da percorrere prima di imboccare nuovamente il canale e portarci al lato sottovento di Andros. Passiamo al largo di un isolotto che ci chiude l’ingresso alla baia su cui si affaccia il paese di Panormos e ci ormeggiamo all’inglese sul suo unico molo.Il paese e piccolo e gradevole, con alcune taverne ed una spiaggia, non grande, in fondo alla baia. Sembra abbastanza genuino e più in linea con le nostre aspettative. Ma il molo cui siamo attraccati è parallelo alla costa e non ci sembra molto sicuro. La baia è aperta a nord e se il vento dovesse rinforzare arriverebbe sicuramente onda dal largo. Un paio di paesani ci confermano che non è prudente fermarci li e ci consigliano di andare ad ormeggiarci ad un corpo morto che si trova dalla parte opposta del paese in una posizione più coperta al centro di una piccola insenatura deserta. Infatti, dopo aver mangiato in una simpatica taverna decidiamo di spostare la barca. Ormai è buio e ci orientiamo con il biancore di una chiesetta che si trova sulla scogliera di fronte, facendo attenzione a passare ben al largo di un basso fondale che avevamo intravisto con la luce. Troviamo il galleggiante che indica il corpo morto, ma per la notte che ci aspetta vogliamo essere sicuri della sua massa. Gino si immerge mentre dalla barca illuminiamo l’acqua con la torcia elettrica. Quando risale e ci conferma che va bene la preoccupazione di trascorrere una notte all’erta svanisce. Ci leghiamo corti per limitare il brandeggio a pochi metri intorno alla boa. Ormai siamo certi che avremo tempo cattivo. Il cielo è continuamente illuminato da lampi lontani e siamo felici di esserci spostati qui Chi va per mare sa quanto un ormeggio sicuro sia gradito; la barca diventa una casa che ti accoglie con un abbraccio familiare che scioglie la tensione accumulata nella precarietà di una giornata di navigazione. Ci addormentiamo tranquilli per l’immediato, ma preoccupati per il
domani.
Le previsioni parlano di forte peggioramento nel corso della mattinata. Dobbiamo partire presto.
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martedì 10 ottobre 2006 . 10 ottobre. Panormos -Gavrion (isola di Andros). Miglia 28



