Vela, vento e salziki

stato: grecia (gr)

Data inizio viaggio: venerdì 28 maggio 1999
Data fine viaggio: domenica 20 giugno 1999

Su e giù per le isole egee

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venerdì 28 maggio 1999

Venerdì 28 maggio 1999 - Arrivo ad Atene.
Abbiamo lasciato Roma con la consueta angoscia del lavoro abbandonato a sè stesso e con molte cose lasciate aperte e, per questo, facilmente vulnerabili.
Ma già quando sorvolavamo Corfù essa era svanita. Su Egina, in vista dell'aeroporto di Atene, esisteva solo il presente foriero di belle giornate di mare, di sole e di isole.
Alloggiamo all'Hotel Amazonen (tel. 3234002-3-4) ai bordi della Plaka. Un albergo piccolo, ma in ordine ed anche a buon mercato. Da lì si può raggiungere a piedi ogni angolo dell'Atene che ci interessa.
Andiamo in giro a cercare una buona macchina fotografica per Marzia. Le vacanze in Grecia non sono tali senza raccogliere immagini da riportare indietro. Giriamo a lungo per negozi e raccogliamo informazioni per una buona scelta.
Si cena in piena Plaka alla solita trattoria dove il cameriere ci riconosce subito.

Sabato 29 maggio- Atene.
Mi sveglio al salmodiare che sale dal basso. Marzia dorma ancora. Mi vesto e scendo, impaziente di scoprirne l'origine.
Una piccola, piccolissima chiesa ortodossa, sorge di sotto al porticato del palazzo di uffici che si trova davanti al nostro albergo. E' un po' sbieca rispetto alla fila dei pilastri, a testimoniare che quando fu costruita l'asse della via era diverso. Povera chiesetta sopraffatta dall'evoluzione dei tempi, rincattucciata tra sterili braccia di cemento, suo malgrado protetta dalla pioggia che non può, però, lavare via la polvere grigia della città.
E' dalla piccola porta che guarda di traverso l'incrocio che esce quel canto, che ora mi ricorda una litania mariana.
Entro. La navata è profonda, forse, cinque metri ed è occupata da una ventina di fedeli disposti su quattro file, due per ogni lato. Al centro uno stretto passaggio permette di raggiungere la parete di fondo ricca di icone tra le quali si apre un varco chiuso da una tenda bianca. Davanti alle icone, stanno , raccolte in preghiera, alcune donne che continuamente si segnano con rapidi, stretti gesti. Le dita riunite nel modo che si usa in Italia per dire "che vuoi ?" battono velocemente la fronte, il petto e la spalla destra, e poi, quella sinistra; e di nuovo la fronte....e così via per tre o quattro volte.
Lo stesso segno della croce viene ripetuto da tutti i fedeli, talvolta assieme, talvolta singolarmente
senza un senso comprensibile.
Intanto il salmodiare continua, in greco. Mi sembra quasi di comprenderlo, il greco e invece è solo una illusione. Solo qualche kyrie eleison mi trae in inganno, il resto è... turco.
D'improvviso la bianca tenda che nasconde il tabernacolo si apre e compare il pope. Si tratta di un giovane prete, rigorosamente barbuto, che dopo aver scostato il tendaggio si gira verso l'altare e poi scompare sulla destra, riappare, sparisce a sinistra, in una serie di azioni assolutamente incomprensibili. Quindi si rivolge ai fedeli (stavo per dire al pubblico) ed inizia a cantare assieme a loro. Dopo un poco si ritira nel sancta sanctorum e richiude la tenda. Cosa starà facendo? Quando riappare è un altro personaggio: un nero, alto copricapo cilindrico, con due bande laterali che scendono fino alla vita, lo fanno apparire alto ed imponente. Ha in mano una pisside d'oro il cui manico è avvolto in un panno rosso. Si avvicina a lui una donna. Ella prende in mano l'estremità pendente del panno. Il pope estrae con un cucchiaio qualcosa di pastoso dalla pisside e lo introduce nella bocca spalancata della fedele. E' una comunione simbolica: infatti nessuna altro si comunica, ed il prete si ritira nuovamente tra i suoi segreti dietro la bianca tenda.
Mentre osservo tutto ciò vengo continuamente disturbato da un continuo andirivieni dei fedeli più prossimi all'ingresso. Quelli avanti sono pazientemente in attesa di qualcosa. Quelli che entrano mi scostano con delicatezza per prendere una di quelle sottilissime, scure candele che giacciono su uno scranno alla mia sinistra. Dopo aver deposto 50 o 100 dracme nella fessura di un bussolotto l' accendono e la infilano nella sabbia di un vassoio di ottone sostenuto da un lungo treppiede. Compiuta questa operazione tutti si segnano frettolosamente più volte, baciano una icona di Santa Dinamo (Aghia Dynamo) ed escono di nuovo dalla chiesa. Ogni tanto una donna si avvicina al treppiede spegne le candeline e le rimuove dalla sabbia. Poi con un batuffolo di cotone, imbevuto di alcool, lava il vetro dell'icona.
Accanto alla Santa c'è un tavolino sul quale sono appoggiati dei piccoli fogli di carta grandi come una cartolina postale. Alcuni vi scrivono sopra qualcosa e lo porgono alla donna delle candeline. La mia curiosità cresce.
Ma il pope che fa?
Eccolo di nuovo comparire dal suo nascondiglio. Ha in mano un pacco di fogli ed altri gliene porta, prontamente, l'inserviente. Ora incomincia a leggere velocemente con una cantilena che ricorda le signorine della centrale taxi. Capisco che si tratta di nomi. I più ricorrenti sono Nikolaus e Spiros, ma sento anche un' Aristea, il nome di mia nonna, e tanti ...os e ...au.
E capisco allora che si tratta una ricorrenza di defunti.
Al termine dalla lettura un certo movimento fa presagire la conclusione della cerimonia. Il prete rivolge lo sguardo e terra ai piedi del muro che divide la navata dal vano dell'altare e, allungando il collo per vedere anch'io, scorgo una gran quantità di pentole e di recipienti contenenti dei dolci. Si tratta di torte dalla superficie glassata bianca su cui è disegnata una croce, fatta di confetti, anch'essi bianchi o argentati. Dopo alcuni frenetici segni di croce le donne raccolgono ognuna la propria pentola e tutti usciamo sulla strada. Qui si accende una gara ad offrire agli astanti bicchieri di plastica colmi del contenuto delle pentole. Si tratta di una miscela polverulenta di zucchero, cacao, uva passa, mandorle tritate, ed altro, con poche varianti tra una produzione e l'altra. Ci sono più dolci che assaggiatori, anche se l'offerta di cibo si estende ai passanti, alcuni dei quali si fermano a mangiare. A questo punto, dopo aver ringraziato con eruditi efkaristò, torno al mio albergo inseguito per un tratto dalle offerte speranzose delle pie donne.
Ripensandoci sospetto di aver partecipato ad una sorta di comunione con il defunto mangiando simbolicamente le sue ceneri.
Ho occasione di leggere, in seguito, che nell'antica Grecia dei tempi di Nicia (420 a.C.) questi, uomo ricchissimo e bigotto, "ad ogni morto della sua famiglia dedicava una cerimonia speciale , invocando per nome ognuno di essi ad ogni boccone che inghiottiva: tanti morti, tanti bocconi; tante morte, tante gozzate. Anzi mangiava addirittura con una tavoletta davanti agli occhi, sulla quale erano scritti i nomi di tutti i suoi antenati, per non dimenticarne nessuno; e, via via che ne onorava uno, ne cancellava il nome con il gesso, ruttava in segno d'ossequio, e comandava un'altra portata". (Storia dei greci di I. Montanelli).
Marzia. Nel frattempo, si è svegliata e siamo pronti per realizzare l'acquisto della macchina fotografica.
Compriamo una super-macchina con lente "sferica di cristallo" e non di plastica, come ci racconta l'astuto commerciante. Marzia è felice. L'ha soprannominata "La Bambina" e la culla tra le braccia. Decidiamo di salire sul Licabetto a fare le prime foto di Atene 1999.
Alle 17.30 al Pireo prendiamo il traghetto per Samos.

