India, emozioni e contrasti : INDIA

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Diario di viaggio INDIA INDIA
india, emozioni e contrasti

nel deserto del rajasthan
nel deserto del rajasthan
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Autore: msbara

massimiliano baravelli, Età 20059 giorni (55), imola
la cultura non è quello che sai, ma quello che fai di ciò che sai

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india, emozioni e contrasti

stato: india (in)

Data inizio viaggio: giovedì 8 maggio 2008
Data fine viaggio: martedì 27 maggio 2008

In autobus, treno e macchina tra Delhi, Agra e il Rajasthan, un'esperienza bellissima e allo stesso tempo durissima, che ti segna dentro e fa riflettere. Perchè l'India affascina e spaventa allo stesso tempo. E non la si dimentica più.

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PRIMA TAPPA, AGRA

giovedì 8 maggio 2008

Arriviamo all’aeroporto «Indira Gandhi» di Delhi dopo una notte di volo e un ritardo di tre ore gentilmente offerto dall’Air India. Poi però, nonostante le paure sulle lungaggini della burocrazia, e un accenno di rissa ai desk del controllo passaporti tra i funzionari e un indiano particolarmente agitato, prima delle nove del mattino siamo pronti a salire sul taxi che dovrebbe portarci alla stazione centrale degli autobus. Il condizionale viene spontaneo perché l’auto è scassatissima, il nostro autista vive con le mani sul clacson e guida come un pazzo, incurante del codice della strada e soprattutto della logica. Ma non siamo di fronte ad una singola follia: quel tassista si comporta esattamente come tutti gli altri. Non ci sono sensi di marcia, semafori o svolte proibite, la gente al volante fa più meno quello che vuole, e dobbiamo per forza di cose abituarci. Anche se non è facile abituarsi all’idea che un camion, o semplicemente un carro trainato da un cammello (che in India è un mezzo di locomozione tra i più gettonati), possa improvvisamente palesarsi in mezzo alla strada, contromano, e pretenda pure di avere ragione. Ma anche questa è l’India, e per cavarsela bisogna imparare in fretta.
Impariamo in fretta anche che la stazione centrale degli autobus di Delhi, che tra l’altro pare stare in piedi per miracolo, non ha bus che partono per Agra, la nostra prima destinazione. Un guidatore di motorisciò (una specie di apecar che al posto del cassone ha due sedili per i passeggeri coperti da un telone di plastica, curiosamente gli indiani scrivono rickshaw) si offre di portarci all’autostazione giusta per 100 rupie (un euro e mezzo). Ci fidiamo, e tutto sommato facciamo bene, anche se l’autobus su cui saliamo è la versione triste di un nostro treno locale. Si ferma ogni due chilometri a caricare gente richiamata dall’ossessivo «agrà agrà agrà» del bigliettaio, è sporco (ma già il primo giorno abbiamo capito che quasi nulla non lo è), va piano perché deve evitare ostacoli di ogni genere, e ci costringe pure a tenere gli zaini in mezzo alle gambe. Inoltre, ovviamente, è senza aria condizionata, non un problema da nulla in un posto dove alle 9 del mattino ci sono già 35 gradi. Dopo un viaggio tremendo, che per fare 250 chilometri ci vogliono 6 ore, arriviamo ad Agra. Assistiamo alla seconda rissa di giornata quando i guidatori di motorisciò si azzuffano per decidere chi avrà l’onore di portarci all’Hotel Sheela (buon consiglio della Lonely Planet anche se non ha acqua calda, asciugamani e carta igienica), dove passeremo le prime due notti in India. Prima del meritato sonno facciamo un breve giro per Agra, facendo davvero per la prima volta conoscenza con le facce, le case, i negozi, le strade, le fogne, gli escrementi e gli odori di questo pazzesco paese.
C’è tempo ovviamente anche per la prima cena: un ristorantino sul tetto con vista sul Taj Mahal, dove con 3 euro in due mangiamo riso e pollo, base della nostra dieta per 20 giorni, anche se ancora non lo sapevamo.
Il giorno dopo lo dedichiamo alla visita di Agra: il Taj Mahal, il monumento funebre fatto erigere dall’imperatore musulmano Shah Jahan nel 1631 per la moglie Mumtaz Mahal, morta mentre dava alla luce il loro 14° figlio. E’ decisamente il simbolo dell’India: visto e rivisto, è comunque bellissimo, maestoso, romantico. E caro, dato che l’ingresso per gli indiani costa 20 rupie, ma per gli stranieri 750 (14 euro, più del nostro albergo). Successivamente andiamo al Forte di Agra, altra maestosa costruzione in arenaria, mentre nel pomeriggio visitiamo Fathepur Sikri, città di pietra abbandonata da secoli, che è stata la capitale per un breve periodo (dal 1571 al 1585, poi la mancanza d’acqua ne ha decretato la fine) dell’impero moghul che dominava questa parte dell’India.

