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Colori del Myanmar
Diario di viaggio · BIRMANIA · 2005

Colori del Myanmar

Yangoon - Bagan: dopo una breve notte di indispensabile riposo, alle 6 ci ritroviamo all’aeroporto. La zona delle partenze nazionali è uno squallido stanzone impregnato dell’odore di spezie stantie che è come…

SCdiario di giovanni scaramuzzino
Via Brennero 34 Vipiteno (BZ)
10 novembre 2005 → 25 novembre 2005
16 giorni di viaggio
10 foto
con didascalie
1 commenti
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Dove
Yangoon, Bagan, Mandalay, lago Inle, Keng TungBIRMANIA · Asia
Quando
10 novembre 2005 → 25 novembre 200516 giorni · viaggio del 2005
Chi
giovanni scaramuzzino@scaragio · Via Brennero 34 Vipiteno (BZ)
Il racconto
racconto unico · 726 parole0 like dei lettori

Yangoon - Bagan: dopo una breve notte di indispensabile riposo, alle 6 ci ritroviamo all’aeroporto. La zona delle partenze nazionali è uno squallido stanzone impregnato dell’odore di spezie stantie che è come il leit motiv di buona parte del sud-est asiatico. Nell’apparente caos di passeggeri e di bagagli, che ricorda una stazione di corriere degli anni ‘50, l’imbarco è sorprendentemente rapido. Con un volo breve e tranquillo, il Fokker della Bagan Air ci porta a Bagan. Dall’alto, il luogo è accattivante: nella foresta verde e rigogliosa spicca il rosso di centinaia di pagode.

Il sito archeologico, che risale al XII secolo, è costantemente minacciato dalla foresta, precariamente arginata dagli sforzi dell’UNESCO; ma la selvaggia, straripante vitalità della natura, con la sua mortale minaccia, infonde un’anima di sottile malinconia nel luogo che, come un organismo vivente, è in precario equilibrio su un sottile crinale d’ombre. Sembra incongruo che gli stranieri appaiano più sensibili all’afflato panico e numinoso che spira dall’intrico di mattoni e radici. La nostra guida, ad esempio, mostra di non apprezzare alcuna differenza fra gli sciagurati templi di lamiera e cemento, sgangherati centunculi di sottocultura, ed il fascino di un’ispirazione religiosa autenticamente radicata nell’anima e nella storia popolare.

Insomma, più che materialmente povero, il Myanmar sembra deprivato spiritualmente, espropriato del suo passato, di quella consapevolezza storica, religiosa, culturale che, sola, protegge dall’accoglimento indiscriminato della paccottiglia straniera e dall’annullamento della coerenza artistica ed estetica senza cui non può sopravvivere la capacità di riconoscere e di preservare la bellezza. Keng Tung: oggi trekking: toccheremo 4 villaggi con un ampio giro nella foresta. La passeggiata si annunzia bella ed interessante; il sentiero, a tratti impervio, è di terra rossa e la foresta ci circonda rigogliosa. Sembra di percorrere il sentiero di Ho Chi Min.

I villaggi ci danno un’impressione di genuinità forse mai provata: sono comunità autentiche, tagliate fuori dal tempo, che vivono in palafitte di paglia e bambù, hanno un senso omerico dell’ospitalità e praticano un’agricoltura arcaica, integrata dall’allevamento di polli e maialini. Le donne hanno copricapo splendidi, ricoperti di sfere e di monete di argento, apparentemente scomodi e pesanti; i bambini pullulano, affidati alla benevolenza della natura come le nidiate di pulcini. Doniamo caramelle, spazzolini da denti, medicine per alleviare i dolori provocati dai pesanti lavori agricoli; ma abbiamo comunque l’impressione di turbare un’armonia di vita, col nostro essere irreparabilmente alieni, non meno che se fossimo sbarcati da un’astronave. Lago Inle: ci leviamo prima dell’alba, dopo un sonno turbato dal sottofondo della pioggia.

Per fortuna, il tempo minaccia ma regge durante la navigazione fino al mercato dei “ 5 giorni”, che, per avventura, si tiene in una località abbastanza lontana. Il mercato è affascinante. Sulla proda fangosa si accalcano carri trainati da buoi, piroghe grandi e piccole e banchi numerosi e vari di venditori delle diverse etnie, ognuna caratterizzata da fogge e colori diversi nell’abbigliamento. Ci sono capanne con improvvisati spacci di cibi e bevande, già gremiti di clienti; c’è chi assicura un ingenuo ma apprezzato divertimento con un primitivo congegno che fa rotolare due dadi giganteschi, che consentono ad un numeroso capannello di partecipare al gioco; e ci sono venditori di oggetti che interessano anche noi, come pugnali, sculture in legno, monili, pitture e antichità più o meno fasulle.

Comunque, ci divertiamo, compriamo e ripartiamo, inseguiti dai venditori più tenaci fin dentro l’acqua. Attraversiamo villaggi su palafitte navigando canali tenuti a stento liberi dall’invasione dei fiori di loto e dei giacinti d’acqua, che formano grovigli capaci di fermare e ribaltare una barca; sul lago ci sono isole galleggianti e vaste aree coltivate ad ortaggi che un’esigua zolla di terra sospende sull’acqua; ci sono officine ed attività artigiane di vario genere che traggono, ovviamente, beneficio dal turismo. Visitiamo una fabbrica di sigari, una forgia, in cui il ferro incandescente è battuto dai magli di operai che vibrano colpi in coordinata e rischiosa cadenza, mentre un vecchio, seduto in alto, con l’alterno lavoro delle braccia mette in moto il mantice; assistiamo allo spettacolo, veramente incredibile, della creazione di un tessuto dagli steli di loto.

Il gambo, spezzato dalla mano della filatrice, emette mucillagini filamentose sottili come ragnatele che, ritorte da abili dita, formano un filo, il quale viene subito avvolto intorno ad un rocchetto; poi viene filato e tessuto a mano fino a formare una stoffa dall’aspetto ruvido, ma , al tatto, morbida e cedevole come seta.

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1 commenti dei lettori

GI
giancarlobasile22/08/2007

Complimenti per le bellissime foto!!

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