Domenica 30 maggio. Kusadasi
Dopo una nottata tranquilla, trascorsa in una cabina con vista panoramica sulle Cicladi illuminate dal plenilunio, arriviamo alle 7.30 al porto di Samos. Appena in tempo per fare i biglietti ed imbarcarci per Kusadasi.
Gattadapelare ci aspetta sul suo invaso, apparentemente a posto. Trascorriamo la giornata a lavorare per mettere a punto la nostra barca.

lunedì 31 maggio 1999

Lunedì 31 maggio. Kusadasi,
Regoliamo i conti con la Marina, compriamo una nuova batteria., verifichiamo il buon funzionamento dell'impianto elettrico (che comunque è da rifare) e facciamo un minimo di cambusa. Abbiamo una gran voglia di partire. Kusadasi ci ha ormai stancato. Sembra che non voglia lasciarci andare. Anche se le persone che incontriamo sono sempre cordiali e disponibili c'è qualcosa che turba i nostri rapporti. E' in atto il processo ad Ocelan. Un commerciante ha rifiutato di venderci una borsa perché "gli italiani sono terroristi". E' la prima volta che mi sento giudicato diversamente dal clichè
"italiani brava gente". Capisco ora come debba sentirsi un americano in giro per l'oriente.

Martedì 1° giugno. Da Kusadasi a Posidonio (Samos) 20 miglia.
Finalmente! La barca è in acqua. Facciamo le prove del nuovo motore (un Nanni Kubota da 38 HP). Tutto OK. Gattadapelare è diventata un motoscafo. Si parte alle ore 14.00. Mare grosso senza vento. Mettiamo la prua verso l'estremità sud-est di Samos con l'intenzione di arrivare ad Arki, un'isoletta poco nota che fa parte di un modesto arcipelago tra Samos e Patmos. Il vento finalmente si alza che ci troviamo all'imboccatura dello stretto tra Samos e la Turchia. Alziamo la bandiera di cortesia greca . (Però dobbiamo riconoscere che quella turca è più bella). Ora filiamo alla grande. Passiamo sottocosta greca e vediamo, subito dopo aver scapolato la punta, una baietta con tre barche alla ruota; ma corriamo troppo per prendere una rapida decisione, sono le 18.00 e c'è ancora sole. Dopo alcune miglia ci accorgiamo che comunque arriveremo tropo tardi ad Arki. Mancano ancora 25 miglia. Decidiamo di tornare indietro alla piccola baia intravista prima. Ed è un'ottima scelta perché ormeggiamo su tre metri di fondo ad un centinaio di metri dalla riva dove si trovano alcune taverne ed un piccolo albergo. Scendiamo a terra con il tender, a remi (il motorino non vuole saperne di mettersi in moto), ed ormeggiamo direttamente al tavolino della taverna. Il posto ci piace.
In Grecia ci sentiamo a casa nostra. La frase che ci viene ripetuta diverse volte al giorno dal cameriere, il tassista, il negoziante, o dal passante a cui abbiamo chiesto un'informazione: "italiani?, stessa faccia stessa razza", è profondamente vera. I camerieri si fanno in quattro per servirci, ma sentiamo in loro più simpatia che piaggèria. Conosciamo il proprietario, che ha sposato un'italiana, Rossana. Tutti si danno da fare per trovare un fabbro che possa saldare il fermo di bronzo del salpancora. Senza quello dovremo fare tutte le manovre a mano. Sul posto non c'è nessuno e domani Rossana ci accompagnerà con la sua macchina a Samos- città.

Mercoledì 2 giugno- Posidonio
La giornata si presenta splendida e luminosa. Rossana, simpaticissima siciliana di Samos, ci accompagna a Samos-Città ad una officina che ci promette di farci avere il pezzo riparato per domani mattina alle 9.00.
Trascorriamo il resto della giornata pigrando. Scopro così che la vicina cittadina, (porto e aeroporto) Pitagorio, a ca. 5 miglia da qui, fu la patria di Pitagora. Qui, nel 580 a.C. nacque quel grande matematico, e pallosissimo individuo, che ci ha sollazzato negli anni di gioventù con il quadrato dell'ipotenusa e la famosissima tavola. Di qui, in disaccordo con il tiranno Policrate , si trasferì a Crotone dove asfissiò con la sua impostazione filosofica della vita (austerità, niente vino, niente sesso, niente uova, carne e fave) i suoi abitanti, i quali, alle fine, lo fecero fuori. Nessuno sa (ma da oggi qualcuno in più c'è) che fu Pitagora a formulare per primo la teoria che la terra fosse tonda e facesse parte del cosmo.
A sera, con un tender in piena efficienza (giglè ostruito) scendiamo alla nostra taverna dove c'è serata speciale con musiche e danze greche. E così trascorre anche questa giornata, al suono del sirtaki.

