Addio Dodecanneso

località: leros, arki, levitha, patmos, kalimnos, kos
regione: dodecanneso
stato: grecia (gr)

Data inizio viaggio: giovedì 5 giugno 2014
Data fine viaggio: giovedì 10 luglio 2014

Atene 5 giugno 2014–Leros. 2014

L’usuale incontro con Gino per iniziare la nuova crociera avviene all’aeroporto Venizelos di Atene. L’incontro è impreziosito dalla presenza di Annelise, amica di Gino e aspirante gattonata. Ha lasciato Parigi per immergersi nelle rarefatte atmosfere dell’Egeo e già al primo contatto mostra la sua carica di simpatia e buonumore. Sarà, lo sento, una gradevole compagna di viaggio. E’ anche un’occasione, per me, per rinfrescare il poco francese, residuo di scolastiche e lontane memorie. Ma la nostro incontro si aggiunge anche quello di Takis e Nikos Yannios,. Ci hanno raggiunto in aeroporto per conoscerci di persona dopo la conoscenza virtuale fatta in facebook con Takis. Ambedue parlano un buon italiano acquisito negli anni universitari romani nei lontani anni sessanta. Sono anch’essi dotati di una carica di simpatia che rallegra ancor più questo straordinario incontro ateniese. Nel lasciare i fratelli Yannios portiamo con noi la consapevolezza di essere ancora un poco di più di casa in questa terra di Grecia assaporata per la prima volta oltre vent’anni fa e divenuta così pregnante nel nostro vivere qui e nei nostri ricordi.
Lasciamo Atene con il volo diretto a Leros dove giungiamo nel primo pomeriggio. La Gatta ci attende, sempre paziente, sull’invaso del carnaghio e ci ospita per la prima notte. Ceniamo a bordo con la spesa fatta da Annalisa in paese, dopo aver ottenuto un passaggio in auto da una cortese greca.
L’aeroporto di Leros si trova sulla costa settentrionale dell’isola, vicino al rimessaggio dove Gattadapelare ci aspetta. La cerchiamo avidamente con lo sguardo mentre l’aereo scende sulla pista. Una pista particolare questa, non molto lunga e in salita quando si atterra e, ovviamente,in discesa quando si decolla. Il meltemi la infila per dritto e questa sua configurazione e direzione favorisce il decollo e l’atterraggio dei bimotori ad elica che fanno la spola con Atene. Ieri, ci dicono, il forte vento ha impedito all’aereo di atterrare, nonostante la salita della pista avrebbe potuto frenare la spinta del vento.
Il tragitto dall’aeroporto alla barca è breve. