Francia del Nord e qualcosa in più

località: firenze, aosta, rochamp, colmar, strasburgo, reims, st. quentin, rouen, le havre, ètrata, fècamp, st.martin buneaux, veullettes sur mer, caen, bayer, montgardon, e tantissimi altri
regione: normandia e bretagna
stato: francia (fr)

Data inizio viaggio: lunedì 1 gennaio 2007
Data fine viaggio: lunedì 1 gennaio 2007

Partiamo separatamente, La Francese da Firenze e Nath da Aosta, saliamo per l'Alsazia, poi lo Champagne e infine la Normandia, per visitarla meticolosamente e poi scendere in Bretagna e tornare in Italia da sotto Parigi, toccando appena la Loira e la Borgogna!

Condividi questo articolo se ti è piaciuto...

la partenza

lunedì 16 luglio 2007

Partenza da Aosta ore 9.00, non troppo presto - siamo o no in ferie? – direzione Francia.
Nessun tragitto preparato prima di entrare in macchina, unica cosa che ci siamo procurati qualche guida, la verde del Touring su tutta la nazione comprata a metà prezzo, alcune Routard prese in biblioteca, una sulle chambres d’hotes e un’altra sulla Normandia. Decidiamo la strada da fare che Nathan è già al volante de “L’Ammiraglia”, la mia 206 che, talmente emozionata di tornare nel suo paese di produzione, ieri ha deciso di piantare il tachimetro sui 10 km/h e di non sputare più fresca aria condizionata. Questa la nostra condizione di partenza per le 2 settimane itineranti alla scoperta della Francia del nord.
Nath prende per il tunnel del Gran San Bennardo, snobbiamo il passo che ci avrebbe rubato due ore di tempo, per versare un obolo di 22,40 € alla società che gestisce il traforo con la Svizzera.
Passati i 5 km nel budello della terra ci ritroviamo in Terra Neutra e sfruttiamo subito il fatto che la benzina costa meno, anche se paghiamo la Vignette (il pedaggio autostradale svizzero) per un intero anno. Ma la cosa più sconvolgente di questo inizio di vacanza è il primo caffè sciacquone. Il primo di una piccola serie, prima che mi decidessi a non prenderlo più, mai più fino al rientro in patria, ovvio!
La strada ha preso a girare sotto le nostre ruote, le periferie delle città a susseguirsi uguali, Losanna, Berna e infine Biel-trattino-Bienne. Da lì, abbiamo fatto una scelta un po’ approssimativa sulla nostra mappa Michelin, anch’essa in prestito. Abbiamo seguito un’autostrada tratteggiata, che ci siamo accorti facendola, essere in costruzione, e che quindi abbiamo alternato a tratti di strada “normale”. La frontiera era sulla direzioni Delémont/Porrentruy, per arrivare (in ipotesi) il più rapidamente possibile alla nostra prima tappa: Ronchamp, località prossima a Belfort.
A fare che? si domanderebbe un soggetto normale. A vedere un capolavoro di architettura moderna! Rispondo io! La Chapelle di Ronchamp di Le Corbusier! Aaaah! E chi non la conosce!?? Nathan ha accondisceso amorevolmente alla mia richiesta, anche se, durante il lungo tragitto per arrivarci ci siamo entrambi un po’ spazientiti. Ci siamo arrivati che il sole stava già calando. La chiesa è collocata su un’altura, nascosta tra la boscaglia. Le si arriva da dietro e la si aggira tutta, potendola mirare anche da una piccola piramide alta qualche metro. Sembra un balocchino, una piccola costruzione da bambini tanto è traguardabile da ogni parte. A vederla da fuori ti lascia un non so che di insoddisfatto, ma appena metti il piede dentro, sei preso da un vortice di sentimento, di partecipazione, di emozione. Piccole finestrelle strombate nella spessa muratura mutuano luci calde e colorate. La soletta della copertura è resa inconsistente da un filo di luce che la stacca dai supporti. Le luci telescopiche creano cappelle laterali evocative di energia divina.
Sono uscita appagata da questa prima tappa del mio viaggio francese, il mio primo viaggio lungo con Nathan e il mio primo mese intero con lui! SìSì! Un mese intero di condivisioni ci aspetta!
Rientrati a Belfort, intraviste le mura della sua famosa roccaforte da un semaforo che ci riconduceva all’Autostrada, la nostra nuova direzione è Colmar. Mi è stata indicata da un’amica come una cittadina molto ma molto carina, e visto che si trova sulla strada, come privarsi di cotanta bellezza! La guida del Touring lo conferma e una volta giunti anche i nostri occhi hanno potuto verificarlo. Qui abbiamo approfittato per cena del mio amico Paul, la boulangerie in franchising che preferisco e di una degustazioni di splendidi vini locali, alsaziani! Colmar è un chicchino, una cittadina infiocchettata, dove il verde pubblico arriva a curare anche i gerani sospesi sulle balaustre dei canali d’acqua che solcano la città, i balconi fanno a gara a rigettare piante fiorite di ogni razza e colore, addolcendo quel groviglio di linee, generate sulle facciate dalle linee delle armature lignee che caratterizzano lo stile nordico della case a graticcio.
Ancora un’ultima tappa per questo primo giorno delle nostre vacande, Strasburgo, dove abbiamo prenotato la nostra unica notte, all’Hotel Confort per 35€ la camera. Il nostro record, fino ad ora, nei nostri frequentissimi spostamenti mai avevamo speso tanto poco.