Giovedì 3 giugno - Da Posidonio all'isola di Marathi (Arki). 22 miglia.
Naturalmente il pezzo non è pronto. Rossana ci accompagna alla farmacia del porto di Samos dove Marzia compra un antiallergico. Ha un eritema da sballo. Per nasconderlo compriamo anche dei calzettoni di cotone (guanti non se ne trovano) che, opportunamente tagliati, serviranno da mezzemaniche. Effetto: la lebbrosa di Calcutta. Torniamo con un taxi perché la nostra ospite ha da sbrigare alcune commissioni. Abbiamo il nostro fermo del salpancora e alle 12.00 salpiamo. Subito incontriamo il nostro effetto-Venturi e filiamo a 7-8 nodi sotto la spinta di un discreto meltemi. Il mare è coperto di bianche ochette e siamo terzarolati. E' un piacere sentire la barca fendere le onde con il fruscìo della libertà dalla terraferma. Procediamo di bolina larga e vediamo avvicinarsi l'arcipelago di Lipsi, di cui Arki fa parte. Non sappiamo molto di quest'isola che è descritta su portolano in un paio di righe, e procediamo con prudenza su fondali ignoti. Sappiamo che è scarsamente abitata (40 abitanti fissi), ma non vediamo nessuna costruzione a terra. Sulla nostra dritta dovrebbero trovarsi un paio di ancoraggi ben ridossati. Seguiamo una barca che cerca, come noi, una baia in cui calare l'ancora per la notte. Ma il posto non ci piace. Il vento è teso e sottovento ci sono scogli. Si decide di dirgerci verso un isoletta a 2 miglia di distanza che, sopravvento, dovrebbe ripararci meglio dal meltemi. Da dove ci troviamo vediamo gli alberi di tre barche alla ruota. La decisione si dimostra fortunata perché Marathi (MARAFI, così si chiama l'isola) offre una

diecina di corpi morti a disposizione degli ospiti, Un piccolo molo ci invita a scendere. Conosciamo così Michele, l'oste-pirata proprietario, assieme al fratello "Geronimo" ed alla sorella della YAROTABERNA ENOIKIAZONEMA DWMATIA (così è scritto sulle cartoline. telephono: 0030-0247-31580/32795). Si tratta di una semplice taverna sulla riva del mare costituita da due stanze e cinque tavolini. Poco distante c'è una costruzione a due piani con cinque camere a piano cui si accede mediante una balconata soffocata dalla buganvillea. L'altra costruzione dell'isola è un alberghetto a gestione famigliare di una quindicina di stanze. La popolazione stabile è di una cinquantina di capre e cinque persone.
Tra queste emerge, ma non per la sua altezza, la figura di Mikelis. Età apparente quarant'anni, piccolo, scuro, magro, capelli lunghi nascosti in un fazzoletto annodato piratescamente, barba e baffi adeguati, occhi profondi e timidi. Mikelis è di poche parole e dopo averci meglio conosciuti ci racconta la storia della sua vita. Non si tratta di una storia particolare, ma significativa. A 13 anni fugge sulla barca di un pescatore dall'isola-prigione su cui la sua famiglia vive da generazioni. Vuole conoscere il mondo. Fa il marinaio, gira per tutti i mari e conosce tutti i continenti. Poi decide di tornare su quel piccolo lembo di terra che si attraversa in un quarto d'ora. Ci racconta di quando, bambino, remava per un'ora per raggiungere Arki dove c'era l'unica scuola dei dintorni, e del villaggio dei genitori, lassù accanto alla cappella dalla cupola blu. Oggi ne restano solo le mura diroccate di poche case di pietra, rifugio delle capre dalla canicola estiva. Michele dopo aver visto il mondo ha scoperto che anche lo scoglio di un piccolo arcipelago può essere grande quanto il mondo. A cena una piccola folla occupa i pochi tavoli della taverna: c'è Davros, il pescatore, Hans e Inge svizzeri di Basilea, uno skipper austriaco coi alcuni clienti di nazionalità sconosciuta, un paio di americani, e noi. Intanto il vento è calato e la notte è di plenilunio.

venerdì 4 giugno 1999

Venerdì 4 giugno. Marathi
Ci svegliamo presto per cogliere la luce migliore per fotografare la piccola chiesetta dalla cupola blu

La giornata è bellissima. Niente vento e niente afa. Pressione a 1039.
Dall'altro lato dell'isola il mare è ancora più azzurro. Scegliamo degli scogli piatti che scivolano nell' azzurro per fare un lungo bagno. A vista non si scorge alcuna presenza umana. Trascorriamo così la mattinata. Da un cespuglio rubo un uovo ad una gallina. Gli faccio un buco ad ogni estremità con uno spino e lo bevo golosamente. Non so da quanti anni non ho più fatto una cosa così. Suggere con forza la chiara dell'uovo, sentire improvviso il sapore dolce del tuorlo che termina con il risucchio dell'aria che entra dall'altro forellino, tutto mi fa tornare alla mia infanzia, ai ricordi di estati trascorse in villeggiatura in un paesino dell'Umbria.

Mikelis ci prepara un'insalata greca. Torniamo alla barca e mi dedico alla pesca con la canna usando la mollica di pane come esca. Il successo è entusiasmante. Erano anni che non pescavo tanto. Una quindicina di saraghi di dimensioni accettabili ed alcune vope vanno a finire nel nostro frigo-boat.
Si cena con aragosta e si balla il sirtaki.

Sabato 5 giugno. Da Marathi a Patmos. 15 miglia
Il barometro segna 1040. Anche questa giornata si presenta calma e luminosa. Dopo colazione alla taverna salutiamo Michele, la sua secca sorella ed il fratello dalla faccia di indiano. Tavros, il pescatore ci regala tre grossi sgombri che si vanno ad aggiungere al mio pescato.
Dirigiamo sul Arki per dare un'occhiata alla sua costa e poi ad una baia che ci è stata indicata come "laguna blu". Qui l'acqua è veramente di questo colore. Facciamo un paio di tuffi indimenticabili.
Alle 14.00 dirigiamo su Patmos che è quasi nascosta nella foschia da beltempo. Procediamo a motore tra isole e isolotti fino a lasciare alle nostre spalle il piccolo arcipelago. Patmos, dice la legenda, giaceva sul fondo del mare quando, illuminata da un raggio di luna, fu vista da Diana la quale chiese a Poseidon di farla emergere. Così ci appare, via via che ci avviciniamo, bella come agli occhi della Dea. La nostra meta è una insenatura in cui dovrebbe trovarsi un cantiere navale che, su indicazione dello skipper austriaco, può rimessare a secco la nostra barca. Facciamo un giro di ricognizione ed effettivamente vediamo tra gli ulivi gli alberi di alcune barche; ma nessuna traccia di bacini di alaggio.
Alle 17.00 ci mettiamo in rada a Grikos, un villaggio a sud del porto principale dell'isola, che si affaccia su una deliziosa baia.
A terra prendiamo dei motorini a noleggio per andare a visitare Chora, il paesino arroccato intorno al Monastero dedicato a Giovanni Evangelista. E si, perché S.Giovanni qui ha avuto la visione dell'Apocalisse e in 18 mesi ha scritto quel popò di previsione che ha la sua massima minaccia in "mille e non più mille". Sarà, ma il pensiero va inquietante alla notte si S.Sivestro prossima ventura.