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lunedì 12 maggio 2008

UN PEZZETTO DI VERDE
La mattina successiva partiamo, in auto perché questa tratta non è servita da treni o autobus, verso Sawai Modphur: 5 ore per percorrere oltre 300 chilometri, lasciare lo stato dell’Uttar Pradesh ed entrare nel Rajasthan: un viaggio che da queste parti, anche grazie all’aiuto dell’aria condizionata, può essere definito confortevole. A Sawai, dove per 16 euro dormiamo nell’Anurag Resort (un complesso di graziosi bungalow con tanto di enorme e bellissima piscina), c’è l’ingresso del Ranthambore National Park. Dedichiamo al parco oltre mezza giornata, e nonostante i 40 gradi ne vale decisamente la pena. Si entra da una gola, dove una torre, e un laghetto corredato di coccodrilli, ne difendevano l’ingresso. Nel parco c’è una fortezza in rovina, e diversi casini di caccia risalenti al tempo dei maharaja. Ormai questi ruderi sono abitati solo da scimmie, e guardandosi attorno si ha la netta impressione che qui «Il libro della giungla» sia qualcosa di decisamente reale. Le scimmie non sono certo gli unici animali di questo verdissimo parco (una vera oasi nel brullo panorama del Rajasthan) che, oltre ad un enorme lago, ospita cervi, antilopi, bufali, cinghiali selvatici, un numero impressionante di uccelli e soprattutto tigri. Noi abbiamo la fortuna di vederne una mentre fa il bagno in una pozza d’acqua. Grazie al nostro canter (una specie di jeep scoperta, solo un po’ più grande) riusciamo ad avvicinarci a non più di 10 metri per godere una delle emozioni più intense di tutto il viaggio.

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mercoledì 14 maggio 2008

UN TRENO PER UDAIPUR
La sera stessa lasciamo Sawai, città brutta che non offre nulla, per Udaipur. Il nostro treno parte a mezzanotte e mezza e arriverà alle 9 del mattino. Entrare in una stazione indiana di notte è un’esperienza che fa riflettere. Avevamo già fatto i primi conti con la povertà di questo popolo, ma non sapevamo che i senza tetto si radunano in stazione per trovare un posto dove dormire: sul piazzale davanti all’ingresso ci sono centinaia di persone, qualcuna stesa su una stuoia, altre su una coperta, altre direttamente in terra, mentre poliziotti armati di bastone mantengono il disordine pubblico.
Abbiamo prenotato due cuccette in prima classe, e nonostante i sedili sdruciti, le lenzuola bagnate o rotte e il bagno sporchissimo, saliamo su quel treno sapendo che tutto sommato abbiamo ben poco di cui lamentarci.
Udaipur si trova nel sud del Rajasthan, affacciata sulle rive del lago Pichola, che paga dazio alla stagione secca mostrandosi stagnante in diversi punti. Ma Udaipur resta una città fantastica, piena di musei, templi induisti, palazzi e haveli dalla splendida vista sul lago (magnifiche residenze signorili, spesso tramutate in bellissimi alberghi come il nostro Jagat Niwas), con piccole strade zeppe di negozi e ristoranti, dove ti può capitare di incrociare, oltre alle solite vacche più o meno sacre, degli elefanti che camminano placidi tra quelle anguste viuzze.
E se anche qui i turisti scarseggiano perché non è stagione (come a Sawai siamo gli unici clienti dell’albergo), cosa che ci rende l’oggetto del desiderio per un nugolo di negozianti, venditori, procacciatori di affari, driver di risciò, varie ed eventuali di cui ci liberiamo sempre più spesso sgarbatamente, Udaipur resta una bellissima città: con i tanti difetti di una città indiana, ma bellissima.