Ha tuonato e lampeggiato tutta la notte. Ogni tanto mi svegliavo per ‘sentire’ il tempo e la luce dei lampi entrando dagli oblò illuminava l’interno della barca conferendo agli oggetti dimensioni ed aspetti inquietanti. Ma in questa piccola insenatura abbiamo trovato un confortante rifugio al riparo dal vento e dalle onde e questa consapevolezza mi aiutava a scivolare di nuovo nel sonno .
Ora siamo impazienti di partire e di andarci a ridossare dietro ad Andros. Il vento sta cambiando e incomincia a venire da nord. Dobbiamo lasciare l’ormeggio al più presto prima che diventi troppo impetuoso. Ieri sera, al buio, non abbiamo visto nulla Diamo un’occhiata intorno:sul fondo c’è una spiaggetta dove alcune capre brucano silenziose. La modesta chiesa che ci ha fatto da meta ieri sera è li a pochi metri dal mare e da noi. Davanti il mare aperto. Un Egeo imbronciato come il cielo, un modo di presentarsi diverso dalla solarità pagana dell’altro giorno a Delos.
Appena fuori della baia, infatti, mettiamo un po’ di randa e affrontiamo le onde già ben formate. Non osiamo svolgere il genoa perché ultimamente ha dato segnali di inaffidabilità nel riavvolgerlo. Meglio, dunque, non rischiare di trovarci con la vela bloccata a riva in un momento di manovra nel vento.
Gattadapelare governa bene; sale con impegno e ripiomba nel cavo delle onde sollevando grandi spruzzi d’acqua. In pochi minuti ci troviamo al traverso del canale tra Tinos e Andros, dove il vento entra con impeto. Sotto costa ad Andros il canale è più protetto e dirigiamo lì resistendo alla tentazione di metterci con il vento al giardinetto e scendere subito. La decisione si manifesta giusta perché poco dopo troviamo un mare poco agitato e la navigazione diventa tranquilla. Dietro Andros, poi, il mare è quasi calmo e solo le raffiche rabbiose che ogni tanto scendono dalle montagne lo fanno rabbrividire per qualche secondo conferendogli l’aspetto della pelle squamosa di un drago.
Procediamo un poco discosti dalla costa per accogliere le raffiche meno verticalmente; abbiamo la randa terzarolata e un po’ di motore e...la barca va. Ma il cattivo tempo ci incalza. A metà mattinata incomincia a piovere e presto la pioggia diventa diluvio. Intorno a noi il mare ribolle e fuma. Protetti dalle nostre cerate (la mia è un provvido dono del mio ‘storico’ equipaggio) affrontiamo divertiti il maltempo eccitati da questa inusuale esperienza. La pioggia dura a lungo, quando cessa siamo già in vista del nostro approdo. Gavrio è un modesto paese inserito in una insenatura ben protetta che rappresenta la sua fortuna. Infatti, è il principale porto dell’isola e qui attraccano più volte al giorno i traghetti provenienti da Rafina, sulla costa settentrionale dell’Attica, e dalle altre isole. Ci avviciniamo con prudenza perché l’acqua del mare è di color terra e non capiamo se ciò dipende dal basso fondale o da altro. Poi capiamo che il nubifragio di poco fa ha riversato in mare una grande quantità di fango e di detriti. Tutta la baia ha cambiato di colore e sull’acqua galleggiano rami e foglie trasportati dalla pioggia. Il molo che raggiungiamo è deserto, tranne un’unica barca a vela al cui proprietario chiediamo quanto fondo c’è. Ci rassicura e ci prega di aiutarlo a tonneggiare la sua barca in una posizione più adatta al vento che ha incominciato ora a soffiare forte da terra. Non piove più, ma il cielo rimane molto nuvoloso ed il vento è sgradevole. Dopo il sole caldo dell’altro ieri l’autunno è entrato ora di prepotenza nelle nostre giornate. Abbiamo notizie di distruzione e vittime del nubifragio di oggi che ha colpito soprattutto l’ Eubea ed il continente.
La conoscenza che abbiamo fatto si chiama Aristotelis, è sposato con un’italiana, ma parla solo greco. Sua suocera gestisce una trattoria italiana che lui ci indica, poco distante da noi. Ma noi preferiamo mangiare alla greca e andiamo a cercare una taverna accogliente.
Il paese non ci sorride; un doppia fila di case si allinea sulla via che corre lungo il molo, alcuni rozzi caffè, i negozi essenziali per una piccola comunità, una pompa di benzina e due o tre taverne senza pretese completano l’insediamento. Si vede subito che non è un posto di vacanza, ma un semplice punto di arrivo.
Dopo cena andiamo a cercare un internet-bar che ci dicono poco lontano dal paese, ma i collegamenti sono saltati per il temporale e non possiamo conoscere né le previsioni del tempo, né le notizie di lavoro che Gino sta aspettando. Si dice che domani sarà ancora perturbato e con mare forza otto.
In porto il vento agita il mare in piccole onde scomposte e lo fa ribollire intorno alla barca. Distesi nelle nostre cuccette ci addormentiamo con la sensazione di essere ancora in navigazione, ma con la consapevolezza di stare bene al sicuro legati come siamo con due cime e due traversini.

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mercoledì 11 ottobre 2006 . 11 ottobre – Gavrio-