Il monastero (costruito nel 1080) è in pietra lavica, severo e grigio. Intorno ad esso sorsero prima le casette degli operai e successivamente quelle dei contadini che cercavano qui conforto dagli attacchi dei pirati. Le case sono rigorosamente bianche candide e fanno un notevole contrasto con la mole del castello. Il candore di Chora lo si vede da miglia e miglia di distanza e Patmos è quasi un faro nell'Egeo. Al ristorante Vangelis conosciamo uno svizzero che ci raccomanda di andare a visitare l'isolotto disabitato di Aspromisis, prossimo a Lispi. Dice che è un'isola caraibica. Ormai, per questa volta, è andata, ma ci ripromettiamo di andarci ad ottobre. Dall'alto di Chora lo sguardo spazia si tutta l'isola. Sembra ritagliata da un bambino fantasioso in foglio di carta blu. E' un susseguirsi di insenature, baie, spiaggette con un effetto spettacolare difficilmente paragonabile.
Scendiamo a Skala, capitale dell'isola e porto turistico. La cittadina ci piace subito. Sorge su di un istmo e non è molto turisticizzata. Incontriamo Tavros, il pescatore. Possiede qui una pescheria in società e ci rimedia una guarnizione per riparare il nostro cesso che è in avaria. Facciamo un poco di spesa, compresi altri rullini fotografici. Marzia spara fotografie come un ceceno il kalaschinov.
Si cena in barca con il nostro pesce alla brace. Non riusciamo a mangiarlo tutto.

Domenica 6 giugno. Da Patmos a Livathi. 20 miglia
Il barometro segna 1040. Andiamo con i motorini al cantiere per dare un'occhiata se è il caso di lasciare qui Gattadapelare fino ad ottobre. Ma è Domenica e non possiamo entrare, tuttavia vediamo alcune barche di stazza maggiore della nostra, ordinatamente allineate. Sembra a posto. Gatta trascorrerà qui l'estate. Ne approfitterò per far fare quei lavori di riparazione che ancora mancano.
Torniamo a Skala per un aperitivo ed anche perché alle 10.00 abbiamo appuntamento con Tavros per telefonare al suo amico Sozon (il proprietario del cantiere).
A mezzogiorno meno cinque siamo davanti alla grotta in cui l'apocalittico Giovanni ebbe l'ispirazione. Un pope altrettanto apocalittico ci avvisa che abbiamo solo cinque minuti, poi...!!
Alle 15.00 salpiamo l'ancora e ci dirigiamo sull'isola di Levathi. Il vento di nord-ovest è ottimo: 10-12 nodi. Filiamo rapidamente in un mare bianco di ochette lasciando la visione di Chora alle nostre spalle. Alle 19.00 raggiungiamo la profonda insenatura a sud-est di Levathi.

L'isola è indicata come deserta, salvo una taverna aperta stagionalmente. Buon riparo per il meltemi. In effetti il vento è andato sempre rafforzando ed entriamo contenti di aver raggiunto un riparo per la notte. Scopriamo di non essere soli. Altre quattro barche ci hanno preceduto. Tra queste una batte bandiera italiana.
Non si vede alcuna casa. Solo un cartello a riva indica una improbabile taverna nell'interno.
Lasciata la barca con un po' di perplessità per via del vento in aumento (per prudenza ho calato un'ancora guardiana con 15 metri di cima su un fondo di 5) risaliamo l'interno per un viottolo sassoso appena tracciato tra le pietre. Incomincia a fare buio. Quando dopo dieci minuti raggiungiamo la taverna scopriamo che si tratta in realtà di una serie di basse costruzioni poste casualmente intorno ad una corte.
C'è anche un pergolato con un tavolo ed una diecina di seggiole. Gli italiani (poco socievoli) se ne stanno andando e restiamo soli. Il vento soffia nel pergolato. Compare l'oste, o meglio gli osti. Sono tre fratelli tra i venti ed i trent'anni che ci preparano pesce alla griglia e insalata greca. Naturalmente il tutto annaffiato di retsina. Facciamo così la conoscenza di questi giovani metà pastori e metà pescatori, la cui famiglia abita quest'isola da 300 anni. Sono, assieme ai genitori, gli unici abitanti dell'isola. Ma scopriamo che la loro vita è molto varia ed il loro livello culturale ben più alto di molti ragazzi di città. Il più grande, sposato (ma la moglie vive a Patmos dove lui si reca frequentemente a portare il pescato) si chiama Tavros (anche lui! Che sia il nome dei pescatori da queste parti ?). Attraverso Marzia, che fa da interprete, parliamo di mare, di vento, di politica e di guerra. Il mediano è addetto al barbecue. E' piuttosto burbero e di poche parole. Il più piccolo si lamenta che è difficile trovare una ragazza disposta a vivere la maggior parte dell'anno sull'isola. Si illumina tutto di speranza quando Marzia si meraviglia perché lei -dice- su quest'isola ci verrebbe a vivere (si dimentica di dire: durante le vacanze).
Torniamo alla barca sotto un cielo straordinariamente stellato. Nessuna luce offusca quella delle stelle. Riconosciamo Vega, le Pleiadi, il Drago, Arturo, e,

lunedì 7 giugno 1999

Lunedì 7 giugno. Levitha.
Il barometro segna sempre 1040, il cielo è sereno e soffia un bel vento. Verso le 10.00 le raffiche in testa d'albero spingono a 12-15 nodi il che significa almeno 20-25 fuori. Ci accorgiamo di arare e portiamo una cima a terra. Ci aiuta in questo Tavros e suo fratello. Poiché abbiamo la cima galleggiante di 50 metri ne approfittiamo per afforcarci. Una buona idea perché il vento ruota da nord a nord-ovest e alternativamente tutte e due le cime lavorano. Le altre barche sono partite questa mattina presto e siamo riamasti in due. Con la barca ben sicura scendiamo a terra per esplorare l'isola

Nostro obiettivo è l'altura a picco sul mare dove, ci ha detto Tavros, ci sono resti di un Castro. E vi troviamo effettivamente avanzi di mura di un edificio (tempio od castro non si capisce) dalle cui dimensioni delle pietre potrebbe essere di epoca micenea. Doveva occupare almeno una cinquantina di metri per lato. Numerosi cocci si nascondono tra le pietre fino a quasi i piedi della collina. L'edificio dominava la costa sud (quella sottovento dove si trova la nostra insenatura) e poteva controllare il movimento di tutte le navi che arrivavano o partivano. Date le dimensioni dell'isola (3-4 km di lunghezza e 2-3 di larghezza) la sua importanza strategica poteva essere solo quella del rifugio ben protetto dal vento che offre la sua costa meridionale.
Incontriamo solo capre e pecore nel nostro vagabondare tra i sassi mentre il vento scompiglia i nostri capelli (i miei un po' meno). Così trascorriamo la giornata, in magnifica solitudine. Scopriamo anche una pietra nella corte della casa-taverna sulla perpendicolare della quale c'è campo per i nostri cellulari. Ne approfittiamo, in bilico sul sasso, per telefonare a casa e in ufficio.
Riparo il cesso.
Si cena di nuovo dai fratelli. Agnello scottadito. Ottimo. Durante la notte sentiamo soffiare alto il meltemi, ma abbiamo deciso di partire domani, anche se Tavros scuote la testa.

