Il fascino senza tempo di un frantoio del Cinquecento: una giornata a Diano San Pietro

località: diano san pietro
regione: liguria
stato: italia (it)

Data inizio viaggio: venerdì 20 giugno 2014
Data fine viaggio: venerdì 20 giugno 2014

Basta percorrere pochi chilometri lasciando alle spalle il coloratissimo viavai della riviera per ritrovarsi immersi nel mare verde pastello degli uliveti dell’entroterra, tra le cui onde sorgono caratteristici borghi dal fascino immutato da secoli. Durante la nostra vacanza sulla costa imperiese, scopriamo così Diano San Pietro, comune che nel Medioevo faceva parte del Marchesato di Clavesana, e successivamente della Repubblica di Genova. Nel 1199 venne istituita la Communitas Diani che univa i paesi delle valli dianesi, tutti devoti della dea Diana, protettrice dei cacciatori.
Se in tempi antichi i borghi dell’entroterra rappresentavano anche un riparo dagli attacchi pirateschi, oggi questi luoghi sono amati dagli escursionisti e dagli appassionati di trekking. Uno dei punti di partenza per la salita al Pizzo d’Evigno, noto anche come Monte Torre, alto 988 metri s.l.m., si trova proprio a Diano San Pietro.
Durante la nostra passeggiata tra i caratteristici caruggi visitiamo il monumento più importante del paese, la chiesa parrocchiale di San Pietro, edificata sui resti di un tempio romano dedicato alla dea Diana. La più antica struttura esistente ancora in parte è il battistero, risalente al V secolo, mentre è del XII secolo il campanile romanico-provenzale. La facciata barocca, che richiama quella del non lontano duomo di Cervo, venne ultimata nel 1772. La chiesa a cui si giunge attraversando un antico ponte, è circondata da un alto muro di recinzione, costruito nel 1564 per consentire agli abitanti di rifugiarsi sul sagrato in caso di un eventuale attacco barbaresco, fortunatamente evitato. Visitiamo anche il cinquecentesco Oratorio di Santa Croce e nella vicina frazione di Moltedo, la chiesa di San Pantaleone, risalente al secolo XVII.
Le testimonianze del mondo religioso su questo territorio non si limitano però soltanto alle chiese monumentali: i frati Benedettini ebbero un ruolo fondamentale nell’affermazione dell’olivicoltura, introdotta in Liguria dagli antichi Romani, ma abbandonata con il crollo dell’Impero. Furono i monaci di Taggia a riprendere la coltivazione degli ulivi, determinando la nascita della specie taggiasca e costruendo sulle ripide colline dei muri di pietra a secco che consentirono la creazione delle tipiche “fasce”, ovvero le terrazze formate da strisce di terra pianeggiante. Nel corso del secolo XI nacquero le prime coltivazioni intensive e negli atti notarili si iniziò a parlare di “vineis, ficetis, olivetis”, cioè anche di uliveti. Il territorio dianese divenne il cuore di queste nobili attività agricole e sono noti diversi documenti del Trecento che regolamentavano il lavoro dei frantoi e il commercio di olio.

