El Canal de Nicaragua

stato: nicaragua (ni)

Data inizio viaggio: sabato 2 giugno 2012
Data fine viaggio: sabato 16 giugno 2012

Un viaggio in Nicaragua tra natura selvaggia e aspetti politici e sociali. Un'immersione nella giungla e in una delle tematiche economiche e politiche più calde del centro America, la costruzione di un canale che unisce i due oceani. Un racconto tra passato e presente che corre lungo le rive del Rio San Juan, attraversa le rapide, e il Lago Nicaragua, il Mar Dulce per i conquistadores. Il viaggio è stato organizzato da Le Indie Viaggi, il nuovo tour operator specializzato in viaggi nel continente americano e nel sud est asiatico. Ho apprezzato molto il rispetto di questo tour operator per la cultura locale, per l'ambiente e per la storia di questo Paese.
Abbiamo vissuto momenti emozionanti, di vero contatto con quella terra. Senza rinunciare a una perfetta organizzazione. Ero già stato in Nicaragua, nel 1990. Oggi ho provato le stesse, forti, emozioni di allora. Un paese forte. Per la natura, per la gente, per la sua storia politica. Un viaggio che consiglierei a tutti.

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Attraverso il grande Lago Nicaragua

martedì 5 giugno 2012

La notizia è di pochi giorni fa: il congresso del Nicaragua ha deliberato di costruire un canale, vagheggiato da secoli dai cercatori d'oro, da fantasiosi imprenditori dell' '800, da giapponesi solo 20 anni fa.
Il costo dell’operazione è stimato in 30.000 miliardi di dollari e si stima che siano necessari tra i cinque e i sei anni per completare l'opera. Se la notizia verrà confermata il canale potrebbe essere inaugurato nel 2019.
Tutto questo mi ha scosso e proiettato nel mondo dei ricordi personali.
Nel 1990 ho fatto il primo di una serie di viaggi in Centro America e da allora, con frequenza sempre crescente, ho continuato ad andarci.
Il primo viaggio me ne ha fatto innamorare, un po' come mi sono innamorato di quasi tutti i posti che ho visitato.
Quando l'aereo apre le porte, ora lo so, l'impatto con il caldo umido è lo stesso, ma quella volta è stato violento. Pensavo fosse il calore dei motori. Anche questa è una prima volta.
Quella volta di molti anni fa ho anche avuto un incontro da vicino con le elezioni che si sarebbero svolte di lì a qualche giorno.
L'importanza anche internazionale dell'evento e la passione con cui erano seguite dalla cittadinanza, dopo 11 anni di rivoluzione sandinista, hanno cancellato qualunque altro progetto turistico o giornalistico.
Alla fine, forse dietro finanziamenti occulti e brogli, forse perché il governo in carica desiderava tirare fuori se stesso e il paese dalla strada senza uscita in cui era finito, l'opposizione di Violeta Chamorro vinse.
Il Nicaragua, come ho potuto verificare nei miei viaggi successivi, lentamente si è normalizzato e dopo poco è diventato felicemente uguale agli altri paesi centroamericani, con i grandi centri commerciali, le guardie private equipaggiate di fucili a pompa, bimbi ai semafori, colorite strade notturne e ogni altro bene della modernità.
Allora come oggi qualcuno progettava di costruire un canale che, passando per il Rio San Juan e l'enorme Lago Nicaragua, unisse commercialmente i due oceani. Allora si trattava di giapponesi, oggi non si sa chi sarà in grado e quali interessi smuoverà una simile opera.
Fatto sta che questo era il motivo del mio primo viaggio: vedere, fotografare e scrivere di questo progetto che appariva bizzarro come tutti i grandi progetti, nel bene e nel male, non ancora compiuti.


El Canal

giovedì 7 giugno 2012


Dopo qualche anno mi sono divertito a ripercorrere il viaggio che, a suo tempo e passati i fumi roventi delle elezioni, mi stavo accingendo a intraprendere. Un viaggio che, seppur perfettamente organizzato (www.leindie.com) ha conservato tutto il suo gusto avventuroso, proprio come allora.
Certo, non c'è più la guerra: ora c'è un servizio di ferry “quasi” regolare e a San Juan de Nicaragua, già San Juan del Norte, già Greytown, hanno costruito oggi un moderno aeroporto.
Se andate con il Ferry prendetevela comoda: qualche giorno in più per ammortizzare eventuali cambi di orario è d mettere in conto.
Ma allora, trovandosi il fiume in zona di confine, siamo andati con due lance dell’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), scortati da soldati armati e con un’attrezzatura da campeggio stile Fitzcarraldo
Oggi le scaramucce con il Costarica continuano, e sono legate proprio alla proprietà del fiume che con il suo corso segna il confine con il vicino, ma che per antichi accordi diplomatici, appartiene interamente al Nicaragua.
Sarebbe un dettaglio da niente senza il progetto, evidentemente non inverosimile, di un canale destinato ad agitare gli equilibri politici ed economici dell'area.
Per non dire di quelli ambientali, che passano in ultimo piano di fronte alla prospettiva di un po' di benessere per molti, ed enormi guadagni per pochi.
Oggi il Canale di Panama non regge più il traffico delle grandi navi mercantili che fanno la spola tra i due oceani.
Le ho viste dall'hotel, in una lunghissima fila attendere il proprio turno.