Neanche a pensarci, oggi, di riprendere il mare. Il tempo è pessimo, anche se non piove. Il vento, molto intenso, continua a sommuovere l’acqua del porto. Prendiamo una macchina a noleggio e ce ne andiamo ad esplorare l’isola. La strada in molti punti corre alta sulla costa meridionale e ci mostra uno scenario di mare che ogni tanto si illumina sotto i raggi del sole quando le nuvole, galoppanti nel cielo, si strappano attraversando le montagne. Le raffiche di vento disegnano sull’acqua mobili mezzelune scure, simili a lame di alabarde, che corrono verso il largo via via scemando di vigore e, infine, disperdendosi nell’azzurro. Una barca a vela, rimpicciolita dalla distanza, corre, sbandata, risalendo l’isola, diretta a Gavrio. Forse, questa mattina avremmo potuto partire anche noi, ma ci ha trattenuto il timore di ciò che avremmo incontrato nel canale tra Andros e l’Eubea, uno dei punti più ventosi dell’Egeo.
Siamo diretti al capoluogo omonimo dell’isola, sull’altro lato rivolto a nord. La distanza non è molta e la strada, ricca di curve, attraversa qualche modesto villaggio prima di rivedere il mare che, su questo lato, è burrascoso. Difatto Andros-paese non possiede un porto, ma solo un molo frangiflutti distante dall’abitato e poco accogliente. Il paese, semideserto in questa stagione, non presenta che pochi spunti attraenti e mi ricorda vagamente S.Teresa di Gallura in piccolo. Qui pranziamo prima di riprendere la via del rientro che, attraversando la montagna, è più breve. Una scelta infelice perché dopo pochi chilometri entriamo nelle nubi e la visibilità si riduce a pochi metri. Inoltre la strada è molto stretta a malapena sufficiente per due macchine appaiate. Sulla nostra destra intuiamo, senza vederlo, lo strapiombo che ci accompagnerà per quasi tutto il percorso. Sono costretto a guidare in mezzo alla carreggiata per seguire la linea bianca di mezzeria, unico riferimento sicuro e sono preoccupato di incontrare una macchina in senso contrario. Il nubifragio di ieri ha trascinato sassi e terra sul percorso. Una cassetta da frutta appare all’improvviso e ci avvisa che poco più avanti buona parte della strada è franata a valle. Ringrazio dentro di me colui che ha voluto così avvisare gli altri del pericolo. Un gesto di responsabilità civile che rende merito a chi l’ha compiuto. Lo scampato pericolo ha fatto salire la tensione e nessuno di noi parla più. Quando, infine, pensiamo di aver compreso cosa significa la parola eternità ecco che usciamo dalla nebbia e con ciò riprendiamo a respirare liberamente.
All’arrivo al porto troviamo altre due barche. Ci fanno sentire un po’ codardi per non aver voluto affrontare il mare, oggi, ma l’esperienza in montagna non à stata meno eccitante.
Scambiamo quattro chiacchiere con i nuovi arrivati. Nonostante le previsioni diano per i prossimi giorni tempo ancora molto brutto essi devono necessariamente arrivare domani ad Atene per riconsegnare la barca alla compagnia di charter. E noi ? Siamo indecisi su cosa fare. Se domani partiamo ci aspettano 30 miglia pesanti tra Andros e l’Eubea, dopodiché, al riparo, dell’isola troveremmo un mare relativamente tranquillo che ci consentirebbe di arrivare al rimessaggio di Skala Oropu dopodomani, un giorno prima, cioè, della partenza dei nostri aerei rispettivamente per Roma e per Bruxelles.
Ci dormiremo sopra e poi decideremo, ma sappiamo che l’alternativa sarebbe quella di salpare dopodomani, comunque con cattivo tempo, e sobbarcarci 60 miglia di pesante traversata.
‘Quasi quasi mi faccio uno shampo’ cantava anni fa Giorgio Gaber in una giornata di apatica attesa di momenti più vivaci. Costretti dall’inattività e nell’attesa di andare a cena Maria ed io improvvisiamo un eroico momento di igiene corporea. Una lavata di capo ogni tanto può far bene.
Il mare intorno alla Gatta ribolle anche questa notte sotto la spinta del vento, ma il sonno sopraggiunge presto e soffoca la stanchezza accumulata in questa giornata trascorsa a terra.

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giovedì 12 ottobre 2006 . 12 ottobre. Gavrio-Gavrio.