Di gotico in gotico...

martedì 17 luglio 2007

Notte sudata all’hotel Confort di Strasburgo, nessuno nel momento della prenotazione ci aveva precisato l’assenza dell’aria condiziona, che a quanto pare sembra una costante del nostro viaggio francese. Complessivamente il giudizio è positivo, ospitale, carino e dignitoso, vicino al centro e all’autostrada. Senza colazione, non compresa ovviamente nel prezzo ci siamo avviati verso il centro. Collocata L’Ammiraglia al sicuro in un centrale parcheggio interrato vicino al gigantesco museo di arte moderna ci siamo avviati verso il centro sotto un cielo grigio grigio per niente promettente. Ci ero già stata, nella città di frontiera sede del Parlamento Europeo, circa 16 anni fa. Un viaggio premio per un concorso del Movimento per la Vita al quale avevo partecipato con la classe, senza sapere chi lo bandiva o cosa si vinceva. Giuro!! Non mi gustai la città in quel frangente, così impegnata a scansare funzioni religiose e proseliti. Da questa seconda visita non mi aspettavo molto di più, anche se ho avuto alcune rivelazioni. Primo: il passaggio coperto sul canale che abbiamo attraversato per giungere nella zona del centro. Tetro, con le facce delle statue abbandonate lì, in una sorta di scantinato a vista. A Nath è piaciuto un sacco, gli sembrava suggestivo e romantico… a me solo suggestivo, tanto da non poterlo apprezzare con distacco, questo suo genius loci! Poi, la Cathédrale de Notre Dame, dalla facciata calda, in una pietra rosata, diversa dagli esempi di gotico visti a Parigi, e tutto il tipico quartiere che le sta intorno. Qui ho iniziato ad avere sentore di non trovarmi proprio su di una rotta battuta in questo periodo, nel senso che molti negozi erano chiusi per ferie e, se due più due fa sempre quattro, forse questo di fine luglio non è proprio il periodo di apice turistico della Francia del nord, meglio così, anche se un po’ di shopping fa sempre bene! …ma non penso che mancheranno occasioni.
Un aneddoto interessante, o meglio sarebbe dire il primo smacco al raffinatissimo francese del mio Nathan: seduti ad un caffè, chiede alla cameriera, insieme al conto, una penna per me, chiamandola “plume” . La giovine non capisce e lo guarda con occhi bovini, al che io da italiota imbranata con le lingue, gli faccio il semplice gesto di scrivere e la tipa esclama: “Ahhh!!! Un stylo!!”. Povero AmoreMio come ci è rimasto male, lui ancora affezionato alla lingua di Chateaubriand e Maupassant! È stato un sacco di tempo a pensarci sopra: “…eppure i francesi non hanno dialetto, parlano tutti uguali, a scuola mi hanno insegnato che si dice plume”. È preciso l’AmoreMio, mica come me, lui ci crede nella forza della lingua, nella correttezza degli accento e tutte quelle robe lì. Chissà come farà a sopportare la mia dislessica distrazione, alibi dei miei orrori ortografici!
Tornando a Strasburgo, penso che avrò bisogno di una ulteriore visita perché la luce di questa mattina, così spenta e scabra, non ce l’ha fatta apprezzare in pieno, non ha valorizzato i suoi quartieri di case basse con facciate a graticcio, le sue ampie piazze e i suoi canali navigabili. Dopo un pranzo veloce siamo ripartiti verso nord, prossima tappa Reims. La campagna che abbiamo attraversato prima di arrivarci è immensa e incommensurabile. Reims è nella regione dello Champagne, ma si vedono molte più rotoballe abbandonate su campi oro che vigne verdi lungo l’autostrada che vi giunge. Dalla guida Routard abbiamo attinto un indirizzo di una chambre d’hote a 20 km dal centro abitato, in una fattoria. Arrivarci non è stato facile, abbiamo girato intorno al nucleo cittadino alla ricerca della direzione giusta, trovata per esclusione. Sarà il caso di procurarci mappe più dettagliate. Raggiunta l’accogliente e singolare sistemazione per la notte, corriamo nuovamente per quelle strade deserte immerse nei campi che raggiungono la città. Io non mi capacito della luce, è giorno fino alle 22,30. Haivoglia Nathan a spiegarmi che siamo più a nord e più ad est, per me non è naturale.
Con una gran botta di xulo, troviamo aperta la cattedrale, esempio favoloso di gothique flamboyant. Fruiamo furtivamente dell’interno deserto lasciandoci la facciata per dopo. Dentro, la vetrata blu realizzata per l’abside da Chagal e quell’immensa altezza, quella distanza tra l’uomo e il divino, tipica del Gotico d’oltralpe. Fuori la facciata, pullulante di animali mostruosi e di figure divine, che maestosamente, dignitosamente comunicano tutta la loro complessiva magnificenza, anche in una piazza sventrata da cantieri di manutenzione. Due passi nel centro, un occhio ai negozi, alle bottiglie ed una cena veloce a base di stinco di maiale, una robina leggerina…

