India.... una storia vera?

località: delhi
stato: india (in)

Data inizio viaggio: martedì 10 gennaio 2006
Data fine viaggio: martedì 1 gennaio 2008

Nonostante fosse l'ennesima volta che sbarcavo a Delhi, riuscii a sentire lo “schiaffo”, la zaffata, quell'inconfondibile afrore che ti assale quando si scende dall'aereo. Sa di roba da mangiare andata a male, di spezie, di sudore, di panni sporchi, di merda secca, e di tante altre umane cose.
All'uscita dell'aeroporto c'era Kesar ad aspettarmi, il carissimo amico indiano con cui collaboravo ormai da tanti anni. Impeccabile con il suo abito gessato, la sua camicia bianca sempre con un leggero alone sul colletto, le sue improbabili cravatte e le due penne sul taschino. Kesar aveva un tour operator specializzato nell'organizzare viaggi in India, Tibet e Nepal.
Mi accompagnò a Safdarjung Enclave, a sud di New Delhi, dove aveva un appartamento che mi metteva a disposizione durante i miei soggiorni in India.
« Se vuoi, Alberto, ci sarebbe un gruppo di sedici persone che arriva dopodomani... fanno Varanasi, Katmandu, Lasha, ti va di accompagnarli..? » mi chiese Kesar mostrandomi il programma dettagliato del viaggio quando più tardi arrivai nel suo ufficio. Risposi che avrei preferito aspettare un po', che volevo andare un paio di giorni in Rajasthan a trovare un mio amico italiano che vive lì. Amici italiani che vivono in Rajasthan in realtà non ne ho mai avuti, ma siccome gli indiani sono molto curiosi era una scusa per evitare troppe domande.
Kesar molto carinamente insistette per mettermi a disposizione una macchina con un autista, ma lo persuasi che preferivo viaggiare con il treno della sera.

Chi ama l'umanità, in tutte le sue manifestazioni, dalle più consuete alle più bizzarre, dovrebbe prendere un treno in India: tra le sue carrozze si cucina, si mangia, si parla, si vende, si compra, si fanno affari, si combinano matrimoni, è come un villaggio che viaggia. Da noi in occidente si è persa l'abitudine, non dico di preparare i pasti o mercanteggiare, ma quella più naturale e semplice di chiacchierare. In India le persone non ascoltano musica con il telefonino, non leggono riviste, fanno, per quanto possibile, le stesse identiche cose che farebbero se stessero nelle loro case.
Venne buio, all'improvviso, senza che me ne accorgessi, e con la notte tutte le attività cessarono. I passeggeri si accucciarono sui sedili avvolgendosi nei loro lunghi scialli; alcuni, distesi a terra, nella luce azzurrognola dello scompartimento, sembravano tappeti arrotolati
Lo sferragliare del treno si calmò all'alba, alla stazione ferroviaria di Jodhpur.

Salii quasi al volo su un motorisciò che sgasando passava di lì. “Meherengard Fort” urlai per farmi sentire.

La stanza che più amavo di questo possente edificio costruito in pietra arenaria rossa nel sedicesimo secolo era quella in cui si tratteneva il Maharaja con la sua consorte. Un salone immenso, le pareti decorate con affreschi, stucchi, giochi di specchi colorati, pietre dure incastonate su figure geometriche; a terra, giganteschi finissimi tappeti di seta, grandi cuscini bassi sormontati da cuscini più piccoli, tutto sembrava rimasto come i secoli scorsi, come se da un momento all'altro entrasse il regnante con la sua principessa. Ma la vera particolarità di questo salone erano le ampie finestre; negli afosi pomeriggi d'estate venivano poste delle stuoie bagnate con acqua di rose, in modo che il vento, filtrando tra gli stretti spazi delle sottili canne, rinfrescasse e profumasse la sala.
Cominciai a sentirmi stanco e mi sedetti in un angolo, fantasticando su quanti amori, tradimenti, amplessi avessero visto quelle belle mura. Socchiusi gli occhi e per un attimo ebbi l'impressione di sentire il profumo dell'acqua di rose portato dal vento.