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sabato 17 maggio 2008

VERSO IL DESERTO
Non possiamo invece dire lo stesso di Jodhpur, che raggiungiamo un paio di giorni dopo, affidandoci ad un autobus a due piani (si fa per dire, nella parte alta ci sono solo delle cuccette), che nelle regolari 7 ore ci permette di percorrere circa 250 chilometri in un clima a dir poco bollente. Siamo infatti all’inizio del deserto del Thar, ma l’aria condizionata resta un optional che non ci riservano nemmeno a pagarla. E dire che l’avremmo pagata bene.
Jodhpur ha siti di straordinaria bellezza, come il Mehrangarh, strepitoso forte costruito 120 metri sopra la città dal quale si gode una straordinaria vista sulle case tutte dipinte di blu della zona vecchia, il mausoleo del marahaja Jaswant Singh II, l’Umaid Palace. Ma è anche una città caotica, sporca (se possibile anche più delle altre), puzzolente, resa invivibile dal caldo e dall’insistenza di chi ha qualcosa da rifilarci. Forse la colpa è anche nostra, perché il cooler (una sorta di aria condizionata che ha il raffreddamento ad acqua) della nostra stanza non funziona bene e in India, in queste condizioni, non ci si può permettere di non trovare sollievo almeno in albergo. Forse dovevamo cambiare stanza e magari tutto sarebbe stato più facile, l’impressione sulla città diversa. Ma non l’abbiamo fatto, e due albe dopo, quando siamo partiti sul solito autobus (e come al solito eravamo i soli turisti, e come al solito tutti ci guardavano come mosche bianche, e come al solito qualcuno voleva persino toccarci), abbiamo lasciato Jodhpur senza rimpianti. Sei ore dopo arriviamo a Jaisalmer, piccola città arrampicata su un’altura nel pieno del deserto del Thar, a circa 100 km dal confine con il Pakistan. L’attrattiva principale della città è il forte che ne contiene la parte vecchia, oltre a piccoli negozi, ristoranti e guest house. Noi però decidiamo di alloggiare nella prima periferia perché, dice la guida, i turisti dormendo all’interno del forte contribuiscono al suo degrado idrico e strutturale. Scegliamo l’immenso Jawahar Niwas, un principesco palazzo in arenaria, in passato, manco a dirlo, residenza di maharaja. Siamo ancora una volta gli unici clienti e il portiere, pur di trattenerci, ci dà una stanza strepitosa per 30 euro a notte, tagliando il prezzo del 50% secco. Jaisalmer è un sogno di posto, pare una città magica che emerge dalla sabbia (viene anche chiamata città d’oro per via del colore), una città difesa da oltre 90 bastioni che la rendono praticamente inespugnabile. Dentro a uno di questi c’è il Little Italy, grazioso ristorante dove si mangia sui cuscini. Effettivamente gli spaghetti al pesto e la pizza non sono male, soprattutto perché ci permettono di evadere, per una volta, dalla schema riso/pollo speziato. Il secondo giorno a Jaisalmer lo spendiamo nel Thar: armati di molta acqua e turbanti in testa, con una jeep ci inoltriamo in profondità nel deserto. Sulla nostra strada, anzi pista, soprattutto capre e cammelli, ma anche tanti villaggi di capanne dove, con quei 40 gradi e la totale assenza di vegetazione, pare impossibile si possa vivere.
Invece ci si vive, ed è proprio in uno di quei villaggi che arriviamo dopo tre ore di jeep. Ci offrono acqua e thé bollente prima di farci salire sui cammelli che ci porteranno alle dune di sabbia. Esperienza turistica, è ovvio, ma resa più interessante e vera dalla totale assenza di altri viaggiatori. Ci inoltriamo nel deserto insieme ad Akra, il nostro giovane cammelliere. Che parla un buon inglese, cosa non da tutti a queste latitudini, ed è gentile e disponibile. E mi chiede quanto costa il mio cellulare appena sente il bip di un inopportuno messaggio in arrivo. Quando gli rispondo, un po’ in imbarazzo (magari avrei dovuto spiegare che è tanto anche per me, che è un regalo, che non li merita), che costa 15mila rupie, circa 250 euro, ci pensa un po’ su e poi mi spiega che i cammelli non sono suoi, che lui è pagato per condurli, ma che un giorno, se mai avrà così tanti soldi, si comprerà un animale e si metterà in proprio. A quel punto gli chiedo quanto costa un cammello, e lui mi dice 20mila rupie. Solo 300 euro, ma 300 euro che forse basterebbero a cambiargli la vita. E che sono per me motivo di ulteriore imbarazzo, mentre tento di articolare un pensiero decente se non proprio intelligente. Forse Akra se ne accorge perché poi cambia discorso: mi spiega di essere un indù e di appartenere alla casta dei guerrieri (le caste sono state abolite da tempo, ma in realtà stanno ancora alla base della società indiana; la più importante è quella dei sacerdoti bramini, poi quella dei guerrieri, poi commercianti e artigiani, poi contadini, infine gli intoccabili ora definiti appartenenti alle Schedule Castes, le caste protette). Mi racconta di avere una fidanzata in un altro villaggio, una fidanzata che ha visto una sola volta e che sposerà il prossimo anno, quando compirà 23 anni. Dopo circa due ore di cammello Akra ci fa smontare e ci lascia sulle dune a godere della vista del tramonto mentre lui raccoglie legna per la cena. Nel frattempo ci hanno raggiunto i due ragazzi con la jeep, che aiuteranno Akra nella preparazione del cibo. Su un bivacco improvvisato cucinano riso con verdure, cuociono il rotì (un ottimo pane molto sottile che sembra la piadina di Rimini), ci danno mango da sbucciare e acqua fresca da bere. Ceniamo lì, insieme, nella sabbia, sospesi nel buio della notte tersa e stellata, circondati dagli scarabei stercorari (bellissimi e innocui) che emergono dalla sabbia.
Si unisce a noi un pastore con turbante che incredibilmente passa di lì: forse nel deserto acqua e un po’ di riso non si negano a nessuno. Oppure è perché tanto questa roba l’abbiamo pagata noi…
Finita la cena ripartiamo per Jaisalmer. Mentre riportiamo Akra al villaggio, e dopo avergli lasciato una mancia che mi è valsa l’invito al suo matrimonio, gli chiedo dei cammelli. Mi spiega di averli lasciati nel deserto, dove si godranno una notte di libertà. L’indomani, se non saranno tornati da soli, andrà lui a recuperarli. Arriviamo in albergo alle dieci di sera, sfatti e con la sabbia fin dentro le mutande. Ma a ripensaci, se uno mi si chiedesse quand’è che mi sono sentito felice, potrei davvero rispondere quella volta nel deserto del Thar.