il tetto di paglia: che sorpresa!

mercoledì 18 luglio 2007

Svegliarci in campagna ci fa sentire realmente in ferie, una dimensione nuova che durerà un mese intero, il nostro mese insieme.
Scendiamo dalla Signora Jacquelin Leriche a far colazione. Usciamo dall’ala della fattoria riservata alle chambre d’hote, che contiene anche un museo della civiltà contadina, e ci dirigiamo verso il salone da pranzo. Qui un reperto della civiltà che fu, un grande tavolo da pranzo per famiglie numerose, le braccia dell’agricoltura. È apparecchiato per due, con croissant, café-au-lait, baguette, burro giallo e marmellata. Che buon risveglio! Dopo il lauto pasto, due parole con la Signora, che originalmente ritiene francesi, italiani e spagnoli tutti di una stessa razza, latini
(almeno per quanto riguarda la lingua. Detto per inciso, non saprei davvero quanto la gentilezza, la cordialità e il senso civico di questi normanni abbia punti in comune con molte tra le inclinazioni italiche – il commento è di Nathan)

Rimessi in strada, salutiamo Brienne-sur-Aisne e la campagna dello Champagne senza aver ceduto alla tentazione di posticipare il nostro arrivo in Normandia per le sotterranee cantine del nettare con le bollicine.
La nostra meta è Rouen, capitale della Normandia nonché città adottiva della mia Simone, la già troppo citata autrice de L’Età forte. Mi sento attratta da questa città che l’ha ospitata per anni, che l’ha vista nella pendolare dell’amore verso Berlino, Parigi o Le Havre, verso Sartre.
Per raggiungere Rouen riprendiamo l’A26 a Neufchatel-sur-aisne. Decidiamo per una sosta intermedia e scegliamo la più prossima, St. Quentin, snobbando la successiva e più famosa Amiens. St. Quentin, cittadina “minore” per la guida verde, si è rivelata una vera e propria sorpresa. Interessante fin dall’uscita dell’autostrada, che la rivela arroccata su di una collinetta, ma la sorpresa vera e propria è stata quando, emersi dal parcheggio interrato, ci siamo trovati in una spiaggia attrezzata. La centrale piazza del Hôtel de Ville in stile gothique flamboyant era allestita con sabbia, piscine, scivoli, giochi per bambini e sdraio con ombrelloni per i grandi. Una soddisfazione a vederli! Tutto attorno il mercato settimanale con banchi di frutta ed extra alimentari. Ci siamo concessi una bella passeggiata, con visita alla Basilica di St. Quentin del XIII-XV e anche al mercato. Qui abbiamo acquistato il “cestino” per il nostro pic-nic autostradale: due formette di caprino direttamente dal produttore, una baguette non complète, e deux tomates perché ci stavano bene, oltre che coca cola sostitutiva del caffè, che si ostinano a chiamare espresso ma non è. (Nota: di solito mi adatto alle abitudini locali, ho bevuto caffè austriaco lungooooolungo, quello svedese, quello turco buonissimo, ma questo lo trovo assolutamente insoddisfacente per il mio palato). Lungo il tragitto in auto, Nathan ha cercato telefonicamente un alloggio per la sera, e prevedendo di riuscire a visitare il capoluogo nel pomeriggio, abbiamo fissato ad una quindicina di chilometri ad ovest, una Chambre d’hote vicino all’Abbaye di Jumièges, una San Galgano della Senna.
Rouen si è rivelata splendida, animata di belle persone, affatto provinciali, e ricca di edifici monumentali: la cattedrale di Notre-Dame cuore della città, il rinascimentale Gros-Horloge, il fiammeggiante Palais de Justice, la chiesa abbaziale di St. Ouen, la Place del Vieu Marché, dove fu arsa viva la pulzella di Orléans, la chiesa e l’Aître di St. Maclou, la prima capolavoro gotico ma chiuso per insufficiente personale, il secondo sede dell’Accademia di Belle Arti, tanto bello da farmi tornare la voglia di andare a scuola! Bella Rouen, veramente!
Riprendiamo a sera il nostro autocammino verso le camere di campagna. Non è mai facile, i paesini dove troviamo le Chambre d’Hote sono sempre poco segnalati e le nostre mappe poco dettagliate. Stavolta la prendiamo larga, passiamo per Maromme
(Nathan: anonima e inquietante cittadina satellite di Rouen…), gemellata con il mio fiorentino comune di residenza (Nathan: capisco perché si sono gemellati…). Abbiamo anche una disavventura, mettiamo benzina con il bancomat ed invece delle 20€ spese l’sms ne riporta 100€. Speriamo di risolverlo al rientro.
Arriviamo al Relais de L’Abbaye dopo un lungo peregrinare che, per fortuna, è ancora giorno. Per forza, secondo me, qui il sole non scende mai! Jumièges è la prima tappa del percorso che faremo domani lungo la Strada delle Abbazie. La signora del Relais ci consiglia un ristorante, qui sembra non ce ne siamo molti, lungo la Senna. Il fiume qui è prossimo al suo estuario ed è grandissimo, lo si attraversa con battelli (Nathan: i bac, attrezzati per caricare le auto) e vi navigano grandi chiatte stracariche di container. Per giungere a “Le Pommeraie” (tel. 02 35379487) ci sono attimi di attrito tra me e Nath, generati dalla fame e dalle scarse indicazioni stradali, ma che sono dissolti a tavola (Nathan: non è vero, abbiamo solo ragionato pacatamente sulla strada del ristorante. Io sostenevo, sbagliando, che si doveva prendere un’altra strada per il ristorante, ma ho comunque seguito il tuo intuito e siamo arrivati a destinazione). Ci mettiamo in veranda, lungo la strada che costeggia la Senna. Romantico a prima vista, se non fosse che la strada è percorsa a velocità altissima e un po’ ci impensierisce. Ma arriva il tramonto e la poesia di una luce calda e avvolgente. Il mêtre molto gentile ci consiglia un percorso alternativo a quello che abbiamo studiato per il giorno successivo, la route des chaumières – cosa saranno ‘ste chaumiere? – oltre che consigliarci di tornare per un grande evento che coinvolge quest’ansa di una Senna, l’Armade del 2008

continua su http://unmondodibene.blogspot.com

infrastrutture vecchie e nuove...

