Viaggio lungo il Mekong: da Luang Prabang a Huay Xai

località: luang prabang, pakbeng, huay xai
stato: laos (la)

Data inizio viaggio: mercoledì 29 agosto 2001
Data fine viaggio: sabato 1 settembre 2001

Il Mekong, letteralmente "madre di tutte le acque" si estende per 4.500 km e si trova al dodicesimo posto nella classifica dei fiumi più lunghi al mondo. E’ un’importantissima via di comunicazione fluviale, la vera "autostrada del Laos". Navigarlo significa effettuare un viaggio d’altri tempi. Noi ci siamo limitati a risalirlo per circa 300 chilometri appena, da Luang Prabang a Huay Xai, quanto basta per intercalarsi in questo mondo trapuntato da sperduti villaggi.

Luang Prabang è la città di partenza. Il giorno precedente abbiamo contrattato il noleggio di una speed-boat, per il primo giorno, fino a Pakbeng (circa 160 km, in poco più di 3 h 30’) e di una slow boat, per il secondo giorno, da Pakbeng a Huay Xai (circa 140 km, in 7 ore). Fin dall’imbarco si respira aria di avventura. La piccola baracca che funge, al tempo stesso, da biglietteria e trattoria, diffonde nell’aria, che odora pesantemente di fiume, il suono di una nenia sempre uguale. Da qui partiamo in cerca di luoghi isolati e lontani dal mondo civile.
Per ben 25 chilometri, ossia fino alla prima sosta, alle grotte di Pak Ou, la paura non si dissiperà. Sulla coloratissima speed boat, i posti sono scomodi, i muscoli tesi, non per la posizione, ma per l’ansia di capovolgerci o andare a sbattere contro qualche masso affiorante dall’acqua. Il rumore del motore è proporzionale alla velocità. Tanto più è assordante tanto più corriamo veloci sulla superficie dell’acqua.
Le grotte di Pak Ou, dove nel XVI sec. il re Setthatirath portò tutte le sue statue del Buddha per sottrarle all’invasore birmano, accolgono oggi più di 4.000 rappresentazioni dell’Illuminato. Ripartiamo. Poco alla volta, prendiamo confidenza col mezzo, col fiume e con la velocità tanto da spronare il pilota a intraprendere una gara con un’altra speed-boat che risale il fiume sulla sponda opposta. Vinta la preoccupazione iniziale sull’insicurezza del mezzo di trasporto riusciamo ora a guardarci intorno. Il fiume ha una vastità oceanica ed è circondato da uno spettacolo di foreste e falesie che riempiono l’orizzonte e che sono punteggiate da minuscoli villaggi. Con lo scorrere della giornata aumenta il caldo ed insieme l’odore di fanghiglia che sale dal fiume. Ogni qual volta ci fermiamo, le zanzare ci assalgono da tutte le parti, ma quando ripartiamo, la velocità allontana tutto: zanzare, caldo e l’odore di fango. La seconda fermata è in un villaggio un po’ più grande rispetto a quelli finora visti da lontano. Non comprendiamo subito il motivo dello stop finchè da una casetta galleggiante non spunta un ragazzo con una "pompa". Il giovane s’infila il tubo in bocca aspira forte e – non appena la benzina fuoriesce – inizia a fare il pieno. Il procedimento è più lento di quelli cui siamo abituati perciò scendiamo a sgranchirci le gambe. L’interno della fatiscente casupola espone ogni sorta di lattine e cioccolato. A tutti gli effetti siamo finiti in un "autogrill del Mekong". Giungiamo a Pakbeng nel tardo pomeriggio. Trascorro la notte in bianco, torturato dal caldo umido, dalle zanzare che sembrano trafiggere senza difficoltà la tela della zanzariera, in costante allerta a causa dei tanti giganteschi gechi che s’aggirano sulle pareti della stanza.