Nonostante tutto gli altri sono partiti e questo ci fa sentire un po’ pusillanimi. Che razza di naviganti siamo se ce ne stiamo rintanati in porto con un forza 7 ? E poi la buriana dura poco. Superato lo stretto siamo ridossati. Dunque, si parte. Osservo il volto dei miei amici per scoprire tracce di timore, ma non ne vedo, né io lascio trapelare le mie, eppure, ne sono convinto, la perplessità cova sotto la maschera di sicurezza che indossiamo.
Le prime tre quattro miglia le percorriamo in un mare agitato percorso da un vento che strappa l’acqua dalle onde e ce la spinge negli occhi. Andiamo di bolina larga, quasi un lasco, con la sola randa terzarolata e un po’ di motore a garanzia. Non è proprio da velisti puri, ma non ci importa. Vogliamo solo superare il canale tra Andros e l’Eubea che biancheggia, minaccioso, poco più avanti. La Gatta si comporta in modo eccellente dimostrando tutta la sua capacità ‘marinara’ di cui i modelli Alpa sono famosi. Di barche così non se ne fanno più; le alte prestazioni nautiche sono state sacrificate alla capienza e alla comodità ottenendo così i moderni ‘barattoli’ in cui la cucina e i molteplici bagni (chiamarli ‘cessi’ come è il giusto termine nautico sembrerebbe per essi offensivo) attraggono l’attenzione dei ‘charteristi’ più che la capacità di tenere bene il mare. La nostra Gattadapelare, in porto, è sempre, tra le altre, la più piccola anche a parità di lunghezza ‘fuoritutto’ , ma a me sembra una slanciata volpe tra goffi orsi. Forse l’amore per questa vecchia e trascurata barca condiziona il mio giudizio, ma che importa, l’emozione che mi dà è realtà che, seppure soggettiva, contiene per me la sua verità. Via via che ci avviciniamo al traverso dello stretto il mare diventa sempre più bianco di spuma e Gattadapelare sale e scende sicura e impetuosa le onde sempre più imponenti. Lo sguardo ci precede nella rotta che stiamo seguendo ed agganciato alla punta orientale dell’Eubea, dove il mare sembra meno agitato. Si tratta di poche miglia ancora e presto saremo al coperto. Poi accade quello che non avevamo previsto, ma sempre temuto, un’avaria all’impianto di raffreddamento del motore che lo manda in surriscaldamento. Incomincia ad uscire fumo dal boccaporto. Dopo il primo momento di panico individuiamo la causa che sta nella girante che è andata. E non ne abbiamo una di rispetto! Non ci resta che spegnere il motore e fare un’abbattuta per tornare indietro. La barca prende ora il vento quasi al giardinetto e con il poco genoa aperto e fila veloce e senza onda contraria verso la baia di Gravio. Quando, poco dopo, ci troviamo al suo traverso iniziamo una serie di virate per risalire il vento, che ora ci arriva da terra, ed entrare in porto. Ma con la poca vela a riva e con l’intensità del vento non riusciamo a guadagnare molta acqua anche perché non abbiamo molto spazio di manovra; le virate sono necessariamente frequenti e ad ognuna di esse perdiamo velocità. Così, gli ultimi cento metri li facciamo a motore, soffrendo con lui per il timore di danni.
Finalmente all’ormeggio. Come al solito, dopo aver assicurata la barca al molo, subentra quel momento di soddisfatto rilassamento ad allentare la tensione della giornata. Chi non ama navigare si chiederà che piacere si trovi a soffrire per ore lottando contro la natura per godere poi della sicurezza offerta da un approdo protetto. Appunto ! Non lo sa nessuno, ma è ‘troppo forte’.
Una serie di telefonate ci informa che la girante adatta al nostro Nanni-Kubota si trova solo ad Atene e Gino sarebbe disposto a partire domani per andarlo a comprare.
Ma il tempo stringe, dopodomani c’è il volo per il ritorno a casa ed è troppo rischioso tentare di raggiungere il rimessaggio sulla costa dell’Attica in un giorno di navigazione. Si tratta di percorrere circa 60 miglia in condizioni meteo negative con la possibilità di non concludere il trasferimento. Dunque, la Gattadapelare dovrà restare qui a Gavrio fin quando non avremo la possibilità di tornare. Ci rivolgiamo allora a Aristotelis perché ci custodisca la barca e, soprattutto, controlli l’acqua in sentina. Almeno una volta la settimana la sentina va vuotata. Aristotelis ci rassicura che provvederà lui ad avere cura della barca e, per quanto poco lo conosciamo, ci dà tuttavia l’impressione di essere una persona affidabile.

