Diario di viaggio Yemen

località: sanà, al mukkala, socotra, seyun
stato: yemen (ye)

Data inizio viaggio: martedì 9 ottobre 2007
Data fine viaggio: martedì 23 ottobre 2007

Dedicato alle persone a me care che in questo periodo della mia vita, hanno avuto la costanza d’essermi vicino incoraggiandomi a proseguire nella mia strada personale e professionale con motivazione e ottimismo facendomi sempre mantenere una visione volta al futuro con obiettivi e scopi, ma sopratutto con tanta energia positiva che è la capacità mentale di migliorare e migliorarsi.

Raffaele Banfi






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Introduzione

martedì 9 ottobre 2007

Rieccomi in partenza per un altro viaggio, stavolta la destinazione è lo Yemen, una nazione posta nella parte meridionale della penisola arabica.
Paese lontano da noi non solo in termini chilometrici, dall’affascinante cultura araba. Luoghi di cui ho visto degli incantevoli servizi in televisione ed anche le informazioni lette sulle guide e reperite in internet mi hanno dato solo un quadro parziale ma avvincente di quanto mi appresto a vedere
Preparo le valigie con vestiti estivi ed adatti per il trekking, la macchina fotografica una reflex digitale (Nikon DX40) con tre schede di riserva, il mio inseparabile Moleskine® (il blocco per gli appunti), delle penne, il passaporto, il programma di viaggio, le guide e non per ultimi gli indispensabili biglietti aerei.
Per il viaggio ho scelto due guide;
Yemen della Guida Express, ed 2007, molto valida per le parti descrittive, che permettono di conoscere la storia, le regioni, le usanze, la geografia e le etnie;
• Oman, Yemen, Emirati Arabi Uniti della Lonely Planet-EDT - 2° edizione italiana, aprile 2005, interessante per l’elenco dei luoghi e dei monumenti da visitare, oltre che fornire altre “notizie utili” per il viaggio.
Nel diario farò riferimento ai luoghi da me visitati indicando la pagina di riferimento per la Guida Express con (GE pag.), mentre per la Lonely Planet-EDT sarà indicata con (LP pag.), in modo che chi volesse approfondire dettagli storici e culturali trovi tutti i riferimenti del caso.

Parte prima

martedì 9 ottobre 2007

In una mattina autunnale dove la temperatura è ancora mite per questo periodo poco prima delle 6.00 ci ritroviamo al solito posto, ovvero il piazzale della chiesa, luogo ideale per l’appuntamento del gruppo di 17 persone che parte in pullman da Rovello Porro mentre altre 4 ci raggiungeranno direttamente in aeroporto; un saluto caloroso a quelli del gruppo ritrovati, quindi delle brevi presentazioni per i nuovi componenti, poi carichiamo le valigie sul pullman e ci dirigiamo verso l’aeroporto di Milano Linate.
Sull’autostrada troviamo il solito traffico, ma arriviamo a Linate puntuali, il volo è previsto per le 9.40, guardiamo il tabellone e vediamo che il volo è stato cancellato; chiediamo spiegazioni e ci dicono che tutto il gruppo è stato spostato sul volo delle 10.00 ma l’importante è che al check-in le valigie siano convogliate direttamente a San’à la capitale dello Yemen, dove siamo diretti.
Il volo procede regolarmente verso Roma dove atterriamo. Entrando nella struttura aeroportuale ci dirigiamo verso la zona “transito”, cercando l’uscita indicata per il volo verso lo Yemen e la raggiungiamo. Dobbiamo fare il check-in e, guarda caso, il banco è proprio all’estremità opposta di dove siamo noi.
Avvisiamo il gruppo che bisogna recarsi al check-in e tutti, diligentemente ci avviamo verso il banco ma, con Fernanda, guardando dove era seduto parte del gruppo, vediamo che vi sono delle valigie con appese etichette gialle di “Antichi Splendori”, il pensiero è lo stesso: qualcuno della compagnia è andato a fare il check-in lasciando le valigie incustodite. Stiamo parlando di questo, quando un funzionario aeroportuale si accorge delle valigie abbandonate, vuole far scattare le “misure precauzionali”: per fortuna mostrandogli il nostro bagaglio a mano e le etichette uguali, lo convinciamo che facciamo parte di un gruppo e che gli altri sono andati a fare il check-in. Avvisiamo tutti di venire a riprendersi il bagaglio e poi, terminato il check-in, ritorniamo all’uscita in attesa dell’imbarco. Arriva il nostro accompagnatore, il Sig. Samer Abdul Ghani, marito della titolare del tour operator organizzatore del nostro viaggio, lui è yemenita, ed oltre ad accompagnarci deve recarsi in Yemen per lavoro.
Siamo in attesa dell’imbarco e giunge un altro gruppo: sono in parte di Biella ed in parte dell’oltrepò pavese e le poltroncine dell’uscita si riempiono di persone in partenza per il paese arabo. Mentre aspettiamo l’imbarco arrivano anche delle ragazze yemenite che indossano abiti occidentali ma dopo un poco vanno in bagno ed escono indossando il “tradizionale” vestito nero, lo chador, un vestito che le avvolge completamente, lasciando libero solo il volto.
Finalmente l’imbarco, il volo è previsto per le 14.10, partiamo con un leggero ritardo, l’aereo proviene da Francoforte ed è già carico di passeggeri; il viaggio trascorre tranquillamente ascoltando musica, leggo una parte della guida dello Yemen che non ho ancora letto e approfitto del tempo a disposizione per rileggere alcuni capitoli. Abdul è visibilmente contento, sia per il gruppo che gli ha fatto un’ottima impressione, sia per il programma che lui personalmente ha concordato con don Maurizio, ma soprattutto, anche se non lo dice, è contento di ritornare nello Yemen, sua terra natale ed anche se è in Italia da anni, sposato con un’italiana, il ritorno alla proprie origini è sempre qualcosa di piacevole e molto atteso.
Osservo i componenti del gruppo; c’é chi riposa, chi parla, chi gioca a carte, chi fa salotto, chi si dedica alle parole crociate, chi alla lettura. Il volo dura 7 ore, ma chissà perché mi appaiono interminabili: forse la voglia di veder San’à, la lettura della guida mi ha incuriosito parecchio. Il pensiero va un attimo alle valigie: “chissà se arriveranno tutte?”. Per precauzione e per esperienza, nel bagaglio a mano mi sono portato del cambio, in modo da sopperire ai disagi già provati, qualora la valigia non arrivasse.
Sull’aereo vi sono persone di varia nazionalità, di varie etnie, i differenti colori della cute creano un mosaico piacevole da osservare, come altrettanto piacevole è la varietà dei vestiti occidentali ed arabi. Le hostess servono il pranzo, il primo contatto con i sapori yemeniti; voliamo con Yamenia, la compagnia di bandiera yemenita, l’aereo è pulito ed il servizio è buono.
Sono seduto nelle file centrali dell’aereo, cerco di sbirciare dal finestrino per veder qualcosa, ma oltre alle nuvole non scorgo nulla, ad un tratto vedo le nuvole tingersi di rosa, è l’effetto del sole che sta tramontando. Viene distribuito il visto d’ingresso che dev’essere attentamente compilato. “Antichi Splendori” ci ha fornito un fac simile della compilazione e questo la rende agevole, quando termino sbirciando fuori dal finestrino mi accorgo che è completamente buio.
Sul monitor dell’aereo compare la scritta “dalla partenza 4078 km”, incontrando una turbolenza si balla e poco dopo si accendono le luci per allacciare le cinture di sicurezza; iniziando la discesa proseguo nella lettura della guida, leggo un pò di storia recente ed alcune notizie su San’à, la città dove siamo diretti e che domani vedremo.
Atterriamo a San’à, l’impatto è abbastanza delicato, ma questo crea ugualmente il distacco parziale di un pannello dell’arredamento, un sorriso tra i passeggeri che se ne sono accorti e tutto prosegue; con la coda dell’occhio vedo un movimento strano, giro il capo e vedo le ragazze che indossano lo chador, stanno calando il velo nero sul volto. Penso che sia incredibile come poche ore prima in Italia vestivano all’occidentale ed ora, nel loro paese vestano in modo completamente differente.
Arriviamo alla dogana con l’immancabile controllo dei visti e dei passaporti, ritiriamo le valigie che questa volta sono arrivate tutte ed uscendo nell’atrio dell’aeroporto noto immediatamente degli uomini con la jambiya; il caratteristico pugnale ricurvo, che per forma, colore e finiture identifica tribù, etnie e regione.
La nostra guida ci sta attendendo e facciamo subito conoscenza di Omar, un uomo oltre i 50 anni che parla un italiano fluente ed appare immediatamente una persona alla mano, ci accompagnerà per tutto il tour. Uscendo dall’aeroporto carichiamo i nostri bagagli su un pulmino, su un altro saliamo tutti noi. Mentre usciamo dalla struttura aeroportuale, Omar, comincia ad illustrarci dei particolari dello Yemen e del giro che ci stiamo apprestando a compiere, affermando che a Socotra, ci farà conoscere un delfino; personalmente sono un pò dubbioso sul fatto e memorizzo questo particolare.
Sono le 22, siamo nella capitale dello Yemen a 2.200 mt s.l.m. dove la temperatura è fresca e vi sono 17°C. Lasciando l’aeroporto subito il traffico sembra caotico, qui tutti suonano, sono proprio arrivato in un’altra dimensione. Alla periferia della città le abitazioni presentano una struttura realizzata in cemento con finestre in stile yemenita, che sono rettangolari decorate di bianco e sopra altre finestre a volta che formano una mezzaluna con decorazioni in muratura e vetri policromi all’interno delle stesse.
Omar c’informa che siamo nel periodo del ramadam, il digiuno di 30 giorni dei mussulmani e che terminerà fra 4 giorni; in questo periodo durante il giorno vedremo in giro pochissima gente, i negozi per la maggior parte saranno chiusi ed infatti, come avremo modo d’osservare, la città si anima solo dopo il calar del sole, ovvero verso le 18 ora locale.

Parte seconda

martedì 9 ottobre 2007

Nel trasferimento in hotel siamo stipati ed il pulmino su cui stiamo viaggiando pare un mezzo di fortuna, occupiamo tutti i sedili, compresi quelli a scomparsa nel vano centrale, le gambe sono rannicchiate, la porta è a “comando manuale” sia in chiusura che in apertura. Il mezzo arranca nelle salite, transita per la periferia della città, mentre della parte vecchia non scorgo traccia, intravedo qualche edificio caratteristico, ma nulla di più, tutto è rimandato all’domani.
Arriviamo all’albergo, il “Movenpick” che è situato in cima ad una collina a ridosso della montagna, è una struttura moderna ed accogliente; cocktail di benvenuto, consegna dei passaporti, assegnazione delle camere; salgo nella mia ho il n. 515 e dalla finestra vedo San’à che appare illuminata come un presepe.
Scendo per la cena, buffet, cucina internazionale e yemenita, riso, carne, pane, salse delicate e piccanti, dolci verdura, frutta (meloni, kiwi, anguria); mentre ceniamo l’albergo offre un intrattenimento musicale per gli ospiti: cenare con la musica è piacevole. Poco dopo la cena mi reco in camera, devo togliere dalla valigia il vestiario per l’indomani, preparare la macchina fotografica (una reflex nuova nel cui uso non sono ancora completamente afferrato e per questo mi sono munito di manuale d’istruzione che costantemente consulto per memorizzare il complesso funzionamento della foto camera).

Parte prima

mercoledì 10 ottobre 2007

La sveglia suona alle 7.30, ma sono in piedi già da un pò, sono ansioso di vedere la città di San’à (GE 119) (LP 216), ciò che ho letto sulle guide mi ha incuriosito parecchio; vi sono abitazioni dette case/torri, realizzate, anticamente, con mattoni di fango e paglia, case strette ed alte più piani, decorate con calce bianca. La curiosità è al massimo livello; apro la finestra dell’albergo e vedo case che e seppur realizzate con mattoni di cemento marroni e grigi alcune decorazioni bianche sono presenti, un piccolo assaggio di quanto vedrò nel corso della giornata. Dall’albergo non vedo case tradizionali, la vista dell’incanto della città vecchia è demandata al pomeriggio, il programma della mattinata prevede una visita al villaggio di Bayt Baws, situato nei pressi della città.
Facciamo colazione, poi mi reco in camera per i preparativi per l’inizio della giornata, un “rito” che si ripeterà tutti i giorni del tour; cappello, occhiali, Moleskine®, penna, macchina fotografica, regolazione della reflex e ….. si parte; uscendo dall’albergo il cielo è azzurro terso, la temperatura è calda, si sta proprio bene, il vento si concilia perfettamente col caldo.
Siamo pronti per la partenza, ci contiamo, manca una persona, la cerchiamo nella sala colazione, nell’atrio ... nulla. Con don Maurizio, Fernanda e Sandro decidiamo di cercarla meglio, ci suddividiamo parte dell’albergo e lo giriamo velocemente, chi i piani, chi la piscina esterna, chi i negozi, ed alla fine …. Nulla. Facciamo chiamare in camera … nulla. Sembra sparita. Si comincia a pensare “non positivo” i casi:
1) sta male;
2) è deceduta;
3) è stata rapita.
Ok che fare? Bel dilemma, le ricerche proseguono, la persona sembra essersi volatilizzata nel nulla, la tensione ed il nervosismo aumentano, chiamiamo la sua compagna di stanza che è sul pulmino e la invitiamo ad andare a vedere in camera. Passano i minuti, la ricerca continua infruttuosa, si fa riferimento ai casi suesposti. Alla fine la porta dell’ascensore si apre, appare la compagna di stanza che afferma “.. è a letto che dorme. Non sta bene. Ha sentito il telefono che suonava ma non ce la faceva a rispondere”. Tutto sommato sono state escluse due delle ipotesi, le “meno positive”.
Partiamo con i pulmini del giorno precedente, stavolta il gruppo è diviso sui due mezzi e si viaggia decisamente meglio; con noi stamattina vi sono entrambe le guide, Omar ed Abdul. Percorriamo le grandi strade asfaltate della periferia; le case che noto sono tutte di mattoni e cemento, le finestre all’esterno decorate di bianco sormontate da altre finestre a volta con vetri policromi.
San’à è una città che occupa una superficie di 80 Km quadrati con 2 milioni di abitanti; lasciata la periferia percorriamo un’ampia strada a più corsie perfettamente asfaltata, quando ad un tratto imboccando una deviazione sulla sinistra c’inoltriamo in una via secondaria salendo lungo un ripido pendio, la strada in pochi tornanti ci conduce in prossimità del villaggio di Bayt Baws (GE 161) (LP 228), edificato su un dirupo roccioso.
In prossimità del villaggio facciamo una sosta per le prime fotografie e riunito il gruppo Abdul ci racconta velocemente la storia di San’à e dello Yemen esaltando i vari tipi di coltivazione nazionale (soprattutto il caffè) e le variegate forme di artigianato.
Siamo su colline di rocce basaltiche i cui fianchi sono in parte ricoperti di fichi d’india, il terreno è sassoso e desertico, il colore delle rocce va dal marrone al nero (secondo la tipologia di basalto), le circostanti montagne battute continuamente dal vento, dove il terreno è cotto dal sole, presentano poche piante; sono acacie che appaiono spoglie e spinose.
Il villaggio che ci apprestiamo a visitare sorge su uno sperone roccioso di colore rosso; sotto lo sperone verticale delle placche inclinate di colore verde, chiedo ad Omar il perché di tale colorazione e mi spiega che la roccia è ricca di rame che ossidando crea questo colore particolare; raccolgo, come ricordo, dei piccoli sassi ed, in effetti, si nota la caratteristica ossidazione del rame. Il borgo si presenta fortificato e questa sarà una costante che vedrò in tutto lo Yemen, piccoli e grandi villaggi, sempre fortificati e come dimostra la storia a volte inespugnabili.
Nei pressi del villaggio un piazzale dove sorge imponente un albero di sicomoro e vicino allo stesso la cisterna dell’acqua; infatti, la presenza del sicomoro indica l’esistenza del prezioso liquido.
Percorrendo una strada sassosa in salita transitiamo dal portone d’ingresso ed entriamo nel villaggio, le case periferiche sono realizzate tutte con blocchi di pietra, squadrata, angolata lavorata che posata con maestria crea queste case/fortezza dal colore giallo/rosso. Pur mantenendo il primo piano in pietra, alcune abitazioni hanno i successivi piani realizzati con mattoni di fango e paglia e presentano alle finestre delle decorazioni in calce bianca. Girando per il villaggio arriviamo ad un’altura da dove si domina la parte nuova di San’à mentre la parte vecchia sorge dietro a due colline e dista 15 km.
Le case sono parzialmente abitate ma è solo negli ultimi anni, con l’avvento del turismo, che le persone sono tornate a popolare il villaggio, un turismo intelligente crea anche questo “ritorno alle origini”. Camminando osservo che al centro del villaggio sorge una costruzione di cemento, un po’ inadeguata per il contesto del villaggio, ma è il pozzo dell’acqua dove attingono tutti gli abitanti e anche se stona molto, la sua presenza è fondamentale; chissà magari un giorno lo rivestiranno di pietra locale, mimetizzandolo in questo splendido contesto di case secolari.
Sono incuriosito dagli edifici che vedo, lo sviluppo è ampiamente verticale, tre o quattro piani sono la caratteristica comune e come detto, alcune case sono esclusivamente di sassi, altre sono di sassi e mattoni di fango, con i portici realizzati in pietra mentre le travature e le finestre sono in legno.
Durante il giro un particolare mi colpisce, gli escrementi umani ed animali sono raccolti in torte che sono poste su pietre esposte al sole ad essiccare; le torte essiccate saranno utilizzate nei campi come concime.
Proseguendo il giro per il villaggio giungiamo alla fine della visita ed usciamo transitando sotto la porta oltrepassata prima, arriviamo sul piazzale col sicomoro dove scattiamo qualche foto con gli abitanti; personalmente sono stupito dall’architettura e da quanto ho visto finora.
Riprendiamo i pulmini, scendiamo dalla collina e ci dirigiamo verso la città; poco dopo ci fermiamo a fotografare la grande moschea, un edificio in costruzione, mi colpisce l’imponenza dei 6 minareti presenti. Proseguiamo verso la parte vecchia della città e ci addentriamo lungo strade trafficate dove per circolare, come già visto la sera prima, è un continuo suonare di clacson, quasi per segnalare la propria presenza; un uso completamente differente dal nostro.

Parte seconda

mercoledì 10 ottobre 2007

Arriviamo in una piazza, i pulmini fanno inversione di marcia e pochi metri dopo si fermano davanti al portone di un palazzo; è la sede del Museo Nazionale archeologico ed etnografico dello Yemen. Scendiamo dagli automezzi, seguiamo Omar che entra nel portone per accedere al museo ma, essendo giorno di ramadam, il museo apre nel pomeriggio. Cambiamento di programma, attraversiamo la strada, percorriamo un marciapiede dove sono posizionate delle bancarelle e da un’entrata laterale accediamo alla parte vecchia della città: il primo impatto è di stupore per le case, tutte marroni con le finestre decorate con calce bianca, ma non si può ammirare troppo a lungo la struttura degli edifici, c’è un mercato e siamo rapiti dai colori e dai profumi; i bimbi chiedono d’essere fotografati e grazie alla reflex digitale posso mostrare immediatamente le foto, con loro grande contentezza. L’impatto con la gente di San’à è più che ottimo, cordiali e educati, per nulla invadenti; attraversato il mercato Omar ci accompagna lungo una strada che corre in un fossato e ci racconta che quando piove si riempie d’acqua e la strada diventa un fiume.
In origine la città era completamente circondata da mura e l’ingresso era possibile attraverso 8 porte che erano chiuse la sera e riaperte di mattino. Nel 1962 durante la guerra, a causa di bombardamenti, gran parte delle mura furono distrutte; oggi ne rimane solo una piccola parte ed una porta soltanto.
Poco dopo visitiamo la vecchia città che è densamente popolata dove ogni casa è abitata da una famiglia allargata ai figli, ai generi, alle nuore e ai nipoti. I giovani, almeno quelli che studiano, preferiscono abitare alla periferia della città in edifici più moderni, ma, come in tutte le nazioni, nel giorno di festa, che qui è il venerdì, la famiglia si riunisce nella casa paterna. Le case laddove sono presenti più famiglie discendenti dallo stesso ceppo e, dove sono state effettuate divisioni ereditarie, possono essere vendute solo se tutti i proprietari sono concordi.
Le abitazioni sulla facciata presentano i canali di scarico che convogliano direttamente i liquami in fogna, ma osservando bene posso notare che su alcune case sono presenti gli antichi scivoli verticali che servivano, in origine, per evacuare il liquame dalle abitazioni che era raccolto dai contadini e fatto essiccare in torte come visto precedentemente a Bayt Baws e quindi utilizzato per la concimazione dei campi.
Nella parte vecchia della città la pavimentazione è fatta con pietre scolpite a mano e la rugosità della pietra si nota nel confronto con la pavimentazione dei tratti eseguiti con pietre tagliate con le moderne tecnologie.
Precedentemente al 1918, le abitazioni avevano le finestre con i vetri di alabastro e solo successivamente il vetro, importato dalla Turchia, pian piano sostituì l’alabastro. Le finestre delle abitazioni sono di vario tipo: quelle rettangolari con ante apribili hanno vetri trasparenti e soventemente sono sormontare da finestre chiuse a volta che come elemento decorativo racchiudono lavorazioni a fiore o a stella con vetri policromi. A volte si vedono delle ulteriori finestre rotonde fisse senza nessuna decorazione, girando per la città posso notare qualche finestra che ha mantenuto i vetri in alabastro: il minerale opacizza completamente la finestra permettendo il passaggio solo della luce dando una piacevole tonalità rosata all’interno delle abitazioni.
Entriamo nella San’à vecchia, lo sguardo è rapito dagli edifici marroni decorati di bianco e se già girando per il mercato mi sembra d’essere in un film, ora tra le case marroni/nocciola, fra i profumi, il cielo terso, dove lo sguardo verso l’alto si perde fra mille e mille particolari, mi pare d’essere in una dimensione surreale, in una fiaba, in un racconto da mille ed una notte.
Ovunque lo sguardo si posi vedo case ben ordinate, decorate, qualche giardino ben curato e tanta, infinita, sublime bellezza. Mi riesce difficile descrivere queste case/torri con la porta d’entrata di legno intarsiato a volte coperta da un balconcino ligneo, i piani si sviluppano in un continuo susseguirsi di verticalità con finestre decorate di bianco, i motivi delle decorazioni variano da casa a casa mentre seguendo i profili degli edifici lo sguardo si perde nel cielo blu cobalto.
Girando per le strade, arriviamo all’albergo Arabia Fenix dove ci fermiamo per il pranzo e la guida ci avvisa che dalla terrazza superiore della struttura si gode un panorama stupendo della città, entriamo e ci sediamo in una stanza attigua al giardino interno, dove ci viene servito il pranzo; salse di formaggio, di ceci, yogurt, pane yemenita (impastato con più cereali e cotto al forno, dal colore scuro, ed è buonissimo), riso (bianco e giallo), pesce, montone, pollo, patate e verdure, banane con miele di datteri ed aloe (dal gusto dolcissimo e cremoso), the, caffè in polvere e caffè yemenita. Prendo il caffè yemenita, lo lascio decantare bene nella tazza prima di berlo, lo assaporo; impressione è di bere un nostro caffè con cioccolata, una piacevole sensazione.
Terminato il pranzo, riprendiamo i pulmini dirigendoci al Museo archeologico ed etnografico; il museo è collocato nel palazzo dell’ex Iman, ma solo una parte è accessibile, poiché gran parte dell’edificio è in ristrutturazione.
All’ingresso del museo si trova la ricostruzione di due statue bronzee di re, dono dei greci alla Regina di Saba, mentre nella sala, racchiusi in alcune teche vi sono i resti delle statue originali; poco distante sono esposti dei reperti archeologici risalenti al regno di Saba, il mitico regno dello Yemen antico; vi sono gioielli, sigilli, collane, suppellettili in vetro, lapidi in alabastro, stupende sculture anch’esse in alabastro. Oltre ai reperti archeologici mi soffermo ad osservare l’architettura del palazzo, le porte sono robuste e le pareti sono edificate con blocchi di pietra grigia e presentano decorazioni bianche nella parte verso il soffitto; le finestre sono in legno ed apribili, hanno vetri trasparenti, sono sormontate da lunette con decorazioni in vetri policromi che creano un effetto interno veramente suggestivo.
Proseguiamo la visita salendo al piano superiore dove troviamo la sezione museale più recente con collezioni di monete, di gioielli, di armi degli ottomani che hanno dominato il paese ed in una sala è esposto il drappo verde che ricopriva la pietra nera alla Mecca di Medina.
La parte etnografica contiene modelli delle abitazioni dello Yemen e vi sono delle stupende ricostruzioni di attività artigianali e di scene di vita, vedo l’attività dei falegnami, la realizzazione delle jambiye, dei tessuti, la tintura degli stessi, la ricostruzione dell’interno di un’abitazione con la cucina, la sala delle donne (con la sposa, la serva e le invitate al matrimonio), la sala per gli uomini, la collezione dei vestiti da donna, l’interessante collezione di gioielli d’argento; in una sala vi è una raccolta di cesti in vimini per gli usi più variegati ed utilizzati ancora oggi in alcune zone del paese.
Usciamo dal museo ed attraversando la strada rientriamo nella città antica e percorrendone una parte ci dirigiamo al mercato: il “suq”, ma mentre attraversiamo la strada noto che il traffico è sensibilmente aumentato rispetto alla mattina; infatti essendo periodo di ramadam, la gente esce molto tardi da casa e circolare di mattina era molto meglio; ora il traffico è caotico per la presenza di auto, camion e mezzi vari.

Parte terza

mercoledì 10 ottobre 2007

Entriamo nella San’à antica e ne percorriamo una buona parte prima di raggiungere il suq, la vista si perde fra i mattoni marrone/nocciola, fra le finestre rettangolari, fra quelle a volta, fra quelle rotonde, fra i vetri trasparenti e quelli colorati, fra le bianche decorazioni che abbelliscono ed addobbano le abitazioni facendone dei capolavori di arte decorativa.
Arriviamo al suq che è strapieno di gente, l’effetto della giornata di ramadam e della relativa festa si vede nella grande quantità di folla ed il primo contatto col suq è un negozio dove vendono dolci a base di miele, all’interno del bancone di vetro sono posizionati i dolci ed è pieno d’api richiamate dal profumo. Giro per il suq e trovo il settore dei tessuti dai vivaci colori: ve ne sono in raso, in seta, in velluto; mi perdo fra mille colori e fra tanti tessuti raffinati ed alcuni dozzinali importati dalla Cina. In una piazzetta noto dei forni dove producono il caratteristico pane yemenita, quello che abbiamo degustato a pranzo; girare per il suq è come perdersi in un dedalo di negozi di coltelli, cinture, tessuti, dolci, spezie, tabacco, antichità, gioielli in argento e oro. Nelle piazzette vi sono degli artigiani che lavorano, chi cuce scarpe, chi prepara le cinture per la Jambiya e lungo le stradine, posizionati all’angolo vi sono i venditori di qat dove la gente acquista il vegetale, ma nessuno lo mastica; anche in questo caso è rispettato il ramadam.
Omar “sparisce” per acquistare del qat, ritorna poco dopo con un pacco enorme; penso “chissà che se ne farà?”. Ho notato che la gente acquista il qat in piccoli sacchetti di plastica e non una quantità enorme come quella di Omar, il mazzo che porta in spalla assomiglia più ad una pianta ornamentale che una monodose.
Lasciamo il suq e prendiamo i pulmini, il traffico della città rispecchia quello di altri paesi arabi, chi passa per primo passa; percorrendo le strade osservo di tutto, gente in contromano, inversioni di marcia improvvise, si suona per far notare la propria presenza, quindi, come già detto l’uso del clacson è continuo. Vi sono motorini che emettono un fumo bianco, bruciano enormi quantità di olio rendendo l’aria a tratti irrespirabile. Molte volte più persone viaggiano sulla stessa moto, anche le auto viaggiano sovraccariche ed i camion, spesso sono adibiti al trasporto di persone. Per la città girano mezzi di ogni specie, a volte vetusti, molti sono i fuoristrada e le auto sono arredate con delle strisce di pelle posta sui cruscotti e sul volante, alcune sono sintetiche; la ruggine è una presenza costante sulle auto e quelle nuove sembrano essere arrivate da una dimensione sconosciuta.
Ritorniamo in albergo e dopo i controlli antiterrorismo posti all’ingresso possiamo entrare, mi reco in camera e sto sistemando gli appunti sul mio blocco, quando arriva la voce del muezzin, il cantore che chiama i fedeli alla preghiera; apro la finestra ed ascolto questo richiamo che è davvero caratteristico.
Cena a buffet e poi la sera trascorre giocando a carte e chiacchierando, esco per fare un giro all’esterno, ma l’aria frizzante mi invita a rientrare. Verso le 22 vado a nanna.