Mi chiese da quale paese dell'Europa venissi e come mai mi trovavo in Rajasthan.
« Sono italiano... lavoro per delle agenzie che organizzano viaggi, porto gente in giro per l'India », risposi.
« Allora conosce bene il nostro paese? »
« Bene bene non direi, diciamo che so muovermi, e per l'India è già una grande cosa. »
L'uomo sorrise: aveva una camicia a maniche corte con le solite penne d'ordinanza sul taschino. I capelli bianchi pettinati all'indietro a leccata di vacca facevano risaltare il suo scuro viso paffuto e i suoi veloci occhi neri. Se all'inizio avevo pensato; ecco il solito rompiscatole, adesso speravo che continuasse a parlare con me.
Come sempre mi ero sbagliato a giudicare troppo precipitosamente le persone.
Aveva un nome bellissimo, Ashoka, come il grande imperatore illuminato vissuto in India nel terzo secolo prima di Cristo.
« Lei invece di cosa si occupa signor Ashoka? »
« Sono insegnante di matematica ».
« Interessante... voi indiani avete una predisposizione naturale per le scienze esatte, poi, lo zero, lo avete inventato voi mi pare... »
« Se è per questo abbiamo inventato anche dio », disse ridendo, e continuò: « in India la matematica e la religione hanno in comune il fatto di non essere messe in discussione... forse per questo siamo così bravi... in entrambi le cose..»
« Lei è hindù suppongo, signor Ashoka? » gli chiesi.
Mi dava piacere dopo avergli chiesto qualcosa aggiungere “signor Ashoka”, girare in bocca quel nome come uno schiocco.
« Veramente sarei Jainista » rispose.
« Sarebbe o è? » chiesi ancora.
« Sono. Vede, da noi, per quanto razionalmente uno possa avere dubbi sull'esistenza di tutte le nostre divinità, e se lei conosce l'India sa quante ce ne sono, alcune addirittura ridicole, se non grottesche, la religione è parte della nostra vita e uno ci convive come si convive con la pioggia durante il monsone e con il sole durante l'inverno. Se il nostro paese è ancora unito dopo duemila anni di ospiti, tra mongoli, turchi, arabi, e per finire gli inglesi, è solo grazie alla religione. »
Trovai curioso che avesse definito “ospiti” invasori, usurpatori e colonizzatori.
« Ma in cosa differiscono i jainisti dagli induisti signor Ashoka? » gli chiesi.
« In tutto e in niente: i jainisti hanno esasperato l'idea della rettitudine morale per contrastare il sistema della caste, ma sono finiti per essere loro stressi una casta. Credono che la liberazione possa essere ottenuta solo con una purezza totale, non solo dell'anima, ma anche del corpo; per questo non possono sporcarsi le mani, non possono mangiare cibi impuri, come le cipolle ad esempio, perché crescono sottoterra.... non troverà mai un jainista che fa un lavoro manuale, e in virtù di questo, nel corso dei secoli, hanno esercitato solo lavori intellettuali o legati allo scambio di beni. In realtà non differiscono dagli induisti, i jainisti sono solo stai più furbi. »
« Lei invece è cattolico » mi chiese il professore.
« No, non sono cattolico, sono cristiano »
« Non è uguale? Che differenza c'è ? »
« Un po' come tra i jainisti e gli induisti » risposi, e ad Ashoka scappò da ridere.
Poi ripresi: « I cattolici sono legati ai precetti della chiesa, devono ricevere nel corso della vita dei sacramenti, devono attenersi a delle regole morali, sono imposti loro, in qualche modo, dei codici comportamentali a cui tutti dovrebbero attenersi per guadagnare il paradiso e con esso la vita eterna. Molto semplice! Da noi, dopo morti, signor Ashoka, non ci si reincarna come da voi: se sei stato buono vai in paradiso e resti lì tra ruscelli e giardini fioriti fino alla fine del tempo, se sei stato cattivo invece vai all'inferno dove tutto brucia vorticosamente, sempre fino alla fine del tempo. Noiosissimo! Non crede signor Ashoka? »

alberto nicolai - www.passaggioinindia.net

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