13 ottobre. Andros-Rafina -Trasferimento
Il traghetto delle 10 si allontana dal molo e salutiamo la nostra Gattadapelare saldamente assicurata alla banchina con cime e traversini e ben protetta con tutti i parabordi che abbiamo. Non sappiamo quando potremo tornare; dipenderà dagli impegni di lavoro e dalle condizioni meteo, ma, comunque, ciò dovrà avvenire presto perché, ci ha detto Aristotelis, anche in porto, d’inverno, in determinate condizioni. può alzarsi mare forte
Gino ha insistito per portare a Bruxelles il tender che ha bisogno di riparazioni.
Fuori c’è mare grosso e lo stesso traghetto deve fare un paio di bordi prima di raggiungere la protezione della costa eubea. Il resto del viaggio è scontato: Rafina, autobus, aeroporto per informazioni. Io trovo posto sul volo di oggi e lascio i miei amici, che, invece, partiranno domani.
Questa crociera è’ stata un’esperienza diversa dal solito; ma ora che ci rifletto, ogni volta ho la medesima sensazione. E’ un’altra delle cose belle della barca, non dà mai assuefazione..


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venerdì 17 novembre 2006 . 17 Novembre. Roma-Gavrio


E’ trascorso più di un mese da quando abbiamo lasciato la barca ormeggiata alla banchina di Gavrio sotto la tutela del nostro amico greco. Oggi sono qui, solo, in attesa di Gino che arriverà domani con il traghetto delle 10, da Rafina. Con Gino abbiamo atteso tutto questo tempo perché le condizioni meteo, da quando siamo andati via, a ottobre, sono state sempre pessime. Ha pure nevicato, mi dice Aristotelis.
Stavolta, secondo il portale www.poseidon.gr dovremmo avere tre giorni di tempo accettabile. La barca è in ordine, legata come un salame da Aristotelis, che non ha voluto correre rischi. La sentina è asciutta come non mai, le batterie sono cariche. Insomma il nostro amico ha preso molto sul serio il compito che gli avevamo affidato. Per sdebitarmi lo invito, assieme alla moglie e alla deliziosa figlioletta a cena nella taverna più gradevole del paese. Gettiamo le basi per un business insieme nelle Cicladi e, l’ idea mi piace. Credo di sapere il perchè di questo piacere; è forse un modo per fare miei questi luoghi anche attraverso degli interessi di lavoro.
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sabato 18 novembre 2006 . 18 novembre. Gavrio-Marmari (isola di Eubea) 28 miglia




La barca è pronta per salpare subito quando arriva Gino carico del tender (non riparato). La giornata si presenta con condizioni meteo adatte per superare lo stretto e porsi al riparo della costa dell’Eubea. Domani è previsto un peggioramento, ma nel canale tra l’Eubea e la costa dell’ Attica non prevediamo difficoltà. Dunque, si parte. Ieri sera ho sostituito la girante consumata con una nuova acquistata a Fiumicino ed il motore è tornato efficiente e affidabile. Salutiamo Aristotelis , che non ha voluto alcun compenso per la guardiania che ha fatto alla barca, e prendiamoli largo. E’ una bella giornata di sole, il mare è poco mosso e noi ci godiamo questa traversata di tardo autunno con il piacere della sua eccezionalità. Abbiamo lasciato il lavoro e l’esistenza cittadina solo per alcune ore. Domani sera saremo di nuovo a casa, ma ora ci troviamo qui a mangiare nel tepore e a chiacchierare da buoni amici su cose serie e cose scherzose. Abbiamo a riva la sola randa che raccoglie il leggero vento a aiuta il motore a darci una velocità meno rumorosa. Verso il primo pomeriggio, quando già si preannuncia il prematuro crepuscolo autunnale, siamo in vista della nostra meta, il porticciolo di Marmari .Il vento è un po’ più teso e preannuncia il mutamento del tempo previsto per domani. Al molo non c’è nessuno, solo noi e due pescherecci. Per la quinta volta, da quando Gattadapelare si trova in Grecia, siamo invitati a pagare i diritti portuali . Si tratta della tassa più alta fin’ora richiesta, otto euro. Quello che mi preoccupa è che queste richieste si sono fatte più frequenti negli ultimi tempi,il che mi lascia pensare che questo paradiso per naviganti si sta avvicinando al purgatorio.
Andiamo presto in cuccetta; in paese non c’è nessuna attrazione in questa stagione. L’unica persona con cui abbiamo parlato stata la corpulenta ufficiale della Capitaneria di Porto.
Mi sveglio ad un’ora imprecisata e sento il vento fischiare debolmente tra le sartie. Quando nuovamente mi sveglio il fischìo è più forte. Penso alla giornata che ci aspetta domani; dobbiamo percorrere 30 miglia e alle 16 dobbiamo essere in aeroporto, ma prima dobbiamo individuare il carnaio dove lasceremo la barca. Gino giura che esso esiste e si trova all’incirca un miglio a ovest della cittadina. Trascorro così la notte immaginando, nel dormiveglia, immobilizzato dalla notte nella mia
cuccetta, mari tempestosi e barche alla deriva.