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mercoledì 21 maggio 2008

JAIPUR, ODORI E COLORI
Il giorno successivo, dopo un po’ di shopping, lasciamo Jaisalmer e ci dirigiamo verso Jaipur. Sono quasi 700 chilometri, ci vorrebbero due giorni e due autobus, troppo di tutto. In treno bastano, si far dire, 13 ore, e scegliamo quindi questa soluzione, anche se il treno in questione non prevede la prima classe. Un po’ preoccupati dopo aver visto e condizioni delle carrozze sleeper e della terza, arriviamo in stazione dove, mentre aspettiamo, un lustrascarpe si accorge che la mia scarpa da ginnastica con il baffo si sta scollando, provata da quel caldo, e per 100 rupie me l’aggiusta lì per lì, facendomi aspettare in piedi. Poi saliamo nella nostra carrozza e ci rassereniamo: la seconda classe è quasi come la prima, ma non ha scompartimenti, solo tende divisorie. Si dorme praticamente tutti insieme, ma si dorme. Al mattino presto arriviamo a Jaipur, dove ci facciamo portare immediatamente al Madhuban Hotel. Consigliato anche questo dalla guida, è una scelta perfetta. Curato, pulito, le stanze graziose e con un occhio alla tradizione, una piscina elegante, un bel giardino dove fare colazione, per 20 euro a notte diventa il nostro rifugio dal puzzolente caos di Jaipur, capitale del Rajasthan e città da 5 milioni di abitanti. La giriamo ben bene, andando al City Palace, all’Hawa Mahal, al minareto Iswari, al tempio delle scimmie. Da Jaipur partiamo per una visita all’Amber Fort, bello ma non quanto il Mehrangarh, e poi per andare a Pushkar, città sacra che ospita l’unico tempio dedicato a Brahma, per gli Indù il creatore dell’universo. Pushkar ha un piccolo lago al centro, circondato dai Ghat (i gradini che portano all’acqua) dove i fedeli pregano e si lavano con l’acqua sacra. A Pushkar ci sono tanti santoni ma soprattutto tanti imbroglioni (di solito gente che vuole soldi in cambio di benedizioni) e diversi occidentali vagamente hippy venuti a fumare un po’ inseguendo il mito di un’India che non c’è più.
La sera torniamo a Jaipur, passiamo l’ultima notte al Madhuban Hotel e poi il mattino dopo partiamo per Delhi.