Martedì 8 giugno. Levitha.
Barometro sempre alto, cielo sempre sereno, vento sempre teso. Alle 9.00 molliamo gli ormeggi e tentiamo la partenza, ma appena fuori della punta ovest dell'isola straoziamo, terzarolati, due volte e decidiamo di rientrare. Trascorriamo anche questa giornata a vagare tra i sassi dell'isola e a fare fotografie e piccole riparazioni alla barca. Incomincio a sentirmi come Ulisse sull'isola di Ogigia. Solo che qui manca Calipso.

Mercoledì 9 giugno. Da Levitha a Denoussa. 23 miglia.
Il vento sembra calato. Il barometro segna 1039. Decidiamo di partire perché il tempo stringe e dopodomani abbiamo appuntamento con Constantin a Paros e sabato con Marcus a Myconos.
Rotta per 298° praticamente nord-ovest. Contiamo di fare una buona tratta prima che il vento, che di notte e in mattinata soffia sempre da nord, giri a nord-ovest. Molliamo alle 10.00 e con un vento a 10 nodi dirigiamo su Baia Roussa, piccolo e povero villaggio di pescatori sulla costa di sud-est dell'isola. Nel passaggio tra Levitha a lo scoglio di Mavro passiamo su una secca di 16 metri. L'onda lunga reduce del vento di ieri, qui diventa imponente.

Siamo impressionati da questo mare incrociato e minaccioso. Accendiamo il motore, per sicurezza. Superata la secca navighiamo tranquilli fino alle 14.00. Poi il vento gira e rinforza a 15 nodi con raffiche di 18. Sul naso. Mare grosso, motore a 2000 giri (è ancora in rodaggio) e spruzzi in faccia. Alle 18.30 siamo prossimi alla meta. Secondo il nostro "portolano" di Anglès e Magni entrare dritti da sud significa andare per scogli. L'atterraggio obbligato è quello di entrare nel passaggio che si apre ad est tra uno scoglio e l'isola. Ma quando raggiungiamo l'ingresso di questo canale non siamo più convinti che il consiglio sia giusto. Il passaggio è stretto, le coste alte e sovrastanti ed il mare ci spinge in poppa. Con molta tensione e motore a 3.000 giri passiamo oltre ed entriamo finalmente nella baia, sotto gli sguardi perplessi degli equipaggi di due barche che non hanno capito la strana manovra. Infatti l'accesso diretto è libero da pericoli. Appennelliamo l'ancora. Le raffiche sono tanto forti da impedirci di scendere a terra. Il battellino che abbiamo calato vola su se stesso. Impossibile portarlo a bordo. Lo lego con una seconda cima e faccio bene. Scoprirò il mattino dopo che una delle due cime si è spezzata. Per tutta la notte le raffiche di vento ci fanno compagnia. Ci svegliamo spesso per vedere se ariamo, ma le due ancore tengono bene. Decido che in futuro farò sempre così: l'ancora di servizio (una CQR) è seguita a due metri e mezzo di distanza da uno spezzone di catena di circa un metro cui è legata una Danfort di rispetto.

Giovedì 10 giugno. Da Denoussa a Naussa (Paros). 31,5 miglia.
Il barometro, che era sceso a 1037 è risalito a 1040. Sono convinto che se scendesse un poco sarebbe segno di una riduzione del meltemi. Invece soffia gagliardo. Lasciamo senza rimpianti la baia passando per sud. Per dirigere su Paros dobbiamo doppiare la punta nord di Naxos il che significa navigare per 20 miglia con il vento quasi in prua. Troviamo subito onde molto formate. Gattadapelare rimane spesso sospesa a metà sulla cresta dell'onda prima di piombare nel cavo dell'onda che segue, con gran fragore, vibrazioni e schizzi. Finalmente doppiamo Naxos e allarghiamo la nostra rotta. Ora abbiamo vento ed onde al lasco ed il vento a 8-10 nodi. Restiamo terzarolati e procediamo alla grande. Entriamo nella baia di Naussa e dirigiamo sul porto. Tentativo inutile, abbiamo visto molte barche alla ruota nella zona sottovento della baia per capire che non c'è posto in porto, ma la speranza di scendere comodamente a terra, dopo tanti giorni di ormeggi alla ruota ci ha fatto credere nel miracolo. Andiamo anche noi a rifugiarci nella zona nord-ovest della baia. Il posto è carino. Una trentina di barche, quasi tutte a vela, se ne stanno comodamente sulla propria ancora ad un centinaio di metri dalla riva su 3 metri di fondale di sabbia.

Stiamo molto larghi le une dalle altre, da non darci assolutamente fastidio. Scendiamo a terra dove c'è una bella spiaggia attrezzata e dove al bar prendiamo un aperitivo. Poi approfittiamo delle docce (finalmente!)
Degli inglesi ci danno un passaggio in città dove affittiamo due motorini.
Naussa è molto carina, ricca di se di affacci sul mare dove numerosi caffè e ristorantini permettono di trascorrere piacevoli ore.Purtroppo già in giugno i turisti pullulano, e bisogna arrivare
Torniamo a sera inoltrata alla nostra barca che ci aspetta dall'altra parte della baia. La notte è serena e senza vento..

venerdì 11 giugno 1999

Venerdì 11 giugno. Naussa.
Alle 8.00 telefona Cocò (alias Constantin) che ci avvisa di essere atterrato. Gli diamo istruzione su come arrivare da noi ed, infatti, alle 9.00 eccolo lì sulla riva che si sbraccia per farsi venire a prendere. Il poverino ha passato la notte in bianco all'aeroporto di Atene, ma a noi poco importa. Lo costringiamo subito a partire con i motorini alla ricerca di un' acropoli d'epoca micenea che dovrebbe essere poco distante. Chiediamo ad un contadino che ci indica una collina. Ne tentiamo la scalata, ma le nostre scarpe sono poco adatte, per cui Marzia ed io desistiamo, mentre Constantin raggiunge vittorioso la spianata. Racconta poi che non c'era da vedere alcun resto archeologico, il che ci consola un po'.

