Diario di viaggio NEPAL 
un gita in mustang
Data inizio viaggio: mercoledì 21 ottobre 2009
Data fine viaggio: venerdì 6 novembre 2009
Una Gita nel Mustang Inferiore
E così…quest’anno niente Tibet. Per qualche strano motivo i miei clienti e io, mentre eravamo a Kathmandu in attesa di volare a Lhasa, ci siamo sentiti dire di no, il permesso per il Tibet questa volta non ce lo davano... Che fare? Guardiamo la mappa del Nepal e decidiamo per il Mustang inferiore che nessuno di noi aveva visitato: un misto di passeggiate e trasferimenti in macchina, da non stancarci troppo, a differenza del Mustang vero e proprio dove bisogna fare trekking dormendo in tenda. Saliti sulle Toyota, ci troviamo a Pokhara e da qui ci spostiamo a Tatopani, portandoci in su verso il Mustang. Ci troviamo quindi in una regione di religione e cultura a maggioranza buddhista, e in alcune parti anche di lingua tibetana. Tatopani, un piccolo villaggio con un’unica strada pavimentata con lastre di pietra, senza macchine come un isola pedonale, è noto per le sue sorgenti di acqua calda, ma noi facciamo una gita a Narchung, un villaggetto distante un’ora di cammino. Gli abitanti sono di origine mongola, un misto tra buddhisti e induisti, una comunità di agricoltori e di orafi. Narchung si trova a un altezza di 1346 metri e l’unica via di accesso è un ponte sospeso. Le case fatte in pietra con tetto in ardesia. Cammino fra queste stradine di pietra e sembra di essere in un villaggio di baite sulle nostre montagne; c’è poca gente e gli incontri si limitano a tre bambini sorridenti e una giovane donna che dà istruzioni al sarto seduto per terra con la sua macchina da cucire. Ci dirigiamo verso Lete dove si entra ufficialmente in Mustang e continuiamo fino al villaggio di Tukuche. Ora siamo davvero entrati in un atmosfera tibetano-buddhista. Poco prima delle case troviamo un muro mani e s’intravedono già dei gompa. I gompa, come dovunque nel Mustang Inferiore, sono relativamente nuovi e quasi tutti appartenenti alla scuola Nyingmapa. All’interno sono semplici ma accoglienti. A Tukuche incontriamo l’abate che nel cortile sta costruendo una statua, e ci intratteniamo con una breve conversazione in tibetano. Mi sento a casa! A Tukuche, siamo ospitati in un piccolo lodge a conduzione familiare. Passeggiando per l’unica strada, in un cortiletto scopro un’antica iscrizione che racconta della visita del monaco giapponese Kawaguchi; era passato di qua sulla strada verso il Kailash e poi verso Lhasa. Ekai Kawaguchi era stato uno dei pochi viaggiatori che era riuscito a entrare in Tibet e restarci per tre anni senza essere scoperto all’inizio del 1900. Il paesaggio si fa sempre più arido; la vegetazione lussureggiante delle valli lascia il posto a vastissime vallate dominate dalle maestose catene del Nilgiri e Dhaulagiri coperte di ghiaccio. A un ora di macchina o due ore a piedi, su una strada che oramai si può definire “pista”, si trova il villaggio di Marpha, a 2650 metri. Le macchine restano fuori dal villaggio e si entra passando sotto uno stupa. La strada è fatta con lastre di pietra e fiancheggiata da case in pietra e negozi, molti dei quali gestiti da tibetani. Il pomeriggio andiamo a visitare un moderno gompa Nyingmapa. Sopra al gompa una casetta sostenuta da pali di legno e aggrappata a una parete rocciosa funge da centro di ritiro e sulla montagna, alla destra, si vede un enorme stupa. Mi chiedo come hanno fatto a costruirlo lì sopra, ma guardando meglio mi accorgo che si tratta di una roccia dipinta come uno stupa. I tetti piatti -dai quali sventolano le bandierine colorate- sono coperti di grossi tronchi di alberi. Il giorno seguente mi avvio a piedi verso Jomson, a 2743 metri. Cammino da solo attraverso una valle deserta, bellissima. Non c’è un suono, rarissimi gli automezzi. Cammino con il naso all’insù, mai stanco di guardare i ghiacciai che mi circondano. Sembra che su quei ghiacciai viva un signore... il signore del vento che ogni giorno, stufo della solitudine, verso le 