giovedì 19 luglio 2007

Anche stamani, colazione più che soddisfacente. Quella delle chambre d’hote è veramente un’ottima sistemazione, accogliente ed economica, le tariffe a notte per una doppia si aggirano tra 35 a 45. Sembra che qui non sia avvenuto quello stra-ricarico dell’euro. Riprendiamo la strada, ma per poco, l’Abbaye de Jumiège è veramente dietro l’angolo. C’è da pagare un biglietto, avremmo preferito di no. La nostra vuole essere una tappa breve. Vogliamo riprendere la via di Le Havre, che sia per la Route delle Abbazie o delle chaumières. Paghiamo e lo spettacolo dell’interno è molto suggestivo. La Basilica risale al 654 con ricostruzione nel XI sec. Adesso è un rudere senza tetto, ma ben tenuta. Il parco avrebbe meritato una visita più accurata. Ripartiamo dividendoci tra i due percorsi, prima verso l’Abbaye de St-Wandrille, poi la route des chaumiere. Una volta lì capiamo che si tratta di un percorso sulla riva sinistra della Senna per valorizzare le case tradizionali dal tetto di paglia, chaumières appunto
(Nathan: io l’avevo già capito prima. Tu no?). Attraversiamo, anche troppo velocemente, paesi da cartolina, dove tutto è lezioso e ben custodito.
I ponti sulla Senna sono opere di ingegneria rilevanti ed imponenti, coprono luci di centinaia di metri perché qui il fiume è gigante, essendo vicinissimo alla sua foce in mare.
Le Havre si colloca proprio sull’estuario, alla punta estrema verso il mare, è il secondo porto di Francia dopo Marsiglia, ed io adoro i porti, così diversi dalla mia immobile Firenze. Questa città mi preme particolarmente. Fu completamente rasa al suolo durante la II Guerra e completamente ricostruita da August Perret, architetto di stampo antico che codifica l’utilizzo del cemento armato. Lo stesso Perret di Rue Franklin a Parigi (vedi qui). So già cosa mi aspetta, niente di quello che abbiamo visto fino ad ora, nessuna casetta tipica a graticci di legno, nessuna tinta sgargiante o balconi fioriti, ma cemento armato prefabbricato, edifici rapidi e omogenei, in risposta all’esigenza di dare una casa agli sfollati, di ridare dignità ad una città martoriata dalla guerra. Una comunità dignitosa, in nome di quello che allora era un materiale “nuovo”.
Ricordo la presenza di una chiesa ma non molto di più. Arrivati in città, optiamo per il parcheggio interrato. Una volta alla luce, ci troviamo nel cuore del progetto di Perret, la Place dell’Hotel de Ville. Il municipio ha una grande torre con orologio, eco degli storici edifici pubblici. Attorno, una piazza bella, rigogliosa di verde ed ordinata nella modularità delle facciate prospicenti. Vediamo spuntare dal tessuto urbano un campanile di quella che leggo sulla mappa essere il vago ricordo della chiesa, Sant Joseph, anche questa in cemento, anche questa di Perret. Il cielo è sempre variabile, e proprio mentre ci avviciniamo diventa grigio, come il cemento armato a vista, una luce grigia permea tutto. Giriamo attorno all’edificio quadrato, fino all’accesso, anonimo. Qui le mie aspettative sono già azzerate e incomincio a farmi un’idea sugli sfottò che Nathan perpetrerà per giorni sul maestro Perret e il suo materiale. Ma è proprio quando siamo sfiduciati che abbiamo le sorprese più grandi, no?!