Parte prima

giovedì 11 ottobre 2007

Sveglia alle 5.30 perché dobbiamo partire per Sayun, andremo in aereo ed il volo è previsto per le 8.00; aprendo la finestra della camera vedo l’alba su San’à; il sole giunge pian piano sull’altopiano e lentamente escono dall’oscurità, prendendo forma, le case con le bianche decorazioni; è uno spettacolo incantevole e rimango ammaliato da tanta bellezza e, mentre dalla finestra entra un’aria fresca, guardo il cielo azzurro chiaro mentre vedono le ultime stelle pian piano scompaiono. Pongo la valigia fuori dalla camera e scendo per fare colazione, poi carichiamo le valigie su un pulmino e saliamo sull’altro diretti all’aeroporto. Dopo un breve viaggio vi arriviamo, scarichiamo le valigie, nel check-in qualche piccolo problema con il cognome perché nel gruppo siamo tre Banfi e l’operatore fatica ad effettuare i controlli; siamo in sala d’attesa per il volo interno, dopo un poco si aprono le porte, ennesimo controllo con metal detector, usciamo, saliamo sul pullman aeroportuale che ci porta nei pressi dell’aereo; ci apprestiamo a salire, ma l’hostess esce dall’aeromobile dicendo che non è ancora pronta ad accogliere i passeggeri; non ci resta che aspettare sulla pista e questo contrattempo mi permette di guardare bene intorno ed osservare l’aeroporto, ai lati della parte civile vi sono hangar con aerei militari. Saliamo sull’aereo, il Boeing 737 è pieno e con la preassegnazione dei posti il gruppo si trova disseminato in modo casuale, ma il volo è breve, circa 1 ora. Sull’aereo vedo il gruppo di italiani partiti con noi da Fiumicino. Anche stavolta sono seduto nelle file centrali dell’aereo e non vedo nulla dal finestrino. Il volo è tranquillo, atterriamo senza problemi a Sayun (GE 216) (LP 265). Scendiamo dall’aereo e giunti al terminale ci apprestiamo al ritiro delle valigie e troviamo un nastro trasportatore brevissimo, in realtà è il nastro d’imbarco dei bagagli che è utilizzato come nastro trasportatore. Ci organizziamo per il ritiro delle nostre valigie, man mano che compaiono sul nastro, prima di terminare per terra, Sandro, Gigi ed io le prendiamo al volo e con un passa mano le facciamo arrivare al nostro gruppo; un minimo di organizzazione e di collaborazione è decisamente meglio dell’individualità che potrebbe emergere. All’uscita dell’aeroporto troviamo l’ennesimo controllo dei passaporti.
Usciamo dalla struttura aeroportuale e ci troviamo in un piazzale circondato da palme con tutt’intorno deserto e montagne; osservo bene e mi accorgo che siamo circondati da imponenti catene montuose, ma non riesco ad osservare di più in quanto stiamo cercando il nostro pullman, ma non lo vedo; Omar si dirige solerte verso un posteggio dove vi sono dei fuoristrada Toyota Land Cruiser, 4.500 di cilindrata: questi saranno i nostri mezzi di trasporto per tutta la permanenza in Yemen. Ci suddividiamo in gruppi da quattro persone, carichiamo i bagagli e prendiamo posto sulle Toyota; con me vi è Sandro, Luisella e Francesca; partiamo e ci avviamo verso l’albergo, andiamo a scaricare le valigie prima di partire per il giro della giornata. Nel viaggio noto alla mia sinistra una catena montuosa continua, compatta, non intravedo valli laterali, tutto è di colore marrone, le montagne sono rocciose con pareti brulle e verticali, alla base delle stesse sfasciume roccioso. Tutto è marrone, non vi è vegetazione, le cime delle montagne sono piatte e, anche se siamo su un altopiano scavato dall’acqua nel corso dei millenni, è impressionante vedere tutt’intorno montagne con la cima piatta e livellata, in mezzo il letto piatto del fiume, una valle in parte coltivata con palme e campi, ed in parte desertica, dove solo la presenza delle abitazioni ravviva il paesaggio.
Lungo la strada vedo delle case, anche qui sono di mattoni fatti con fango e paglia, l’intonaco che ricopre i mattoni è di fango; le case pur essendo differenti da quelle viste a San’à dove i mattoni sono a vista, anche qui presentano decorazioni sulle facciate, intorno alle finestre e nella parte alta degli edifici dove è collocata la terrazza. Mentre viaggiamo noto delle case abbandonate e parzialmente crollate dove all’interno si scorgono le travi di legno utilizzate come sostegno delle solette. Tutt’intorno ai centri abitati si estende la zona desertica con palmeti e campi coltivati dove le donne che lavorano indossando lo chador ed in testa hanno un cappello di paglia a punta che per la forma, ricorda quello nero delle streghe delle fiabe.
Proseguendo verso l’albergo vedo che alcune case sono marroni, altre interamente decorate di bianco, le seconde risaltano molto nel paesaggio, mentre le prime si mimetizzano nell’ambiente e questo si nota maggiormente nei villaggi posti sulle pendici delle montagne che diventano invisibili e solo il bianco delle decorazioni rompe la monotonia creando forme ed ombre: è un susseguirsi di giochi di luci che si modificano in continuazione creando delle situazioni affascinanti.
Troviamo delle “fabbriche di mattoni”; il classico impasto è steso su una superficie piana dove è fatto essiccare al sole, quindi i mattoni sono tagliati in forme rettangolari e riposti a terminare l’essiccazione; infine sono impilati a fianco della superficie dove formano cataste alte circa 1,5 mt.
Deviamo dalla strada principale, ci dirigiamo verso la montagna e dopo poche centinaia di metri ci avviciniamo ad una recinzione anch’essa fatta con mattoni di fango, delle palme e degli edifici a 2 piani; siamo arrivati all’albergo dove le auto si fermano per il controllo della polizia che piantona l’albergo, entriamo in un primo cortile, scendiamo e transitando per un enorme portone ligneo entriamo nel cortile interno dell’albergo che, essendo pieno di palme, è ombroso e fresco. Come benvenuto ci è offerto del the yemenita (the con dello zenzero) e dei datteri locali (piccoli ma dolcissimi). Avviene l’assegnazione delle camere, la mia è il n. 71, al pian terreno; arredamento arabo, con un salottino privato; vi sono il condizionatore ed il ventilatore a soffitto.
E’ metà mattina, quando, lasciando le valigie in camera, ci prepariamo a fare la prima escursione della giornata; la meta è Sayun dove vedremo il Palazzo del Sultano. Risaliamo sulle Toyota, ripercorriamo in parte la strada asfaltata percorsa precedentemente che conduce all’aeroporto con ampie carreggiate ed al centro i pali per l’illuminazione stradale e dopo qualche minuto di viaggio arriviamo a Sayun. Anche qui le strade sono ampie e si circola bene, il traffico non è molto sostenuto, ma siamo ancora nel periodo del ramadam. Qui gli edifici sono marroni e bianchi, alcuni sono completamente bianchi, sono le prime case che vedo così e da una prima occhiata osservo che sulle facciate si aprono solo finestre rettangolari, modello occidentale, l’architettura è diversa da San’à, non vi sono le lunette colorate.

Parte seconda

giovedì 11 ottobre 2007

Arriviamo in una piazza, delle bancarelle indicano che siamo in prossimità del suq, sull’asfalto moltissima carta e sacchetti di plastica usati; l’impatto non è dei migliori. Su un lato della piazza le auto si fermano, scendo, lo sguardo è rapito dalle imponenti mura che racchiudono il maestoso Palazzo del Sultano: una struttura di mattoni e fango oltre la cinta si contano sei piani dell’edificio. Entriamo dal portone principale, saliamo lungo una strada acciottolata che porta ad un terrapieno, qui il palazzo appare nella sua imponenza, tutto bianco con finestre marroni, ha la forma di un castello, di forma rettangolare che si restringe man mano che sale, i piani sono nove e le strutture portanti sono 4 sovrapposte, ai lati della terza struttura vi sono torri rotonde che svettano imponenti e vertiginose, in cima guglie ornamentali. Resto veramente ammagliato da tanta bellezza e mentre Omar illustra la storia del palazzo, ne approfitto per scattare alcune fotografie. Il palazzo è adibito a museo e vi accediamo dal pian terreno visitando la parte archeologica. Le prime vetrine contengono fossili e reperti dell’età della pietra, altre racchiudono reperti risalenti a 2.000 anni fa; molto interessanti sono sia gli altari sacrificali risalenti al I sec. a.C., sia le porte lignee del XVIII sec.
Lasciando la parte museale del piano terreno si sale ai piani superiori dove in origine vi erano gli appartamenti del Sultano. Oggi parte di essi raccoglie una galleria fotografica dei primi del 1900 e mi soffermo su alcune fotografie degli anni ’30 dove sono ritratti abitanti impegnati nelle varie attività del mercato; mi colpisce la pulizia dei vicoli e delle strade che oggi, invece, appaiono ricoperti di carta e di sacchetti di plastica. Altre stanze sono dedicate alla parte etnografica e tradizionale dove vediamo abiti, gioielli, strumenti da cucina, bandiere, armi da taglio e da sparo.
Guardando dalle finestre del palazzo si vedono bellissimi scorci della città e dell’oasi circostante, saliamo ai piani superiori, uscendo sulla terrazza, la vista si perde lontano, ben oltre le case marroni, le case bianche, le palme che circondano tutta la città. Ma si alza il vento del deserto che solleva e trasporta sabbia finissima che annebbia tutto ed entra ovunque: devo fare in fretta a scattare le foto e riporre la macchina fotografica nella custodia; infatti, la sabbia inesorabilmente s’infila nelle orecchie, negli occhi, nel naso, tra i vestiti e nella custodia della macchina fotografica.
Scendiamo ed usciamo dall’edificio, siamo sul terrapieno dove vi è un negozio di artigianato e qualcuno del gruppo entra per vedere gli articoli esposti; ne approfitto per fare un giro intorno al palazzo e scattare qualche foto. Su un lato dell’edificio vedo che la parte bassa del muro del palazzo si presenta senza la copertura di calce bianca mostrando mattoni di fango e paglia, il contrasto è molto forte. Poco distante osservo che un tratto della cinta muraria non è ricoperta di calce; la struttura di fango presenta l’erosione del tempo.
Mentre il sabbioso vento del deserto continua incessantemente a soffiare usciamo dal palazzo ed attraversando la strada c’infiliamo nel suq; il mercato non è molto esteso, ma all’interno vedo delle belle ceste di vimini contenenti legumi e cereali, poco distanti bancarelle con dolci, altre con vestiti; questo mercato è più per la gente locale che per i turisti; è bello girare tra le bancarelle ed i negozi, anche se la plastica e la carta in terra rendono poco pulito il suq.
Facciamo una sosta in un negozio per acquistare del miele di aloe e datteri; chi è interessato all’acquisto entra nel negozio, sceglie il miele e la quantità desiderata ed il negoziante lo versa riempiendo un contenitore per volta, chiude il vasetto con del nastro e lo porge all’acquirente; è un rituale che si ripete per ogni vasetto, qui la fretta non esiste e ne approfitto per fare un giro e scattare qualche foto oltre ad osservare scene di vita quotidiana; le donne a volte sono riluttanti a farsi fotografare, occorre usare degli stratagemmi per poter effettuare degli scatti.
Acquistato il miele riprendiamo le auto e ritorniamo all’albergo per il pranzo; insalata mista, zuppa di patate e funghi, carne, patatine, verdure, riso, banane, arance ed anguria. Vista la temperatura di oltre 35°C ed il caldo torrido è meglio evitare di girare nelle ore più calde della giornata per cui facciamo una piccola sosta; nella pausa c’è chi approfitta della piscina, c’è chi prende un po’ di sole, chi fa un pisolino, io guardo le foto scattate e pulisco la macchina fotografica dalla sabbia della mattina. Il ritrovo per la partenza è fissato per le 15.30; risaliamo sulle auto e ci dirigiamo verso la parte opposta della strada percorsa la mattina e dopo pochi chilometri, dopo le ultime palme dell’oasi, al centro di un’ampia zona desertica, come un miraggio appare Shibam (GE 218) (LP 263), una città fortificata, dove le sue case/torri si alzano verso il cielo svettando come baluardi nella piana desertica, non a caso viene chiamata la “Manhattan del deserto”. Vista l’imponenza delle costruzioni, nome migliore non poteva esserle dato. Arriviamo a Shibam da est, costeggiando le mura fino alla porta centrale, entriamo dalla porta principale e le auto si fermano in una piazza dove c’è un mercato, scendiamo e comincio a guardarmi intorno, le case salgono vertiginosamente verso il cielo, conto sette, otto a volte nove piani. Alcuni edifici sono color fango, altri sono interamente bianchi, alcuni bianchi e segnati dalla terra del deserto, è un interminabile susseguirsi di colori, di ombre, di sfumature.
Le finestre delle case sono tutte rettangolari con le ante di legno, con delle tendine nella parte alta, sopra di loro altre finestre più piccole a volte rotonde, a volte rettangolari e su alcune pareti sono presenti decorazioni; delle strisce orizzontali lungo tutta la casa, altre intorno alle principali finestre. E’ un continuo avvicendarsi di infiniti particolari e lo sguardo è sempre attento a notarli. Girando per le strette vie del paese ho una sensazione unica; come di perdermi in un labirinto di giganti. Tra le alte case trovo negozi con jambiye, gioielli d’argento, tessuti, incenso, bruciatori per l’incenso (di terracotta e metallo).
Alcuni bambini rifiutano di farsi fotografare, la richiesta di soldi, di dolci o d’altro è continua; qualcuno del gruppo ha delle caramelle, le porge ad un bambino dicendo di divederle, ma qui non esiste la suddivisione, chi prende tiene, d’ora in poi tutto sarà centellinato con cura.

Parte terza

giovedì 11 ottobre 2007

Usciamo da Shibam, attraversato il letto asciutto e sabbioso del torrente, ci dirigiamo al borgo costruito alle pendici della montagna posta di fronte al paese, attraversiamo il villaggio e cominciamo a salire il fianco della montagna, la roccia è sedimentaria, non compatta, le antiche frane rocciose si susseguono, ma si riesce a camminare e velocemente ci troviamo in altura sopra il villaggio, di fronte a noi appare Shibam in tutta la sua imponenza. Nella piana, circondata da palme, si vedono le esterne mura nocciola e dentro di esse, i “grattacieli del deserto”; è veramente un agglomerato di grattacieli nocciola e bianchi il cui profilo stagliandosi verso il cielo crea un forte contrasto con l’ambiente. Scatto delle foto, poi mi siedo su un sasso e, ammirando tanta bellezza, aggiorno il mio diario di viaggio trascrivendo le emozioni che provo; il vento del deserto fa da cornice a questa visione dove il cielo azzurro è leggermente sporcato dalla sabbia del deserto che trasportata dal vento si confonde con il marrone delle mura della città. Tutt’intorno il verde dei palmeti, in lontananza le montagne calcaree che col tramonto stanno mutando colore; una spianata di sabbia sembra fare da piedestallo a tanta bellezza, come in un quadro vivente.
Il sole sta tramontando, fra pochi minuti sarà buio, ridiscendiamo il fianco della montagna e raggiungiamo i fuoristrada posteggiati nella sottostante piana. Rientrando verso l’albergo vedo le strade che cominciano a popolarsi di gente: l’effetto del ramadam è visibile. Arriviamo in albergo che il sole è già tramontato; ci aspetta un momento di relax prima della cena, chi si reca in piscina, chi recupera la levataccia della mattina.
La cena è a buffet; antipasti, l’ottimo pane arabo, le carni (pollo e capra fritta), la frutta (meloni, angurie, arance), i dolci sono molto graditi dai componenti del gruppo, soprattutto il creme caramel.
E’ sera, Omar ci avvisa che il ramadam è terminato, si odono i rumori dei festeggiamenti dei fuochi d’artificio e di qualche sparo; nei villaggi la gente festeggia, Omar ci racconta che qui il ramadam termina, quando qualcuno vede lo spicchio di luna nel cielo e giura pubblicamente d’averlo visto e solo allora hanno inizio i festeggiamenti. D’altronde il calendario mussulmano si basa sui cicli lunari e nelle zone desertiche il “contatto visivo” con la luna è ancora molto importante.
Dall’interno della cinta muraria dell’albergo la serata trascorre serenamente, chi si dedica alle compere nel negozio dell’albergo, chi chiacchiera, chi gioca a carte.

Parte prima

venerdì 12 ottobre 2007

Sveglia alle 8.00, colazione e poi si parte verso Tarim. Il vento è assente e nel cielo azzurro si vede qualche bianca nuvola che si dissolve con l’aumentare della temperatura. Qui il contrasto tra il cielo e le montagne è molto forte e le montagne per forma e per colore, almeno all’alba ed al tramonto, ricordano le nostre dolomiti, soprattutto il Gruppo del Sella con la sua terminale parte piatta, un enorme terrazzo con pareti a strapiombo ed alla base pietrisco; la vista si perde in un susseguirsi ininterrotto di montagne, l’occhio non ne vede la fine, è uno spettacolo incantevole, decine di chilometri di montagne brulle.
Usciamo dall’albergo e percorrendo una bella e scorrevole strada asfaltata ci dirigiamo verso la nostra meta e nei paesi notiamo l’effetto prodotto dal termine del ramadam: le persone sono comparse, i negozi sono aperti, gli artigiani sono al lavoro; finalmente uno Yemen popolato.
Ripercorriamo la strada già percorsa ieri fino a Sayun, poi proseguiamo in direzione dell’aeroporto e mentre lo superiamo noto che il piazzale della struttura è deserto, nessun’auto è posteggiata, significa che oggi non è previsto nessun volo.
Lasciamo la strada con una deviazione a destra e dopo poco arriviamo ad una cinta bianca, ma il cancello è chiuso, Omar va a parlare col guardiano, siamo alla tomba di Ahamed Bin Isa (GE 216) (LP 268), un personaggio venerato dalla popolazione locale. La tomba, posta ai piedi della montagna è un edificio bianco con colonne e cupola, è circondata da un’alta cinta e presenta un ampio piazzale antistante. Il guardiano si accorge che siamo turisti ed è inflessibile, l’accesso è consentito ai soli mussulmani, non ci resta che scattare qualche foto dall’esterno del cancello e ripartire.
Riprendiamo il nostro viaggio e la strada asfaltata a tratti presenta solo la massicciata, poi l’asfalto riprende, non capisco se hanno terminato il catrame o se vi siano degli invisibili lavori in corso. Per fortuna ci muoviamo con i fuoristrada, altrimenti con auto normali sarebbe veramente impegnativo percorrere i tratti di strada con sassi di ogni dimensione messi come massicciata. Noto che lungo la strada non vi sono ponti, l’asfalto segue l’andamento del terreno ed in prossimità dei fiumi è sostituito dal cemento, questo dovrebbe favorire il passaggio dell’acqua del fiume durante le piogge.
Proseguiamo il viaggio costeggiando le imponenti montagne che delimitano l’altopiano, le palme affiancano la strada, il cielo azzurro, il caldo secco e piacevole completano questo bellissimo quadro. Lungo la strada superiamo villaggi ed abitazioni sparse; quando le case non sono ricoperte di calce, soprattutto in lontananza si fa fatica a notarle, si mimetizzano perfettamente nel paesaggio, il loro colore è un tutt’uno col colore della terra e dei monti.
Arriviamo ad Aynat (GE 221) (LP 268), ci fermiamo in un piazzale dove su un lato sorge una casa con un portale curioso, in cima, sull’architrave colorata di bianco, vi sono infisse dieci paia di corna di stambecco: un gusto del tutto particolare, per noi italiani lo sfoggio di tante corna dà luogo ad interpretazioni varie.
Dall’altra parte del piazzale, il cimitero mussulmano, uno dei più importanti del paese. Vi sono cinque cappelle, tutte rigorosamente uguali, bianche, quadrate, con un portoncino centrale con portico, una finestra nella facciata principale, tre terrazze e poi una cupola. Tutt’intorno delle semplici tombe dove si notano quelle degli uomini e quelle delle donne che si differenziano perché le donne hanno un sasso al centro della tomba. Sulle lapidi è inciso il nome, cognome, data di nascita, non vi sono foto e le tombe sono strutture semplici e uguali per tutti. I defunti sono seppelliti ricoperti da un lenzuolo, con lo sguardo rivolto verso la Mecca ed anche per chi è sepolto nelle cappelle, la sepoltura avviene nello stesso modo.
Lasciamo il cimitero, riprendendo le auto, nei pressi di un torrente in secca ci fermiamo per fotografare il villaggio: edificato su un’altura posta appena sopra il letto del fiume, le prime case sono bianche, sono ad uno o due piani, dietro ad esse case nocciola alte quattro o cinque piani e posteriormente al villaggio una montagna sale triangolarmente con pendii dolci ed infine per completare lo sfondo, il cielo azzurro. Dalle case emerge il minareto della moschea, bianco sporcato leggermente dalla sabbia del deserto, anche le mura della moschea sono leggermente nocciola. Le finestre delle case sono lignee, e su qualcuna sono poste, nella parte alta, delle tendine bianche, altre finestre sono tinteggiate di azzurro.
Riprendiamo il percorso verso Tarim, sulla strada vediamo dei forni: sono delle fabbriche di calce. Il minerale estratto dalle montagne circostanti è trasportato in questa zona ed è posto a cuocere nei forni realizzati con mattoni di fango ed alimentati con legno di palma. Una volta che il minerale è cotto, è tolto dai forni e deposto in alcune vasche dove è aggiunta acqua; li avviene la reazione chimica che produce la calce; nelle vasche, periodicamente il composto è mosso e lasciato poi a riposare finché il tutto diventa un impasto bianco che infine è prelevato, riposto in contenitori e venduto. Il prodotto finito serve come impermeabilizzante delle terrazze e dei muri delle case oltre che per decorare e tinteggiare le pareti.
Procediamo nel viaggio e sempre tra campi coltivati e palmenti arriviamo a Tarim (GE 220) (LP 267), ci fermiamo in prossimità di un palazzo dallo stile orientaleggiante realizzato anch’esso con i classici mattoni, presenta una cinta decorata con finte colonne, finti portici e sormontata da una balaustra con colonnine mentre il portone principale è sormontato da cappelle decorate ed ha due colonne per parte. Il palazzo di quattro piani è visibile solo all’esterno, è in buone condizioni di conservazione, presenta nella facciata bifore e fra esse delle colonne che fungono da elementi decorativi, sormontate da lunette anch’esse decorate. La parte alta del palazzo mostra una cornice decorativa ed all’ultimo piano vi è una terrazza con balaustra, sulla facciata principale cinque finestre, sempre nello stile, ma con ai lati due colonne che richiamano i minareti; questo spettacolare edificio era il palazzo del Governo, quando qui regnava il Sultano.
Costeggiando la cinta del palazzo, giriamo a sinistra ed appare un’altra imponente costruzione: è di sei piani dalla forma articolata, armoniosa, e dopo il muro di cinta, nascosta da alberi vi è la facciata del palazzo che appare in tutta la sua imponenza e stupefacente bellezza, è l’entrata del Palazzo del Sultano; costituita da un colonnato sormontato da due cupole. La facciata presenta finestre lignee con decorazioni in muratura in stile orientale con una serie di greche geometriche che, incise nella facciata, degradano verso l’alto, mentre poste tra le finestre vi sono delle colonne rettangolari finemente decorate.
Poco distante sorge il Palazzo della Guardia che rispetto alle strutture precedenti è di minore bellezza artistica, ma è pur sempre un edificio imponente; presenta una struttura a cinque piani, rettangolare, massiccia. Al pian terreno ha finestre uguali per forma a quelle del palazzo del Sultano, ma meno decorate, al primo piano le ampie finestre hanno una decorazione che ricorda le cupole dei minareti ed in cima all’edificio la terrazza presenta delle merlature difensive.
Girando per la cittadina noto che davanti alle entrate delle case vi è un muretto, a volte messo parallelo con qualche gradino laterale da entrambi i lati, oppure è fatto ad angolo ma sempre con qualche gradino; questo semplice sistema permette, a chi passa sulla strada, di non poter guardare all’interno delle abitazioni consentendo però la circolazione dell’aria.

Parte seconda

venerdì 12 ottobre 2007

Camminiamo lungo le vie fra le tradizionali case, quando improvvisamente appare il minareto della moschea di Al-Muhdar, il manufatto svetta verso il cielo; è alto 50 mt ed è il minareto più alto dell’Arabia meridionale. Seguendo Omar nelle strette stradine di Tarim ci dirigiamo verso le auto ed arriviamo ad una piazza, dove sorge la moderna moschea, è venerdì ed i fedeli richiamati alla preghiera si stanno recando al rito religioso; e anche qui come in tutte le moschee le entrate sono divise fra uomini e donne.
Risaliamo sulle auto e lasciamo la città, lungo la strada gli autisti si fermano perché devono acquistare il qat da consumare nel pomeriggio e nella sera; il locale presenta due portoni d’entrata, l’interno è rettangolare, alle pareti vi sono dei banchi in muratura e sopra di loro vi sono delle persone sedute, la contrattazione per l’acquisto si svolge ovunque. Nel locale entrano anche Luisella e Francesca, gli sguardi degli uomini si posano sulle donne occidentali e per evitare sguardi “indiscreti” è meglio uscire, accompagno all’uscita le donne e mi soffermo a guardare quanto avviene all’esterno del locale dove vi sono auto e moto posteggiate, arrivano i contadini con dei sacchetti di juta contenenti il qat, la vendita avviene anche all’esterno e vede la contrattazione sia per dei quantitativi minimi di qat che è riversato in sacchetti di plastica sia per la vendita dell’intero sacchetto di juta. Gli yemeniti per masticare il qat attingono direttamente dal sacchetto e quando il vegetale termina, il sacchetto è abbandonato lungo la strada rendendo così le strade delle vere e proprie discariche.
Rientriamo in albergo per il pranzo; antipasto di verdure, zuppa di cipolla e pomodoro, pesce o pollo, frutta.
Durante il pranzo nella sala entrano due uomini che dall’abbigliamento sembrano arabi; chiediamo delucidazioni ad Omar e ci spiega che potrebbero essere cittadini dell’Arabia Saudita o dell’Oman; si ritengono ricchi sostenendo che gli yemeniti sono poveri. E’ loro usanza trascorrere le feste in Yemen e così portare valuta pregiata nel paese: gli uomini pranzano nella nostra sala, le donne ed i bambini pranzano in un'altra sala.
Dopo pranzo un po’ di relax per evitare la canicola, poi riprendiamo le auto diretti a Shibam, l’aspettativa è quella di vedere una festa locale per il termine del ramadam. Arriviamo a Shibam e la piazza è deserta: la festa era la mattina ed è terminata alle 13.00. Ne approfittiamo per fare un giretto nella tranquilla cittadina, vi sono dei negozi aperti e parte dei componenti del gruppo si perde in essi per gli acquisti. In un quartiere della cittadina troviamo degli artigiani che su telai di legno stanno tessendo il tradizionale mawiz, la tipica gonna utilizzata dagli uomini; il telaio manuale è in funzione, quale migliore occasione per effettuare delle foto? Giriamo indisturbati per Shibam: è veramente piacevole camminare per le vie della cittadina, tra i grattacieli di fango e di paglia. E’ un divertimento girare per negozi, dove incenso, tessuti, armi, gioielli, cartoline, serrature di legno (tipiche dello Yemen), finestre di legno intarsiato sono in bella mostra; le botteghe espongono veramente innumerevoli e pregiati articoli d’artigianato.
Notiamo che Omar la nostra guida, 65 anni ben portati, con capelli rossi tinti con hennè è salutato da molte persone e con loro si ferma a parlare, incuriositi chiediamo come fa a conoscere così tanta gente. Ci dice che è originario di un villaggio vicino e che la gente gli sta porgendo le condoglianze a seguito del recente decesso di una sorella maggiore; un grande segno di rispetto per una persona stupenda com’è Omar.
Omar, ha imparato l’italiano anni fa, quando per lavoro è sbarcato in Italia a Torre del Greco, inizialmente ha fatto molti lavori poi ritornato in Yemen importava auto e camioncini italiani, per questo motivo numerosi sono stati i suoi viaggi in Italia e ha avuto modo di conoscerla bene; il suo italiano è fluente con qualche frase tipica dell’idioma napoletano.
Il tramonto ci sorprende a Shibam, le case cambiano tonalità, i colori diventano pastello e poi si accentuano e lentamente il cielo comincia a divenire inizialmente più chiaro ed infine compaiono le prime stelle. E’ meglio rientrare verso l’albergo perciò riprendiamo le auto ed imbocchiamo la lunga strada che conduce all’aeroporto, è a quattro corsie, al centro vi sono i pali dell’illuminazione stradale che funziona a tratti; ad un incrocio lasciamo la strada illuminata e giriamo verso destra costeggiando campi e case, noto che in un campo sono accatastate delle auto vecchie, sono completamente spogliate di tutto, è presente solo la scocca metallica, non un motore, non un vetro, non un interno, nessun filo, solo lo scheletro dell’auto; è incredibile l’opera di certosino smantellamento.
Mentre proseguiamo lungo la strada parliamo con l’autista, ovvero Sandro che parla fluidamente inglese cerca di dialogare, ma l’autista lo conosce poco, comunque comprendiamo che si chiama Mohamed, è sposato, ha sei figli, tre maschi e tre femmine, hanno dai due ai dodici anni ed abita a Taiz una città a 350 km a sud di San’à.
Gli autisti con le sei auto che compongono la nostra carovana sono partiti da San’à diretti verso Marib (regione attualmente sconsigliabile ai turisti per motivi di ordine pubblico), poi hanno attraversato il deserto con un percorso di oltre 400 km, il tutto richiede oltre una giornata di viaggio.
Rientriamo in albergo, all’entrata la polizia ci saluta, prendiamo le chiavi delle camere e ci ritiriamo nell’attesa della cena, ne approfitto per sistemare gli appunti sul diario, controllo le foto scattate e, dopo una bella doccia, cena. Si cena all’aperto, la temperatura è mite, il vento è assente ed è proprio la serata ideale per una cena all’aria aperta. Omar ci avverte che dopo la cena vi sarà uno spettacolo folcloristico, la cena è a buffet con piatti yemeniti; yogurt, formaggini, riso, carne, pesce, patate, frutta e dolci; la birra, per chi la desidera è rigorosamente analcolica. Mentre ceniamo arrivano due danzatrici ed otto musicisti; con tamburi, flauti ed altri semplici strumenti di legno cominciano a suonare, i movimenti dei balli sono semplici ed i gesti regolari sono scanditi da una musica armonica, seguono un’articolazione ben precisa; durante la serata qualche ospite partecipa ai balli. Oltre alla nostra comitiva, nell’albergo vi è l’altro gruppo di italiani che sono partiti con noi da Fiumicino, poi vi sono alcuni turisti europei, le persone vestite in arabo che abbiamo visto a mezzogiorno ed infine ad un tavolo separato, due donne ed un distinto signore.
Dopo le danze, la serata trascorre piacevolmente fra musica, balli e chiacchiere, qualcuno del gruppo gioca a carte, il “burraco” è diventato una tradizione, appena è possibile si gioca; terminata la serata si va a riposare.