Mi abbandono ai ricordi..

sabato 9 giugno 2012

Mi abbandono per un po' al ricordo:
la partenza è fissata da San Carlos, dove il Rio San Juan inizia il sua cammino verso l'Atlantico alimentato dalle acque del Lago Nicaragua.
Il Mar Dulce, come lo chiamarono i conquistadores, è enorme, quando tira vento si alzano le onde proprio come se fosse un mare ed è abitato da una razza endemica di squali di acqua dolce, prova di un suo antico legame con l'oceano.
A nord c'è Granada, deliziosa cittadina che ha conservato intatto il suo sonnolento stile coloniale.
Di fronte a Granada, come pietre lanciate da un vulcano arrabbiato, le Isletas, poco più che scogli, giardini delle case o ville che ospitano.
Più a sud, e vicino all'unico presunto grande scavo necessario alla realizzazione del canale, Rivas, di fronte all'isola di Ometepe, costituita da due vulcani gemelli, e dove si possono trovare, se accompagnati da guide locali, preziosi graffiti lasciati a testimonianza dagli antichi abitanti.
Infine, a sud del lago, l'arcipelago di Solentiname che ospita una comunità di artisti naif.


A San Carlos arriviamo dopo un lungo viaggio in macchina, su strade sterrate e remote, lungo la costa orientale del lago.
La mattina all'alba si caricano le lance. L'hotel non era di standard occidentale, ma accogliente, e la gente simpatica.
Tra il preoccupato e il divertito, come sempre, aiutiamo nel passamano di pacchi, attrezzature, corde e infine dei nostri bagagli, gli unici confezionati in zaini molto tecnici e moderni.
Quello che ci incuriosisce è la quasi assenza di cibo, di acqua e la presenza di lunghissimi pali di legno, dalla funzione misteriosa.
Il primo tratto ci affascina, la navigazione è relativamente tranquilla nonostante il frastuono di due motori da 200 CV e la presenza, a poppa, di altrettanti fusti con 200 lt di benzina ognuno.
Dicono che ci serviranno e che no, non c'è pericolo.
Arriviamo al Castillo dove sperimentiamo varie emozioni: i resti della ferrovia che Cornelius Vanderbilt fece costruire per la ruta de transito, che portava i cercatori d'oro dalla costa est degli Usa, fino alla California passando da qui; la collezione di pallottole di vario calibro, che il simpatico albergatore, che ci fornisce anche il pranzo, tiene in bella vista in una bacheca sul suo bancone. Si passa da piccoli simpatici bossoli tipo derringer a inquietanti pallottole traccianti, che vengono sparate da una mitragliatrice che l'oste ci vuole per forza mostrare, nonostante le nostre dichiarazioni di pacifismo.
L'ultima emozione ci è riservata al pomeriggio, quando si riparte.
Io ho fatto un po' di canoa, le rapide non mi spaventano particolarmente, ma con le lance, 15 persone, 800 cv di motori e 400 litri di benzina a bordo mi mettono un po' di ansia.
Anche dallo sguardo del lanchero, che è il proprietario della barca, traspare una certa apprensione: il livello del fiume è basso e molti sassi affiorano. La mia piccola esperienza di canoa mi suggerisce che l'esito di un urto, sempre che non ci siano danni alla chiglia, potrebbe far inclinare la lancia, quindi ribaltarla.
Immagino nella mia mente i pacchi, gli zaini, la macchina fotografica, che galleggiano in mezzo alle rapide o peggio scompaiono inghiottite dai gorghi.
Ma non faccio in tempo a finire il mio catastrofico film che dopo qualche urto, siamo oltre, le facce si distendono e tutti ridono felici.
Dal che capisco che le mie ansie erano ampiamente condivise.

Lungo il Rio San Juan

domenica 10 giugno 2012

Le lunghe ore di discesa fino a San Juan del Norte, o Greytown secondo il vecchio nome inglese, o San Juan de Nicaragua secondo il nuovo nome, rendono l'idea del fiume come unica via di comunicazione fiancheggiata, sul lato nicaraguense, da un muro di vegetazione apparentemente inestricabile.
Sul lato del Costarica si vedono chiari i segni dell'industria del legname, e i suoi effetti sul dilavamento dei terreni. Poi, ogni tanto, i fortini, piazzati in cima a colline e circondati da sacchetti di sabbia ci ricordano che è ancora in atto una guerra sorda.