Cocò ci insegna una ricetta per la colazione: yoghurt (rigorosamente greco), miele e succo di limone. Sulle sedie di un caffè deserto di Naussa, sulle riva del mare, facciamo questa esperienza. Ottimo!! Conveniamo con Marzia che Contantin ha fatto bene a venire con noi in Grecia. Marcus ci telefona che è arrivato a Myconos. Lo esortiamo di fare attenzione. L' isola gode di fama equivoca, anzi chiara..
Facciamo rifornimento di contanti a Paroika, la città principale di Paros a 15 km da Naussa e 2 dall'aeroporto e torniamo a Naussa dove la giornata trascorre tra fotografie e caffè.
A sera si cena sul molo di un porticciolo di pescatori. Molto folkloristico. Sulla nostra testa pendono festoni di polpi essiccati all'aria. Davanti a noi il sole tramonta dietro il vecchio forte veneziano. Prima di andare a dormire osserviamo di nuovo le stelle.

Sabato 12 giugno. Dall' isola di Paros all'isola di Myconos. 21 miglia.
Ci svegliamo con una giornata da calma piatta. Constantin esprime tutta la sua goduria da bavarese frustrato e ammuffito facendo il tuffo mattutino nell'acqua incredibilmente limpida. Con urlo di gioia.
Il barometro è a 1040. Dopo aver fatto gasolio (75 lt.) ed acqua (400 DR), alle 10,30 dirigiamo per 10°. Il vento è debole e procediamo solo a motore.
Approfittiamo della calma per far bella la barca. Coperta, candelieri, teak, bussola, tutto viene strofinato e lucidato. Constantin si paga il trasbordo lavorando sodo. L' isola di Mikonos si avvicina lentamente. Alla sua sinistra si stende Delos, l' isola galleggiante su cui nacquero Diana ed Apollo. Da quel momento essa si fissò al fondo del mare e divenne famosa . E' la meta della nostra gita di domani. Non è consentito di arrivarci con la propria barca e ci sono dei traghetti appositi che partono da Mikonos porto diverse volte al giorno.
Nello stretto tra le due isole il vento rinforza e si mette di prua.
Alle 14.30 lanciamo la cima a Marcus che ci attende sul molo. Venticinque metri di catena nella direzione del vento su un fondale di cinque metri. Naturalmente ancora appennellata.
Una passeggiata tra le stradine del paese ci fanno subito capire perché sia tanto famosa. Dietro ogni angolo si scoprono scorci che dobbiamo assolutamente portarci a casa. La maggior parte delle cartoline che si vendono nell'Egeo ritrae angoli di Mikonos o di Santorini. La "Bambina" lavora a pieno e Marzia viene più volte scambiata per una fotografa professionista.

Fa molto caldo e cerchiamo una spiaggia dove rinfrescarci, ma non abbiamo fortuna. L'unica che sembra accogliente risulta inquinata da palline di grasso galleggianti tra le onde. E' il risultato dell' "inquinamento da trattoria". Tutto il paese è un unico ristorante che la sera si riempie di migliaia di persone, di incerto sesso, sotto lo sguardo ironico dei tre pellicani adottati da decenni dagli isolani.
Anche noi ceniamo ed osserviamo i nostri vicini di tavolo. Ce n'è di tutti i tipi. Ci tranquillizza un poco avere Marzia con noi; la sua presenza normalizza il gruppo, che, altrimenti, potrebbe sembrare anche equivoco.
Al ritorno in barca troviamo che un enorme traghetto è sulla nostra ancora, perpendicolare a noi.
Il vento nel frattempo è aumentato e la mole del traghetto ci fa da tubo Venturi. Siamo costretti a mettere una cima al traverso da prua al molo. Ancora una volta sono contento della mia cima galleggiante da 50 metri. Ho la possibilità di allargare così l'angolo di tiraggio e garantire una migliore resistenza al vento.

Domenica 13 giugno . Mikonos.
Purtroppo oggi ci sono le elezioni europee e i traghetti per Delo sono fermi. Dobbiamo assolutamente ri partire domani per arrivare in tempo al rendez-vous con Elke e Gerlinde, a Samos. Anche Marzia è di partenza. Dopodomani alle 7.30 l'aspetta ad Atene l'aereo della Thai che la riporterà al lavoro. Decide di andare ad Atene domani mattina presto con l'aereo delle 5.30 e trascorrere la giornata sull' Acropoli a scattare foto.
Con Constantin assistiamo ad un'altra commemorazione funebre in chiesa. Anche qui, alla fine, c'è la distribuzione di una polverosa torta e di panini con sopra una funerea croce nera. Portiamo questa colazione a Marcus, rimasto in cuccetta, che, incomprensibilmente, la rifiuta.
Trascorriamo il resto della giornata passeggiando per le stradine di Milkonos, fotografando e osservando la gente. Rimpiangiamo la solitudine di Levitha e la semplicità di Marathi.

Lunedì 14 giugno. Da Mikonos a Kirikos (Isola di Icaria) 55 miglia.
Con una levataccia alle 4.00 Marzia ci lascia. Il taxi l'accompagna all'aeroporto che dista mezz'ora da qui. Un nuovo traghetto sta sulla nostra ancora, ma ci hanno detto che partirà alle 9.00. Do un'occhiata al barometro: segna 1038. Il meltemi soffia allegro ed il mare è bianco di ochette. Me ne torno in cuccetta ed aspetto l'ora della partenza.
Alle 9,45, finalmente liberi di alare l'ancora, ce ne partiamo con una mano e mezza di terzaroli. Vento in poppa fino al traverso di Capo Prasonissa, punta estrema di sud-ovest, e poi dirigiamo ad est verso l'isola di Icaria, resa famosa dall'atterraggio rovinoso di Icaro. (Per memoria: Icaro, fuggì da Creta con il padre Dedalo, che gli aveva costruito con cera e piume, due ali per abbandonare il labirinto, la prigione di Minosse. Avvicinatosi troppo al sole la cera si sciolse e Icaro precipitò).
Il nostro portolano si limita alle Cicladi e non abbiamo conoscenza certa se troveremo un porto nella località che abbiamo scelto: Kirikos. Appena l'isola di Mikonos ci scopre al meltemi incominciamo a filare tra spruzzi e sbandati fino alla falchetta. Marcus è di poco aiuto, un po' di mal di mare lo fa stare sdraiato nel pozzetto. Sulla punta ovest di Icaria il vento rafforza sui 20 nodi.
Ci teniamo discosti un paio di miglia dall'isola, che è molto alta sul mare, perché temiamo le raffiche provenienti dalle montagne. Purtroppo così non siamo soggetti ad un mare più formato e ci bagniamo continuamente.