Parte prima

sabato 13 ottobre 2007

Sveglia alle 6.30, stamani è previsto con l’attraversamento del Wadi Daw’an (GE 222) (LP 268) per trasferimento a Al-Mukalla una città sulla costa del mar Arabico, un percorso di oltre 300 km.
Colazione e poi, caricate le valige sul fuoristrada partiamo, le imponenti montagne fanno da contorno ad un paesaggio di piante d’acacia, di palme, di campi coltivati, di case e vi sono tratti di deserto dove la sabbia è molto fine.
Ad un certo punto, nei pressi di un villaggio, vedo un gregge di pecore condotto da una donna col cappello di paglia a punta, faccio fermare l’auto e Sandro ed io scendiamo a fotografare. Riprendiamo il viaggio, davanti a noi si erge imponente una montagna che appare completamente brulla.
Percorriamo un tratto di strada che attraversa una zona desertica intervallata solamente da qualche piantagione di palme da datteri ed ogni tanto nella distesa desertica noto delle tende di beduini con dei greggi di pecore al pascolo.
Transitando da un villaggio, mentre gli autisti compiono l’immancabile sosta per l’acquisto del quotidiano qat, guardo le targhe delle auto e vedo che sono di colori differenti, chiedo delucidazioni ad Omar e mi che spiega i colori:
• targa blu sono auto private (come la Toyota dove viaggiamo);
• targa gialla sono taxi;
• targa rossa sono mezzi adibiti al trasporto;
• targa verde sono automezzi del Governo.
Riprendiamo la strada e troviamo un posto di controllo, lo superiamo, percorriamo qualche km attraversando villaggi con case di fango alte fino a cinque piani, finché non iniziamo a costeggiare la montagna: ai suoi fianchi sorgono numerosi villaggi fortificati, siamo nel Wadi Daw’an, accanto al letto asciutto del fiume sorgono palmeti e campi coltivati. Dopo circa 100 km dalla partenza giungiamo al Santuario di Al-Mashhad (GE 222), un edificio contenente la tomba di uno sceicco deceduto nel XVIII sec., meta di pellegrinaggio. La struttura è semplice, una costruzione quadrata alta circa quattro metri, coronata da una decorazione e sormontata da una cupola bianca; adiacente a questa costruzione ve n’è un’altra identica, ma leggermente più bassa ed infine collegato ai due edifici un piccolo cimitero cintato.
La porta è chiusa, ma Omar girando il chiavistello la apre, togliamo le scarpe ed entriamo; vi è un parallelepipedo coperto da un drappo verde con iscrizioni del corano: è la tomba dello sceicco. Questa è detta la tomba dei desideri, infatti, una leggenda dice che entrando ed appoggiando la mano destra sulla tomba si deve esprimere un desiderio, se si avvera, si deve ritornare al santuario per un’offerta.
Ai lati della tomba dei sarcofaghi di legno, sono dei parallelepipedi rettangolari sormontata da un prisma: racchiudono altre spoglie; questi ultimi sono in legno finemente decorato, mentre il pavimento è ricoperto di tappeti.
Uscendo dall’edificio faccio qualche foto al gruppo poi attraversando la strada vado a fotografare dei dromedari che stanno sostando sotto delle acacie e qualche casa che sorge poco distante oltre a dei fiori che ho notato.
Riprendiamo il viaggio, la strada si snoda e corre sulle colline ed è un continuo sali e scendi, ogni tanto negli avvallamenti fra le colline vi sono dei tratti in cemento, sono i letti dei fiumi in secca e mentre ne attraversiamo uno l’autista ferma l’auto, gira bruscamente a destra ed imbocca una strada sterrata dove solo i fuoristrada a trazione integrale possono salire i ripidi pendii ed evitare di restare in panne nella sabbia. Non capisco dove stiamo andando, ma ci stiamo dirigendo in pieno deserto vicino alle montagne e poco dopo le auto si fermano, scendiamo e Omar s’incammina verso la cima di una collina. Mentre lo seguo noto per terra dei pezzi di vasellame; proprio non comprendo dove siamo. Una volta giunti tutti sulla collina Omar ci dice che siamo a Raybun (GE 222), un sito archeologico risalente al V sec. a.C. dove sorgeva il Tempio del Sole; era una sosta importante delle carovane che percorrevano la via dell’incenso ai tempi della famosa Arabia Fenix. Oggi, del tempio restano solo muri perimetrali in sassi e poco più in basso alcuni muri con mattoni di fango che pian piano erosi dal vento stanno scomparendo. Osservando bene sulle pendici della collina, qualcosa attira la mia attenzione, vado a vedere, è una tavola scarificale, è rotta a metà, ma è ben visibile; ritengo strano che un reperto archeologico giaccia qui in mezzo al deserto e lo fotografo. Tutt’intorno il deserto e le montagne, non si scorgono villaggi, palme, solo il profilo delle montagne dalla piatta cima ed in basso il deserto a volte pietroso, a volte sabbioso.
Riprendiamo le auto, ritorniamo sulla strada per proseguire il viaggio verso Al-Hajarayn (GE 223) (LP 268), un villaggio posto sulle colline che domina tutta la vallata; le case dai colori marrone/nocciola e qualcuna bianca s’innalzano verso il cielo e nella parte alta del villaggio emerge il bianco minareto della moschea. Lasciamo la strada asfaltata e percorrendo una strada sterrata ci avviciniamo alla base della montagna dove sorge il villaggio, saliamo il pendio della montagna su una strada acciottolata con ripidi tornanti ed al termine ci troviamo in una piazzetta, scendiamo dall’auto e cominciamo la visita del borgo.
Sui fianchi della montagna le case sono state edificate sulla roccia affiorante e sono strette e alte, sfruttando lo spazio in verticalità hanno lasciato più terreno coltivabile a disposizione dei contadini. Percorrendo le vie in terra battuta, incontriamo dei bambini, delle donne con il tradizionale chador e con l’immancabile velo. La case sono alte tre, quattro, cinque piani e sono semplici, non presentano decorazioni elaborate e sono di mattoni di fango. Lo sguardo spazia verso l’alto, verso la verticalità e si perde nei particolari architettonici. La maggior parte degli edifici hanno facciate solamente intonacate con fango ed ogni tanto, sono visibili i mattoni. A volte, nei punti più difficili per ancorare bene le case alla roccia, vi sono dei basamenti fatti con sassi, la tonalità è sempre unica, il nocciola, colore della sabbia, colore della roccia, colore della montagna. Tra i muretti di cinta, tra i vicoli e tra le case, ogni tanto si possono osservare nella sottostante vallata i campi coltivati ed i palmeti e lontano altri villaggi e poi …. la zona desertica, tutt’intorno montagne nocciola e brulle, e sopra un cielo azzurro terso.
Il giro del villaggio prosegue tra case appena costruite e qualcuna più datata, le finestre sono tutte rettangolari, di legno, non presentano nessuna forma decorativa, è un’architettura diversa da quella vista precedentemente; le terrazze delle case a volte presentano delle merlature, le porte d’ingresso sono lignee, finemente decorate e qualcuna presenta un balconcino di copertura.

Parte seconda

sabato 13 ottobre 2007

Camminando giungiamo in una piazza dove siamo assaliti dai bambini che chiedono penne o caramelle e non sempre accettano di farsi fotografare; mentre il giro continua con la macchina fotografica cerco scorci particolari fra i portoni, nei vicoli stretti, tra i bambini, tra la verticalità dei muri delle case o nella profondità della valle, nelle distanze fra le montagne e nello stupendo cielo azzurro. Ritorniamo alle auto e ripartiamo, abbandonando la collina arriviamo al fondovalle e mentre percorriamo una strada sterrata costeggiata da acacie, improvvisamente incontriamo donne col cappello di paglia a punta che stanno portando al pascolo delle pecore, faccio fermare l’auto, Sandro ed io scendiamo velocemente per scattare qualche foto, le donne ci notano e come al solito sono reticenti, si allontanano, si nascondono dietro le piante; riesco a scattare qualche fotografia. Nel trambusto perdo il copri obiettivo della macchia foto, d’ora in poi dovrò fare attenzione a maneggiarla e a riporla con cura nella custodia per non rovinare il filtro che già, prudenzialmente, avevo posto come protezione dell’ottica dell’obiettivo.
Ripartiamo sulla strada sterrata e dopo qualche centinaio di metri ritorniamo sull’asfalto. Davanti a noi, sotto una montagna dalla forma triangolare con la cima sassosa appare il villaggio di Sif (GE 223) (LP 268); seppur edificato a pochi chilometri dal villaggio precedente le case appaiono diverse, qui sono marroni o bianche; le case marroni hanno le finestre decorate di bianco, la case bianche presentano decorazioni azzurre sia sulle finestre, sia come decorazioni murali ed in alcuni casi hanno merlature colorate.
Gli autisti si fermano, devono fare il pieno di carburante, ne approfitto per guardare il villaggio posizionato ai piedi della montagna ed al suo imponente castello che, sorgendo su uno sperone roccioso, è collocato in una posizione strategica per controllare l’accesso alla vallata. Più in basso la valle, con il letto del fiume ora asciutto dove le coltivazioni, i palmeti e le piante di acacia danno origine ad un quadro molto particolare di una bellezza unica, i colori creano un contrasto molto forte tra il verde delle piante, il marrone delle case, della terra, della roccia e l’azzurro del cielo; è impossibile non fotografare tanta incantevole bellezza.
Ripartiamo, facciamo poche centinaia di metri ed entriamo in paese dove ci fermiamo vicino ad un edificio ad un piano solo, è mezzogiorno ed è la pausa pranzo; entrando nel locale trovo un piccolo bancone centrale rotondo con adiacente una porta che accede ad un altro locale, ai lati una serie di tavoli, alcuni rotondi, altri rettangolari con sedie di plastica. Il locale è realizzato con mattoni di fango ed ha il tetto in lamiera, all’interno presenta delle pareti con la parte bassa dipinta in azzurro chiaro, poi è bianco fino al soffitto, la copertura di lamiera e le relative travature sono azzurro intenso; anche le finestre e gli altri infissi sono azzurri.
Veniamo accolti con un buon the caldo, bevanda dolce e decisamente appropriata per la calda giornata in quanto è molto dissetante; ci sediamo ai tavoli ed il gruppo riempie tutto il locale. Arriva un piatto unico; riso, piselli con cipolla, aromatizzati con cannella e chiodi di garofano, pollo arrosto. Come posate abbiamo forchetta e cucchiaio, gli yemeniti tradizionalmente mangiano usando un piatto comune da dove attingono il cibo con la mano destra e quindi il servizio di piatti e posate è solo per turisti, per bere c’è acqua e per chi vuole coca o birra, chiaramente rigidamente analcolica.
Il cibo è gustoso, terminiamo il pranzo con dell’ottimo the, poi uscendo dal locale notiamo un pozzo dell’acqua, un’ottima occasione per lavarsi le mani. L’acqua che sgorga dai rubinetti è molto fresca; qualcuno del gruppo si avvicina per aprire il rubinetto ma gli rimane in mano; dal pozzo esce un bel getto d’acqua che innaffia i “malcapitati” che in quel momento sono nelle vicinanze; un po’ d’acqua in mezzo a tanta calura è sempre ben accetta, evaporerà dai vestiti in un attimo. Rimettiamo velocemente il rubinetto al proprio posto e dopo un poco ripartiamo per percorrere la parte finale del Wadi Daw’an, nella valle il paesaggio presenta palmeti sparsi, ma per lo più è desertico e si vedono solo rocce e montagne a perdita d’occhio.
Hamed, che sta masticando delle foglie di qat, ce ne offre qualcuna da assaggiare, le assaporo, inizialmente il sapore è amarognolo, ma poi cambia ed assomiglia alla nostra liquirizia fresca; non capisco proprio come gli yemeniti riescano ad ingurgitare continuamente foglie. Chi mastica o succhia le foglie di qat, le pone fra i denti e la guancia, fino a farne delle palle che col tempo deformano la guancia stessa. Questa usanza è solo yemenita e la produzione delle piantagioni ha un mercato esclusivamente interno.
Proseguiamo il viaggio e lo scenario non muta, ma non è monotono in quanto le montagne offrono sempre degli scorci magnifici e dopo qualche ora di viaggio, arriviamo al villaggio di Rashid, le case si presentano con forme e colori particolari, alcune sono marroni, senza decorazione, altre sono decorate con colori policromi pastello; è veramente inusuale veder le pareti di queste case con parti colorate di azzurro, di giallo, di rosso, di marrone; è un’architettura veramente unica.
Poco prima del villaggio prendiamo una strada sulla sinistra che sale sulla montagna, il percorso è a tratti estremamente ripido, le auto faticano a salire lungo la strada che seppur ottimamente asfaltata s’inerpica sui pendii della montagna; salendo transitiamo sotto delle pareti verticali e alla fine sbuchiamo, quasi improvvisamente, sull’altopiano che si presenta desertico, piatto, a perdita d’occhio. Siamo sopra quelle che dal basso parevano montagne che per giorni abbiamo; si vedono solo sassi, rocce, terra con qualche piccolo arbusto o ciuffo d’erba; osservandolo così la piana che appare sconfinata, nulla fa immaginare che in questo desolato altopiano si aprano dei varchi con delle vallate immense, siamo ad oltre 150 mt di altezza sopra il letto dei fiumi; è davvero incredibile come l’azione erosiva dell’acqua in millenni di paziente ed inesorabile lavoro ha scavato queste spettacolari valli: i “Wadi”. Arriviamo ad un passo dove c’è un edificio in costruzione, Hamed ci dice che è un ospedale. Poco distante vedo la segnalazione di un “castello storico” e le auto si dirigono in quella direzione, abbandoniamo la strada e girando verso destra percorriamo una lingua d’asfalto che ci porta in prossimità di due torri e vista la segnalazione precedente, penso si tratti di un castello; il terreno è cintato ed intorno alla cinta delle tende di beduini. Fra le torri vi è una sbarra, l’oltrepassiamo e poco dopo troviamo un edificio in costruzione; le auto si fermano, scendiamo, siamo in un cantiere edile, stanno costruendo un albergo, dalla struttura appare molto carino con un corpo centrale ed una serie di piccoli edifici destinati a camere, ognuna con i servizi ed una veranda.

Parte terza

sabato 13 ottobre 2007

Tutt’intorno una recinzione di sassi che delimita l’enorme area dell’albergo, ci avviciniamo e come per magia appare un Wadi; qualche centinaio di metri sotto di noi nel fondo piatto, si vedono i campi, i palmeti, il letto asciutto del fiume e sulla costa della montagna una strada; al centro della valle uno sperone roccioso dalla forma a semicerchio che grande ed imponente domina tutta la vallata e l’accesso al Wadi stesso, sopra questo roccione sono presenti delle case; è il villaggio fortificato di Arhab. La vista è stupenda, veramente una posizione particolare, strategica e in passato difficilmente conquistabile. Scatto delle foto al villaggio ed al Wadi, le pareti sono verticali, siamo a strapiombo sul vuoto, la vista spazia ovunque; sopra il Wadi, dove le pareti rocciose terminano, l’altopiano si estende a perdita d’occhio.
Potrei restare delle ore per ammirare questo spettacolo, per coglierne le sfumature, i colori, per veder tramontare il sole e veder colorare la roccia, ma dobbiamo proseguire il viaggio, risaliamo sulle auto e ci mettiamo in cammino ripercorrendo la lingua d’asfalto che c’immette sulla strada che precedentemente abbiamo abbandonato; qui l’altopiano appare davvero piatto ed infinito, ovunque sassi, sabbia solo qualche tenda di beduini movimenta il paesaggio che, sebbene la piattezza non è affatto monotono.
In mezzo a tanta pianura, solo nell’avvicinarsi al bordo dei ai Wadi è possibile vedere il fondovalle, parallelo all’altopiano ma decisamente più sotto.
Per parecchi chilometri percorriamo questo immenso altopiano utilizzando una strada perfettamente asfaltata, incontriamo qualche auto, poi troviamo un bivio, prendiamo la strada a destra e dopo poco iniziamo la discesa. Il paesaggio cambia e si modifica in continuazione, compaio delle sparute piante di acacia, il terreno è sempre sassoso, a volte roccioso, non vi sono coltivazioni, ma solo recinzioni destinate agli ovini che pascolano. La strada, ampia e perfettamente asfaltata corre sinuosa lungo montagne, pendii e valli; sale, scende, s’inerpica, ridiscende ed ogni tanto s’intravede in lontananza, i chilometri appaiono infiniti è un continuo viaggiare fra montagne, pareti e terreno desertico.
Improvvisamente in lontananza appaiono delle nuvole che si stanno velocemente avvicinando, e poco dopo, in pieno deserto comincia a piovere, piove copiosamente ad un certo punto vediamo un arcobaleno.
Iniziamo una ripida discesa e su uno spiazzo posto fra due tornanti ci fermiamo per fotografare la valle, ma è anche l’occasione per sgranchire un poco le gambe e per prendere delle bottiglie d’acqua oltre che fare merenda; dalle auto escono degli scatoloni di banane che sono state acquistate a San’à, ed ora dopo qualche giorno di permanenza in auto sono molto mature, Omar c’invita a mangiarle, dice che bisogna finirle altrimenti le deve buttare; ma sono tre scatoloni mangiarle tutte significa divenire delle scimmiette. Terminata la sosta ripartiamo e dopo pochi chilometri di discesa arriviamo nei pressi di un posto di controllo posto all’ingresso di un villaggio; sulla strada sono presenti dei negozi molto spartani e qualche abitazione, ma soprattutto si vedono delle baracche; Omar dice che è un villaggio di gente molto povera, si ferma, apre il portellone del fuoristrada, prende gli scatoloni delle banane e li regala ai ragazzi che nel frattempo si erano avvicinati all’auto.
Dopo i controlli riprendiamo il viaggio ed ora il paesaggio propone montagne, siamo scesi già molto rispetto all’altopiano, tra i fianchi delle montagne ci avviciniamo al fondovalle dove lo spazio si apre ed appaiono delle montagne scure con della sabbia bianca trasportata dal vento ciò significa che siamo vicini al mare.
Dopo un po’ la strada si allarga e diventa a quattro corsie, si cominciano a vedere delle abitazioni, i campi coltivati, le zone industriali; la costa è sempre più vicina.
Quando arriviamo a Al-Mukalla (GE 223) (LP 257) troviamo traffico e dopo tanti chilometri di deserto è quasi fastidioso vedere tante auto e doversi fermare agli stop ed ai semafori. In prossimità di una piazzetta facciamo una sosta, ai lati della strada due costruzioni edificate su due roccioni, è quanto rimane dell’antica porta d’ingresso alla città che era l’ex dazio. La periferia della città appare edificata con mattoni di cemento, solo in centro mantiene le case fatte con mattoni di fango e gli edifici dipinti di bianco infondono una notevole bellezza alla città.
Facendo un giro ci fermiamo per fotografare questa parte della città che si affaccia sul mare; il cielo è sempre nuvoloso ed il mare scuro, ma le bianche case sono colpite da un raggio di sole e illuminate appaiono in tutta la loro bellezza. A fianco della strada una cinta ed all’interno un edificio di legno in stile inglese risalente al XIX sec. mostra l’usura del tempo e l’azione della salsedine.
Sul lungo mare troviamo tantissima gente, essendo la fine del ramadam è festa per tre giorni e di sera la gente verrà qui a cenare. Vediamo piccole spiagge con donne e bambini; le donne indossano il chador ed i bambini con scoperte solamente le gambe fin al ginocchio fanno il “bagno”.
Il lungomare presenta un marciapiede molto ampio con panchine, tavolini che sono affollati di gente e sulla strada le bancarelle vendono dolci e patatine fritte che sono prese d’assalto dai bambini.
Sta giungendo ogni genere di mezzo, autobus e taxi stracarichi, sui cassoni dei camion trovano posto decine di persone e finché c’è posto si sale; gli automezzi si fermano in seconda, terza, quarta fila, la gente scende o sale, poi il mezzo riparte; circolare in auto è praticamente impossibile, percorriamo pochi metri e poi decidiamo di andare a piedi, la meta è il suq.Arriviamo nella zona del mercato, ma è deserto, è tutto chiuso, non vi è un negozio aperto ed allora ne approfittiamo per girare indisturbati per il centro della città, per poter osservare le abitazioni che appaiono decorate in modo diverso da quelle viste finora.
Le case sono tutte bianche, le finestre lignee sono rettangolari e tutte decorate, alcune sono sormontate da una finestra a volta, altre delle forme triangolari con vetri, altre hanno solo decorazioni in muratura. Ma l’arredamento delle case fa sì che tutte le finestre abbiano nella parte alta delle tendine bianche, infondendo alla città un aspetto molto gradevole.
Percorrendo le vie semideserte riesco a scattare qualche foto alle persone, anche se a volte è proprio difficile effettuare degli scatti in quanto la gente fugge di fronte all’obiettivo.
Attraversato il suq, riprendiamo le auto e dopo un breve tragitto un’altra sosta perché siamo giunti al porto vecchio dove in un mare illuminato dal sole che sta volgendo al tramonto si vedono alcune imbarcazioni di pescatori ormeggiate, mentre sul molo delle reti sono poste ad asciugare. La vista della città è suggestiva, dietro le bianche case, la montagna si erge con una ripida parete marrone che fa da sfondo e da contrasto al bianco delle abitazioni ed in cima alla montagna si notano i bianchi edifici che sono le torri d’avvistamento.
Risaliamo per l’ennesima volta sulle auto e costeggiamo una baia dove sono ormeggiate barche di pescatori, lasciamo la città e ci dirigiamo verso la periferia, arriviamo all’albergo, l’hotel “Holiday Inn”, dove veniamo accolti con un cocktail di benvenuto. L’aria condizionata della struttura alberghiera è troppo forte, crea uno sbalzo termico notevole e questo produce qualche problema “intestinale” a qualcuno del gruppo. Prendo la camera, la 505, dal balcone si vede la piscina, il porto privato ed il mare, la temperatura è calda ed umida, il cielo è sempre nero e nuvoloso, il sole è tramontato da poco e le ultime luci illuminano il cielo.

Parte quarta

sabato 13 ottobre 2007

Nell’attesa della cena, approfitto oltre che per sistemare la valigia, per guardare e selezionare le foto e noto che ne ho già fatte oltre 300; aggiorno anche gli appunti per il diario.
La cena alle 20.00 è a buffet, cucina internazionale e piatti yemeniti veramente gustosi e ben curati. Mentre ceniamo guardando fuori dalla finestra ci accorgiamo che piove intensamente; è veramente incredibile, nel pomeriggio abbiamo trovato pioggia nel deserto ed ora piove a dirotto anche qui, il mio pensiero va a coloro che erano sul lungomare per i festeggiamenti.
Terminata la cena esco dall’albergo, la temperatura è calda e molto umida, pioviggina ancora e questo è un invito a trascorrere la serata all’interno dell’albergo, che passa tra chiacchiere, qualche partita a carte e l’inevitabile visita nel negozio dell’albergo.

Parte prima

domenica 14 ottobre 2007

Sveglia alle 7.00, santifichiamo la domenica, colazione e poi partiamo con meta la spiaggia di Bir Alì (GE 214) (LP 259), che significa “pozzo di Alì” e preannunciandosi la prima giornata di mare, i costumi sono pronti come è tanta la voglia di tuffarsi nel mar arabico.
Usciamo dall’albergo e gli autisti imboccano la strada contromano, qui è un’usanza finalizzata ad evitare lunghi tragitti per trovare una rotonda e fare inversione.
Lungo la strada noto altri alberghi, sono tutti recintati e presidiati dalla polizia. Ogni tanto sul percorso, in entrata ed uscita dai paesi o nelle zone abitate, troviamo dei dossi che rallentano la velocità, qui la loro forma è curiosa; sono delle grosse corde marine appoggiate sull’asfalto, ma, nonostante la forma, svolgono il loro compito alla perfezione, infatti, autisti le trattano con il rispetto identico ai dossi in muratura.
Lasciamo Al-Mukalla dirigendoci verso sud ovest, percorriamo la strada che costeggia il mare e come a Sayun, la carreggiata è a quattro corsie con al centro i lampioni dell’illuminazione stradale. Giunti ad una collina la carrozzabile sale e poi scende ed il paesaggio si apre su una baia dalla sabbia bianchissima e dal mare azzurro che volge al verde, dove sono ordinatamente ormeggiate le barche dei pescatori; sulla riva un villaggio e tutt’intorno prima il deserto e poi le montagne che fanno da corona. Ci fermiamo per delle foto ed Omar ci avverte che per un tratto di strada saremo scortati dalla polizia; in effetti, non è la prima volta che viaggiando nei paesi arabi, mi trovo scortato. Comunque riprendiamo il viaggio e giungendo al villaggio troviamo il posto di controllo, lo passiamo e poco dopo arriva l’auto della polizia che ci scorterà per un lungo tratto.
La strada si snoda fra scenari impareggiabili dove le montagne fanno da corona e da sfondo e la loro dolce conformazione a volte rammentano le colline del nostro appennino, ed a volte le asperità di altre montagne ricordano l’imponenza delle nostre alpi. La velocità delle auto è sostenuta, il fondo asfaltato è perfetto ed il viaggio prosegue senza nessuna difficoltà. Il mare che è alla mia sinistra appare in tutte le sue tonalità, dal blu intenso al bianco, al verde, le spiagge a volte sono di sabbia bianchissima a volte sono sassose, dipende dalla conformazione del terreno; tutt’intorno tratti desertici disseminati sporadicamente da qualche arbusto di acacia. La strada sale, scende, gira, costeggia il mare, il paesaggio è desertico, lontano le montagne, ad un certo punto la vasta zona desertica si restringe, lo scenario cambia; appaiono montagne nere, chiaramente di origine lavica, gli strati magmatici sono visibili in conformazioni che sono un incanto da osservare, verticali, orizzontali, obliqui. Il nero del magma è intervallato da tratti di rocce marroni, a volte il paesaggio mostra solo degli affioramenti nerissimi parzialmente ricoperti di sabbia del mare e del deserto.
Resto incantato ammirando il colore e la forma delle montagne; il colore va dal nocciola al nero intenso, la sabbia bianca del mare e del deserto posata sulle montagne nere appare come neve, una neve che cambia colore a seconda dell’esposizione agli agenti atmosferici; il colore dipende dalle rocce su cui depositandosi si mescola. Il paesaggio cambia continuamente, la vista si perde fra cime, avallamenti, deserto che a volte è chiaro ed a volte nero come lava; è uno spettacolo indimenticabile ed il cielo sereno accentua i colori.
Il mare è solcato da alcuni pescherecci ed osservando bene vediamo dei delfini che li seguono, che vista incantevole, magnifica, sublime. Arriviamo in prossimità di un villaggio e per la comparsa dei dossi posti all’entrata la velocità delle auto diminuisce. Qui è presente un mercato e la gente lo affolla, mentre molti asinelli girano indisturbati per il borgo, tantissimi li troviamo anche ai bordi della strada che camminano tranquillamente. Noto che il colore della pelle degli abitanti è più scuro rispetto i residenti delle altre città, i tratti somatici mostrano che si tratta di un’etnia diversa, leggerò poi sulla guida che sono provenienti dalla Somalia. Proseguiamo il viaggio e ritroviamo un deserto dove le montagne sono tutte completamente nere, segno di una forte presenza vulcanica; vedo anche dei fenomeni di erosione molto regolare, quasi come se fosse stato l’uomo a modellare le rocce. Infatti ai lati di alcune pareti inclinate si notano delle linee nere perfettamente allineate, quasi a fare da cornice ed al centro deposta in modo ordinato con della sabbia nocciola trasportata e modellata dal vento; molto sporadicamente nella sabbia appaiono dei ciuffi d’erba e qualche pianta di acacia.
Gli autisti rallentano, deviano il percorso immettendosi in una strada sterrata e dopo poco si fermano alla base di una collina. Omar c’invita a salire fino in cima e guardare; con parte del gruppo inizio la salita lungo il pendio su un terreno friabile e sassoso, a tratti dei depositi magmatici compatti rendono più agevole la salita, arriviamo in cima guardiamo e … non è una collina: è un vulcano inattivo e siamo sul bordo del cratere. Il cono vulcanico è pieno d’acqua di colore verde e le pareti presentano uno spettacolo magnifico, sono formate da infiniti strati di materiale magmatico depositatosi nel tempo, è stupefacente seguire le linee create dalla natura. Oltre il vulcano da una parte vi è l’azzurro del mare, dall’altra si presenta una zona desertica costituita da montagne nere spruzzate di sabbia bianca, mentre da un’altra ancora appare il deserto bianco contrapposto all’azzurro del mare costeggiato da una spiaggia bianchissima.
Una parte del gruppo è salita sul vulcano utilizzando i fuoristrada, ci ricongiungiamo e fatte delle foto ed ammirata la bellezza del luogo scendiamo verso la base del vulcano, c’è chi scende a piedi e chi utilizza un passaggio in auto; ne approfitto per fare un giretto sulla parte alta del cono vulcanico, dove il paesaggio è veramente incantevole; poi scendo verso le auto dove il gruppo si sta ricompattando e nel frattempo gli autisti, che stanno ascoltando musica tradizionale yemenita, invitati da Omar, si cimentano nella danza con le jambiye.
Riprendiamo il viaggio, arriviamo ad un ennesimo posto di blocco, qui noto un cannone ad avancarica rivolto verso un muro, probabilmente un reperto storico, incuriosito lo fotografo. La scorta si ferma quindi possiamo girare liberamente nel villaggio di Ghanat dove le case sono costruite con mattoni ricavati dalla nera lava ed i muri sono intonacati con del fango. Alcune case sono realizzate con mattoni in cemento, mentre le finestre di tutte le case sono piccole, lignee, dipinte di azzurro, sormontate da decorazioni con tende scure nella parte alta.
In riva al mare ci fermiamo a vedere quello che era uno dei porti più antichi dello Yemen, la sua origine risale al 1.000 a.C., in origine un punto importante e strategico nella via dell’incenso, mentre oggi si presenta come un piccolo porto di barche di pescatori e la sua spiaggia è una pattumiera a cielo aperto, completamente ricoperta di carta, scatole, bottiglie e sacchetti di plastica. Lascio questo posto con un po’ di delusione: a tenere pulito ci vuol proprio poco. Abbandonato il vecchio porto ci rechiamo al mercato del pesce ed anche qui, per altro motivo restiamo delusi, il mercato è deserto, troviamo solo i vuoti banchi destinati all’esposizione del pesce; oggi è il terzo giorno dopo il termine del ramadam ed è festa.