11 comincia a soffiare sulle valli, e smette di farlo intorno alle 16, lasciando che il freddo scenda dalle montagne. All’incirca un’ora da Jomson vedo sulla mia sinistra un villaggio che se ne sta tutto solo su una collinetta, Syang. Superati i soliti stupa votivi mi trovo fra le casette chiuse con lucchetti, il silenzio e il signore del vento. È deserto! Trovo soltanto una bimba in vena di sorrisi, e in un cortile, una coppia che costruisce una corda di canapa. Proseguo verso il gompa –Sree Tashi Lhakhang della scuola Nyingmapa- costruito più in alto delle case. Scendo dalla parte opposta e mi dirigo verso Jomson attraversando una valle larghissima tagliata da un piccolo fiume; durante il periodo dei monsoni suppongo sarà impraticabile. Jomson è una città, con un aeroporto! Sempre a causa del signore che alle 11 comincia a soffiare gli aerei -piccoli- che collegano Pokhara e Jomson interrompono il lavoro da quell’ora. Anche qui un unica strada molto larga, con un mercatino delle verdure e tanti negozi per turisti, compreso l’immancabile German Bakery. E partiamo per Kagbeni, il penultimo villaggio della nostra gita in Mustang. Siamo a 2870 metri. Dopo la visita al gompa Samphel ling mi faccio una passeggiata nel villaggio che mi porta sotto uno stupa il cui soffitto è decorato con molti mandala e raffigurazioni del pantheon buddhista. Proseguendo mi trovo davanti alla statua di un personaggio in piedi che stringe un coltello nella mano destra, con il pene eretto. La guida mi dice che è il protettore dell’entrata al villaggio e che all’uscita si trova la sua compagna. L’indomani, attraverso un paesaggio arido e stupendo, ci avviciniamo a Muktinath. In lontananza intravediamo prima il villaggio di Jarkot che fa capolino sulla punta di una collina, e dietro di esso spunta Muktinath, circondato dal Dhaulagiri. Ci fermiamo per fotografare Jarkot e scendiamo su un declivio che finisce in un profondo burrone al fondo del quale il fiume scorre tranquillo. Mentre mi guardo intorno noto dei fiorellini e un profumo conosciuto. È timo-serpillo… voi direte: “e allora?”. Be’, allora niente! Per me è una piantina con tanti ricordi e ne raccolgo due buste piene. Finalmente arriviamo a Muktinath, un villaggio disordinato e pieno di trekkers; infatti trovare le camere è un problema notevole, ma ci riusciamo. Il nome Muktinath, o anche Muktichhetra, deriva da “Mukti”, e “nath”, e significa “il luogo della Salvezza”. Infatti è uno dei 126 luoghi di pellegrinaggio dedicati a Vishnu che ogni buon induista deve visitare almeno una volta nella vita. Si trova a 3750 metri di altezza. Il tempio dove sto andando è venerato anche dai buddhisti. Entrando nel complesso si notano i tempietti pagodeggianti, e, soprattutto, i sacerdoti, un misto tra sacerdoti indù e suore tibetane. Il tempio principale dedicato a Vishnu è semi-circondato da un muro dal quale sgorga l’acqua santa attraverso 108 fontanelle a forma di testa di toro. I devoti si bagnano sotto di esse o ne bevono l’acqua. Quando il signore del vento ha smesso di brontolare e quella enorme palla gialla sospesa nel cielo comincia la sua discesa verso altri luoghi mi incammino verso il villaggio; e non posso fare a meno di fermarmi a bere un tè in un localino che porta il nome di Bob Marley! Il giorno dopo, l’ultimo a Muktinath, facciamo un escursione sulla cima di un colle a 4070 metri, il confine con il Mustang Superiore. Il sentiero sale in una valle deserta, e mi fanno compagnia profumi di erbe e le montagne innevate che fanno da corona. Dalla cima del colle, in lontananza, si può scorgere Lo Manthang –la capitale del Mustang- e il palazzo estivo del re; subito dopo una montagna segna il confine con il Tibet Il nostro viaggio è finito. Devo dire grazie a chi non mi ha permesso di entrare in Tibet; infatti mi ha offerto la possibilità di conoscere una zona himalayana stupenda, abitata da gente ospitale e sorridente. Forse un po’ scomoda come accesso e com
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