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domenica 19 novembre 2006 . 19 novembre.Marmari -Skala Oropou. 30 miglia



Partiamo molto presto nell’alba livida e in un mare percorso da corte onde malevoli e sferzanti. Nonostante siamo ridossati la barca avanza sbandata di bolina. Costeggiamo così per una quindicina di miglia l’Eubea affrontando una forte corrente contraria che ci fa avanzare a tre-quattro nodi, con vela e motore. Mi sembra incredibile che tra poche ore sarò a Roma e dormirò nel mio letto caldo ed accogliente, mentre ora ho intorno a me la solitudine inusuale del mare.
Una sensazione gradevolmente sgradevole di avventura e di timore ancestrale per l’ignoto esaltata dal grigiore del cielo e dalla consapevolezza della novità di questa navigazione fuori stagione.
Mi sembra che sotto costa all’Attica il mare sia meno agitato e poggiamo in quella direzione avendo davanti a noi la pianura di Maratona. E difatti, contrariamente alle aspettative, allontanandoci dalla presunta protezione offertaci dall’isola Eubea, sotto la costa dell’Attica il mare e quasi calmo, anzi, verso le ore undici cessa del tutto il vento ed entriamo in un campo di calma piatta. Mi immaginavo la costa attica più piatta e molto abitata ed invece è montuosa, quasi incontaminata, con con poche case ed alcune spiagge e nel complesso molto gradevole.
A mezzogiorno attracchiamo in testa al molo di Skala Oropou. Abbiamo già preparato i nostri bagagli e sistemata la barca per il riposo invernale. Con un taxi raggiungiamo il carnaio, prendiamo i nostri accordi e lasciamo le chiavi dell’amata Gatta nelle mani di questo sconosciuto ‘carnaiolo’.
Lasciamo la cittadina dal lungomare presuntuoso e dall’atmosfera così diversa dalle ‘nostre’ Cicladi e raggiungiamo l’aeroporto di Venizelos. Stasera dormiremo ognuno nel proprio letto. Ci mancherà il rollio cullante dell’Egeo e domani ci mancheranno le Cicladi, spoglie e sassose, bianche ed erte. Le prossime crociere di Gattadapelare sono rivolte verso approdi diversi, più verdi , le Sporadi. Ma sentiamo che al termine del nostro girovagare torneremo a ‘casa’, a Marathi, a Patos, a Lipsi….
Dunque, alle prossime !!!


Cicladi


Sassi spolpati dal mare,
Ossa di balene
naufragate nel vento.

Salata pelle del volto !
Sudore di mare !

Candidi denti
su grumi di pietra
sorridono a Febo.

Sorriso d’azzurro.
Sorriso d’Egeo.


Da “Frammenti di specchio”
Dedicata a mia figlia Marzia, compagna avventure.
Marzo 1999



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  • Maurizio Mascetti
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