Parte seconda

domenica 14 ottobre 2007

Troviamo solo un furgone con del pesce, stanno scaricando il pescato e ponendolo in cassette di plastica; è pesce freschissimo, molto bello. Sul furgone, sopra una stuoia vi sono delle aragoste, ne acquistiamo 4 per il pranzo, il prezzo è davvero contenuto: 6.000 Ryal yemeniti (circa 24 €).
Scattiamo qualche foto ai pesci, alla gente, ai bimbi che ci prendono letteralmente d’assalto chiedendo penne e caramelle; distribuiamo quello che abbiamo sempre con molta parsimonia.
Risaliamo sulle auto e lasciando il villaggio riprendiamo la strada asfaltata, quando dopo pochi chilometri imbocchiamo una strada sulla sinistra, percorriamo una pista di sabbia, dove solo i fuoristrada possono avanzare fra dossi e dune di sabbia. Arriviamo in riva al mare in prossimità di un terreno cintato, che è una struttura dedicata ai turisti, qualche capanna come cabina, dei lettini di legno e paglia intrecciata, delle tettoie, delle stuoie e di fronte a noi una spiaggia bianca, dalla sabbia finissima ed a lambire la spiaggia, le onde di un mare verde, un’acqua che invita a tuffarsi: siamo alla spiaggia di Bir Ali. Io che non amo il mare, di fronte a simile spettacolo non esito un attimo, infilo il costume da bagno, lascio indumenti e macchina fotografica su un lettino e mi precipito in acqua.
L’acqua è verde, azzurra, trasparente, si vede la sabbia bianchissima del fondale, alcuni pesci nuotano fra le gambe dei bagnanti; è paradisiaco stare in quest’acqua calda. Il tempo fra un tuffo, una nuotata, delle chiacchiere passa velocemente ed arriva l’ora di pranzo. Ci rechiamo in una capanna che Omar ha predisposto per il pranzo; un pasto frugale ma gustoso preparato dalla guida stessa e dagli autisti. Riso, pane, pesce alla griglia (orate e dentici acquistati poco prima), aragoste con verdure, melone bianco, the. Aiuto Omar nella preparazione dei piatti, pulire il pesce con l’aiuto di due cucchiai è un divertimento, faccio velocemente, i pesci da pulire sono veramente cotti alla perfezione. Tutti mangiano a sazietà ed il pranzo è veramente ottimo.
Dopo mangiato ci stendiamo sui lettini e mentre guardo il mare, nel cielo compaiono alcuni cormorani, aumentano, sono centinaia, migliaia, riescono ad oscurare l’orizzonte; si fermano sulle acque del mare, il colore azzurro e verde dell’acqua diventa nero, ne arrivano ancora, questo tratto di mare della baia è interamente ricoperto da questi volatili: ammiro con stupore questo incantevole spettacolo della natura.
Dopo qualche minuto alcuni cormorani si spostano su un isolotto poco distante; l’isola che è a poche decine di metri da noi, ha una spiaggia bianca ed al centro una piccola montagna di roccia marrone; in pochi minuti la bianca spiaggia diventa nera, interamente coperta di cormorani.
Decidiamo di fare un ulteriore bagno e ci spostiamo in un altro lembo di spiaggia che dista poche decine di metri da dove siamo, l’acqua è ancora più verde e trasparente, il fondo è sempre bianchissimo e l’acqua è calda. Mentre camminiamo nelle basse acque stiamo parlando ed incrociamo una signora che sta uscendo dall’acqua, la salutiamo in italiano e lei cortesemente risponde nella nostra lingua; la domanda viene spontanea “italiana?”, “Si, ma da anni vivo in Francia”, ci fermiamo a dialogare un poco, qualcuno del gruppo la riconosce, era a Sayum nel nostro albergo; nella serata con le danze tradizionali sedeva al tavolo di tre persone, ci riconosciamo a vicenda e le “barriere” si abbattono, si avvicina anche la sua amica ma parla solo francese. E’ italiana, calabrese d’origine, ma da anni risiede a Parigi, è in Yemen ospite dell’ambasciatore di Francia e stanno compiendo un tour dello Yemen, il loro giro sta volgendo al termine e fra pochi giorni rientreranno a San’à.
Le due signore escono dall’acqua e questo tratto di mare costeggiato dalla bianchissima spiaggia resta “tutto nostro”, tuffarsi e nuotare in quest’acqua trasparente e calda è un vero divertimento. Sull’isolotto, improvvisamente, i cormorani si alzano in volo oscurando per un attimo il sole; è terminata la loro siesta e riprendono nella loro perenne migrazione, chissà dove sono diretti?
Proseguiamo nel nostro bagno, nel mare si sta proprio bene, solo l’avvicinarsi del tramonto ed il raffreddamento dell’acqua ci invitano ad uscire.
Sulla spiaggia decine di granchi bianchi si muovono, ma al nostro avvicinarsi si rifugiano nelle loro tane scavate nella sabbia. Fra alcune rocce affioranti dal mare notiamo altri granchi marroni, ed anch’essi al nostro avvicinarsi si rifugiano tra gli scogli, inoltre nell’acqua trasparente vediamo dei pesciolini che nuotano indisturbati.
Si avvicina l’ora della partenza, recupero indumenti, macchina fotografica e salendo sul fuoristrada ripartiamo per Al-Mukalla, lungo la strada il tramonto tinge le montagne che abbiamo visto di mattina, la sabbia bianca cambia colore, diventa rosa, poi muta ancora, i colori diventano forti, le ombre decise, è magnifico osservare simili tonalità.
Al primo villaggio ci aspetta la scorta armata che ci seguirà per un tratto di strada, proseguiamo nel rientro, mentre il sole tramonta facendo giungere l’oscurità. Arriviamo a Al-Mukalla che sono passate da poco le 17,30 ed è buio, il lungomare si sta popolando per i festeggiamenti serali, arrivano centinaia di famiglie: è tutto come la sera precedente.
Attraversiamo la città, arriviamo in hotel, siamo tutti arrossati come gamberi per il sole preso durante la giornata. Doccia, crema dopo sole e poi cena a buffet. La serata trascorre tranquilla fra chiacchiere e partite a carte. Poi, in camera, dobbiamo preparare le valigie, domani si parte per l’isola di Socotra.

Parte prima

lunedì 15 ottobre 2007

La sveglia suona alle 8.00, ma sono già in giro da un po’, devo far asciugare il costume da bagno che ho posto sul balcone della camera dove la temperatura calda ed umida favorisce la cosa. Finisco di preparare la valigia in quanto oggi è previsto il trasferimento a Socotra (GE 226) (LP 260) ed alle 11.15 abbiamo il volo; l’aeroporto dista oltre 60 km da Al-Mukalla e, visti i controlli, è meglio giungere con anticipo. Sulla strada troviamo poco traffico, auto, qualche camion e qualche mezzo in contromano.
Anche questa strada come altre non è provvista di ponti e segue l’andamento delle colline, ma qui in prossimità di qualche attraversamento fluviale vediamo i cantieri di alcuni ponti.
Lungo il percorso costeggiamo un aeroporto militare, lo si capisce dall’aereo in mostra vicino ad un cancello, altri aerei sono posizionati nel deserto e sembrano più destinati a pezzi di ricambio che ad un ruolo attivo. Arriviamo al viale d’ingresso dell’aeroporto dove su alcuni pennoni sventolano bandiere consumate dal vento e dalla sabbia del deserto. Giungiamo infine al piazzale, prendiamo le valigie dalle auto, salutiamo gli autisti che rivedremo a San’à ed entrando nell’edificio troviamo i primi controlli, imbarchiamo oltre le valigie qualche scatola di cartone, una si apre e per terra cadono delle derrate alimentari (frutta, biscotti, formaggio) e chiedo delucidazioni ad Omar: mi dice che sull’isola vi è solo pesce e occorre portare tutto; resto un pò sconcertato ed un pò incuriosito per quello che troveremo a Socotra.
Passiamo ulteriori controlli ed accediamo alla zona del duty free, nei negozi qualche componente del gruppo si dedica all’acquisto di gioielli in argento.
L’aeroporto appare deserto, nessun aereo è sulla pista, nella sala d’attesa per l’imbarco, solo persone yemenite, nessun altro turista; gli uomini ci osservano curiosi e soprattutto guardano le donne occidentali che non indossano il loro tradizionale e coprente chador.
Nell’attesa aggiorno gli appunti per il diario e leggo nel manuale della macchina foto, la sezione della macrofotografia, poiché penso d’usarla per immortalare piante e fiori dell’isola.
Arriva un aereo, ma è troppo piccolo per trasportare tutta la gente presente nella sala d’attesa ed, infatti, dopo un poco atterra un Boeing 737; è il nostro aereo. Alcuni passeggeri scendono e si recano a piedi verso l’aeroporto. Col pullman ci rechiamo all’aeromobile, prendiamo posto e decolliamo; dal finestrino si vede il mare e dopo qualche minuto intravediamo tante nuvole ed infine appare l’isola con le montagne ricoperte da nuvole nere; sembra che ci aspetti il brutto tempo. Comunque oltre alle montagne si vedono spiagge costeggiate da una strada litoranea asfaltata, mentre nella parte nord ovest dell’isola ci sono spiagge bianche. Dall’alto l’isola nel suo complesso appare desertica, qualche pianta, nessuna coltivazione, qualche villaggio e solo le strade principali asfaltate.
L’atterraggio sulla pista di Hadibu è brusco, ma il volo è andato bene, scendiamo dall’aereo, ritiriamo i bagagli con la solita organizzazione, Omar ritira i suoi bagagli e le scatole imbarcate a Al-Mukalla. Usciamo dall’aeroporto e carichiamo le nostre valigie su delle Toyota Land Cruiser, uguali a quelle utilizzate sul continente e manteniamo la stessa composizione dei gruppi, formazione che resterà invariata fino alla fine del viaggio.
Sull’isola oltre ad Omar avremo un accompagnatore locale è un ragazzo di 21 anni che conosce bene l’inglese e parla un poco anche l’italiano. Una guida locale è un modo per incrementare l’occupazione e permette un coinvolgimento attivo della popolazione, creando sviluppo. Il ragazzo si presenta bene e si dimostrerà attento, preciso ed ordinato; facciamo la sua conoscenza e poi, caricate le valigie sulle auto, partiamo verso l’albergo.
L’isola presenta un paesaggio brullo, spiagge, terreni desertici, montagne con fianchi ripidi dove sono cresciuti alberi che sembrano baobab, ma sono una specie endemica chiamato “albero bottiglia” per la sua caratteristica forma. Dopo qualche chilometro, giungiamo all’albergo “Taj al Gazira” dall’aspetto molto spartano ed è in parte in costruzione, sembra d’essere giunti in un altro mondo, ed, in effetti, è così; qui le comodità ed i confort sono da dimenticare: bisogna adattarsi a quanto di meglio l’isola offre.
Il personale dell’albergo tenta di assegnarci le camere, alla fine Omar ci porta al primo piano e ci fa scegliere le camere, alcune sono dotate di servizi altre li hanno in comune; sono in una camera con tre letti e condivido il bagno con don Maurizio. Dei tre letti presenti nella mia camera uno ha una struttura il legno, mentre gli altri due hanno una struttura metallica ed anche se nuovi assomigliano ai letti di ospedale di tempo fa. Il bagno è anch’esso molto spartano ed è composto da una turca, una doccia a muro con scarico sul pavimento, mentre all’esterno è posizionato un lavabo.
Se questa struttura, seppur dall’aspetto un po’ fatiscente è la miglior struttura ricettiva dell’isola, non oso immaginare come sono altri locali destinati al soggiorno dei turisti, ma comunque appare evidente lo sforzo che stanno compiendo per rendere la vacanza più confortevole.
Sistemate le valigie scendiamo al pian terreno per il pasto, la sala da pranzo ha dei tavoli semplici, con delle sedie e nessuna tovaglia; i camerieri sono dei ragazzini che servono in modo spartano: portano le posate, i piatti di ferro e dei fazzoletti di carta da usare come tovaglioli, l’acqua è in bottiglia e non vi è bicchiere. Nonostante l’impatto ci adattiamo alle condizioni dell’isola ed arriva il pranzo; verdure, riso, pesce, mele e arance (portate da Al-Mukalla), the caldo e zuccherato. Constato che il coltellino tascabile che ho portato si rivela molto utile per sbucciare la frutta. La sala da pranzo è piena in quanto vi è un altro gruppo: sono canadesi di Toronto.
Terminato il pranzo, ci cambiamo e partiamo per il primo giro dell’isola e con le auto ci dirigiamo verso est, percorrendo la strada asfaltata che corre lungo la costa. L’isola è piena di capre che nel tempo si sono dimostrate un vero flagello, infatti, le piantagioni di palme sono cintate per proteggere le piante dai voraci erbivori; gli animali introdotti dall’uomo qualche anno fa per variare l’alimentazione della popolazione si stanno rivelando una calamità per le numerose specie endemiche di piante e di fiori che sono divorate: probabilmente nel futuro prenderanno qualche provvedimento per limitare il numero delle capre e favorire la crescita della vegetazione.
Il paesaggio presenta un mare a tratti azzurro, a tratti blu intenso e la costa ha delle spiagge di sabbia bianca intervallata da qualche spiaggia rocciosa; mentre viaggiamo alla mia destra vi sono le montagne con fianchi ripidi e sassosi ricoperti di “alberi bottiglia” e nei tratti pianeggianti della costa sorgono villaggi di pescatori e qualche piantagione di palme da dattero. Guardando verso l’alto mi accorgo che le montagne sono ricoperte da nuvole nere che preannunciano pioggia, ma verso il mare, dove ci stiamo recando, appare il cielo azzurro con qualche nuvola bianca.
Durante il viaggio noto che questi villaggi hanno case realizzate con sassi dal colore rossastro con una struttura architettonica diversa da quelle finora viste. Osservo anche che tutti i mezzi che si muovono sull’isola non sono targati: è incredibile la dimensione in cui siamo, proprio lontana da ogni schema.

Parte seconda

lunedì 15 ottobre 2007

Lasciamo la strada asfaltata e prendiamo una pista dove i fuoristrada si muovono a velocità ridotta in quanto i buchi ed i sassi sono una presenza costante, ad un tratto su un fianco di una montagna dal colore nero appare un’imponente duna di sabbia e più sotto un mare color azzurro chiaro; siamo arrivati alla spiaggia di Delisha, una lunga spiaggia bianca con un mare stupendo.
Sulla spiaggia prima di tuffarci in acqua, Omar ci spiega qualcosa dell’isola di Socotra; l’origine del nome significa “Mercato delle gocce d’incenso e mirra”. In effetti, per secoli, l’isola era il punto di riferimento per i mercanti di incenso e di mirra, dove erano raccolte le preziose resine che poi erano trasportate via mare verso il continente.
Ogni anno l’isola è battuta da un forte monsone che si forma tra la Somalia e l’isola, il punto dove nasce questo monsone è chiamato “mordi e fuggi” ed è assai temuto dai marinai per la violenza delle tempeste e del vento che vi si scatenano; la durata del monsone è di tre/quattro mesi con vento e piogge incensanti, e durante questo periodo quasi tutte le attività dell’isola si fermano.
Sull’isola, inoltre, non è possibile usare i nostri cellulari in quanto esiste una rete con una configurazione particolare quindi funzionano solo i cellulari dei locali.
La bianca spiaggia è costeggiata da quello che a prima vista potrebbero essere sassi, invece è un misto di sassi, coralli e conchiglie ed è come una lunga, interminabile lingua che costeggia la sabbia ed il mare dove l’occhio si perde tra i sassi rotondi levigati dal mare, fra pezzi di corallo di ogni forma e dimensione, fra conchiglie di ogni grandezza. Il colore bianco della sabbia s’intervalla col rosso, col bianco, col giallo dei sassi, col grigio del corallo morto, col bianco madreperla delle conchiglie; Omar ci avverte che coralli e conchiglie non sono asportabili.
Attraversata la striscia sassosa arriviamo alla spiaggia dove la sabbia è bianca e finissima ed il mare azzurro invita ad un bagno, e mentre qualcuno del gruppo si tuffa subito in acqua, faccio una passeggiata sulla spiaggia per osservare tanta bellezza. Sul bagnasciuga vedo decine di coni sabbia, incuriosito mi avvicino e scopro che sono le tane dei granchi, poco lontano molti gabbiani riposano. Mentre cammino qualcosa attira la mia attenzione, vedo sulla sabbia un pesce morto, guardo bene: ve sono moltissimi; sono i pesci spiaggiati dall’alta marea, un fenomeno naturale che porta nutrimento per granchi e gabbiani. Osservo pesci di varie specie e dimensioni, qualcuno anche molto grosso, noto un pesce pappagallo, un altro con aculei, un altro con canini rossi.
Ritorno verso il gruppo, con Fernanda, Francesca e Luigia decidiamo di andare verso l’imponente duna che domina la spiaggia e mentre camminiamo avvistiamo un laghetto dove l’acqua è dolce e trasparente con il fondale costituito da sabbie mobili dove a star fermi pian piano si sprofonda e nell’acqua dei pesciolini si muovono velocemente.
Scatto qualche foto, cercando di cogliere il contrasto dell’acqua con il nero che avvolge le montagne circostanti e penso che in giornate soleggiate questo luogo dev’essere veramente incantevole. Camminando lungo la spiaggia noto altre tane di granchi e una duna veramente molto alta, oltre 50 mt, appoggiata al fianco della montagna, che presenta un fronte a semicerchio, il sole che gioca a nascondino fra le nuvole crea dei giochi di luce dai colori suggestivi. Vicino al mare degli scogli sono popolati da gasteropodi, da granchi e si muovono indisturbate alcune lucertole. Mentre raggiungiamo altri componenti del gruppo che ci avevano preceduti, Gigi, munito di un bastone realizzato con una foglia di palma, sale sulla duna, dal basso appare come un disperso che nel deserto sta cercando la strada smarrita, lo fotografo e poi mostrando la foto agli altri ridiamo divertiti per la sua espressione. Ritorniamo verso il resto del gruppo che stava facendo il bagno e mentre camminiamo intravedo delle rocce erose dal vento e dall’acqua con delle forme particolari e dei colori che vanno dal rosso al nero con mille tonalità differenti; non mi lascio sfuggire l’occasione per far qualche foto.
Il tramonto sta giungendo ed il sole scompare dietro una montagna colorando di rosa la duna, è l’ora di riprendere l’auto per il rientro in albergo.
Il nostro autista non ha una guida fluida, si muove a scatti, sembra indeciso, forse è un effetto secondario del qat che mastica in continuazione, non parla inglese ma solo arabo e questo fa sì che la comunicazione sia del tutto impossibile se non a gesti.
Man mano che ci avviciniamo ai piedi della montagna dove sorge la città, il cielo appare sempre più scuro, la montagna è interamente ricoperta di nuvole nere ed è impressionante notare come il colore del cielo si confonda con la notte oscurando il tramonto e rendendo cielo e montagna una sola ed impenetrabile parete scurissima.
Arriviamo in albergo che non piove, benché il cielo minacci acqua da un momento all’altro, doccia e poi cena. Non siamo più nella sala dove abbiamo pranzato a mezzogiorno, Omar ha fatto preparare i tavoli all’esterno del ristorante; sulla ghiaia sono posizionati i tavoli di legno ricoperti di formica, le sedie sono di plastica; non esiste tovaglia, utilizziamo dei fazzoletti di carta come tovaglietta e tovaglioli, prima di mangiare ripuliamo le posate (forchetta e cucchiaio), i bicchieri non esistono e si beve direttamente dalla bottiglia. Ci è servito dell’ottimo pane arabo appena cotto, patate in umido, pesce alla griglia (dentice e king fisch), patatine fritte, the caldo e zuccherato.
Durante la cena giungono nelle vicinanze delle caprette alla ricerca di cibo, qualcuno del gruppo le allontana, mentre altri allungano loro un po’ di pane, mossa sbagliata: si trovano circondati dagli animali che con insistenza ne vorrebbero ancora, le capre sono poi allontanate dai camerieri.
Terminata la cena restiamo seduti ai tavoli che sono prontamente sparecchiati, le capre sono onnipresenti e ci facciamo l’abitudine ad averle attorno; qualcuno chiacchiera e qualcuno gioca a carte. Armato di pila vado a fare un giro verso il paese, guardando in alto vedo il cielo nero e stellato qui non vi è inquinamento luminoso, la sensazione è stupenda e lo sguardo si perde fra migliaia di puntini bianchi e luminosi.
Arriviamo alle prime case del paese, sono le 21.30, qualcuno sta lavorando, in un negozio un elettricista sta realizzando un impianto elettrico, un meccanico sta lavorando ad un’auto, c’è pochissima gente in giro, la cittadina è deserta e dopo un poco rientriamo in albergo dove scambiamo qualche parola con Omar, vedendo tanti bambini e ragazzi chiediamo informazioni sul ciclo scolastico; ci dice che in Yemen va a scuola chi può e chi vuole in quanto non esiste l’obbligo degli studi, il ciclo scolastico è articolato in elementari dalla durata di 5 anni, medie dalla durata di 4 anni, superiori dalla durata di 3 anni, poi vi sono le facoltà universitarie.
Si è fatto tardi, decidiamo di andare a nanna, dalla montagna giungono i rombi dei tuoni, forse pioverà; ed, in effetti, durante la notte cade la pioggia.

Parte prima

martedì 16 ottobre 2007

La sveglia è prevista per le 7,00 ma il telefono non squilla e la domanda d’obbligo è: funzionerà? Per fortuna essendo in una spartana struttura basta un poco di rumore e tutto il piano lo sente, ho il vantaggio di essere svegliato in orario.
Dalla finestra della mia camera entra l’aria fresca proveniente dalla montagna, guardando fuori vedo il cielo sereno e sulla cime delle montagne qualche nuvoletta bianca, si preannuncia una bella giornata. Scendo al pian terreno per la colazione che avviene nella sala da pranzo; pane arabo, miele, marmellata, the.
Terminata la colazione ci prepariamo per la partenza e, uscito all’esterno noto che sui fili della luce e sui pali sono appollaiati degli uccelli, sembrano dei rapaci, Omar ci dice che sono falchi d’Egitto, un rapace trasferitosi sull’isola per l’enorme quantità di pesce. Saliamo sui fuoristrada e ci dirigiamo in paese con meta il mercato del pesce ed il suq; facciamo poche centinaia di metri sulla strada asfaltata, poi giriamo a sinistra, imbrocchiamo una strada sterrata e in un gran polverone, andiamo verso delle abitazioni dove le auto si fermano e noi scendiamo; l’accompagnatore ci dice che ora stanno realizzando la strada litoranea verso est, poi fra due anni, una volta terminata, inizieranno i lavori di asfaltatura delle strade cittadine. Riunito il gruppo c’incamminiamo e percorriamo una via che da un lato ha abitazioni e sull’altro, venditori di pesce; siamo giunti al mercato del pesce dove il pescato è scaricato dalle barche, posto su carriole e con quelle trasportato al locale mercato dove è adagiato su delle stuoie in terra. Vediamo alcuni pesci appoggiati alle pareti delle abitazioni, sistemati verticalmente con la bocca rivolta verso il basso, ma solitamente il pesce è posto su delle assi di legno e con coltelli è tagliato prima per la lunghezza e successivamente sono fatti degli ulteriori pezzi; qui il pesce è cotto esclusivamente alla griglia.
Lasciamo il mercato del pescato e girando fra le case ci dirigiamo verso il suq. Osservo che le case sono ad un piano realizzate con sassi, , i muri ricoperti di fango presentano semplici finestre, a volte, adiacenti vi sono dei recinti dove sono allevati animali. Arriviamo al suq, vi sono una serie di negozietti dove si può trovare di tutto e la merce arriva dal continente; qualcuno del gruppo sta cercando una farmacia per acquistare prodotti locali a base di aloe, ma la ricerca si rivela infruttuosa. Chiediamo ad Omar se è possibile trovare dei francobolli per spedire le cartoline acquistate nei giorni precedenti e ci dirigiamo verso l’ufficio postale che è un edificio grande, con un imponente traliccio per le comunicazioni; ma i francobolli sono terminati. Quindi proseguiamo il giro per la cittadina ed infine riprendiamo le auto e ripartiamo. Percorso qualche chilometro arriviamo su un promontorio e ci fermiamo a fotografare una baia, l’acqua va dal blu al bianco, la spiaggia è bianca, nel mare vi sono decine di barche di pescatori che sulla spiaggia scaricano il pesce pescato e lo caricano su camioncini, mentre a poche centinaia di metri sorge un villaggio circondato da palme.
Ripartiamo proseguendo verso ovest, lasciamo la strada asfaltata e ci dirigiamo verso le montagne, arriviamo al Wadi Ayhaft, un parco naturalistico che sorge in mezzo ad una valle cosparsa di sassi modellati dall’acqua dove possiamo osservare numerosi alberi endemici, che costituiscono la foresta di Socotra. Alcune piante sono veramente imponenti e secolari, con un grande tronco si allungano verso il cielo e come dimensione ricordano le nostre querce, ma queste sono particolari, infatti, in primavera quando le altre piante fioriscono, esse perdono tutte le foglie.
Il programma prevede che dovremmo proseguire verso l’interno della valle fino ad una cisterna che raccoglie l’acqua proveniente delle montagne circostanti, ma la strada è interrotta da una frana di conseguenza è impossibile proseguire, quindi ritorniamo sul nostro cammino.
Oggi il clima è ventilato ed il sole forte rende la temperatura calda; meno male che siamo nella stagione fresca, chissà in piena estate che calura c’è.
Ritorniamo sulla litoranea e proseguiamo ancora verso ovest. Pochi chilometri dopo prendendo una deviazione sulla sinistra c’immettiamo in una strada che ripidamente sale sulla montagna. Il paesaggio cambia in continuazione; zone desertiche si alternano a zone alberate e sporadicamente si vedono alcune abitazioni, poi altre zone desertiche dove compaiono delle piante strane; le auto si fermano, Omar scende e si avvicina ad una pianta cresciuta vicino al ciglio della strada, è una pianta alta circa cinque metri, ha il tronco liscio e foglie piccole: è un albero dell’incenso. Qui sull’isola sono presenti nove specie endemiche di albero dell’incenso, di cui tre sono solo nella parte est dell’isola. L’incenso è una resina naturale che fuoriesce dai noduli della pianta ed è raccolto con un coltello senza incidere o rovinare la pianta. La raccolta avviene solamente in estate, quando la pianta produce resina in quantità; riusciamo a prendere un po’ di resina e l’annusiamo: profuma di limone essiccato.
Proseguiamo lungo la strada asfaltata che si snoda sui pendii della montagna e man mano che saliamo il paesaggio muta, il verde prende il posto del marrone della zona desertica, la terra è sempre sassosa, ma sono presenti innumerevoli piante ed arbusti, in questa parte dell’isola vi sono poche capre, forse è per quello che vi è tanto verde?
Continuando nel viaggio arriviamo verso la cima della montagna, quando il cielo azzurro si riempie di nuvole bianche e grigie, sembra minacciare pioggia e a tratti le nuvole, in prossimità dei maggiori rilievi, sono veramente scure e minacciose.
Fra il verde degli arbusti ed il marrone/nero del terreno svetta una pianta strana, ha il tronco grigio, i rami sono rivolti verso il cielo come fossero un calice e sopra ha un cappello di foglie verdi che par un ombrello aperto che ricopre il tutto; è l’albero sangue di drago, chiamato così per la resina rossa che emette e questa caratteristica pianta compare anche nelle monete dello Yemen. Scendiamo dalle auto per fare le prime fotografie a questa straordinaria pianta mentre vento e temperatura sono freschi, si sta proprio bene.
L’accompagnatore ci racconta le due leggende sull’origine dell’albero del drago:
• due fratelli Caino ed Abele litigano, combattono e si feriscono, il sangue che sgorgava dalle ferite cade sulla terra e finisce in un piccolo buco e lì si trasforma in un piccolo seme dando origine all’albero;
• un elefante ed un drago combattevano un feroce scontro il drago azzannò l’elefante e questo, ferito a morte, cadde sul drago uccidendolo, entrambi morirono e dal loro sangue nacque l’albero.
Guardando il paesaggio siamo colpiti da un fenomeno strano, non si vedono piante piccole, ma solo grandi, chiediamo ad Omar una spiegazione e la risposta non si fa attendere: le piante piccole non sono presenti in quanto sono divorate dalle capre e per questo, sull’isola, sono state realizzate delle aree protette dove sono coltivate tutte le specie endemiche, per la coltivazione e conservazione delle specie.
Riprendiamo il percorso, arriviamo in prossimità di una deviazione e giriamo a sinistra, prendiamo una strada sterrata che percorre un altopiano lavico con la roccia nera e marrone, superiamo un villaggio, proseguiamo sull’altopiano e ci fermiamo ai bordi di un canyon.