La nostra gita continua seguendo l’evolversi della storia, e ci porta dritto dritto nel 1537, presso l’unico frantoio sopravissuto nelle condizioni originali tra quelli situati sulle rive dell’Evigno. Dopo aver percorso un tratto di strada costeggiata da ulivi, giungiamo nell’ampio parcheggio del pub “The Water Wheel”, ed ecco che inizia il nostro viaggio mozzafiato nel viaggio. Un’autentica cabina telefonica rossa inglese posizionata vicino all’entrata immersa nei fiori è il simbolo della storia di questo locale che nasce dalla connessione tra tre Paesi: l’Italia, l’Inghilterra e il Sud Africa. Un racconto emozionante narrata in parte in ligure e in parte in inglese, che inizia nel lontano Cinquecento. L’antico edificio visto da fuori ha un’aria fiabesca, ma una volta dentro, si rimane letteralmente senza parole. Ad accoglierci è il titolare Adriano Valenti che ci accompagna per un entusiasmante viaggio a ritroso nel tempo. “Questo era uno dei più grandi mulini con tre grandi ruote ad acqua, in origine costruite in legno e poi in ferro, due per la produzione di olio e una per la macina del grano”, ci spiega mentre ammiriamo a bocca aperta le antiche presse e le macine giunte a noi nelle condizioni originali. Il signor Adriano ci porta a vedere le gigantesche ruote situate all’esterno dell’edificio, tuttora in grado di funzionare, e ci mostra le salette intime, ricavate negli spazi un tempo riservati alle varie fasi della produzione dell’olio, e oggi arredate in perfetto stile da Irish Pub. Le vecchie botti di olio hanno ceduto il loro posto alle botti di birra, e il miracolo di poter vedere tuttora in queste splendide condizioni l’antico frantoio, si deve al fatto che qualche decennio fa le sue sorti s’intrecciarono con i progetti di Edward Ring, un signore inglese che si era innamorato di questo luogo suggestivo. Il signor Adriano ci mostra le foto d’epoca in cui si vede il frantoio in rovine prima della ristrutturazione. “Dopo aver recuperato l’edificio, lo adibirono a ristorante e inizialmente solo uno spazio più riparato all’interno era destinato a pub. Poi, col tempo le cose cambiarono e il pub divenne l’attività principale.” Dopo la morte del signor Edward, ventidue anni fa, il locale è stato rilevato dall’attuale titolare, ed è iniziata così la fase italo-sudafricana della storia, date le origini del signor Valenti, di madre sudafricana e di padre italiano di famiglia istriana.
Questo interessante incontro tra culture diverse si rispecchia anche nel menù, in parte ispirato alla “Rainbow Nation” multiculturale del Sud Africa. Anche le ordinazioni sono organizzate secondo il sistema anglosassone: si va al banco per ordinare da bere, si paga e si torna al proprio tavolo con i boccali o con i bicchieri traboccanti di birra. E che birre! Tra l’immancabile Guinness, la scozzese Tennent’s Super doppio malto o la Cider, ovvero il sidro di mele, c’è una vasta scelta di birre alla spina, ma è molto ricca anche la carta delle birre in bottiglia, divise in bionde, rosse e speciali.
Dopo aver fatto le nostre ordinazioni ci accomodiamo a un tavolo illuminato da un’originalissima tromba trasformata in lampada e poco dopo arrivano i nostri piatti sfiziosi. Non potevamo rinunciare a fare un tuffo nei sapori internazionali, così eccoci a gustare un bel curry & rice, una specialità indiana un po’ piccante: riso con spezzatino di pollo e bovino. Alcuni di noi scelgono la Rump Steak di bovino con patatine, ma piacciono molto anche le rostelle con focaccia, le grigliate miste di carne e i gamberoni alla graticola con patatine. Oltre alle specialità alla griglia, sono ottime anche le pizze e le focacce preparate nel forno a legna. Tra le innumerevoli varietà assaggiamo la focaccia “Adriano”, con gorgonzola, cipolla e salame piccante, la Country con crudo, pomodoro fresco, mozzarella e rucola, e la rustica con porcini, salsiccia e mozzarella. Tra le pizze la nostra prediletta è ovviamente la “Water Wheel”, con prosciutto, carciofi, funghi, tonno, wurstel e uova. Infine, cediamo anche alle dolci tentazioni dei dessert fatti in casa, tra cui il tiramisù e il waffel.
Nella canzone “Watching the Wheels”, “Guardando le ruote”, John Lennon utilizzava l’immagine delle ruote per parlare della circolarità dell’esistenza in una chiave meditativa. Dopo aver scoperto questo straordinario luogo, in cui le ruote ad acqua hanno segnato ogni momento della storia, siamo certi che torneremo ancora qui tante volte per rivivere l’atmosfera unica sprigionata dalle ruote e dalle macine plurisecolari, passando dei momenti in allegria davanti a un buon piatto e una bella birra.

Francesca Bertha
www.italiastory.com

PER INFORMAZIONI:
www.comune.dianosanpietro.im.it
www.thewaterwheel.com
The Water Wheel
Via Trinità, 6 Diano San Pietro (IM)
0183/429123
chiuso lunedì

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