La strada degli Italiani: da Keren a Massawa

località: keren, asmara, massawa
stato: eritrea (er)

Data inizio viaggio: giovedì 16 ottobre 2003
Data fine viaggio: domenica 19 ottobre 2003

In Eritrea, la prima cosa che salta agli occhi sono i segni della guerra. Sulla strada Keren – Massaia si vedono carri armati e cannoni abbandonati nei campi. La campagna e le montagne nascondono tutt’oggi mine e munizioni inesplose, nonostante gli impegni assunti dal governo per lo sminamento del territorio. La “strada degli Italiani” del 1936, è un capolavoro d’ingegneria civile, così come la ferrovia che ancor oggi corre, in più punti, parallela alla strada. Sale dai 1.220 metri di Keren ai 2.356 di Asmara per poi scendere, in appena 115 km, fino alla città portuale di Massawa. Lo slogan lanciato dell’ente del turismo Eritreo "tre stagioni in due ore" è quanto mai azzeccato. Il viaggio dall’altopiano centrale al mar Rosso è in grado di suscitare incantevoli emozioni per chi, come noi, è in cerca di paesaggi umani e naturali al di fuori delle rotte più battute del turismo.

La città di Keren dimessa e misera com’è, col suo sparso abitato aggrappato ai fianchi della montagna, si offre a quanti sono in grado di apprezzare uno spicchio d’Africa ancora autentico. Non c’è niente da vedere, neppure il mercato merita una visita. Non vediamo le donne di etnia Bilene, vero motivo per cui ci siamo spinti fin quaggiù, eppure quella sua atmosfera riservata e nostalgica la rende affascinante. Prima di partire, rendiamo omaggio al cimitero di guerra in cui sono sepolti soldati italiani e ascari (gli indigeni eritrei che combattevano affianco alle nostre truppe). Girando per il camposanto, i nostri animi si riempiono di orgoglio e fierezza, ci sentiamo più che mai Italiani.
Per andare ad Asmara noleggiamo un taxi. Il viaggio si rivelerà assai più lungo del previsto a causa delle tante ed impreviste soste. La prima appena fuori l’abitato del paese, quando il nostro autista è costretto a frenare bruscamente contro una fune alzata improvvisamente dai militari di guardia ad un checkpoint. Nessuno si fa’ male, ma il fatto alimenta un’accesa discussione tra il tassista e le guardie. Pagato senza alcuna motivazione un pedaggio, ripartiamo, ma ben presto siamo di nuovo fermi per una foratura che, fortuna vuole, avvenga nei pressi di un villaggio. Subito frotte di bambini scalzi e mal vestiti corrono intorno alla macchina per farci festa. E’ commovente osservarne l’espressione meravigliata, nel vedere le immagini di loro stessi riprodotte sul monitor della videocamera di Mavi. Le capanne del villaggio (chiamate hidmo) hanno il tetto di terra sorretto da pali di legno. L’andatura verso Asmara è sempre molto lenta ci fermiamo di continuo sul ciglio della strada, ora a fotografare la carcassa di un carro armato, ora per ammirare un bel paesaggio e per visitare un caratteristico mercato.