(Nathan: sì sì, eccome!). Dentro si apre un ventre accogliente e luminoso. Dalla base dell’edificio si accende un cono luminoso - la lanterna centrale, quella che prima ho chiamato campanile ma che è di dimensioni esagerate - tutto costellato di vetri colorati, attuali discendenti delle vetrate gotiche. Ogni lato dell’edificio filtra luci con predominanti cromatiche diverse. Leggiamo che St-Joseph è stata riconosciuta monumento dell’umanità, e secondo noi a ragione
(Nathan: un titolo ormai inflazionato, qui in Francia…). Soddisfatta di dovermi ricredere e lieta di poter continuare a vedere in Perret un maestro dell’architettura contemporanea, ci avviamo verso la spiaggia. C’è un bel porto e una bella spiaggia turistica; un viale la percorre fiancheggiato da chioschetti-ristorante. La spiaggia è scandita da casine di legno mono-famiglia per ripararsi dal freddo vento di mare. Noi, più che dalla spiaggia, siamo attirati dai ristorantini. Il primo ci ha convinto, troviamo quello che cercavamo: il piatto regionale moules-et-frites. Ci sediamo e portano anche a noi quelle deliziose pentoline monoporzione con cozze al naturale con un po’ di cipolla e le patate fritte da pucciare nel sughetto! Bontà di elaborata digestione! Qui ho riprovato con il caffè, ma giuro che rinuncio!
Ben rifocillati, ripartiamo salutando soddisfatti Le Havre e Perret, direzione Côte d’Albâtre. Abbiamo fissato per la notte in una chambre d’hote da M.me Vaird, presso St-Martiin-aux-Buneaux, loc. Tournetot. La guida Routard le etichetta uno stile veramente particolare, vedremo con i nostri occhi entro la serata. Per il pomeriggio scendiamo lungo la costa d’alabastro a vedere le falesie a picco sul mare e i caratteristi paesi normanni. Si susseguono Ètratat, dove compro la mia francese maglietta a righe in un edificio tipo mercato coperto dalla caratteristica carpenteria lignea e Fecamp, dove cerchiamo di visitare la Distilleria Bénédictine che però troviamo chiusa. Riconosciamo entrambi a questo posto un fascino molto anglosassone, quello, per intenderci, dei film di Loach. Anche per questa volta trovare la stanza della notte non è stato semplice, complice anche la pioggia. Arrivati la sorpresa è enorme, M.me Viard è una sorta di Lucia Bosè, la casa il covo di un rigattiere (la foto è sfuocata ma rende). Ci assegna un stanza duplex per 6 persone e ci consiglia di andare a mangiare a Veulettes-sur-mer. Complice il mal tempo, tutto qui sembra scarsamente abitato. Il fascino da terra alla fine del mondo viene amplificando dal vento, la luce crepuscolare e le facce lavorate dal sale. Scegliamo l’ultima bettola del lungo mare ed abbiamo fortuna, ci portano dei piatti enormi e gustosi.