Parte seconda

martedì 16 ottobre 2007

Scendendo dall’auto noto che fra le crepe della nera roccia sono cresciute sporadiche piante e mentre camminiamo fra i cespugli Omar ci avverte di non avvicinarci ad un arbusto verde dai piccoli fiori gialli e rossi; è una pianta molto urticante e chi ha la sfortuna di toccarla sentirà i suoi effetti per circa venti giorni. Ne stiamo debitamente a distanza ed in effetti, osservando bene la piantina, noto che è interamente ricoperta di spine, gli steli dei fiori e le foglie presentano un alone bianco formato da spine.
L’altopiano è leggermente inclinato essendo tutto desertico le piante sono sporadiche, e mentre ci avviciniamo al canyon, un enorme baratro si apre sotto i nostri piedi; siamo sulla verticalità pura. Parecchie centinaia di metri sotto di noi, vi sono delle vallate, mentre le pareti del canyon sono depositi eruttivi e sedimentari che si alternano creando nelle rocce dei giochi di luce, dove i colori vanno dal nero al grigio, al marrone. Si passa dalla roccia lavica compatta alla roccia sedimentaria o basaltica marrone e guardo i tanti meravigliosi colori e conformazioni rocciose il cui colore muta continuamente per l’esposizione del sole e l’azione delle nuvole, chiaro e scuro si alternano in continuazione creando uno spettacolo affascinante ed impareggiabile.
Mentre il gruppo osserva il canyon giro fra le spaccature della lava per fotografare i fiori presenti, sono fiori rossi di alcune piante grasse, fiori bianchi e viola, fiori gialli di alcune piante verdi.
Su uno sperone roccioso vedo un falco d’Egitto e mentre lo osservo si alza in volo, è uno spettacolo vederlo librarsi leggero nell’aria, riesco a scattare qualche foto.
E’ l’ora di ripartire, Omar c’invita a risalire in auto e dice che abbiamo ancora tanta strada da percorrere prima della sosta per il pranzo, partiamo ed attraversando l’altopiano lavico arriviamo al villaggio, ma in prossimità di un dosso sentiamo un rumore strano, come uno scoppio: abbiamo bucato la gomma posteriore destra.
Ci fermiamo, scendiamo, Sandro ed io diamo una mano all’autista a cambiare la gomma che, finita su uno spuntone, è letteralmente squarciata, mentre allentiamo i bulloni, l’autista inserisce il cric e sollevata l’auto pone sotto di essa dei sassi per stabilizzarla. Facciamo fatica a togliere la gomma bucata, ma dopo qualche tentativo ci riusciamo, mettiamo quella nuova e l’autista sistema gli attrezzi. Mentre stiamo cambiando la gomma, diventiamo a nostra volta un’attrazione per gli abitanti del villaggio, siamo circondati da bambini e da qualche donna incuriositi da ciò che stiamo facendo, tutti sorridono e vista l’atmosfera allegra Sandro ed io estraiamo dalle custodie rispettivamente cinepresa e macchina fotografica. Le donne del villaggio ci vedono e s’inchinano, sarà un segno di rispetto? Paura? Timore? Affatto! Raccolgono dei sassi e senza dire nulla ce li tirano! Vista la reazione, ci spostiamo e velocemente riponiamo il tutto chiedendo scusa; ci allontaniamo dall’auto e con molta prudenza e calma, fotografiamo particolari del villaggio e qualche vitellino che tranquillamente riposa facendo ben attenzione a non inquadrare nessuna donna.
L’autista ha terminato di riporre gli attrezzi che sono serviti per il cambio della ruota, risaliamo sul fuoristrada e ripartiamo, ha fretta di raggiungere le altre cinque auto, guida velocemente, almeno dove è possibile, la strada è sempre sterrata e piena di rocce appuntite, deve stare attento a non bucare ancora; dopo qualche chilometro arriviamo ad un villaggio dove è esposto un cartello indicante che siamo nell’area protetta dove sono coltivate le specie endemiche. Raggiungiamo gli altri che nel frattempo, non vedendoci si fermarono ed un’auto stava venendo a vedere cosa era successo; le auto sono ferme alla periferia del villaggio ed intorno ad esse si è formato un nugolo di bambini, ci fermiamo per raccontare che l’accaduto, visto il panorama scatto qualche foto, qualche bimbo appena vede la macchina fotografica tenta di fuggire, ma riesco a “cogliere” l’immagine.
Tutti insieme riprendiamo il viaggio, siamo su una ripida strada sterrata che corre lungo il fianco della montagna, scendiamo verso valle, la strada è a tratti ripidissima ed i freni sono messi a dura prova. Ci fermiamo lungo la discesa, Omar ci fa vedere una piantina verde con dei bellissimi fiori rossi; è una delle tante specie minacciata d’estinzione per l’azione vorace e distruttiva delle capre. Riprendiamo la discesa, tutt’intorno vi è terreno brullo arricchito ed abbellito dagli alberi sangue di drago. Altra sosta, il paesaggio si è modificato e sono comparsi gli “alberi bottiglia”, Omar ne ha visto qualcuno in fiore e si è fermato per mostrarcelo; vediamo che in cima ai rami dell’albero si aprono dei bellissimi fiori rosa a cinque petali che hanno la forma di una stella, sono veramente incantevoli, infatti, questi fiori per la loro bellezza e delicatezza sono chiamati “rosa del deserto”. Gli alberi bottiglia crescono sui ripidi pendii della montagna e fotografare i fiori è un’impresa; devo stare in bilico su dei massi.
Ripartiamo diretti verso il fondo valle, le pareti della montagna sono nere per l’origine lavica che crea un forte contrasto con il nocciola della sabbia ed il bianco dei tronchi degli alberi bottiglia.
Giungiamo al fondovalle e troviamo un piccolo spiazzo posto fra enormi massi che permette un posteggio, siamo arrivati al letto di un torrente che scorre scendendo dall’alto del canyon ed è qui che ci fermeremo per la pausa pranzo. Vicino al parcheggio vi è una capanna, scorgo un dromedario che sdraiato lo stanno caricando di sacchi. Questi animali su un terreno ripido ed accidentato sono ancora un ottimo ed insostituibile mezzo di trasporto e sull’isola, nei giorni successivi ne incontreremo altri. Il proprietario è orgoglioso che noi lo fotografiamo, ci permette d’avvicinarci e con orgoglio c’invita a veder qualcosa: sono due vitellini appena nati.
Nel fondovalle tra pareti nere, tratti di parete marrone, enormi sassi, grandi pozze scavate dell’acqua nella roccia lavica, scorre un torrente di acqua freschissima; tutt’intorno palme e abitazioni, non sono capanne ma case in sasso ben costruite, gli abitanti stanno pranzando in riva al fiume, ci vedono arrivare e c’invitano a vedere degli scorci bellissimi nel fondovalle.
Faccio un giro sul letto del torrente per qualche foto, quando ad un tratto dei falchi d’Egitto si posano su una parete, prendo la macchina fotografica, m’arrampico un poco e riesco ad effettuare qualche scatto con il primo piano dei rapaci, sono soddisfatto delle foto. Mi ricongiungo al gruppo che nel frattempo su stuoie in terra sta cominciando a pranzare; pomodori, carote, zucchine, cipolle, tonno, pane, formaggini, crackers, mele, arance e biscotti: cosa si desidera di più in una sosta sul fondo di un canyon? Parte della comitiva è seduto sulle stuoie, parte sui sassi, qualcuno mangia in piedi e, tutti sono appagati.
Terminato di mangiare, seduti sui sassi, chiacchieriamo con Omar della vita nello Yemen e dell’incidenza nella vita quotidiana della religione mussulmana con i suoi riti, le usanze e le tradizioni.
Dopo la sosta, gli autisti raccolgono le stuoie, lavano i contenitori, caricano tutto sulle auto e poi si riparte; ritorniamo per la strada da dove siamo arrivati, la salita si dimostra ripida ed impervia, le auto salgono a bassa velocità, sui pendii della montagna gli alberi bottiglia, con il loro tronco bianco e le foglie verdi collocati vicino agli alberi sangue di drago, creano una visione suggestiva e magnifica, è un panorama veramente mozzafiato. I colori della montagna e delle piante si alternano, nero, marrone, grigio, verde, il cielo è sempre più nuvoloso e durante la salita cade qualche goccia di pioggia.

Parte terza

martedì 16 ottobre 2007

Il nostro autista, forse per la carenza di qat, manifesta qualche problema ed incertezza nella guida, dobbiamo parlare ad alta voce e con toni decisi per tenerlo sveglio e possibilmente attento; arriviamo vicini alla città ed accende la radio, sembra dare dei segni di vita e lo sguardo appare un po’ meno stanco, o almeno così sembra. Con la radio a volume alto cerca di canticchiare qualche ritornello e così evita di distrarsi. Scopriamo che ha 42 anni, ma ne dimostra molti, molti di più.
Arriviamo in albergo, qualche chiacchiera e prima di salire in camera un bicchiere di the caldo fa proprio bene; visto le aragoste di stamattina chiedo se è possibile per domani sera averne per cena, l’albergatore conferma e concordiamo per mezza aragosta a testa, ma solo su prenotazione ed a pagamento.
Mi reco in camera, doccia e l’acqua pare essere un bel mix tra calda e fredda, ma forse è solo l’effetto del sole preso in giornata, ho le spalle rosse e dopo la doccia spalmo crema lenitiva a volontà. Durante il riposo, nell’attesa di ricongiungermi agli altri del gruppo, guardo le foto della giornata; alcune sono proprio belle.
Alle 18.50 abbiamo concordato un appuntamento fuori dell’albergo, la sorella di un autista gestisce un negozio di una cooperativa per lo sviluppo dell’isola dove raccolgono l’incenso e lo vendono. In gruppo ci rechiamo presso il negozio e troviamo incenso, mirra, bruciatori per le resine, tessuti, manufatti in cotone e paglia, vasellame in terracotta; siamo nel regno dell’incenso e per aiutare anche la cooperativa locale decido di acquistare qui i prodotti piuttosto che da altre parti. Una confezione m’incuriosisce molto è “Sangue di drago”, una resina granulare, di colore rosso, estratta della pianta che abbiamo visto nei giorni precedenti; le scritte riportano che è un ottimo cicatrizzante ed è indicato anche per combattere la stanchezza se usato come pediluvio; ne acquisto delle confezioni oltre all’imperdibile incenso.
Rientriamo in albergo per la cena; pane caldo, riso, agnello e pollo al cartoccio, pesce (King fish), patatine fritte, the. Mentre facciamo l’elenco per le aragoste di domani sera, la situazione è sempre rallegrata dalle caprette che, insistentemente, chiedono cibo, ma ormai abbiamo imparato a dar loro da mangiare a cena terminata, onde evitare di avere degli inattesi e voraci commensali a tavola.
Terminata la cena, sparecchiati i tavoli, l’immancabile partita a carte e qualche espediente per allontanare le capre che vogliono appropriarsi anche delle carte.
Domani la sveglia sarà alle 6.30, ci aspettano oltre 100 chilometri di strada, Omar afferma che vedremo i delfini, conoscendolo gli credo, finora quello che ha detto si è sempre avverato.

Parte prima

mercoledì 17 ottobre 2007

Sveglia alle 7.00, per colazione pane arabo caldo, the, marmellata, miele, dolci, frutta. Ci stiamo preparando alla partenza, quando arrivano dei pescatori che portano all’albergo il loro pescato, hanno anche delle stupende aragoste ed è impossibile non fotografare simili bellezze. Fatte le foto, saliamo sulle auto e percorriamo la litoranea verso est, il sole è alto nel cielo azzurro, non vi è una nuvola, la pietra del terreno di colore rosastro infonde all’ambiente un’aria molto calda; noto che le case dei villaggi sono realizzate con pietra e sono decorate di bianco, mentre tutt’intorno vi sono palmeti.
Dopo qualche chilometro imbocchiamo una deviazione sulla destra e puntiamo verso un borgo, lo oltrepassiamo e in una radura troviamo una sorpresa; una piscina naturale con l’acqua di colore azzurro intenso ed è piena di bimbi che si divertono. Omar ci dice che questo è l’unico villaggio dove tutti gli abitanti sanno nuotare, infatti, possiamo ben osservare che tutti i bimbi sono impegnati in tuffi e nuotate; ci vedono arrivare e noi diventiamo l’attrazione, escono dall’acqua e ci vengono incontro chiedendoci delle caramelle. Qualcuno vuole farsi fotografare, mentre altri rifiutano, alcuni ragazzini si esibiscono in tuffi. Restiamo un pò giocare con loro e poi ci spostiamo a piedi verso il mare, appare una baia; l’acqua è chiara, trasparente, vi è una striscia di sabbia che divide la baia dal mare dove appare l’azzurro intenso del mar arabico, è veramente suggestivo. I ragazzi del villaggio continuano a giocare con qualcuno del gruppo, sono momenti spensierati e piacevoli ma Omar c’invita a salire sulle auto, dobbiamo ripartire. Lasciamo il villaggio, attraversiamo la litoranea e pochi metri dopo ci fermiamo e di fronte a noi, nel piatto terreno, si apre una voragine, un enorme buco, è un cratere rotondo dal diametro di circa 100 metri e dalla profondità di circa 20, sul fondo sono state costruite delle vasche rotonde che degradano dall’esterno verso l’interno ed è presente dell’acqua; è una salina naturale. L’acqua del mare, durante l’alta marea riesce a filtrare tramite la roccia fino a qui, si deposita sul fondo e poi, durante le giornate di sole, evapora lasciando sul fondale il sale. Qui la roccia ha tutte le tonalità del marrone ed è un piacere osservare l’effetto specchio dell’acqua sul fondo, mentre nelle vasche laterali, le più alte che sono parzialmente invase dall’acqua, la presenza del sale è visibile.
Lasciamo la salina e riprendiamo il viaggio verso est, proseguendo sempre sulla litoranea imbocchiamo una strada sulla sinistra che punta verso le montagne, cominciamo a salire in quota e poco dopo transitiamo per un valico giungendo su un altopiano brullo dove sono presenti delle piante: lo scenario è particolare. La zona è battuta costantemente dal vento, le piante crescono inclinate nella direzione del vento; sono presenti alberi sangue di drago ed alberi bottiglia, ma sono tutti di dimensioni contenute, il vento rallenta e frena la loro crescita, tutt’intorno vi sono molti arbusti verdi e fra di essi le onnipresenti capre, ma gli animali sono pochi e forse questa limitata presenza permette alla vegetazione di sopravvivere. Ci fermiamo per veder questo spettacolo e mentre siamo fermi, Omar ci mostra delle piante d’incenso, sono diverse da quelle viste ieri; il profumo della resina è proprio quello caratteristico dell’incenso che conosciamo noi, un profumo completamente differente dall’altra resina che come abbiamo visto odorava di limone.
Proseguiamo il percorso attraversando l’altopiano, scendiamo e ne troviamo un altro, stiamo viaggiando su una serie di altopiani paralleli; il terreno è brullo, dal colore rosso terra di Siena; la vegetazione cambia, come varia la struttura delle case dei villaggi. A volte le case sono realizzate con sassi e sono rettangolari o quadrate, in alcuni casi rotonde, il tetto è fatto con travi di legno e ricoperto di fango; l’occhio non si stanca mai d’osservare.
Tutti i villaggi che vediamo sono dotati di acqua potabile: essa è captata sulle montagne e tramite tubazioni di ferro o in polietilene è convogliata nelle case; le tubazioni sono appoggiate sul terreno quindi percorrendo strade, attraversando pianure e pendii delle montagne, camminando nei villaggi è “naturale” imbattersi nelle condotte principali o nelle derivazioni che vanno nelle abitazioni.
La strada scende verso il mare, arriviamo in una zona piana dove sorgono dei villaggi circondati da palme, attraversando l’ultimo villaggio ci troviamo sulla costa fatta da montagne rocciose e dune di sabbia. Su alcuni promontori sono presenti dei carri armati con i cannoni puntati verso il mare, li avevamo già notati in altri punti dell’isola, chissà a che serviranno? Come sistema di difesa non mi sembrano un gran che; ma siccome non sono qui per indagini militari, riprendo ad osservare le bellezze naturali dell’isola.
Appena usciti dal villaggio ci fermiamo, alla nostra sinistra una montagna sassosa ed alla nostra destra una collina rocciosa coperta da sabbia, mentre alle nostre spalle vi è il villaggio circondato da palme, di fronte a noi una bellissima spiaggia bianca, fatta da sabbia finissima ed il mare azzurro intenso dove sono ormeggiate le barche dei pescatori. Omar ci dice che fra poco riprenderemo le auto e mentre saliamo la collina dobbiamo tenere gli occhi chiusi ed aprirli solo quando lo dirà lui. Risaliamo sulle auto e cominciamo a salire la collina rocciosa ricoperta da sabbia, le auto avanzano sul fondo sabbioso, salgono lentamente, e come ci ha detto Omar, teniamo gli occhi chiusi. Sento la Toyota che fa fatica a salire, poi si ferma, l’autista dice “ok”, apro gli occhi e mi appare uno spettacolo magnifico, stupendo, affascinante; oltre la collina una baia dove la spiaggia forma un semicerchio verso sinistra creando una punta, la sabbia è bianchissima, l’acqua del mare va dal trasparente all’azzurro, passando per il verde e per mille altre tonalità, in lontananza il blu intenso del mare; è una visione seducente e indimenticabile per la sua incantevole bellezza: è la spiaggia di Qalansia.
Scendiamo dalla collina dirigendoci verso la spiaggia e dalla riva del mare la visuale è ancora più attraente: la spiaggia ha alla sinistra due piccole montagne dalla forma piramidale di roccia rossa, dietro di noi delle alture rocciose marroni e nere in parte ricoperte di bianca sabbia marina, mentre alla destra, la spiaggia si allunga dolcemente chiudendosi a semicerchio. Al centro della visione il mare dove l’acqua trasparente permette di veder il bianco fondale, poi diventa verdastra ed infine azzurra, un azzurro tenue che degrada man mano verso l’intenso dove si vedono i pesci nuotare otre che qualche barca di pescatori. E’ impossibile resistere ad un bagno, l’acqua è calda, è un piacere nuotare; il cielo è azzurro terso, non vi è una nuvola, il colore del cielo si confonde con quello dell’acqua e mentre nuotiamo vediamo dei pesci che saltano fuori dell’acqua, è spettacolare osservare l’argento delle squame librarsi nell’aria e poi ricadere velocemente nell’azzurro del mare.
Decidiamo di uscire dall’acqua e di far due passi sulla spiaggia camminando su questa bianca e finissima sabbia, la battigia è piena di tane di granchio identificabili dai buchi e dalle loro inimitabili piramidi conoidali; i gialli granchi al nostro avvicinarsi si nascondono e a fatica riesco a fotografarne uno nei pressi della sua tana.

Parte seconda

mercoledì 17 ottobre 2007

Mentre passeggiamo sul bagnasciuga, qualcuno del gruppo munito di pinne e di maschera compie immersioni per ammirare i pesci colorati che nuotano vicino al fondale roccioso dei due promontori.
Approfitto di questi momenti per fare qualche fotografia alla stupenda ed incantevole baia; si avvicina l’ora del pranzo e dobbiamo lasciare questo fantastico luogo e mentre aspetto che il gruppo si riunisca, salgo su una delle montagne arrampicandomi sulla roccia e dall’alto lo spettacolo è ancora più bello ed incantevole. Vi sono degli scorci creati dalle rocce che formano spettacolari giochi d’ombra con lo sfondo del mare mentre all’orizzonte, l’azzurro del mare e del cielo si uniscono. Ma purtroppo è l’ora di ripartire, scendo dalle rocce facendo attenzione a non scivolare, vorrei evitare di farmi male proprio qui.
Con le auto partiamo per la sosta pranzo, attraversiamo il villaggio e giunti nel palmeto, ai bordi di un torrente in secca ci fermiamo; per terra gli autisti hanno steso delle stuoie per sederci; vicino a noi pascolano delle capre e si aggirano falchi d’Egitto. Si pranza; verdure tagliate in insalata, tonno in scatola, sottilette, formaggini, mele, arance, uova sode, pane ed un dolce locale fatto con sesamo e pistacchi.
Durante la pausa faccio un giretto per osservare com’è fatto il villaggio, le abitazioni sono edificate con sassi, ben squadrati, di colore rosso, mentre le pietre angolari sono mattoni di cemento di colore grigio ed hanno una doppia funzione quella di dare stabilità e quella decorativa.
Dopo la sosta ripartiamo diretti alla spiaggia delle tartarughe, ripercorriamo la strada di stamattina.
Arriviamo ad un valico, iniziamo la discesa che ci porterà alla litoranea, ci avviciniamo ad una spiaggia delimitata da un tratto di costa con sassi e conchiglie, siamo sulla spiaggia delle tartarughe, una lunga e bianchissima spiaggia, dalla sabbia finissima dove in primavera questi simpatici animali vengono a deporre le uova.
Facciamo un bagno e poi ci concediamo un po’ di relax sulla spiaggia, ma il tramonto si avvicina, qualche foto e poi ripartiamo, dobbiamo percorrere oltre 40 chilometri per raggiungere l’albergo. Durante il viaggio superiamo dei villaggi dove, illuminati dal sole del tramonto, sono esaltati i colori della pietra; il rosso ed il bianco creano particolari ed affascinanti giochi di luce. Sulla strada incontriamo dei dromedari al pascolo e le immancabili, onnipresenti capre, mentre i bimbi giocano vicino alla carreggiata ed al nostro passaggio ci salutano; col loro sorriso rallegrano e ravvivano l’ambiente già incantevole per i colori del tramonto.
Il nostro autista, forse per la carenza di qat, manifesta qualche problema ed incertezza nella guida, dobbiamo parlare ad alta voce e con toni decisi per tenerlo sveglio e possibilmente attento; arriviamo vicini alla città ed accende la radio, sembra dare dei segni di vita e lo sguardo appare un po’ meno stanco, o almeno così sembra. Con la radio a volume alto cerca di canticchiare qualche ritornello e così evita di distrarsi. Scopriamo che ha 42 anni, ma ne dimostra molti, molti di più.
Arriviamo in albergo, qualche chiacchiera e prima di salire in camera un bicchiere di the caldo fa proprio bene; visto le aragoste di stamattina chiedo se è possibile per domani sera averne per cena, l’albergatore conferma e concordiamo per mezza aragosta a testa, ma solo su prenotazione ed a pagamento.
Mi reco in camera, doccia e l’acqua pare essere un bel mix tra calda e fredda, ma forse è solo l’effetto del sole preso in giornata, ho le spalle rosse e dopo la doccia spalmo crema lenitiva a volontà. Durante il riposo, nell’attesa di ricongiungermi agli altri del gruppo, guardo le foto della giornata; alcune sono proprio belle.
Alle 18.50 abbiamo concordato un appuntamento fuori dell’albergo, la sorella di un autista gestisce un negozio di una cooperativa per lo sviluppo dell’isola dove raccolgono l’incenso e lo vendono. In gruppo ci rechiamo presso il negozio e troviamo incenso, mirra, bruciatori per le resine, tessuti, manufatti in cotone e paglia, vasellame in terracotta; siamo nel regno dell’incenso e per aiutare anche la cooperativa locale decido di acquistare qui i prodotti piuttosto che da altre parti. Una confezione m’incuriosisce molto è “Sangue di drago”, una resina granulare, di colore rosso, estratta della pianta che abbiamo visto nei giorni precedenti; le scritte riportano che è un ottimo cicatrizzante ed è indicato anche per combattere la stanchezza se usato come pediluvio; ne acquisto delle confezioni oltre all’imperdibile incenso.
Rientriamo in albergo per la cena; pane caldo, riso, agnello e pollo al cartoccio, pesce (King fish), patatine fritte, the. Mentre facciamo l’elenco per le aragoste di domani sera, la situazione è sempre rallegrata dalle caprette che, insistentemente, chiedono cibo, ma ormai abbiamo imparato a dar loro da mangiare a cena terminata, onde evitare di avere degli inattesi e voraci commensali a tavola.
Terminata la cena, sparecchiati i tavoli, l’immancabile partita a carte e qualche espediente per allontanare le capre che vogliono appropriarsi anche delle carte.
Domani la sveglia sarà alle 6.30, ci aspettano oltre 100 chilometri di strada, Omar afferma che vedremo i delfini, conoscendolo gli credo, finora quello che ha detto si è sempre avverato.