Continuiamo.
Avvicinandoci alla barra, la laguna che si crea fra il fiume e il mare, appaiono gli alligatori, che mangiano le loro prede sulle rive.
Finalmente si sbarca, oppure no, è solo una sosta per la cena … la cena?
Il panguero (pilota della lancia anche detta panga) afferra un bastone e il fucile, scompare nella vegetazione per un po', si sente uno sparo.
Torna trionfante con due poveri garropos, grossi iguana che qui considerano commestibili.
Il secondo, ci spiega, è stato più veloce del suo bastone e ha richiesto l'artiglieria. Attenti ai pallini, stasera.
La pietà non è data in questi posti.
Arriviamo al luogo designato per il campo e possiamo finalmente scoprire a cosa servono i lunghi pali che ci portiamo dietro da stamattina.
Sono i montanti delle pesanti tende da campo, probabilmente residuato bellico sovietico.
Noi preferiamo la nostra tendina a igloo, ma solo fino a poco dopo la cena, quando i rumori che provengono dalla giungla ci suggeriscono un più rassicurante sonno insieme a tutti gli altri.
La cena, come si può immaginare, non è il massimo: il riso con i fagioli va anche bene, ma abbiamo una certa pena per il povero garropo arrostito sul fuoco. Ci spetta ancora qualche verdura bollita e l'acqua verdastra del fiume.
Noi l'abbiamo potabilizzata con le pasticchine di argento, ma non beviamo sereni.
Per festeggiare, l'immancabile rum, che il Nicaragua produce con grande orgoglio.
La notte passa tranquilla sotto le zanzariere, e il giorno dopo si visita Greytown.
Le case, di legno e lamiera, sono state inghiottite dalla vegetazione, quindi crollate.
Oggi la cittadina è stata ricostruita, insieme al moderno aeroporto. E insieme alle case di lamiera si possono vedere le caratteristiche palafitte che gli indios Rama ancora costruiscono nella giungla.
Alle comunità Rama Le Indie viaggi si rivolge per organizzare visite guidate alla Riserva Indio Maiz.

I viaggi degli avventurieri

lunedì 11 giugno 2012

Ma allora il cimitero era l'unica cosa rimasta visitabile, pur sempre facendosi strada a colpi di machete.
Ci riserva l'emozione di lapidi di 100 o 200 anni fa in inglese, spagnolo, olandese, che ci fanno immaginare questo posto, quando la gomma era una importante mercanzia, e c'era una industria fiorente: si raccoglieva, lavorava e spediva via mare.
Poi, sempre qui, attraccavano i brigantini salpati da New York.
Il viaggio della Gordon's Passsenger Line non era sicuro, costava 130 dollari nel 1850 e portava i cercatori d'oro in California.
Risaliva il Rio San Juan, attraversava il lago Nicaragua, fino a Granada, poi al porto El Realejo, sul Pacifico dove la compagnia garantiva un rimborso di 75 dollari e cibo per 60 giorni ai passeggeri che non trovavano un imbarco su uno dei vapori della Pacific Mail per San Francisco.
Roger S. Balwin Junior ci racconta il suo viaggio: partì con il brigantino Mary il 20 febbraio del 1849 insieme ad altri 130 avventurieri, l'ultimo dei quali, dopo varie peripezie, arrivò a San Francisco il 4 ottobre 1849, sette mesi e 14 giorni dopo essere salpati da New York.

Il nostro viaggio è a metà, dobbiamo ancora risalire il fiume e andare a Rivas, a vedere dove i giapponesi immaginano di tagliare la striscia di terra di pochi chilometri che divide il Pacifico dal Mar Dulce.
Mi piace pensare che il nome attribuito dagli spagnoli al lago sia venuto in mente mentre guardavano il tramonto da Ometepe e non già per l'acqua dolce.
Fatto sta che ci serve un fuoristrada per arrivare alla spiaggia e alle piantagioni di cocco, sorvegliate da soldati dell'esercito popolare sandinista in stivali e kalashnikov.
E qui, come in gran parte della costa pacifica, le onde frangono incessantemente sulla spiaggia e le tartarughe depongono le uova nell'intimità selvaggia che i turisti non consentono più.
Molte delle uova finivano, e finiscono ancora, nonostante il divieto, nella dieta locale, come pure il brodo e la carne di tartaruga.
E mi domando se sia un danno maggiore dei moderni mall, dei gipponi con i vetri oscurati e un fantasioso campionario di luci, di una opulenza per pochi da godersi in case circondate dal filo spinato. E dei bambini ai semafori.

Vedremo anche qui bambini ai semafori?

martedì 12 giugno 2012

Torniamo ad oggi e a alla notizia della decisione del Congresso del Nicaragua di costruire il famoso canale, sognato e vagheggiato da secoli dai cercatori d'oro, da fantasiosi imprenditori dell' '800, da giapponesi nel 1990.
Non posso fare a meno di pensare a quel grande parco transfrontaliero che negli anni '80 fu chiamato SIAPAZ, la riserva Indio Maiz, che dalla grande foresta del Rio San Juan doveva arrivare al Tortuguero e alla riserva del Cano Negro, in Costarica.
Tornandoci molti anni dopo mi domando: vedremo, anche qui, bambini ai semafori?