continua su: unmondodibene.blogspot.com

Verace terra di Normandia!

venerdì 20 luglio 2007

La Signora dai capelli cangianti ci ha definitivamente conquistato con la colazione, presi letteralmente per la gola! Un mix di dolce e salato ci ha accolto nella sala da rigattiere. Un commento sul pernottamento complessivamente positivo. Lo stile, come diceva Routard, è decisamente particolare e caratteristico, un giudizio non completamente positivo sulla pulizia – sfiderei chiunque a riuscire a pulire bene una casa antica con tutti quegli abbriccichi – ottimo sulla colazione. Decidete voi se andare da M.me Viard se vi capita di andare da quelle parti (tel. 02-35975477).
Ripartiamo con il solito cielo grigio e la pioggia rada. Oramai siamo rassegnati, questa variabilità di tempo deve essere caratteristica. Direzione Sud, verso la bassa Normandia. La Lucia Bosè ci ha consigliato di andare a Honfleur, anzi ci ha intimato di andarci!
Dopo una decina di km di strada normale ci scappa qualche battibecco
(Nathan: dev’essere il finesettimana che incalza…), per fortuna raggiungiamo presto l’autostrada e attacchiamo una conversazione sui massimi sistemi, inflazione e scala mobile, il costo della vita in Italia da vent’anni, l’economista che è in Nathan ogni tanto torna fuori. Attraversiamo il ponte di Normandia, l’ultima, cronologicamente, delle infrastrutture che collegano le due rive della Senna all’estuario. Appena scesi siamo già ad Honfleur, tipica cittadina nordica, con porto turistico, case in legno a graticcio e quelle di ardesia nera (le più tipiche di questa città). Passeggiare tra negozi e ristoranti è stato veramente piacevole. Quando ha riattaccato a piovere ci siamo rimessi in macchina verso Caen, dopo Rouen l’altra grande città della Normandia. La guida dice “città universitaria completamente distrutta durante la II Guerra Mondiale”, già perché le spiagge dello sbarco qui sono proprio dietro l’angolo.
Anche a Caen cerchiamo il parcheggio del municipio, dove ci ritroviamo su di un’altura davanti ad una Abbazia monumentale. Con il cielo incerto ci incamminiamo a naso verso il centro. Al primo scroscio deciso di acqua, sebbene dotati di kway gemelli, ci ricoveriamo dentro una sala da tè a riscaldarci un po’. Approfittiamo per fissare per la notte. Incominciamo ad avere qualche problema per trovare da dormire, sarà il week-end, combinato con la zona più turistica. Alla fine, rischiando la crisi di nervi di Nathan che odia fare le prenotazioni per telefono
(Nathan: precisiamo, prego: odio fare decide di telefonate e sentirmi ripetere ogni volta “c’est complet, désolé”), ma al quale è costretto, essendo l’unico tra di noi a parlare la lingua indigena –sì, lo so è vergognoso, La Francese non sa il francese – prenotiamo chambre e table d’hote presso i Signori Seguineau a Montgardon.
Nonostante la pioggia a tratti battente, dobbiamo comunque farci un’idea di questa città. Quindi, ci rimettiamo in marcia. Facciamo due foto in croce: la fortezza, le strade antiche superstiti della distruzione. Intervalliamo il culturale con pain-au-chocolat, giusto per non perdere il vizio a mangiare con gli occhi! (Nathan: ma soprattuto con la bocca, direi!)