Incomincia a fare fresco e l'incertezza dell'approdo ci appesantisce il viaggio. Sulla nostra dritta, lontano al limite dell'orizzonte, si vede il bianco di Chora.
Finalmente alle 18.30 vediamo un molo che si protende nel mare di fronte ad un villaggio. Si tratta di Kirikos. Il porto esiste. Alle 19.15 attracchiamo all'inglese sul moletto di sottovento, l'unico su cui sia possibile ormeggiare. Oltre a noi c'è una barca battente bandiera svizzera ed un barcone con dei turisti tedeschi. Tiriamo un sospiro di sollievo. Meglio di così non poteva andare. Sul più bello, (stiamo per scendere a cercare una trattoria) si avvicina un greco gesticolante che inizia a scioglierci
le cime d'ormeggio. Opponiamo resistenza e poco dopo arriva, chiamato dall' energumeno, un militare della Capitaneria che ci prega di spostarci perché il posto è riservato ad un barcone turistico.
A malincuore ci spostiamo e, sempre all'inglese, ormeggiamo sulla testa del molo dove c'è un'onda di risacca forte e fastidiosa. Ma dobb

martedì 15 giugno 1999

Martedì 15 giugno. Da Icaria a Samos (Posidonio). 41 miglia.
Pancetta e uova a colazione e partenza alle ore 10.00. Il barometro segna 1035, il valore più basso dall'inizio della crociera. Ma comunque la mia teoria che se si abbassa la pressione il meltemi diminuisce non è vera. Il tempo è bello e stanotte si sentiva il\ vento soffiare in testa d'albero. Ora è sceso e voliamo sulle onde. Sulla punta di Samos, come al solito, il vento rafforza e arriva al traverso. Il GPS sale da 8 a 9 e poi a 9.5, 9.7, 9.9 e......oplà 10 nodi. Gattadapelare sembra un motoscafo. Ci manca poco che con le sue 7 tonnellate non si metta a planare.
Nello stretto tra Samos e la Turchia abbiamo salti di vento, cali improvvisi e raffiche entusiasmanti.
Alle 17.20 arriviamo davanti alla taverna di Posidonio.
L'arrivo di Elke e Gerlinde è previsto per le 19.00. Abbiamo prenotato per loro un appartamentino da Rossana non ancora mai abitato. La costruzione è tanto nuova che solo il piano terra è ultimato. Marcus va a correre.

Finalmente, in taxi, arrivano le signore.

Il posto è di loro gradimento, la suite ben accetta (erano certe di dover dormire in cuccetta, questa notte), il tavolo sulla riva del mare è apprezzato. (Fish Tavern e Studios F.lli Kerkezos. Tel. 0030-0273-22267)
Si cena con piatto misto di pesci alla brace. Il marito di Rossana viene a complimentarsi con noi per la scelta del menu. L'ho visto fregarsi le mani mentre si allontanava. Istituiamo una nuova cassa comune che, però, si prosciuga subito. Gerlinde viene nominata cassiera, con malcelato disappunto di Cocò che per tre giorni aveva (con sospetti di ammanchi e arricchimenti illeciti) amministrato la precedente cassa.
Il posto è così gradevole che decidiamo di restarci anche domani.

Mercoledì 16 giugno. Posidonio.
Constantin ed io giochiamo a tennis mentre il resto della mancata ciurma dorme. Sono le 8.00. Una giornata di sole e senza vento. Dopo colazione trascorriamo le ore sulla riva del mare ad oziare con le sdraio nell'acqua, serviti dal cameriere della taverna.


Una giornata senza storia, ma assolutamente rilassante. Almeno per alcuni di noi. Infatti, Marcus, stimolando l'amor proprio di Cocò, riesce a coinvolgerlo in una corsa di resistenza. Il mozzo di Gattadapelare torna accusando uno strappo muscolare. A sera c'è spettacolo di sirtaki. Il pirata locale (ogni approdo ne ha uno, qui nell'Egeo) si esibisce assieme ad alcune turiste.

Giovedì 17 giugno. Da Posidonio a Marathi (Arki). 22 miglia.

Partiamo alle 10.00 con il barometro che segna 1037. Non c'è alito di vento. Siamo ormai certi che le signore hanno stretto un patto con Nettuno. Per ingannare il tempo si esercitano nei nodi marinari. Elke è insuperabile nel nodo piano da parabordo e Gerlinde nella gassa d'amante.
Alle 14.00 siamo alla laguna blu. Anche questo posto è di gradimento dell'equipaggio e ci fermiamo a pranzare e a fare tuffi e bagni golosi. Alle 17.00 arriviamo a Marathi. Mikelis , ci dice la sorella, è in ipnosi. Capiamo che dorme.
Marathi è come lo abbiamo lasciato con Marzia. La medesima atmosfera di tempo sospeso. Si sentono solo le campanelle delle capre ed il chiocciare delle galline

Purtroppo Mike non ha aragoste, oggi, e ci propone di aspettare fino a domani sera. Accettiamo volentieri questo contrattempo. In rada ci sono altre tre barche, ma gli equipaggi non scendono a terra. Anche oggi alle signore va bene; prendono una camera nell'albergo" di Mikelis. E' semplice, ma nuova e accogliente.



Venerdì 18 giugno. Marathi.
Ci facciamo servire da Mikelis la colazione a base di uova al tegamino e caffè mentre osserviamo due bambini di sei-sette anni (nipotini di Mike ?) che giocano con molta perizia con una barchetta a remi. Da grandi saranno provetti uomini di mare
Trascorriamo la mattinata sulla costa ovest dell'isola dove il mare è di un azzurro particolare.
Marcus è rimasto a studiare alla taverna. Gerlinde, paludata da signora inglese d'inizio secolo, raccoglie lumachelle di mare con l'acqua fino alle ginocchia, Elke ranocchieggia sottocosta mentre Constantin vaga lungo la scogliera anch'egli a "caccia" di lumache. Lo skipper osserva tutto per poi trasmetterlo ai posteri.
Raccogliamo lumache di mare in grande quantità per il sugo della pastasciutta di stasera.