Parte prima

giovedì 18 ottobre 2007

La sveglia suona ….. ovvero è Omar che girando per l’albergo canta “Il capitan della Compagnia”, la domanda che mi sorge è; ma come fa un yemenita che ha imparato l’italiano a Torre del Greco, a conoscere una canzone degli alpini? Tra l’altro è intonatissimo e non sbaglia una nota od una frase; è veramente un personaggio eclettico ed incredibile.
Colazione; pane caldo, marmellata, miele, mele, the e per chi vuole caffè spruzzato di latte. Terminata la colazione, Fernanda mi chiede se posso aiutarla per una medicazione, due ragazzi che ieri sera hanno cucinato alla griglia si sono ustionati gli occhi, con farmaci appropriati effettuiamo le medicazioni agli increduli pazienti; nessuno si sarebbe aspettato un intervento immediato e competente.
Saliamo sulle auto e partiamo in direzione nord-est, lungo la litoranea superiamo il porto marittimo dell’isola che praticamente è un molo dotato di una gru, dove attraccano le navi; sono presenti dei camion che posteggiati in fila indiana aspettano il loro turno, poco distante una nave sta compiendo le manovre per attraccare e scaricare il suo carico.
Mentre viaggiamo superiamo dei villaggi realizzati con sassi rosati e vediamo nell’azzurro mare possiamo osservare dei gruppi di delfini che nuotano liberamente. Dopo qualche chilometro abbandoniamo la litoranea e percorrendo una strada sterrata e sabbiosa che corre parallela al mare arriviamo ad un promontorio roccioso, siamo nell’area protetta di The Ert, una spiaggia bianca che termina in una penisola con due spuntoni rocciosi di colore rosso ed una baia sassosa, siamo sulla spiaggia di Dihamri. Un piatto terreno sassoso dà accesso alla baia che, osservandola da ovest, ha da un lato la montagna che precipita nel mare e dall’altro lato la penisola con le due colline rocciose. La spiaggia cambia continuamente, a tratti è sassosa, a tratti scogliosa, a tratti sabbiosa; il nome della spiaggia sembra esser d’origine portoghese. Un segmento di spiaggia è attrezzato con ripari per chi vuole cambiarsi o pernottare ed, in effetti, sotto una tettoia vediamo delle tende montate dove qualcuno dorme ancora profondamente.
Dietro suggerimento di Omar qualcuno del gruppo si tuffa in acqua per veder i pesci ed i coralli presenti sui fondali rocciosi; mentre io ne approfitto per fare un giro lungo la riva e scattare delle fotografie.
Guardando in lontananza vedo la spiaggia di Delisha, la spiaggia che abbiamo visto il primo giorno di permanenza sull’isola; è riconoscibile dall’imponente duna di sabbia appoggiata alla montagna.
Scrutando il profilo della montagna nella parte che volge verso est vedo che il fianco termina con delle colline sassose, il cui colore va dal nero al marrone e le colline degradano dolcemente sia verso il mare sia verso l’interno dove è presente una zona desertica. In questa fascia di costa vi è della roccia rossa che degrada nel mare ed a tratti affiora dal bianco fondo sabbioso. Camminando sulla riva noto gabbiani e pesci morti per lo spiaggiamento mentre nell’acqua chiara e trasparente vedo dei pesciolini che riesco a fotografare insieme a dei gasteropodi ed alcuni granchi.
Mentre parte del gruppo prosegue nel bagno mi dirigo verso la parte est della baia dove vi sono i due spuntoni rocciosi ed osservo che sulla riva in alcuni anfratti l’acqua che si deposita per l’alta marea durante il giorno evapora lasciando del sale. Camminando posso ammirare come la costa offre delle spiaggette sabbiose, molto nascoste agli occhi dei più come se la stessa baia volesse proteggere queste piccole e stupende insenature dove l’acqua appare trasparente; mi avvicino così ad uno spuntone roccioso ed arrampicandomi tra sassi ed arbusti riesco a raggiungere la cima, da qui la vista è meravigliosa e noto che oltre questa baia alla mia destra appare una spiaggia bianchissima a perdita d’occhio, popolata solo da gabbiani, dove il mare è di un azzurro trasparente; è un incanto restare qui ad osservare tanta bellezza. Scendo dallo spuntone e ritornando verso il gruppo noto il terreno sassoso che presenta i luoghi dove le capre vengono a sostare per la notte.
Raggiungo il gruppo e poco dopo lasciamo quest’area protetta costeggiando la bianca spiaggia vista precedentemente dalla collina. Ritornando sulla litoranea attraversiamo dei villaggi di pescatori e viaggiando possiamo avvistare dei branchi di delfini che nuotano indisturbati in un mare che è sempre, costantemente, azzurro turchese costeggiato dalle spiagge bianche che creano luoghi di una bellezza strabiliante.
Lungo il percorso ci fermiamo più volte per ammirare e fotografare degli scorci dell’isola dove il paesaggio presenta dei tratti desertici, dei villaggi circondati da palmeti e mentre ci avviciniamo alle montagne compaiono gli alberi bottiglia. Visto che sono così vicini, ci fermiamo per fotografarli; sono proprio alberi curiosi, il tronco parte largo alla base e velocemente si stringe a cono, dando l’impressione proprio di una bottiglia; le foglie sono presenti solo alla sommità dei rami e sono ovali, carnose e raggruppate in piccoli ciuffetti, mentre il colore del tronco è nocciola chiaro, tendente al lucido, che da lontano appare argentato.
Nei villaggi osservo la struttura delle case dove i muri sono innalzati con sassi ben lavorati e squadrati ad arte, mentre i tetti sono terrazze realizzate con travi poi ricoperte di fango. Mi accorgo che adiacenti ad alcune case vi sono orti dove sono coltivati ortaggi e verdure, cintati, per proteggere il raccolto dalle capre. Nei dintorni dei villaggi e sui fianchi della montagna, come già osservato in precedenza, ogni tanto si vedono dei tubi che trasportano l’acqua alle abitazioni.
Proseguendo nel viaggio in lontananza noto delle ruspe e mentre ci avviciniamo, improvvisamente la strada asfaltata termina, iniziamo a percorrere una carreggiata sterrata che in principio è molto larga, ma ben presto si restringe e poco dopo arriviamo in un cantiere dove vi sono mezzi ed operai che stanno costruendo la massicciata della carrozzabile per poi asfaltarla; ed è proprio come ci aveva detto l’accompagnatore l’altra mattina ad Hadibu: stanno costruendo la litoranea verso est.
Continuando nel tragitto, incontriamo altri villaggi ed uno di questi attira la mia attenzione: le barche dei pescatori sono in rada in un mare verde trasparente circondato da una spiaggia bianchissima. Costituiscono un’ottima inquadratura fotografica ed è impossibile non fare foto con questi colori che vanno dal bianco della sabbia all’azzurro del cielo passando per mille tonalità di azzurro e verde dell’acqua.
Riprendiamo il percorso e ci dirigiamo verso una montagna lavica che degrada imponente nel mare, sui suoi fianchi sono appoggiate dune di sabbia bianchissima che scendono dolcemente verso il mare ed ai loro piedi una spiaggia di sabbia bianca, costeggiata da un tratto di rocce rosse dove le auto si fermano: siamo giunti a Irisseyl. Scendiamo dalle vetture e superate le rocce, ci troviamo su una lunga spiaggia bianca dalla sabbia finissima, lambita dalle limpide acque di un mare incantevole dove è impossibile resistere alla voglia di tuffarsi; l’acqua è calda ed è un immenso piacere restare immersi, mentre nel limpido fondale sono visibili pesci che liberamente nuotano indisturbati. Nuotando e chiacchierando l’ora di pranzo arriva velocemente, lasciamo gli ombrelloni e le salviette sulla spiaggia, prendiamo le auto e ci dirigiamo verso la parete della montagna, dove si apre un’enorme grotta naturale entro cui gli autisti hanno steso le stuoie e seduti su esse o sui sassi possiamo pranzare; riso, verdure, tonno in scatola, formaggini, biscotti, mele, arance, the con cardemonio, cannella e chiodi di garofano (molto buono e gustoso).

Parte seconda

giovedì 18 ottobre 2007

A fianco della grotta giunge un’altra Toyota, trasporta tre turisti, sentono la parlata italiana e si fermano a scambiare qualche parola, sono di Verona.
Terminato il pranzo dobbiamo ritornare velocemente alla spiaggia dove ci aspettano delle barche che Omar ha prenotato e il programma è navigare lungo la costa per vedere i delfini. Ritornati sulla spiaggia, solo una parte del gruppo s’imbarcherà, mentre gli altri decidono di rimanere in spiaggia a godersi il mare, l’azzurro del cielo ed il caldo sole.
Saliamo su due barche di pescatori, lunghe e sottili e velocemente lasciamo la spiaggia e ci dirigiamo verso il mare aperto e poi verso la punta est dell’isola, dove dicono vi siamo i delfini. Dopo qualche minuto di navigazione vediamo una pinna che emerge dall’acqua, ma è lontana, i pescatori sono dubbiosi che si tratti di un delfino ed infatti poco dopo vediamo un soffio d’acqua dirigersi verso il cielo; è una balenottera che sta nuotando vicino alla riva. La navigazione riprende verso la punta est dell’isola dove giungiamo quasi dopo un’ora. Qui per la presenza di qualche nuvola il mare appare scuro, siamo al termine del mar arabico all’inizio dell’oceano indiano e dei delfini neppure l’ombra. Proseguiamo nella navigazione ed i pescatori che appaiono delusi per la mancanza dei mammiferi decidono di fare un giro vicino alla punta dell’isola, ma non sono molto convinti, quando ad un tratto il fondale marino sembra muoversi, sembra avvicinarsi a noi qualcosa di nero che si sta muovendo sott’acqua: è un’enorme manta che dolcemente si libra nell’acqua. Dei delfini proprio nessuna traccia, ormai sconsolati decidiamo di rientrare verso la spiaggia, quando all’improvviso dal mare esce una pinna, un’altra ed un’altra ancora; è un branco di delfini che sembrano sbucati dal nulla. Noi ci muoviamo con le barche e loro ci seguono, ad un tratto l’incredibile Omar comincia chiamare “Gaspare” ed un delfino sembra ascoltarlo, appare in continuazione vicino alle nostre barche. E’ un continuo di emersioni e di tuffi da parte di questi stupendi animali, Sandro riprende con la videocamera, io cerco di fare qualche scatto, ma fotografare in queste condizioni è veramente difficile, seguiamo a lungo i delfini; sono momenti veramente incantevoli ed indimenticabili.
Il mare è trasparente, si vede il fondale sabbioso posto 10 metri sotto di noi e mentre qualche pescatore si tuffa nella stupenda e trasparente acqua, dall’altra barca, dove prima arrivavano degli schiamazzi ora giunge un silenzio assoluto, che è successo? Lo saprò solo a terra: in seguito ad un brusco movimento, la barca si era paurosamente inclinata e stava per capovolgersi, solo la prontezza di riflesso dei pescatori che spostandosi, è riuscita a raddrizzarla, ma lo spavento è stato da parte di tutti elevato. A dire il vero durante la navigazione, qualche timore di cascare in acqua lo ha avuto pure io, ero preoccupato non tanto per me ma per la macchina fotografica ed il mio prezioso Moleskine®, che sarebbero irrimediabilmente affondati.
Si sta facendo tardi e l’ora del rientro si avvicina, ritorniamo alle auto e durante il rientro alla spiaggia in lontananza rivediamo la balenottera che si sta dirigendo verso il largo: è veramente una giornata indimenticabile!
Mentre rientriamo con la barca, passiamo vicino ad un tratto di costa ed i pescatori ci fanno notare un tubo che esce dalla montagna e riversa acqua in mare, qui la chiamano “doccia”: è una sorgente di acqua dolce che viene riversata in mare. In una terra tanto arida questo è un vero spreco, osservo che la gettata è cospicua, vedendo il diametro del tubo e l’acqua che fuoriesce, stimo siano almeno dieci litri al minuto, ovvero seicento litri all’ora, quindi 14.400 litri al giorno di acqua dolce che è gettata in mare. Uno spreco immenso! Utilizzarla per l’agricoltura, con un clima così caldo, darebbe la possibilità d’avere frutta, verdura ed ortaggi freschi per quasi tutto l’anno e così integrare sensibilmente l’alimentazione della popolazione, oltre che diminuire la dipendenza dal continente; speriamo che col giungere della strada asfaltata qualche utilizzo razionale lo trovino.
Sbarchiamo sulla spiaggia che il sole si sta approssimando al tramonto, paghiamo i barcaioli e ci ricongiungiamo al resto del gruppo e troviamo una sorpresa; hanno trascinato fuori dall’acqua un pescespada di circa due metri. Parlando con i pescatori che lo stanno osservando e esaminando le ferite sulla pancia e sulle branchie, ci dicono che il pesce è stato ferito al largo, probabilmente da qualche rete ed una volta morto è stato trascinato a riva dalle onde del mare; sarà un buon pasto per granchi ed uccelli.
Siamo in prossimità del tramonto e prima di partire scatto qualche foto al mare, alle barche avendo come sfondo le montagne, quindi saliti sulle auto partiamo diretti all’albergo e ripercorriamo la strada sterrata avendo all’orizzonte il colore rosa del tramonto, le nuvole ed il mare tinti d’azzurro cupo; i colori assumono tonalità pastello, tutto è incredibilmente affascinante. Pare d’essere e di viaggiare in un dipinto dai colori delicati, il marrone delle montagne cambia d’intensità come il rosa delle case e dei sassi. Raggiungiamo e superiamo il cantiere stradale, tra le baracche vedo una persona camminare con una capra sulle spalle, la testa ciondolante dell’animale è coperta da un fazzoletto, probabilmente la capra è stata uccisa secondo la tradizione mussulmana; sgozzata con la testa rivolta verso la Mecca.
Poco dopo riprendiamo la strada asfaltata è già buio e le luci delle lampadine illuminano le case dei villaggi evidenziando il colore rosso e giallo della pietra, la strada non è illuminata e sono accesi i fari abbaglianti; la velocità di marcia varia secondo il tratto stradale a 80 km/h l’auto è stabile, a 90 già la si percepisce leggera, ma vi sono tratti in cui l’autista spinge l’auto fino a 120 km/h e qui non siamo per nulla tranquilli anche perché, in prossimità delle curve, compie brusche frenate; meno male che siamo in colonna e non può superare le auto dinnanzi a noi.
Arriviamo in albergo che la vita serale è già iniziata, qui il sole sorge alle 5.30 e tramonta alle 17.30 ed alle 18 la gente comincia a cenare; ci sediamo ai tavoli e mentre sorseggiamo dell’ottimo the caldo, guardiamo le foto scattate durante la giornata, soprattutto quelle dei delfini e mentre osserviamo le foto, Omar e ci comunica che le aragoste non sono arrivate, quindi stasera per cena si avrà solo pesce, promette che sarà molto buono e pregiato; peccato che non possiamo degustare i crostacei.
Salgo in camera e non c’è energia elettrica, scendo alla receptions e nel mio inglese stentato riesco a farmi capire, ma chi fra me ed il ragazzo della receptions conosce meglio l’inglese è una bella scommessa; comunque dopo qualche tentativo effettuato sul quadro elettrico generale, l’energia arriva.
Doccia e poi un bello strato di crema sulla schiena e sulle spalle per l’arrossamento dovuto al sole. Sdraiato sul letto sto pensando alla giornata odierna, alle bellezze viste, alle meravigliose spiagge bianche dalla sabbia finissima, all’acqua trasparente, ai delfini ed ai colori del tramonto; un idillio vero e proprio. L’incredibile Omar aveva ragione, quando affermava che, secondo lui, l’ultima spiaggia che avremmo visto sarebbe stata la più bella di tutte, ed ora posso solo confermare e condividere questa sua affermazione; Omar aveva ragione anche quando ci ha suggerito di noleggiare delle barche per avvicinarci alla punta est per osservare i delfini, proprio un grande ed insuperabile personaggio.

Parte terza

giovedì 18 ottobre 2007

Mentre lascio la camera mi ricordo che al mattino ho dato ad Omar delle magliette che non volevo riportare a casa e che Omar le ha regalate a dei ragazzi, quando arrivo al ristorante trovo una sorpresa; due camerieri indossano le mie magliette, a dire il vero sono un po’ “abbondanti” per loro, ma sono felicissimi di portarle.
Arriva l’ora di cena e a noi resta la voglia di aragosta; ci è servita una zuppa saporita e pepata, patate fritte, pesce a volontà (dentice e cernia). E’ una serata nuvolosa e ventosa, dopocena si chiacchiera e si gioca a carte, nel cielo di Socotra le nuvole lasciano un po’ di spazio alla volta celeste e questo ci permette d’osservare le stelle, verso le 22 andiamo a dormire, dobbiamo preparare le valigie perché domani si ritorna sul continente.

Parte prima

venerdì 19 ottobre 2007

La sveglia è puntata alle 6.00, ma sono sveglio da un pò in quanto devo mettere della crema sulla schiena arrossata, il sole di ieri ha fatto effetto sulla mia non abbronzata pelle. Guardo fuori dalla finestra ed è tutto nuvolo, guardo meglio … piove e piove copiosamente, dalla valigia estraggo il ky-way ed indosso dei pantaloni da trekking, li cambierò, quando arriverò a San’à.
Colazione; pane arabo caldo, marmellata, miele, dolce locale al pistacchio, the. E mentre si avvicina l’ora della partenza, salgo in camera per prendere la valigia e guardando fuori dalla finestra, sotto una pioggia leggera ma incessante vedo un ragazzo che chinato è intento in “bisogni personali”, quando ha terminato che fa per pulirsi? Cerca accuratamente dei sassi, li sceglie rotondi, si pulisce e poi li getta sul terreno. Diciamo; paese che vai, usanze che trovi!
Annoto il particolare sul Moleskine® e ridendo abbandono la camera, poi ci ritroviamo tutti fuori dall’albergo e carichiamo le valige sulle auto, mentre sta riprendendo a piovere intensamente. Dopo aver salutato e ringraziato i camerieri, ci avviamo verso l’aeroporto; sulla strada bagnata incontriamo moltissime pozzanghere, alcune veramente grandi e notiamo che in alcuni tratti la montagna è franata ed i sassi sono sulla carreggiata quindi la velocità di marcia non è elevata anche perché l’autista lesina nell’uso dei tergicristalli. Ogni tanto azzarda qualche sorpasso da brivido, tipo prima di un dosso oppure su un rettilineo mentre in direzione opposta sopraggiunge un pulmino (che per nostra fortuna gira in una strada laterale); comunque arriviamo in aeroporto sani e salvi, ma continua a piovere e la temperatura è calda ed umida.
Entriamo nell’aeroporto dove ci accoglie un ambiente caldo, afoso e senza circolazione d’aria. Facciamo il chek-in ed Omar deve imbarcare dei sacchi; sono parte dell’attrezzatura di Yemen Old Splendor che erano sull’isola: sono tende e relativa paletteria. Superati i controlli i nostri bagagli sono caricati su dei carrelli collocati all’esterno dell’edificio, ma continua a piovere ed i carrelli sono senza copertura; affannosamente degli addetti stanno cercando qualcosa ed infatti, poco dopo arrivano dei teloni per coprire i bagagli.
Per accedere alla sala d’aspetto dobbiamo superare anche qui minuziosi controlli, gli uomini sono ispezionati all’ingresso, mentre le donne sono invitate ad entrare in un locale dove sono perquisite.
Durante l’attesa dell’imbarco approfitto per annotare delle veloci considerazioni: l’isola che stiamo per lasciare è un vero ed unico paradiso botanico, le piante ed i fiori endemici sono veramente spettacolari, peccato che l’introduzione delle capre stia mettendo a serio rischio questo incantevole luogo. L’isola nel suo complesso è in piena evoluzione, un turismo, limitato, educato e consapevole è sicuramente un indispensabile aiuto per lo sviluppo complessivo.
L’aereo che arriva è un Boeing 737 ed atterrando sulla pista bagnata solleva una gran nuvola d’acqua, poi si ferma, scendono dei passeggeri e sono scaricati i loro bagnagli ed infine il carrello con le nostre valigie è spinto a mano fino all’aereo, mentre nella sala d’attesa il personale dell’aeroporto cerca di aprire la porta d’uscita per permettere il nostro transito verso l’imbarco, ma la serratura non si apre e solo dopo vari tentativi, la porta aprendosi ci permette d’uscire e di dirigerci, a piedi, verso l’aereo. C’imbarchiamo e decolliamo con 10 minuti di anticipo, un ultimo sguardo alle montagne coperte dalle nuvole e poi, alzandosi in volo, l’aereo vira verso sinistra e dal finestrino vedo solo il mare, mentre dal lato opposto intravedo qualche spiaggia, ma la salita è veloce e raggiungiamo subito le nuvole dove tutto diventa prima grigio, poi bianco e dopo pochi minuti compare l’azzurro del cielo; chissà che tempo troveremo a San’à?
Durante il volo aggiorno il diario scrivendo gli ultimi dettagli, dopo mezz’ora di volo appare la costa desertica del continente, faremo uno scalo a Al-Mukalla, l’aereo inizia la discesa sopra un mare azzurro disseminato di bianche nuvole e lontano il marrone del deserto; dal finestrino si vede la costa con la sua spiaggia affiancata da una sottile striscia di pianura e poi le verticali pareti che forma l’altopiano. Poco dopo atterriamo e qualcuno scende poi altri salgono, l’aereo si riempie e decollando siamo in volo diretti a San’à. Sorvoliamo l’altopiano che si distende a perdita d’occhio è interrotto solo dai Wadi che scavati dell’acqua nei millenni mostrano queste immense valli che solo dall’alto si possono osservare in tutto il loro splendore. I sinuosi percorsi dei Wadi si presentano come enormi spaccature nella piatta terra dell’altopiano con ai lati pareti verticali e rocciose che precipitano fino al fondale piatto dove sorgono villaggi circondati da palmeti, dove il verde emerge tra il nocciola della sabbia ed il grigio delle rocce dell’altopiano e sul fondo si nota il bianco/nocciola dei percorsi dei fiumi attualmente in secca.
Dopo l’altopiano, la “quarta dimensione”: il deserto. Un unico colore a perdita d’occhio, vedendolo dall’alto si comprende perfettamente la differenza fra la zona desertica ed il deserto vero e proprio. Nella sua superficie sabbiosa vi sono, come incisi, i segni delle piste tracciate dai fuoristrada che lo attraversano; ma lo sguardo si perde nel vuoto, tutto è colore sabbia e solo ogni tanto dei piccoli affioramenti rocciosi. Sono chilometri e chilometri di sabbia uniforme con qualche duna ed ai margini del deserto oasi di ogni dimensione e fra esse il collegamento con una strada asfaltata.
Terminato il deserto, inizia la zona desertica e poi un pò di verde con qualche villaggio, successivamente la catena montuosa dove le montagne talvolta sono imponenti, rocciose e di colore grigio.
Infine si notano case, città, terreni coltivati, zone industriali quindi potremmo essere vicini alla capitale, ed infatti, poco dopo atterriamo. Lasciamo l’aereo, entriamo nella struttura aeroportuale, la sala d’ingresso per i voli internazionali e nazionali è la stessa, ma la differenza è che ora mancano i controlli doganali. Ritiriamo le valigie, usciamo nel posteggio e troviamo i nostri mezzi; le Toyota? Ritroviamo i pulmini del primo giorno e come già fatto precedentemente, su uno carichiamo le valigie e sull’altro saliamo noi. Partiamo per la città, il ramadam è davvero terminato e c’è molta gente per le strade, stiamo percorrendo un viale, quando in un incrocio vediamo un incidente appena accaduto, un fuoristrada contro un’auto, il fuoristrada è capovolto ed i feriti sono estratti in modo fortuito dai passanti. Poco dopo giungiamo nei pressi di un parco giochi che è molto affollato, proseguiamo ad arriviamo a San’à dove salendo sulla collina giungiamo in hotel. I soliti, immancabili controlli all’entrata e poi veniamo accolti con un cocktail di benvenuto. Ci assegnano le camere, io ho la 304 e questa volta dalla finestra non vedo San’à ma la montagna che, imponente domina la città ed in cima è visibile la fortezza.
Mi cambio, abbandonando i vestiti usati sull’isola ne indosso di puliti, scendo per il pranzo: è a buffet e dopo quattro giorni trascorsi sull’isola, sembra incredibile tanta scelta; antipasti, pasta, carne, pesce, verdure, dolci.

Parte seconda

venerdì 19 ottobre 2007

Dopo il pasto, un attimo di relax, chi va in piscina, chi disfa le valigie; alle 15.30 è previsto il ritrovo nella hall dell’albergo e la partenza per il suq della città; una ghiotta occasione per dedicarsi a compere. Partiamo e percorrendo la periferia della città velocemente arriviamo a destinazione, siamo nella parte delle gioiellerie ed Omar ci spiega che per tradizione, l’acquisto dei gioielli è riservato solo alle donne, anche se un uomo vuole fare un regalo, devono essere loro stesse a recarsi in gioielleria e quando è acquistato e regalato dall’uomo, spesso si recano nel negozio per cambiarlo.
Giriamo per il suq osservando un pò di negozi, da quelli di pentolame, dove le pentole d’ottone e di alluminio esposte brillano colpite dai raggi del sole, a quelli degli chador neri con decorazioni sulle maniche, ed è quasi impressionante vedere un negozio mono tono in mezzo a tanti altri variopinti. Proseguiamo il giro tra case di mattoni di fango dove l’atmosfera è fiabesca. Vediamo negozi di fiori di plastica, negozi di tessuti variopinti, botteghe dove vendono il nargileh. Una curiosa bottega colpisce la mia attenzione; sembrano cesti, ma non lo sono, hanno una forma strana, si presentano con una parte semisferica fatta di tessuto, sopra un piatto fatto con canapa intrecciata e posto al centro del piatto un pomello. Incuriosito chiedo ad Omar cosa sono e mi spiega che è lo strumento utilizzato in cucina per porre il pane da cuocere nel forno; in effetti, questo utensile mi era noto, l’avevo visto utilizzare più volte, qui il pane è cotto in forni di terracotta che sono simili ad enormi vasi dalle pareti rotonde e bombate che degradano verso l’alto. Il fuoco è posto al centro del forno e la pasta del pane una volta tirata e bagnata, posta su questi strumenti è appoggiata alle pareti del forno dove cuoce.
Oggi è un vero piacere girare per le vie del suq, le strade sono pulite, c’è poca gente ed è veramente divertente passeggiare e osservare; fotografo alcuni negozi di jambiye dove i venditori sono intenti a masticare qat ed hanno la classica protuberanza nella guancia.
Proseguiamo fra le spettacolari case di San’à diretti verso la parte centrale del suq, dove ci sono venditori di tabacco intenti a tagliare le foglie, negozi con disegni di hennè che sono utilizzati dalle donne per decorare le mani, i copricapo arabi in decine di colori. A questo punto sono del tutto scontati gli acquisti: stoffe, miniature di case delle Yemen che bene si adattano ai nostri presepi, gioielli in argento, jambiye e shuma (il particolare pugnale utilizzato da nobili e dalle personalità).
Il tramonto giunge dando l’annuncio dell’approssimarsi dell’oscurità e si avvicina l’ora del rientro, quindi riprendendo i pulmini ritorniamo in albergo dove il poter fare una bella doccia calda da una sensazione paradisiaca. Cena a buffet e la sera siamo tutti un poco disorientati, stamattina eravamo a far colazione in tutt’altra dimensione, ora siamo qui in un albergo di lusso con tutte le comodità possibili; il contrasto fra i due mondi è molto forte. Pensando a quanto visto e vissuto a Socotra, quello che prima poteva sembrare sporco, ora sembra quasi pulito. Posso veramente dire dalle capre alle stelle, mentre a fine pasto quello che manca è un pò di the servito nei bicchieri di vetro ed il pane appena cotto sulla piastra.
Dopo cena l’immancabile partita a carte, qualche chiacchiera e poi ci si ritira nelle camere, dormire sotto un piumone è una sensazione magnifica, serve proprio un bel sonno ristoratore e devo combattere pure il raffreddore che ho preso nei giorni scorsi per lo sbalzo termico tra l’esterno e l’aria condizionata degli alberghi.