La capitale dell’Eritrea ricorda molto una città italiana degli anni 30 perché tutti gli edifici e le opere sono rimaste tali e quali come quando gli Italiani se ne sono andati. Visitare Asmara è un viaggio a ritroso nel tempo, in un passato che un po’ è anche nostro perché appartiene ai ricordi dei nostri genitori, perché l’abbiamo studiato sui libri di storia e ripetutamente visto nei documentari alla televisione.
Asmara non si apprezza per le sue opere architettoniche, neanche per il pur caratteristico mercato, ma passeggiando su e giù per Liberation Avenue e facendo conoscenza con la gente del posto, per lo più anziani in quanto parlano perfettamente l’italiano. Tra questi, un negoziante di scarpe che si esprime in corretto dialetto napoletano - senza voler offendere nessuno, la scena è divertentissima - ci accoglie in maniera ossequiosa poiché ci considera compatrioti e non stranieri. Rimpiange l’epoca del colonialismo in cui l’Italia portò al paese molte cose positive come sviluppo, progresso, benessere. A quei tempi, la nazione era uno degli stati leader Africani. Poi, Mussolini, portò anche l’Apartheid. Tutt’oggi segue la politica del nostro paese si dice contento del ritorno dei Savoia in Italia e critica i nostri governi, tutti, per aver abbandonato i propri coloni a dispetto di nazioni come Inghilterra e Francia che, invece, tutelano ancor oggi le proprie colonie.
Passeggiando è impossibile non vedere il tipico saluto degli ex-combattenti che consiste nello stringersi la mano dandosi contemporaneamente tre spallate con la spalla destra.
All’ufficio telefonico una vecchietta riconosce la nostra nazionalità e s’avvicina desiderosa di scambiare quattro parole in italiano. In dieci minuti ci racconta tutto di lei, cresciuta fin dall’età di due anni presso una missione di suore italiane. Ecco spiegato perché parla tanto bene la nostra lingua.
Un ingegnere, vedendoci passeggiare sul viale con gli zaini in spalla, accosta la sua auto e c’invita a depositare i bagagli nel suo ufficio. Accettiamo e una volta in macchina lo ringraziamo per la gentilezza. Lo faccio perché siete Italiani risponde.
Siamo sorpresi che in questo piccolo angolo del Corno d’Africa gli Italiani siano ancora tanto amati. Sarà il rimpianto di persone per la gioventù passata o davvero l’Italia – nonostante abbia portato l’apartheid - ha fatto molto per questa gente?

La strada da Asmara a Massawa è - a tutti gli effetti - una strada alpina, con tanto di pendenze impossibili e innumerevoli tornanti. Ci s’ingannerebbe facilmente se non fosse per le carovane di cammelli e dromedari che s’incontrano lungo il percorso e le innumerevoli piante grasse, cactus e fichi d’india, che ricoprono i pendii delle montagne.
A Dangolio, una lapide ricorda i soldati italiani, "immolatisi per la patria", nella battaglia del 28 gennaio 1886. Subito dopo attraversiamo il celebre ponte, noto a noi italiani e ancor di più a noi piemontesi, in quanto reca la scritta < Ca custa lon ca custa > l’unica frase in dialetto piemontese presente in tutta l’Africa.
Finalmente Massawa che ci accoglie con un clima davvero insopportabile! A Massawa Island, il cuore della città, ci aggiriamo tra vicoli ed angoli appartati per venire a contatto con la gente del luogo, davvero ospitale e ben disposta a dialogare. Conosciamo così un gruppo di donne intente a cuocere una specie di "farinata" in forni di fortuna, bidoni per il petrolio al cui interno viene fatta bruciare della legna e chiusi, nella parte superiore, da un coperchio dove si fa colare l’impasto. C’invitano a bere una specie di birra fatta in casa la "sura". Per non essere scortesi accettiamo, ma ingurgitiamo la bevanda con estrema fatica, sperando allo stesso tempo nell’efficacia dei vaccini. Su una piccola piazzetta delle ragazze ci offrono altra birra, l’Asmara beer, senza dubbio un altro bere. Tutto si svolge fuori, all’aria aperta: si parla, si gioca, si dorme, si magia, si ascolta la musica, ecc., ecc.
Il giorno seguente compiamo un escursione negli immediati dintorni di Massawa, in direzione Gurgusum, per visitare un villaggio di etnia rashaida. Ne incontriamo uno ai bordi della strada. Trattandosi di una popolazione mussulmana le donne adulte portano il velo che - a differenza di altri posti - si evidenzia per essere finemente ricamato. Ritornati in città, al bar del nostro albergo, intraprendiamo una piacevole conversazione con Mohammed (78 anni). Ricorda quando il treno transitava di continuo per andare a caricare le merci delle navi, di quanto sotto l’Impero l’Eritrea fosse prospera. Parlando degli italiani distingue i monarchici dai fascisti: buoni i primi e cattivi i secondi! Ricorda ancora molto bene l’apartheid quando, per esempio, non poteva entrare nei bar e sedere sugli autobus.

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