Prima di avvicinarci al luogo del nostro riposo serale, abbiamo ancora una tappa: Bayeux, la città dell’arazzo. Scopriamo che il venerdì, o forse questo venerdì, è un giorno di mercato ed io mi perderei tra le bancarelle, ma Nath sbuffa, a ragione devo ammettere, perché è un mercato uguale a tutti. Infiliamo nella chiesa della città, che devo dire essere bruttina, almeno ai nostri occhi avvezzi ai più alti capolavori del gotico francese. Ci avviciniamo alla sede di questo arazzo, che la guida indica come una lunga tela con ricami narrativi sulla vita medievale. Stavolta il costo del biglietto, e lo scarso interesse di trovarsi davanti a metri di ricamo
(Nathan: e mettiamoci anche una certa stanchezza, forse più mia che tua, lo ammetto…), ci fanno scansare l’appuntamento con il medioevo e ci rimettiamo in cammino verso il Parc naturel régional des Marais du Cotentin et du Bessin, al centro della penisola normanna nel dipartimento della Manche. La chambre d’hote è vicino a Le-Haye-du-Puit, la padrona di casa ci aspetta per cena alle 20. Nath si è offerto di essere la mia voce a tavola, con una certa eccitazione ha letteralmente pronunciato queste parole “Amore, sarò la tua voce, tu parla e io tradurrò per te”. Mai avrei chiesto tanto, sono tutta dimessa e timida quando parla, mi scoccia chiedergli di riferire per me… al massimo a volte gli suggerisco! Fatto sta che dopo un po’ di giri a vuoto (le indicazioni stradali francesi hanno un lettura tutta loro) siamo giunti a destinazione. Il posto è molto grazioso, i Signori Seguineau molto accoglienti. Ci hanno messo a tavola con altre 10 persone dopo le presentazioni del caso, Nath ha subito precisato che io non spiccico parola e che lui si farà carico di tradurmi. Bene, io lo avevo preso alla lettera nella sua dichiarazione di poco prima. Tempo 10 minuta, alla seconda richiesta di riferire il mio pensiero, tra piatti da passare e da sporzionare, mi ha sgranato gli occhi ed ha esplicitato che si era stufato, letteralmente “la prossima volta che vuoi venire in Francia con me ti impari il francese!” Carino, no? l’amore mio! Ah! Gli omini! non sanno nemmeno cos’è il multitasking!
(Nathan: questa è una bugia infamante! Non era la seconda richiesta, si era già a metà cena, anzi forse era già comparso il dolce della signora Nicole, e tutti quei transalpini erano interessati alla coppia d’italiani, dovevo rispondere e domandare per me, farlo per te, passare le pietanze agli alsaziani, farmi allungare le patate al forno dagli anziani della regione parigina e spiegare la forma e consistenza di un cereale che avevi visto ma di cui non conoscevi il nome, il tutto in due lingue, con qualche nota di colore sul dialetto germanico alsaziano, e il borgognone che voleva sapere da me cosa ne pensassi della riforma pensionistica in Italia, dato che in Francia si va in pensione a sessant’anni già da molto, molto tempo…. Uff, che cena stressante!). Insomma mi sono messa lì tutta la cena a sorridere e dir “merci”. Un’esperienza da fare la table d’hote, se puoi conversare con i commensali! A livello gastronomico tutto eccellente, il sidro fatto dal padrone di casa, la terrine campagnard come entrée, l’arrosto di manzo con gratiné-de-pommes-des-terres-au-daufinois, che altro non è che patate al forno con formaggio, poi a chiudere un vassoio di formaggi di zona, inutile dirlo, buonissimo, e anche il dolce, che non saprei dire né nome né ricetta
(Nathan: mi pare di ricordare una marmellata di prugne e una pasta frolla, molto, molto burrosa).
Dato il week end e le difficoltà a trovare alloggio, abbiamo pensato di programmare una successiva notte a Montgardon, con successiva giornata di relax, escludendo la table d’hote che tanto rilassante non è stata!