Anche questa si presenta come una giornata di pieno relax.. Con i piedi bagnati dalla marea che sale, il capo sotto l'ombra dei tamerici, la brezza che ci accarezza la pelle trascorriamo il pomeriggio schiacciando un pisolino sulla spiaggetta della riva est, quella dove si affaccia la taverna.
Poi mi metto a pescare, nuovamente con grande successo. Al tramonto, nel pozzetto, mentre pigramente osserviamo l'arrivo di una barca tedesca, sorseggiamo ouzo con ghiaccio ( di produzione propria, il ghiaccio. Finalmente dopo tre anni ho fatto rimettere in funzione il frigo-boat).
Il menu della cena contempla da Mikelis: spaghetti alle lumachelle dello skipper (cucinati al dente da me), aragosta delicatamente grigliata, insalata greca, retsina della casa.
Sotto un cielo sempre stellato ce ne andiamo Marcus, Constantin ed io, in cuccetta, Gerlinde ed Elke in "albergo".

venerdì 18 giugno 1999

Martedì 15 giugno. Da Icaria a Samos (Posidonio). 41 miglia.
Pancetta e uova a colazione e partenza alle ore 10.00. Il barometro segna 1035, il valore più basso dall'inizio della crociera. Ma comunque la mia teoria che se si abbassa la pressione il meltemi diminuisce non è vera. Il tempo è bello e stanotte si sentiva il\ vento soffiare in testa d'albero. Ora è sceso e voliamo sulle onde. Sulla punta di Samos, come al solito, il vento rafforza e arriva al traverso. Il GPS sale da 8 a 9 e poi a 9.5, 9.7, 9.9 e......oplà 10 nodi. Gattadapelare sembra un motoscafo. Ci manca poco che con le sue 7 tonnellate non si metta a planare.
Nello stretto tra Samos e la Turchia abbiamo salti di vento, cali improvvisi e raffiche entusiasmanti.
Alle 17.20 arriviamo davanti alla taverna di Posidonio.
L'arrivo di Elke e Gerlinde è previsto per le 19.00. Abbiamo prenotato per loro un appartamentino da Rossana non ancora mai abitato. La costruzione è tanto nuova che solo il piano terra è ultimato. Marcus va a correre.

Finalmente, in taxi, arrivano le signore.

Il posto è di loro gradimento, la suite ben accetta (erano certe di dover dormire in cuccetta, questa notte), il tavolo sulla riva del mare è apprezzato. (Fish Tavern e Studios F.lli Kerkezos. Tel. 0030-0273-22267)
Si cena con piatto misto di pesci alla brace. Il marito di Rossana viene a complimentarsi con noi per la scelta del menu. L'ho visto fregarsi le mani mentre si allontanava. Istituiamo una nuova cassa comune che, però, si prosciuga subito. Gerlinde viene nominata cassiera, con malcelato disappunto di Cocò che per tre giorni aveva (con sospetti di ammanchi e arricchimenti illeciti) amministrato la precedente cassa.
Il posto è così gradevole che decidiamo di restarci anche domani.

Mercoledì 16 giugno. Posidonio.
Constantin ed io giochiamo a tennis mentre il resto della mancata ciurma dorme. Sono le 8.00. Una giornata di sole e senza vento. Dopo colazione trascorriamo le ore sulla riva del mare ad oziare con le sdraio nell'acqua, serviti dal cameriere della taverna.


Una giornata senza storia, ma assolutamente rilassante. Almeno per alcuni di noi. Infatti, Marcus, stimolando l'amor proprio di Cocò, riesce a coinvolgerlo in una corsa di resistenza. Il mozzo di Gattadapelare torna accusando uno strappo muscolare. A sera c'è spettacolo di sirtaki. Il pirata locale (ogni approdo ne ha uno, qui nell'Egeo) si esibisce assieme ad alcune turiste.

Giovedì 17 giugno. Da Posidonio a Marathi (Arki). 22 miglia.

Partiamo alle 10.00 con il barometro che segna 1037. Non c'è alito di vento. Siamo ormai certi che le signore hanno stretto un patto con Nettuno. Per ingannare il tempo si esercitano nei nodi marinari. Elke è insuperabile nel nodo piano da parabordo e Gerlinde nella gassa d'amante.
Alle 14.00 siamo alla laguna blu. Anche questo posto è di gradimento dell'equipaggio e ci fermiamo a pranzare e a fare tuffi e bagni golosi. Alle 17.00 arriviamo a Marathi. Mikelis , ci dice la sorella, è in ipnosi. Capiamo che dorme.
Marathi è come lo abbiamo lasciato con Marzia. La medesima atmosfera di tempo sospeso. Si sentono solo le campanelle delle capre ed il chiocciare delle galline

Purtroppo Mike non ha aragoste, oggi, e ci propone di aspettare fino a domani sera. Accettiamo volentieri questo contrattempo. In rada ci sono altre tre barche, ma gli equipaggi non scendono a terra. Anche oggi alle signore va bene; prendono una camera nell'albergo" di Mikelis. E' semplice, ma nuova e accogliente.



Venerdì 18 giugno. Marathi.
Ci facciamo servire da Mikelis la colazione a base di uova al tegamino e caffè mentre osserviamo due bambini di sei-sette anni (nipotini di Mike ?) che giocano con molta perizia con una barchetta a remi. Da grandi saranno provetti uomini di mare
Trascorriamo la mattinata sulla costa ovest dell'isola dove il mare è di un azzurro particolare.
Marcus è rimasto a studiare alla taverna. Gerlinde, paludata da signora inglese d'inizio secolo, raccoglie lumachelle di mare con l'acqua fino alle ginocchia, Elke ranocchieggia sottocosta mentre Constantin vaga lungo la scogliera anch'egli a "caccia" di lumache. Lo skipper osserva tutto per poi trasmetterlo ai posteri.
Raccogliamo lumache di mare in grande quantità per il sugo della pastasciutta di stasera.

Anche questa si presenta come una giornata di pieno relax.. Con i piedi bagnati dalla marea che sale, il capo sotto l'ombra dei tamerici, la brezza che ci accarezza la pelle trascorriamo il pomeriggio schiacciando un pisolino sulla spiaggetta della riva est, quella dove si affaccia la taverna.
Poi mi metto a pescare, nuovamente con grande successo. Al tramonto, nel pozzetto, mentre pigramente osserviamo l'arrivo di una barca tedesca, sorseggiamo ouzo con ghiaccio ( di produzione propria, il ghiaccio. Finalmente dopo tre anni ho fatto rimettere in funzione il frigo-boat).
Il menu della cena contempla da Mikelis: spaghetti alle lumachelle dello skipper (cucinati al dente da me), aragosta delicatamente grigliata, insalata greca, retsina della casa.
Sotto un cielo sempre stellato ce ne andiamo Marcus, Constantin ed io, in cuccetta, Gerlinde ed Elke in "albergo".