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sabato 24 maggio 2008

DELHI, NESSUNA RISPOSTA
Per l’occasione, quando ormai siamo rotti a ogni disagio, troviamo pure un autobus con l’aria condizionata, buono comunque per battere l’afa che, lontani dal deserto, si fa più opprimente.
Non credo si possa dire che Delhi è una brutta città, ma trovarsi assieme ad altre 17 milioni di persone non aiuta, e se sei in India aiuta ancora meno. Tra l’altro gli alberghi hanno costi esorbitanti per le abitudini locali (a meno di stare senza aria condizionata, ipotesi intollerabile in questo periodo), e il nostro uomo del motorisciò, che avrà beccato la sua buona percentuale, alla fine ci convince per il De Holiday Inn. Che ha il letto tondo e non sarebbe neanche male, se non fosse a Paharganj, zona centrale ma orribile della città. La nostra stanza s’affaccia direttamente su cumuli di spazzatura, e il vetro delle finestre non ci salva dai latrati dei cani né da quelli dei clacson. Ma siamo in India da oltre due settimane, e certe cose ormai possiamo sopportarle.
Spendiamo i nostri due giorni a Delhi visitando l’imponente Red Fort, ennesimo simbolo della dominazione musulmana in India, poi roccaforte inglese durante il periodo coloniale, la Jama Masjid, la moschea più grande di tutto il paese capace di contenere 25mila fedeli in preghiera, il museo di Gandhi, andando a vedere il luogo, ormai di culto, dove il Mahatma è stato cremato, l'India Gate, monumento funebre ai 90mila caduti della prima guerra mondiale, il museo di arte contemporanea e altro ancora. Passiamo molto tempo anche nella centralissima Connaught Place, fulcro della New Delhi voluta dagli inglesi, zona di viali alberati, negozi, ristoranti e parchi. C’è anche un McDonald che non serve carne di manzo né di maiale, sistemando così sia induisti che musulmani, ed è letteralmente preso d’assalto dai giovani indiani. Giovani di un’India diversa rispetto a quella che avevamo visto fin lì, giovani in jeans attillati e magliette firmate figli di quella Shining India di cui avevamo solo letto. Quella che ha quattro dei dieci uomini più ricchi del mondo, che ha un tasso di crescita economico secondo solo alla Cina, che ha i laureati più preparati e ricercati del mondo.
Ma mentre lasciamo Connaught Place vediamo una bambina, al massimo 7-8 anni, sporchissima, seminuda, stesa su marciapiede, sotto quel sole, la faccia rivolta alla strada, lo sguardo spento e la bocca spalancata. Sembra morta, ma probabilmente non lo è, o quantomeno non ancora, perché quando ripassiamo di lì, poche ore dopo, si è spostata di qualche centimetro. E anche se di bambini laceri sporchi e affamati ne abbiamo visti da non farcela più, questa immagine fa molto più male. Confonde, sgomenta, gela il sangue: perché, sarà pure da ingenui, ma vedere lo spettro della morte, proprio lì, nei pressi della ricchezza, fa ancora più orrore.
Il giorno dopo, durante il volo di ritorno, mentre ripeto per l’ennesima volta che di questo pazzesco paese non sono riuscito a capire quasi nulla, arrivo invece a capire qualcosa. Arrivo a capire che l’India, al momento, è assolutamente incomprensibile.
Troppe differenze tra noi e loro, ma soprattutto troppo differenze tra loro stessi. Troppe diseguaglianze, troppe ricchezze e troppe povertà, troppi analfabeti e troppi super laureati, troppe fogne a cielo aperto e troppi mega alberghi, troppi carretti trainati da asini e troppi Suv, troppe donne in sari che si coprono la faccia quando ti vedono e troppe dive di Bollywood che scoprono le tette. L’India è un enorme caos capace di lasciarti senza parole, senza idee, senza commenti.
La sensazione di non aver percepito l’essenza di questo strano paese infine non sembra più una colpa. Che l’India probabilmente non va capita. Va sopportata. Ancor prima che amata.

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