A dominare la scena dell’alba è il mercato con il rumore dei venditori che s’apprestano ad allestire le bancarelle su improvvisati banconi, sbilenche cassette o direttamente in terra, sopra semplici lenzuoli. Ci colpiscono i mercanti. Costoro trasportano sacchi di riso, verdure ed ortaggi tenendoli sulle schiene ricurve, sostenendoli con una cinghia che passa sulla fronte, camminando su percorsi sconnessi e con solo delle ciabattine infradito ai piedi. Pakbeng è ormai un posto "turistico" nel senso che vi si trovano due guest house, un hotel, qualche ristorantino e alcuni viaggiatori giramondo con lo zaino in spalla. Pakbeng è la base di partenza per visitare i villaggi Hmong dei dintorni, dove si coltivano papaveri da oppio. Non riusciamo a trovare nessuno che ci accompagni e così l’escursione salta. C’immergiamo, allora, nella calma confusione del mercato. Accanto ai commercianti tradizionali, e a quelli che vendono dei non ben identificabili insetti, vivi, rinchiusi in piccole buste di plastica di cui la gente fa’ incetta, ce ne sono alcuni che trafficano illegalmente oppio, comprato proprio nei villaggi dell’entroterra che volevamo visitare. La zona della macelleria è raccapricciante per via dei pezzi di carne sanguinante esposti. Ragazzi con in spalla il kalashnikof s’aggirano per il mercato.

Riprendiamo la navigazione sul Mekong salpando con una slow-boat, una chiatta lunga e lenta. Di qui assistiamo e scopriamo lo svolgersi della vita sul Mekong. Osserviamo l’inestricabile foresta monsonica arrampicarsi su picchi scoscesi e ripidi, i differenti tipi di piantagioni.
Sostiamo in alcuni piccoli villaggi che sorgono sulla riva, i quali, forse, non hanno neppure un nome. Sono raggiungibili soltanto via fiume, le case sono palafitte di legno con i tetti di paglia e foglie di palma. Notiamo, con stupore, micidiali bombe a grappolo usate, nella guerra del Vietnam, riciclate come sostegno delle case e per canalizzare l’acqua nelle risaie. Non vi è niente di moderno: niente strade, niente auto, niente televisori e tanto meno antenne paraboliche, nessuna radio, niente elettricità. La pesca è l’attività principale insieme alla coltivazione del riso. Gli orti sorgono fitti sulle rive. L’ospitalità è identica in tutti.

L’immobilità coatta dell’imbarcazione abbandonata alla calma placida delle acque del fiume, sulle quali scorre a fatica, ci fa di tanto in tanto rimpiangere la speed boat. Penetriamo, infine, dopo 300 km di ampie vallate e strette gole, nel cuore del famigerato "triangolo d’oro", la regione tristemente famosa per via della coltivazione d’oppio, il cui commercio attraverso i confini di tre stati divenne particolarmente remunerativo tra gli anni sessanta e settanta quando gli americani s’intromisero in questo lucroso mercato, ampliandone gli sbocchi su scala mondiale. L’oppio divenne per la CIA il mezzo per finanziare le operazioni di guerra in Indocina.
Huay Xai è una città che corre in fretta verso il vortice di opulenza che gli schermi televisivi proiettano. Non c’è apparecchio che non sia sintonizzato su canali o onde radio della vicina Thailandia. Il progresso non si farà attendere, come dimostrano i falsi rolex e i primi telefoni cellulari presenti sulle bancarelle, lungo il Mekong, accanto al pesce e alla frutta.
Il dì seguente visitiamo i villaggi dei dintorni. Sono addossati uno sull’altro e le diverse etnie convivono tanto pacificamente tra loro che è difficile distinguerle. In uno di etnia Thai Lu troviamo delle donne intente a lavorare su rudimentali telai, in un altro alcune persone, con ampi e convincenti gesti, c’invitano a seguirle. Perplessi, ci ritroviamo in una piccola chiesa cattolica costruita da un prete francese. In un villaggio Akha scorgiamo un’anziana donna fumare una pipa d’oppio a conferma che sono tradizionalmente gli anziani a trovarvi un sostegno. Il mercato dell’oppio è oggi circoscritto tant’è che, ufficialmente, i due terzi della produzione non esce dalle province in cui è stato coltivato. L’anziana signora ci indica di seguirla e ci accompagna in una casa dell’oppio, ossia uno di quei luoghi dove gli uomini si riuniscono per fumarlo. All’invito di entrare, questa volta, rifiutiamo! Visitiamo, infine, un villaggio di Lao Huay, curioso perché gli abitanti vestono tutti di blu scuro e le donne si distinguono per la caratteristica moneta (una piastra indocinese) appesa ai lunghi capelli lisci.

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