Parte prima

sabato 20 ottobre 2007

La sveglia doveva suonare alle 7.00, ma il telefono dell’albergo è restato muto, per fortuna e per maggior sicurezza ho puntato la mia sveglia. Facciamo colazione e poi ci prepariamo per un’escursione nella parte montuosa dello Yemen, infatti, il programma prevede spostamenti per oltre 270 km e sarà una lunga giornata; armato di guida, Moleskine®, macchina fotografica e cappello parto. Sul piazzale dell’albergo ritroviamo Hamed e tutti gli altri autisti che avevamo a Sayun, noi 4 siamo contenti di aver ritrovato Hamed e non aver più l’autista di Socotra. Lasciamo San’à diretti verso i monti Haraz (GE 167) (LP 232) a oltre 90 chilometri ad ovest della capitale.
Attraversiamo la città nel traffico sostenuto dove suonano sempre e mentre ci muoviamo dalle vie laterali compaiono dei venditori che si stanno recando al suq trasportano su carriole pannocchie e fichi d’india ed in mezzo al traffico occorre stare attenti a queste persone che si muovono repentinamente. Le carriole sono pure una caratteristica del suq, infatti, girando per le strette vie occorre fare attenzione a questi mezzi di trasporto, onde evitare d’essere colpiti nelle ginocchia.
Uscendo dalla città arriviamo su una collina, da dove si domina gran parte di San’à e qui facciamo una sosta al cimitero cinese; l’aera presenta un monumento, delle tombe con fiori e siepi ben curate e sul prato, al posto dell’erba, sono coltivate piante grasse. In questo luogo riposano le spoglie di lavoratori cinesi, inviati da Mao Tse-Tung per la costruzione della strada che da San’à porta ad Aden: la strada che congiunge la capitale al mare. Ai tempi, lo Yemen, era parte del blocco comunista e l’aiuto per lo sviluppo ricevuto dalla Cina era composto sia da una parte economica e sia da una parte di maestranze necessarie per la progettazione e la realizzazione della strada che porta il nome di Mao Tse-Tung ed in questo cimitero ogni anno è commemorata l’opera delle maestranze cinesi. Omar ci racconta che molti operai cinesi non sono morti per il lavoro, ma a causa del morso di un serpente velenoso presente sulle montagne che, somigliante ad una specie innocua presente in Cina, era sottovalutato.
Poco sotto la collina sorge il tempio egiziano; è il ricordo della guerra civile yemenita, tra monarchi e repubblicani, guerra che causò oltre tre milioni di morti e che oggi è ritenuta inutile.
Lasciamo questi luoghi e riprendiamo il viaggio verso le montagne dell’Haraz. Appena lasciata la periferia di San’à la strada sale verso alcune colline fatte di roccia basaltica marrone e dove è presente del terreno vi sono terrazze coltivate a mais e sorgo. Nei punti strategici ed in cima alle colline sorgono i villaggi fortificati le cui abitazioni sono realizzate con pietra e presentano decorazioni bianche. Questi villaggi visti da lontano assomigliano a dei piccoli presepi e l’occhio si perde nell’altipiano coltivato e costellato da questi borghi.
Proseguendo arriviamo ad un valico e superatolo troviamo un altro altopiano, la strada si snoda lungo pendii terrazzati, qui siamo a quasi 3.000 metri s.l.m. ed il paesaggio è completamente brullo. Le montagne sono interamente terrazzate con muri a secco ed il colore dominante è il marrone della terra, mentre il verde è presente solo in qualche campo coltivato e nei presi di alcune case.
Sugli altopiani la presenza di villaggi fortificati è costante, ve ne sono ovunque, sempre arroccati sulle cime delle montagne o delle colline ed il loro colore si mimetizza benissimo con l’ambiente brullo ed a volte è difficile individuarli.
Arriviamo in un borgo: sulla strada si aprono negozi e gli autisti si fermano per acquistare il qat giornaliero, noi approfittiamo della sosta per fare due passi, ma veniamo letteralmente assaltati dalla gente che ci chiede soldi; distribuiamo penne e caramelle. Noto che in questo villaggio, sulla strada sono depositati sacchetti di plastica, carta e altra sporcizia in quantità notevole; è strano trovare tanto lerciume, gli altri villaggi erano decisamente più puliti.
Ripartiamo e lungo l’itinerario incrociando moltissimi camion stracarichi di mercanzia che viaggiano in senso contrario al nostro; è la merce proveniente dal mare diretta alla capitale. I mezzi viaggiano lentamente sia in salita, ma soprattutto in discesa dove i freni sono sottoposti ad un gran lavoro. Fermo ai bordi della strada vediamo un camion il cui carico di sacchi si è spostato sul cassone ed ora pende pericolosamente verso l’esterno, infatti, in un tornante alcuni sacchi sono caduti e gli autisti stanno discutendo sul da farsi.
Arriviamo ad un valico e sotto di noi appare una profonda valle completamente terrazzata, una sosta per delle fotografie è obbligatoria e poi l’occhio si prede nelle terrazze e nel verde delle coltivazioni. Sotto di noi vi è oltre un migliaio di metri di dislivello ed è tutto completamente terrazzato, mentre sulle cime delle montagne e su spuntoni rocciosi sorgono i villaggi fortificati; è uno spettacolo mozzafiato.
Ripartiamo subito perché la strada da fare è veramente molta, ogni tanto troviamo dei pick-up che trasportano merci o persone e a volte sono stracarichi, vi è gente seduta sul cassone, sulle sponde, in piedi sul paraurti: qui ogni mezzo di trasporto va bene.
Proseguiamo il nostro viaggio verso Manakhah, quando su un tratto in discesa vediamo una mandria di dromedari e di capre ferme per abbeverarsi, da un pozzo circolare i mandriani sollevano a mano secchi d’acqua che poi sono riversati nell’abbeveratoio sottostante, tutt’intorno piante verdi alla cui ombra vi sono uomini che riposano. Scatto qualche foto e poi riprendiamo la strada sempre fra terrazze coltivati. Ad un certo punto il paesaggio cambia, diventa roccioso e le coltivazioni terminano. Ora siamo in presenza di roccia basaltica nera e il contrasto tra il nero della roccia, il marrone della terra, il verde delle piante e l’azzurro del cielo è veramente forte.
Questo tratto di strada è ricco di fichi d’india, di cactus, di piante d’acacia, di arbusti verdi e gialli e anche qui i villaggi fortificati si mimetizzano perfettamente con l’ambiente. Presto arriviamo ad un valico e di fronte a noi, come appoggiato su un cocuzzolo della montagna, vi è un villaggio la cui verticalità è unica: ci fermiamo per alcune foto.
Riprendiamo il viaggio e costeggiando terrazze coltivate a caffè, sorgo e qat, arriviamo a Manakhah (GE 167) (LP 233); all’entrata della cittadina arroccata sulla montagna vi è il “Tourist Hotel” dove ci fermiamo per una sosta, un bicchiere di the è sempre ben gradito. Fuori dall’albergo vi sono delle bancarelle di oggetti in argento, delle jambiye e siamo presi d’assalto dai venditori e, sorpresa, qualcuno di loro parla italiano; scatto delle foto al paesaggio e poi, preso dall’animo commerciale, mi diverto a contrattare i prezzi acquistando braccialetti e collane.
La sosta termina e risalendo sulle auto ci dirigiamo ad un villaggio distante 5 chilometri, dobbiamo attraversare il suq, ma restiamo letteralmente imbottigliati nel traffico, a fatica riusciamo a passare e mentre usciamo da Manakhah un ragazzo sale sul paraurti posteriore dell’auto, ma Hamed che lo vede nelle specchietto retrovisore gli intima di scendere, vi è un pò di tensione e la voce si alza, ma alla fine il ragazzo abbandona la sua postazione; infatti, la strada che stiamo percorrendo è costeggiata da un fosso laterale ed è senza parapetto, in caso di caduta del ragazzo o nostra uscita di strada non oso immaginare cosa possa accadere.

Parte seconda

sabato 20 ottobre 2007

. Proseguendo in breve arriviamo al villaggio fortificato di Al Hajjarah (GE 169) (LP 234), dove veniamo accolti da un nugolo di bambini che parlano italiano, le case di questo villaggio sono veramente particolari; sono torri massicce ed alte, dai muri imponenti e sono realizzate con sassi di basalto perfettamente lavorato, le finestre e le facciate sono decorate con gesso bianco. La verticalità qui è il comune denominatore; tra ripide pareti della montagna s’innalzano senza soluzione di continuità stagliandosi verso il cielo queste bellissime case.
Girando all’esterno del villaggio, scatto delle foto, ma l’insistenza dei ragazzi che ci assediano invitandoci a comprare qualcosa o ad andare a veder qualche bancarella è davvero troppa e supera ogni limite di sopportazione; neppure Omar riesce ad allontanarli. Perciò dopo aver fatto un giro ed aver ammirato l’imponenza delle case, decidiamo di lasciare il villaggio.
Mentre usciamo incontriamo dei bambini che con la cartella in spalla tornano da scuola e ai bordi della strada noto degli asinelli carichi di materiale cavalcati da bambini, un quadro veramente utile per comprendere che la scuola è facoltativa.
Ritorniamo a Manakhah, entriamo in paese e girando a destra, scolliniamo accedendo ad un’altra vallata dove scendiamo e poi risaliamo, intorno a noi sempre terrazze coltivate. Dopo qualche chilometro arriviamo a Hoteip (GE 167) (LP 233), un villaggio che sorge su una collina, dove sono presenti una tomba e moschea bianca: questo è un luogo sacro per gli islaimiti, una branca della religione mussulmana, presente qui ed in Pakistan. In questa zona il verde dei campi è dato dalla coltivazione del solo caffè, poiché gli islaimiti non fanno uso di qat.
Mentre siamo fermi, Hamed mi invita ad andare verso uno strapiombo per fare delle foto, mi avvicino e sotto di me, nella verticalità assoluta, si apre la valle, tutta terrazzata, costellata di case che per dimensione ed imponenza assomigliano a delle fortezze vere e proprie; lo spettacolo è affascinante e l’occhio si prede tra terrazzamenti e case, mentre sull’altro lato la montagna presenta una vegetazione molto fitta che ricorda, per conformazione, forme e colori le montagne della catena peruviana. E’ davvero singolare come da una parte la montagna è brulla e dall’altra è verde lussureggiante.
Dopo aver visitato il borgo e l’esterno della moschea bianca, rientriamo a Manakhah per il pranzo e lungo la strada fotografo il villaggio di Kalib che sorge su uno sperone roccioso e le sue case svettano verso il cielo creando una bella visione con il nero delle abitazioni, il marrone della terra e l’azzurro del cielo.
Ritorniamo al Tourist Hotel di Manakhah, saliamo al primo piano dove ci fanno accedere ad una stanza il cui pavimento è completamente ricoperto da tappeti e per entrare dobbiamo togliere le scarpe. Ai lati, adagiati per terra e contro le pareti sono presenti dei cuscini dove sedersi; i cuscini sono bassi e le gambe sono allungate verso il centro della stanza dove è stesa una stuoia verde e rossa con piatti, tovaglioli e come singola posata un cucchiaio.
Mentre prendiamo ognuno il suo piatto e ci sediamo sui cuscini posti per terra, arriva il cameriere con i piatti di portata, li trasporta in un enorme vassoio di alluminio, dal diametro ai almeno 70 centimetri, posto sulla testa. Sopra questo vassoio, sono disposti a piramide, i piatti di cibo. Il cameriere velocemente fa più viaggi e sulla stuoia sono posati i piatti contenenti riso, cornetti in umido, patate stufate, zucchine ripiene, carne di manzo con verdure, zuppa yemenita, mentre il dolce è una torta rotonda fatta con una pasta tipo sfoglia con sopra del miele (molto buono), infine the e banane.
La stanza presenta pareti tinteggiate di giallo fino ad altezza d’uomo e sopra bianche, il soffitto anch’esso bianco è decorato con stucco. Alle pareti alcune finestre rettangolari e sopra altre finestre ad arco con decorazioni in muratura e vetri policromi; agli angoli delle pareti angeli portalampade interamente decorati a stucco.
Mangiamo seduti sui cuscini o sdraiati, come vuole la tradizione yemenita e terminato il pranzo la stanza è sparecchiata ed arriva un gruppo musicale con danzatori che si esibiscono in musiche e balli tradizionali con la jambiye. Durante lo spettacolo qualche componente del gruppo è invitato a ballare e tutto sommato se la cava bene.
Ripartiamo da Manakhah, ma dopo poche centinaia di metri la prima auto si ferma poi fa inversione e l’autista dice a tutti di seguirlo, nessuno capisce che sta succedendo, ritorniamo sui nostri passi e ci dirigiamo verso il centro della cittadina dove ci fermiamo, Omar ci fa inoltrare a piedi per le strette e tortuose strade della parte antica di Manakhah e poco dopo sbuchiamo in una piazza. Qui le case sono tutte di sasso, a due piani e sembrano tutte uguali: al piano terreno compaiono le ante delle botteghe e sopra, nelle facciate si aprono finestre tutte simili; siamo nella piazza dell’antico mercato del caffè. Qui, nel 1600, era il più importante mercato mondiale del caffè. Ogni porta, che era fatta di legno, aveva scolpito il simbolo di chi rappresentava, poteva essere acquirente o venditore ed è qui la genesi delle moderne borse economiche, anche se qui si trattava solamente caffè, coltivazione originaria di questa terra. Tra le antiche porte ancora presenti, un simbolo attrae l’attenzione di Omar, è il simbolo del leone di San Marco, ovvero il simbolo della Serenissima, che qui aveva dei suoi rappresentanti. Girando per gli stretti vicoli, lasciamo la cittadina, quindi ripartiamo in direzione di San’à; il viaggio è lungo e dobbiamo ripercorrere tutta la strada di stamattina fatta di tornanti, curve, valichi, valli ed altopiani.
Avvicinandoci a San’à, su un altopiano mi fermo per fotografare i terrazzamenti che col sole a favore assumono colori forti ed intensi, vi sono bellissimi scorci sulle terrazze fra i campi coltivati ed i muri realizzati a secco creano dei giochi di luce, forse mai come in questi momenti il contrasto fra il marrone della roccia, il verde delle piante, il giallo del mais e del sorgo creano una tavolozza di colori affascinante. Osservo alcuni campi di paglia che, illuminata dal sole che sta tramontando, appare come dorata.
Superando valichi, percorrendo altopiani, arriviamo vicino a San’à, sulle colline limitrofe alla città decine di auto sono ferme con persone a bordo che aspettano il tramonto e vogliono godersi lo spettacolo del sole che sparirà dietro le montagne lasciando che gli ultimi raggi colpiscano la case marroni e bianche di questa stupenda città.
Mentre ci avviciniamo alla città su una piazza vediamo delle auto tutte uguali, sono decine; è la stazione dei taxi di San’à diretti a Aden, sulla costa.
Arriviamo in albergo e ci è offerto il cocktail di benvenuto, poi visto che ho tempo mi concedo sauna e piscina; ci vuole proprio per rilassarsi bene. Doccia e poi cena a buffet dove troviamo un ottimo spezzatino di carne e la pasta preparata al momento, i cuochi sono veramente bravi.
La serata, sfruttando l’intrattenimento musicale dell’albergo, trascorre tra danze, partita a carte e chiacchiere, poi vado in camera, devo sistemare gli appunti, leggere l’itinerario di domani, controllare le foto fatte e metter in carica la batteria della macchina fotografica.

Parte prima

domenica 21 ottobre 2007

Mi sveglio alle 4.00, mentre nella notte risuona la voce del meuzzin che richiama alla preghiera e la sua voce amplificata dagli altoparlanti giunge a me nitida; poco dopo vedo il sorgere del sole, la sveglia è prevista per le 7.00, santifichiamo la domenica, colazione ed alle 8.30 si parte, il programma prevede un’altra giornata in cui si percorreranno molti chilometri, partiamo e ci dirigiamo verso la periferia della città, verso le montagne poste a nord della capitale. Le strade sono trafficate a causa di lavori in corso e qualche deviazione è d’obbligo. Lasciamo la città salendo su un altopiano che ha come basamento della roccia nera ed anche qui sulle cime delle montagne e sugli speroni rocciosi sono stati edificati villaggi con pietra nera, solo alcune abitazioni presentano delle semplici decorazioni bianche.
Fatti pochi chilometri ci fermiamo ad un posto di controllo dove verificano i documenti del gruppo e ci chiedono di posteggiare a lato della strada, non si capisce bene cosa succede, ma sembra che qualche permesso non sia arrivato. Omar si mette al telefono e ci dice che è un normale controllo di polizia e stanno controllando le referenze ed infatti, dopo qualche minuto di attesa arriva il permesso di transito e quindi ripartiamo percorrendo un altopiano con un paesaggio fatto di terreni coltivati a sorgo e qualche rada pianta di acacia che movimenta un pò lo scenario. I campi sono tutti cintati con muri realizzati a secco utilizzando roccia nera.
Anche oggi la strada è trafficata e si rimpiangono le giornate del ramadam, quando non circolava nessuno e, tra l’altro, stiamo viaggiando su una strada che a tratti non è asfaltata, ma è presente l’illuminazione stradale.
Durante il tragitto vediamo un mezzo in panne e possiamo osservare come qui i triangoli non esistono: per segnalare il mezzo in difficoltà sono posti dei sassi in mezzo alla carreggiata. Sul percorso troviamo molti camion carichi di merce e a causa del traffico a volte è difficile sorpassarli, tra l’altro il viaggio è rallentato dai numerosi posti di controllo posti lungo la direttrice verso il mare. Arriviamo nei pressi di un villaggio, dobbiamo rallentare per la gente che recandosi al suq invade la strada utilizzandola anche come posteggio: le auto sono ferme in seconda o terza fila: mentre rallentiamo vediamo dei bambini che stanno andando a scuola, indossano una divisa verde oliva e la cartella è un sacchetto posto sulle spalle e gli spallacci sono delle semplici corde.
Lungo la strada auto, camion, furgoni diesel a volte emettono del fumo nero che in alcuni momenti rende l’aria irrespirabile; ma incontriamo anche mezzi a benzina che bruciano olio emettendo un intenso fumo bianco; veramente su queste strade si trova di tutto, ma l’importante è potersi muovere.
Arriviamo ad Amran (GE 170) (LP 235) la cui periferia è costituita da case moderne, gli autisti si fermano in un negozio per l’acquisto della razione quotidiana di qat; approfitto della sosta per controllare quante foto ho ancora a disposizione nella sim, poche, ed allora inserisco una sim una vuota, in questi giorni ho fatto oltre 700 scatti: che grande comodità la tecnologia digitale.
Riprendiamo il viaggio e poco dopo, avendo deviato dalla strada principale, arriviamo nella parte vecchia della cittadina. E’ tutta cintata e per accederci bisogna transitare dal portale in sasso imponente e massiccio. Anche le mura di cinta sono possenti ed è bello osservare come i massi delle mura e del portale d’ingresso siano ordinati con maestosa sapienza e l’occhio è appagato dalla bellezza e dalla geometria dei manufatti.
Entrando nella città murata vediamo che le case si sviluppano in altezza fino a 6 piani ed hanno la base realizzata in sassi rossi ben squadrati, mentre i piani superiori sono edificati con mattoni di fango e di paglia. Girando per la cittadina su strade interamente lastricate, notiamo il particolare: in tutti gli altri villaggi le strade erano in terra battuta. Passeggiando osserviamo la raccolta dei rifiuti, ed anche in questo caso è la prima volta che vediamo un mezzo della nettezza urbana, ma malgrado ciò, girare per Amran, significa camminare tra odori vari, a volte anche spiacevoli. Noto che i vasi da notte sono svuotati dalle finestre direttamente sulla strada e quest’usanza che avevo già notata in altri villaggi qui crea un olezzo sgradito.
Nel villaggio veniamo accolti da un nugolo di bambini che chiedono penne e caramelle, ma guardando bene i bambini si nota che sono sporchi. Effettivamente non ho mai visto tanta gente sporca e disordinata così in tutto lo Yemen; qui la pulizia personale sembra proprio un optional. Ma malgrado olezzi e sporcizia varia, girare per Amran antica da una sensazione unica, le case si stagliano alte verso il cielo, il colore rosato dei sassi, il marrone dei mattoni di fango, qualche finestra è decorata di bianco o di altri colori e hanno forme differenti; rettangolari, quadrate, rotonde ad arco che movimentano l’architettura delle abitazioni. Ed anche le decorazioni creano movimento, infatti, a volte sono solo intorno alle finestre, a volte disegni geometrici sono posti sulla facciata delle case; qui si cammina fra una miriade di scorci, uno più bello dell’altro e l’occhio si perde in tanti suggestivi particolari.
Lasciando la parte antica di Amran arriviamo in un altra dimensione per odori e pulizia, infatti, dopo poche decine di metri troviamo il suq con gente ordinata e pulita; quello della sporcizia era proprio un fenomeno localizzato fra poche case.
Nel suq qualcuno del gruppo vedendo una farmacia si mette alla ricerca di prodotti a base di aloe e mentre aspettiamo le nostre auto noto un negozio di antichità ed entro per dare un’occhiata. Trovo un vasto assortimento di gioielli d’argento, armi ad avancarica, pistole, revolver e fucili vari. Adiacente a questo negozio vi è una ferramenta dove tutto è ammassato e l’impressione è d’essere giunto in uno di quei posti dove se cerchi qualcosa di particolare sicuramente lo trovi.
Riprendiamo il viaggio lasciando la periferia moderna di Amran e poco dopo arriviamo in un villaggio dove nei pressi del suq siamo fermi, tutto il traffico è bloccato in entrambe le direzioni e solo dopo qualche minuto pian piano ci muoviamo; al centro della strada un venditore di bevande ha posizionato il suo carretto e tranquillamente vende i suoi prodotti. Anche qui le auto sono parcheggiate in seconda e terza fila: in questi posti la fretta proprio non esiste. Superato il villaggio proseguiamo su un immenso altopiano coltivato: nei campi alcune persone stanno lavorando, i villaggi fortificati si mimetizzano perfettamente con l’ambiente; l’unico colore che crea un forte contrasto è il verde delle piante.
Giungiamo all’ennesimo posto di controllo, siamo ancora fermi per queste verifiche che si susseguono ciclicamente, poi ripartiamo percorrendo una strada tortuosa e tra tornanti e curve arriviamo ad un valico e facciamo una sosta; di fronte a noi si aprono delle immense vallate dove tutto è colore nocciola sia la terra, sia la roccia. Le montagne sono completamente terrazzate, solo qualche affioramento di roccia rompe l’armonia delle terrazze e su qualche spuntone roccioso o sulle cime delle montagne sorgono i villaggi che in alcuni casi sono delle vere e proprie, inespugnabili fortezze.

Parte seconda

domenica 21 ottobre 2007

All’improvviso arrivano dei ragazzi che vogliono vendere dei gioielli in argento e dei fossili, regalo ad un ragazzo una penna e, come ringraziamento, mi dona un bivalve fossile; arricchirà la mia collezione. I ragazzi hanno dei bei fossili, dai bivalvi perfettamente conservati a delle stelle marine levigate; visto il prezzo e la bellezza dei fossili, suggerisco a qualcuno del gruppo di acquistarlo come ricordo.
Riprendiamo il viaggio ed iniziamo una discesa che si snoda fra vallate coltivate oppure brulle poi trovando un posteggio ci fermiamo a fotografare l’imponente fortezza di Kohlan, una costruzione che sorge in cima ad una montagna, tutt’intorno si vedono solo montagne brulle di origine sedimentarie dove sono visibili gli strati e le frane caratteristiche di questa conformazione geologica. Sotto di noi si apre in tutta la sua immensa profondità una valle stretta e ripida di una bellezza selvaggia finora mai vista, dove appaiono i brulli, ripidi e desertici fianchi della montagna e, come già visto, sugli aspri affioramenti rocciosi si ergono i villaggi.
Risaliamo in auto e proseguendo nel viaggio ci avviciniamo a Kohlan (GE 170) (LP 235) dove sempre più imponente, maestosa e massiccia appare la nera fortezza che i turchi usarono strategicamente per il controllo sulle intere vallate circostanti; i conquistatori con un solo cannone controllavano tutto il territorio. Oggi osservando la cima della montagna, oltre all’imponente e storica fortezza, appare alla sua sinistra una moschea che col suo colore bianco spicca tra il marrone ed il nero della roccia.
Percorrendo una tortuosa strada ci avviciniamo ed entriamo a Kohlan, posteggiate le auto c’inoltriamo a piedi fra le case ed osservo che anche qui la verticalità è regina incontrastata nell’architettura. I fianchi della montagna sono veramente ripidi e dove è stato possibile, rubando centimetri alla roccia, la montagna è stata terrazzata ed a ridosso dei campi sono state edificate case che si stagliano tra la montagna ed il cielo. Mentre tutt’intorno sulla roccia viva sono cresciute centinaia di piante di fichi d’india che rendono caratteristico tutto l’insieme, la vista prosegue senza soluzione di continuità passando al verde delle piante di qat coltivate sulle terrazze.
Dalle case poste sotto la roccia, la fortezza appare in tutta la sua imponenza, alta, massiccia, quadrata, domina incontrastata la valle. Girando fra le case e percorrendo stradine scavate nella roccia, ritorniamo alle auto e proseguendo il viaggio scendiamo nell’immensa vallata su una strada tortuosa dove il susseguirsi di curve e tornanti rende il viaggio interessante per gli scorci che offre ed anche qui è un continuo susseguirsi di scenari e di paesaggi diversi.
Durante la discesa ci fermiamo, siamo in colonna, le auto nella nostra direzione sorpassano altri mezzi: vi è un tamponamento, ma nulla di grave, anche se ci rallenta parecchio.
Proseguiamo e verso il fondo valle il paesaggio cambia radicalmente: qui compare il verde delle piante e delle coltivazioni, è veramente impressionante come la presenza costante dell’acqua renda verdeggiante una terra che solo pochi chilometri prima era completamente brulla.
Ora riprendiamo a salire e lasciando il lussureggiante fondo valle ritorniamo verso la montagna, appare una collina dominata anch’essa da una fortezza: siamo arrivati a Hajjah (GE 171) (LP 236).
Giungiamo al centro della cittadina e ci dirigiamo verso il ristorante per il pranzo, sono le 14, l’albergo è collocato in una posizione panoramica da dove si domina la città, la sottostante valle e le montagne che circondano la città come un anfiteatro.
Finalmente pranziamo; zuppa di ceci, patate in umido, pollo al forno (ma non tutto è ben cotto e dobbiamo chiedere di rimetterlo un attimo in forno), riso con cannella e chiodi di garofano, arance e banane.
Terminato il pranzo esco su una terrazza per ammirare il panorama: sopra la città, nel punto più alto della collina c’è la rocca che con le sue alte mura, le torri rotonde ed il palazzo centrale si erge imponente dominando tutto; sulle pendici della collina si vedono le case antiche realizzate con roccia marrone e grigia, mentre le case nuove sono realizzate con mattoni di cemento e tutte sono decorate con calce bianca. Tutt’intorno immense vallate ed imponenti montagne completamente brulle, senza verde se non qualche sporadica pianta di acacia e solo guardando le terrazze coltivate vedo del verde: sono le onnipresenti piantagioni di qat. Lo sguardo si perde nell’infinito nel colore marrone/grigio della roccia e dei villaggi che si mimetizzano nell’ambiente.
Il tempo trascorre velocemente, siamo in ritardo e dobbiamo terminare il giro di Hajjah per poi rientrare a San’à ripercorrendo la stessa tortuosa e trafficata strada.
Ripartiamo e ci dirigiamo verso il suq, ma visto il traffico caotico e la moltissima gente presente abbandoniamo l’idea; mentre siamo in coda possiamo notare che il suq è suddiviso per settori merceologici. Lungo la strada in una serie di negozi di barbieri guardiamo divertiti l’arredamento: in alcuni vi sono delle sedie di plastica, in altri delle poltrone da barbiere ottenute con delle assi di legno e della gommapiuma, in altri delle vere e datate poltrone da barbiere.
Decidiamo di salire sulla rocca per ammirare il panorama, ci avviciniamo e per accedervi dobbiamo percorrere un tratto di sentiero che si inerpica sulla collina dove il selciato è reso liscio dal passaggio di uomini ed animali nel tempo: l’accesso alla fortezza è difficoltoso oggi come allora. Arriviamo e l’enorme portone è chiuso, Omar bussa ed appare un guardiano che ci chiede 200 rial (1,25 €) per entrare, paghiamo ed accediamo a questa imponente fortezza. All’interno sono presenti degli edifici abbastanza trascurati, come trascurata è l’erba del prato ma più che erba potrei dire sterpaglie. Al centro della piazza d’arme si erge il palazzo del comando che è accessibile e visitabile; entriamo e per una ripida scala saliamo fino alla terrazza da dove si può ammirare l’intera vallata sotto di noi: si vedono le case marroni/grigie della cittadina, sulle rocce qualche pianta di fichi d’india, poi lo sguardo si perde nelle immense vallate, tutt’intorno le brulle ed imponenti montagne di colore grigiastro dai pendii rocciosi ed impervi che col sole creano dei giochi d’ombra, mentre nel cielo azzurro, in direzione del mare, compaiono delle nuvole bianche che a tratti diventano grigie.
Scendendo dalla collina lasciamo la rocca, riprendiamo le auto e ripartiamo lasciando la cittadina in direzione di San’à ripercorrendo la strada di stamattina mentre il sole che tramonta colora tutto in modo suggestivo facendo risaltare il giallo delle piante di sorgo tagliate, il marrone/rosso dei muri a secco sul marrone della terra. La visuale cambia in continuazione e si nota anche l’opera dell’uomo che con la sua opera costante e meticolosa cerca di carpire ancora più spazio alla roccia utilizzando proprio tutte le possibilità a sua disposizione.
Proseguiamo in un susseguirsi di altopiani dalle rocce a volte marroni a volte nere dove vi sono infinite piantagioni di qat ed ogni terreno è delimitato da una torre che ha una funzione di controllo. Questa regione è proprio affascinante per le bellezze che presenta. La velocità di marcia è limitata, siamo in coda per i camion che trasportano mercanzie dal mare alla capitale, e come stamattina, sorpassare è difficile.
Il sole tramonta definitivamente e la sera cala, siamo tutti stanchi, soprattutto gli autisti che stanno guidando su queste lunghe, interminabili strade dove neppure il masticare qat porta loro beneficio.

Parte terza

domenica 21 ottobre 2007

Arriviamo a San’a che è buio, il traffico è sostenuto, guidare qui è veramente un terno al lotto in quanto, come sempre, non si capisce chi ha la precedenza, tutti suonano, tutti passano. Finalmente giungiamo in albergo, veloce doccia ristoratrice ed alle 19.30 è prevista la partenza per il ristorante in città. Risaliamo sulle auto e dopo qualche minuto arriviamo al ristorante “De Luxe” dove, per cena ci servono una salsa fatta con aglio e prezzemolo, delle verdure (cetriolo, pomodoro, cipolla), pane arabo, dentice al forno, zuppa di ceci, pasticcio di fagioli, banane, the. Qualcuno del gruppo chiede pesce non speziato che arriva solo dopo la frutta. Durante la cena i camerieri portano un sorbetto al limone, ma la quantità basta solo per la metà del gruppo. Il servizio non è dei migliori ed anche Omar resta scontento del trattamento ricevuto. Durante la serata Abdul viene a trovarci; s’informa su com’è andata la gita e constata che siamo tutti soddisfatti, infatti, tutto è andato bene grazie anche alla minuziosa pianificazione fornita da Yemen Old Splendor. Ci porta anche un omaggio, un pacchetto contenente incenso, caffè, una statuetta delle case torri caratteristiche dello Yemen, ma nel pacco vi è anche il visto da compilare per l’uscita dal paese; veramente una grande e minuziosa organizzazione.
Rientriamo in albergo e siamo tutti stanchi, in particolar modo gli autisti e domani si riparte per l’ultima gita in questo meraviglioso, stupendo ed incantevole paese

Parte prima

lunedì 22 ottobre 2007

Siamo giunti all’ultimo giorno di questo tour, la sveglia è prevista alle 7.00 ma come nei giorni precedenti, il telefono in camera resta muto. Guardando fuori dalla finestra vedo il cielo azzurro che preannuncia una giornata incantevole sia per il tempo, sia per il programma.
Partiamo e percorrendo la periferia di San’à troviamo come sempre traffico intenso, oltre agli automezzi sulle strade incontriamo i soliti carretti carichi di prodotti agricoli diretti al suq. Lasciata la città iniziano i campi coltivati a qat e percorsi pochi chilometri ci fermiamo su un’altura dove sotto di noi, circondate da pareti verticali, si apre lo spettacolare Wadi Dhahr (GE 161) (LP 229), una verde e lussureggiante piana dove fan bella vista campi coltivati e ben ordinati, le verdi piante ed i villaggi dal colore marrone della roccia. Osservando bene nella piana, appare uno spuntone di roccia sul quale è stato edificato un palazzo: è la casa dell’Iman. Edificata nel 1930 è una delle immagini più note dello Yemen; l’edificio emerge dalle altre case che si mescolano col verde delle acacie, delle palme e della piante di qat.
Risaliamo sull’auto e troviamo seduti sui sedili posteriori Giorgio e Rossella, che fanno qui? La loro auto ha bucato e mentre l’autista cambia la gomma approfittano per un passaggio; ottima scelta così la compagnia sulla Toyota aumenta. Ripartiamo e dopo un breve tragitto di strada asfaltata entriamo nello sterrato Wadi Dhahr, poche centinaia di metri e siamo a Dar al-Hajar (GE 161) (LP 229), la casa dell’Iman. Collocata su una roccia alta 50 metri, si erge quest’imponente costruzione di 5 piani che frontalmente appare quadrata e massiccia. La facciata, realizzata con sassi neri, si staglia sul marrone della roccia e presenta decorazioni bianche alle finestre, una bellissima greca centrale ed la terrazza con archi. I fianchi della casa sono costruiti su più livelli realizzati con massi marroni e tutte le pareti sono finemente decorate di bianco: un posto così merita d’essere fotografato.
Parte del gruppo decide di entrare e visitare l’interno mentre alcuni restano all’esterno per la difficoltà ad affrontare i gradini dell’edificio; entrando dalla porta principale che è posta dietro la facciata e salendo per una scala a volte ripida noto gli ambienti destinati all’Iman e quelli destinati alla servitù, che sono posti ai lati. All’interno vi sono due scale separate, quella principale, la padronale molto ben curata, mentre la scala di servizio è stata scavata grossolanamente nella roccia ed i suoi gradini sono irregolari. Nel palazzo sono stati ricostruiti alcuni ambienti utilizzando arredamenti d’epoca e questo fa intuire la ricchezza, la sontuosità e la bellezza originali di quest’abitazione. Nelle pareti si possono ammirare le finestre ad arco decorate con vetri policromi che danno all’ambiente una luce magica, mentre salendo sulla terrazza si può osservare un paesaggio incantevole dove da ogni finestrella presente sulla merlatura perimetrale la vista cambia in continuazione ed è come essere in una pinacoteca ed osservare dei dipinti in sequenza con il cielo azzurro che crea una cornice insuperabile e come sfondo la roccia, il marrone dei campi e il verde delle piante.
Usciamo dall’edificio e guardando verso l’alto vedo le imponenti pareti che si stagliano verso l’azzurro del cielo e come i massi dei muri, creano un effetto policromo abbellito dalle bianche decorazioni.
Poco distante un giardino racchiude una fontana, anch’essa oggetto di numerose fotografie presenti su varie pubblicazioni; la fontana con le forme rotondeggianti ed i tre spruzzi, mostra la sua bellezza; adiacente ad essa un colonnato immette in alcuni locali, oggi contenenti ambienti ricostruiti. Tutt’intorno, oltre le mura del giardino, si ergono le pareti delle montagne ed essendo in un posto tanto bello, mi soffermo a fotografare i particolari.
Veniamo richiamati dal gruppo che aspetta all’esterno del palazzo, è ora di ripartire, la giornata prevede altre visite e la strada da percorrere anche oggi è lunga.
Lasciamo il Wadi Dhahr e c’inoltriamo per un primo altopiano, il terreno anche qui è completamente coltivato a qat e vi è tanto verde, superiamo un valico e ci troviamo su un altopiano dalla roccia rossa, completamente terrazzato e coltivato, lo percorriamo completamente, altro valico ed incredibilmente appare un terzo altopiano, fatto di rocce nere. Qui il lavoro certosino e preciso dell’uomo si nota maggiormente che negli altopiani precedenti, la conformazione del terreno con grandi affioramenti rocciosi ha fatto sì che nei secoli gli uomini con terrazzamenti ben studiati sfruttassero ogni lembo di terra possibile e nei campi ben tenuti vediamo sorgo, mais, mentre sui crinali delle montagne e sui roccioni sorgono i villaggi. In fondo all’altopiano, appare imponente uno sperone roccioso dalla forma rettangolare, in cima al quale si notano delle fortificazioni, ci avviciniamo a questo massiccio sperone a cui piedi sorge Thula (GE 164) (LP 230); una cittadina circondata da imponenti mura e realizzata con case di sasso. Accediamo alla parte antica attraversando la porta principale e all’interno appare una piazza dove un muro racchiude la cisterna dell’acqua che serve l’intera città. Qui per attingere l’acqua ad uso comune sono state sistemate all’esterno della cisterna delle pompe manuali che creano un bellissimo arredamento urbano.
Il borgo è dominato dal torrione che imponente controlla l’altopiano; secoli fa i conquistatori turchi assediarono il villaggio, ma l’Iman che si era asserragliato nella fortezza posta in cima allo sperone resistette: dopo mesi d’assedio, vista l’inespugnabilità del luogo, fu raggiunto un accordo e l’Iman restò, mentre i turchi si ritirarono dalla zona.
Tutte la case di Thula costruite con sassi, si presentano come piccole fortificazioni, alte, massicce, potenti dove il marrone dei sassi si mimetizza con la roccia della montagna. Le abitazioni presentano finestre rettangolari sovrastate da finestre circolari a volte decorate di bianco.
Appena giunti sulla piazza, siamo assediati da ragazzi che ci vogliono accompagnare nei negozi di qualche loro parente, è stupefacente sentire che qualcuno di loro parla un italiano fluente, resto meravigliato da questa conoscenza linguistica. Giro per Thula praticamente scortato da questi ragazzi che sono incuriositi dal mio osservare in continuazione gli scorci della cittadina e dal fatto che non sono attratto dai negozi, ma sono intento a scrutare gli angoli più nascosti per fotografare i particolari delle case: visto ciò mi accompagnano a veder la casa più grande della città, un’enorme, massiccia ed imponente struttura, con finestre aperte e traforate, stimo sia alta almeno 8 piani. Mi dicono che qui abitano più di 100 persone, tutte appartenenti o discendenti dalla stessa famiglia. Le case hanno una struttura particolare, in basso a piano della strada vi sono le stalle, sopra i locali delle abitazioni, mentre l’ultimo piano è riservato agli uomini ed è qui che si ritrovano trascorrere il pomeriggio per masticare qat e chiacchierare. Proseguendo il giro per il borgo i ragazzi mi fanno vedere l’abitazione dell’Iman, anch’essa massiccia e presenta all’ultimo piano una bella finestra decorata.
Mentre cammino, sento che Omar dice che a Thula vi sono ben 25 moschee e ne intravediamo qualcuna molto piccola con la sua struttura bianca tra il marrone delle case.
Lungo una via una serie di negozi, ecco dove i ragazzi volevano portarci, ognuno ha il proprio negozio di riferimento, anche i negozianti conoscono l’italiano e c’invitano cortesemente ad entrare.

Parte seconda

lunedì 22 ottobre 2007

Un dato caratteristico di tutto lo Yemen, o almeno nella parte storica del paese: i negozi presentano all’esterno delle porte di ferro di colore azzurro o verde, mentre l’interno, sembra uno standard, ogni locale misura circa 4 metri per tre, qualche negozio occupa due o tre spazi limitrofi.
Nei negozi si trovano jambiye, gioielli d’argento, tessuti e parte del gruppo si ferma per acquisti, ma il tempo è trascorso ed è ora di ripartire. Saliti sulle auto ci accorgiamo che manca Marina. Mentre Omar va a cercarla colgo l’occasione per effettuare qualche scatto alle case della città ed alla circostante campagna coltivata a cereali.
Mentre fotografo, un particolare delle abitazioni attira la mia attenzione; qui non esistono camini, anche se all’interno di ogni casa vi è un fuoco a legna acceso ed il fumo esce da alcuni buchi rotondi presenti nel muro: questi sono facilmente riconoscibili per le pareti annerite dalla fuliggine. Poi il gruppo si ricompone in quanto è stata ritrovata la “dispersa”: era in un negozio a far compere. Lasciamo Thula e ripercorriamo parte dell’altopiano, giriamo verso destra e dopo pochi chilometri arriviamo a Hahabah (GE 165) (LP 231), una città fortificata circondata da mura di sasso, ma mentre arriviamo al villaggio dei bambini escono da scuola e quale occasione migliore se non i turisti per chiedere penne, caramelle e soldi? Praticamente siamo accerchiati da un nugolo di bambini che non ci abbandoneranno più fino alla nostra partenza dal villaggio. I bambini indossano delle divise; i più piccoli colore verde oliva, mentre quelli più grandicelli hanno una divisa colore beige, forse la divisa corrisponde al ciclo scolastico?
Anche questo villaggio oltre al muro di cinta presenta delle case realizzate con sassi ed hanno un’architettura particolare finora mai vista, infatti, le abitazioni seppur sviluppate in altezza presentano decorazioni geometriche realizzate con sassi. Sulle facciate sono presenti delle finestre rettangolari, delle finestre rotonde, ed all’ultimo piano, dove si riuniscono gli uomini, ampie finestre sormontate da una tettoia a poi dalle mezzelune decorate.
Entriamo nel villaggio non tanto per osservare le case, ma per vedere la cisterna d’acqua più grande dello Yemen, circondata da un muro di contenimento appare l’acqua azzurra, in essa si rispecchiano le alte case che sorgono intorno formando un bellissimo teatro; scatto alcune foto, ma, sempre assediati dai bambini, uscendo dal villaggio vediamo tutt’intorno sacchetti di plastica e pezzi di carta abbandonati per terra. Per essere un posto dove si effettua una delle foto più belle del paese è proprio trascurato, comunque una cosa abbiamo imparato: mai visitare qualche luogo nel momento della chiusura delle scuole.
Lasciamo il villaggio e costeggiando una montagna dalle pareti verticali sulla cui sommità vediamo il villaggio di Kawkaban che appare come un nido d’aquila che domina tutta la vallata. Sulle colline alla base delle imponenti pareti sorge Shibam (GE 163) (LP 229), località nota per le grotte preislamiche.
Giungendo nella cittadina ci fermiamo per il pranzo. Il ristorante all’esterno appare un pò spartano, ma dopo aver attraversato un cortile giungiamo in un edificio tradizionale realizzato con mattoni rossi, entriamo e ci fanno accomodare al secondo piano in una stanza dove il pavimento è ricoperto di tappeti, mentre al centro vi è un tavolo basso e vicino alle pareti cuscini dove sedersi. Anche qui, come tradizione vuole, si accede alla stanza scalzi.
Arriva il pranzo; riso bianco e giallo, patate, uova con pomodoro e cipolla, melanzane con zucca, carne di manzo, zuppa yemenita (carne, patate, con una salsa verde leggermente piccante), la focaccia yemenita (sempre molto gradita), banane e uva. Il pranzo è gustoso e gradito; decisamente meglio di ieri sera sia per pulizia, qualità e quantità.
La stanza dove pranziamo presenta una parete senza finestre e su altre due si aprono delle finestre luminose sormontate da altre ad arco con vetri policromi, mentre sulle pareti vi sono decorazioni colorate e delle fotografie. Vedendo una signora ritratta in tante foto chiediamo ad Omar delucidazioni e ci dice che l’albergo è di proprietà della ragazza di 24 anni che abbiamo incontrato all’entrata e che ci ha dato il benvenuto, la donna anziana presente sulle foto è la sua mamma, ovvero l’artefice di questo ristorante. La mamma in origine aveva un albergo dove alloggiavano anche i turisti e la sera, seguendo una delle tradizioni locali, colorava con henné le mani delle donne yemenite e delle turiste che lo richiedevano. Anni fa fu minacciata per questa sua gentilezza e trattamento fatto agli stranieri e a sua difesa intervennero anche degli integralisti dicendo che se gli stranieri sceglievano di soggiornare lì era perché si trovano bene per l’ospitalità ricevuta e questo portava beneficio anche alla comunità: da allora il posto è diventato un punto di riferimento per chi transita nella zona.
In effetti, la qualità e la quantità del cibo è veramente ottima ed anche qui i camerieri arrivano con enormi vassoi in alluminio posati sulla testa, dove sono collocati diversi piatti posti a piramide.
Terminato il pranzo, faccio un giro per il locale, in una stanza adiacente alla nostra vi sono altri turisti, mentre in un’altra vi sono solo degli uomini yemeniti ed in un’altra donne e bambini che pranzano.
E’ l’ora di ripartire, salutiamo la proprietaria, ringraziandola dell’ospitalità e risaliamo sulle auto diretti a Kawkahan, posto in cima alla parete verticale che domina Shibam; la strada che percorriamo è estremamente ripida ed i fuoristrada fanno fatica a salire, facciamo una sosta; ai nostri piedi si apre un Wadi verdeggiante e per tre lati è circondato da pareti verticali erose dall’acqua, davanti a noi si apre uno spettacolo incantevole, in lontananza appaiono delle montagne che assomigliano alle montagne rocciose americane, il contrasto tra il verde Wadi e le montagne brulle è veramente forte, i colori della roccia vanno dal marrone al grigio, al nero, in lontananza la zona desertica, il tutto è sormontato da un cielo azzurro che all’orizzonte diventa biancastro.
Durante la sosta osserviamo anche Kawkaban (GE 163) (LP 229) che in cima alla parete appare come un luogo inaccessibile ed inespugnabile, in effetti, la strada ripida si snoda in una stretta gola.
Salendo nella gola posso ammirare una conformazione basaltica nera cristallina in forme pentagonali ed esagonali, il cui sviluppo la fa assomigliare a canne d’organo. Parlando con Omar mi dice che una simile conformazione minerale è presente solo qui ed in Islanda; un vero angolo di paradiso per gli appassionati di mineralogia e geologia.
Arriviamo a 2900 metri s.l.m. ed accediamo ad un brullo e desertico altopiano dove in breve arriviamo alle mura del villaggio, entriamo transitando per la porta principale e percorrendo stradine sterrate arriviamo in prossimità di una cisterna d’acqua, ci fermiamo e scendiamo dalle auto. Il villaggio ha case costruite con sassi dove la terra è rossa e polverosa, e l’azione del vento la trasporta sulle facciate delle case colorandole. Noto che qualche edificio è abitato, altri sono abbandonati, qualcuno è in ristrutturazione o in costruzione.

Parte terza

lunedì 22 ottobre 2007

Poco distante dalla cisterna si apre un precipizio, siamo in cima alla parete che abbiamo visto sotto, qui il vuoto fa sentire il suo effetto ed occorre stare attenti a non sporgersi troppo a causa del terreno sassoso e friabile. Mentre faccio delle foto mi sento incredibilmente attratto verso il vuoto, ed, in effetti, da questa parete, anche in tempi recenti qualcuno è caduto: un volo di qualche centinaio di metri.
Sotto di noi, proprio ai piedi della parete vediamo Shibam, su una collina si vedono le grotte preislamiche; oltre alla cittadina si estende l’immenso altopiano segnato dai campi coltivati dove le varie tonalità di marrone si mescolano, si alternano. I campi arati di recente presentano un marrone più intenso che degrada man mano, mentre è nocciola quello dei campi coltivati; sparpagliate creano un bell’effetto le verdi piantagioni di verdura, ed infine a coronare il tutto, in lontananza appaiono le montagne.
Mentre osserviamo e fotografiamo, sulla piana compaiono, come spuntati dal nulla, dei ragazzi che su carriole trasportano delle casse contenenti gioielli in argento e minerali, è incredibile la loro capacità di materializzarsi appena arrivano dei turisti.
Ripartiamo e per il rientro ripercorriamo la stessa strada fatta la mattina. Giunti a San’à mentre ci dirigiamo verso il suq, incontriamo il solito caotico traffico. Accediamo al suq dall’antica e unica porta rimasta mentre il sole è a favore ed illumina gli edifici creando tonalità color pastello che esaltano le decorazioni bianche; sembra che anche il sole ci voglia salutare, ne approfitto per scattare delle foto con queste meravigliose tonalità di nocciola, bianco con lo sfondo del cielo azzurro turchese.
Girare per il suq con poca gente è veramente piacevole, ormai mi so quasi orientare fra le strette vie avendo individuato dei punti di riferimento, quindi mi soffermo in tutta tranquillità a fotografare negozi e persone e colgo l’occasione per effettuare gli ultimi acquisti. Al giungere della sera si accendono le luci colorando ulteriormente il suq, ma è il momento di rientrare in albergo; doccia ed arriva l’ora della preparazione definitiva della valigia e dell’abbigliamento pesante da indossare per il rientro in Italia.
Cena a buffet, poi Omar arriva a prenderci puntuale alle 19.30, carichiamo le valigie sulle auto e ci dirigiamo verso San’à antica dove ci fermiamo in prossimità della porta principale e iniziamo l’ultimo giro tra le case marroni illuminate da una luce gialla che ne esalta i colori. Ho preparato il cavalletto e lo uso per delle foto notturne, i bimbi che mi vedono vogliono che li fotografi; ho un bel da fare per fare le fotografie; sistemare il cavalletto, inquadrare, regolare e scattare.
Nelle facciate delle case si vedono le luci delle finestre illuminate e sopra di esse appaiono come in una fiaba le finestre ad arco con le decorazioni ed i vetri colorati, è veramente affascinante, incantevole girare per questa città dai mille scorci, dai mille colori e dai mille profumi.
E’ un momento intenso quando, alla fine della passeggiata, in una piazzetta illuminata e posta fra le case della città salutiamo Omar e gli autisti, tanti giorni trascorsi insieme hanno permesso una discreta conoscenza, Omar è più che una semplice guida, diciamo un “vecchio” amico, inutile negare che un pò di commozione era visibile nel gruppo.
Risaliamo sulle auto e partiamo in direzione dell’aeroporto dove recuperiamo le valigie ed all’interno della struttura salutiamo definitivamente Omar, mentre ci avviamo verso il check-in, dove l’agenzia ha una persona di sua fiducia che ci dà una mano.
L’aereo per Roma dovrebbe partire alle 23.00, ma sui tabelloni compare 00.50, chiediamo spiegazioni e la conferma arriva solo dopo un pò di tempo, ci dicono che la partenza è prevista in orario. Arriviamo ai controlli doganali e nella fila dove sono io non funziona il lettore ottico per i passaporti e ci vuole del tempo prima di poter acceder alla sala d’aspetto dove l’enigma dell’orario di partenza permane.
Sono le 19.15 e chiamano l’imbarco per Roma, dobbiamo passare un ulteriore controllo, molto scrupoloso, aspettiamo ancora a finalmente andiamo ad imbarcarci, ma arriviamo che l’aereo non è pronto ed aspettiamo sulla scala, finalmente saliamo e prendiamo posto. L’aereo non è pieno e questo permette qualche piccolo spostamento per poter viaggiare in compagnia di persone conosciute; alla fine di tutto decolliamo con 40 minuti di ritardo. In volo si vedono le luci delle città e dei paesi, il comandante ci dice che durante il volo sorvoleremo Medina, Sharm El Sheick, Il Cairo, la Grecia, Napoli per poi atterrare a Roma. Osservando da finestrino si vede solo buio, le luci delle città e della costa, ma non ho riferimenti per comprendere dove sono. Incontriamo una perturbazione, sono seduto in coda, il sedile ha lo schienale che non sta fermo e durante la perturbazione pare d’essere in un frullatore, è quasi impossibile riposare. Alla partenza hanno distribuito le cuffie, le ritiro, cerco l’attacco posizionato nel bracciolo del sedile, ma trovo solo un buco, quindi niente musica.
Atterriamo a Roma, ulteriori controlli nel transito passeggeri e in Europa i controlli sono più severi che nei paesi arabi, sequestrano e gettano nei rifiuti bottigliette di acqua ed altri contenitori sono passati ai controlli di San’à. E’ mattina presto, alle 6.00 aprono i bar dell’aeroporto ed appena è possibile andiamo a degustare un ottimo caffè espresso; è bello ritornare ai nostri sapori che ci mancano da qualche giorno.
Salutiamo il gruppo di piemontesi e lombardi che, partiti con noi, sono rientrati con il nostro stesso volo, mentre si stanno, un’ora prima di noi, imbarcando su un aereo diretto a Milano Linate.
Check-in per Milano e si parte per casa, appena decolliamo si vede il mare, i fiumi, il verde delle campagne romane; che contrasto a confronto con il terreno brullo dello Yemen: l’Italia è proprio una bella ed incantevole terra, ritornando a casa si comprende perché i turisti vengono da noi e restano sempre meravigliati.
Mentre siamo in volo vediamo il sole dal finestrino e leggendo un giornale, guardo previsioni meteo; a Milano fa freddo: Min +1, Max + 16. Decisamente un bel salto di temperatura rispetto al piacevole caldo dello Yemen, in borsa ho due maglioni e sto pensando che fino a ieri sera giravo praticamente in maglietta e dovevo stare attento all’esposizione del sole per non ustionarmi; e penso che a casa dovrò accendere il caminetto.
Continuiamo a sorvolare il mare, ma dopo pochi minuti entriamo nelle nuvole che ogni tanto fanno intravedere degli squarci di terra verde e la costa del mare che col verde della vegetazione assume un altro fascino, sarà solo suggestione o il mare dello Yemen con le stupende ed incantate spiagge di Bir Ali e di Socotra è davvero diverso?
Atterriamo, andiamo al ritiro delle valigie e troviamo il gruppo piemontese/lombardo che è ancora in aeroporto; le loro valigie non sono arrivate. Forse arriveranno con le nostre ed, in effetti, arrivano tutte insieme; le ritiriamo ed uscendo dall’aeroporto ad accoglierci troviamo una temperatura davvero fresca, lo sbalzo termico si avverte molto.
Sul piazzale dovrebbe esserci il pullman per portarci a Rovello, ma usciti non lo vediamo …. qualche ricerca ed un pò di telefonate, finalmente dopo oltre 30 minuti trascorsi al freddo del piazzale, ecco comparire un autista affermando che il pullman è lì posteggiato in fila indiana con altri pullman, in effetti, è un giorno di fiera ed il caos a Linate è notevole; nessuno aveva notato il cartello apposto sul vetro del pullman.

Parte quarta

lunedì 22 ottobre 2007

Comunque meno male che lo abbiamo identificato, carichiamo le valigie e partiamo per Rovello, il traffico è sostenuto, ma qui nessuno suona in continuazione e pare d’essere, anzi siamo in un'altra dimensione.
Arriviamo al paese dove qualche familiare o amico ci attende, scarichiamo le valigie, saluti veloci e si parte per casa dove arrivo e aprendo la valigia tolgo gli indumenti, vista la temperatura accendo il camino, accendo il pc e scarico le foto dalle sim e comincio a sistemare gli appunti per la stesura del diario, il lavoro sarà lungo e minuzioso, il mio prezioso Moleskine® anche stavolta ha dimostrato tutta la sua validità.
Parte del mio cuore e della mia mente è stata rapita dallo Yemen; questo meraviglioso, multietnico e multiculturale paese. E mentre sto scrivendo questo diario, già sto pensando alla prossima meta, al prossimo paese da visitare, alle culture, etnie, tradizioni nuove che incontrerò; d’altronde in questo meraviglioso pianeta le cose da vedere e da ammirare sono veramente infinite, ed il tempo a disposizione va utilizzato con continuità e con grande spirito di avventura e di apprendimento.

Tre motivi per andare in Yemen

martedì 23 ottobre 2007

• Andare oggi in Yemen significa anche viaggiare a ritroso di qualche decennio rispetto all’Italia, ma questo non deve essere un deterrente ma uno stimolo a visitare questo meraviglioso paese dove la gente è educata, ospitale e rispettosa di chi si avvicina a loro con semplicità e rispetto.

• Poter girare in un paese dove colori, profumi, sapori sono caratteristiche della vita quotidiana; dove storia, arte, cultura e natura si mescolano in un tutt’uno creando un’affascinante realtà di irripetibile bellezza.

• Viaggiare in questa nazione, dove gli italiani sono ben accetti, significa usufruire di un turismo culturale e naturalistico già ben organizzato nella parte continentale, ed in piena fase evolutiva nell’incantevole isola di Socotra.

Ringraziamenti

martedì 23 ottobre 2007

Alla fine di questo lavoro, sento di esprimere il mio personale ringraziamento a tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questo viaggio si bello ed affascinate; ricco di luoghi, storici, culturali e naturalistici ma anche impregnato dell’umanità, della dignità del popolo e delle persone che ho avuto modo d’incontrare. Riconoscenza anche a chi mi ha esortato e a chi mi ha assistito alla realizzazione di questo diario.

Un particolare grazie a:
• Don Maurizio Corbetta, Parroco di Rovello Porro (CO), ideatore del viaggio.
• L’agenzia di viaggio Alohatour di Pavia (www.alohatour.it - tel. 0382.5395.65) per l’organizzazione complessiva.
• Il tour operator Antichi Splendori di Torino (www.antichisplendori.it - tel. 011.8126.715) per il programma ben articolato e per notizie utili fornite.
• Omar, la guida Yemenita, per l’alta professionalità dimostrata; per averci fatto avvicinare con competenza, preparazione ed assoluto rispetto alla cultura e alla tradizione yemenita.
• Samer Abdul Ghani dell’agenzia corrispondente in Yemen (Yemen Old Splendor Tours), per l’ottima competenza dimostrata nell’organizzare i soggiorni e tutti gli spostamenti terresti ed aerei.
• La società Micro-e di Saronno (www.micro-e.it - tel. 02.9602.887) per il materiale tecnologico, informatico e per l’assistenza fornitami alla realizzazione del diario nella versione multimediale
• Foto ottica Balestrini Luca di Rovello Porro (tel. 02.9675.2227) per la consulenza e l’attrezzatura fotografia fornitomi.
• A chi (Marco, Laura, Simona e Pietro) in varia natura hanno contribuito alla progettazione, alla presentazione, alla correzione del diario e, nella versione multimediale, all’ideazione degli ipertesti.

L'autore

martedì 23 ottobre 2007

Personaggio eclettico, sempre alla scoperta delle novità per un costante miglioramento professionale e personale, da oltre 20 anni è attivo nella formazione, inizialmente solo per le associazioni di volontariato appartenenti al “terzo settore”.
Nel suo percorso professionale ha potuto ampliare e sviluppare la propria passione verso la formazione, progettando, gestendo vari corsi e percorsi formativi. Ha ottenuto risultati ed apprezzamenti dalle aziende e dal mondo associativo dove ha collaborato per la ricerca, la selezione, la formazione e la motivazione del personale.
Attualmente è impegnato in molteplici attività, sia per aziende sia per associazioni, per le quali consolida percorsi esistenti e ne sviluppa dei nuovi, riscuotendo sempre un ampio consenso e alta considerazione da parte di tutti.
Da anni ha scoperto il piacere di scrivere e pubblicare i suoi diari di viaggio e, nella versione multimediale, arricchirli di fotografie di cui da sempre è appassionato così da renderli coinvolgenti per chi li legge.
Pietro Fondrini
Docente e formatore

Ha stilato i seguenti testi:
• La selezione del personale: un percorso da saper gestire
• Prontuario per il soccorso sanitario
• Manuale per corsi di formazione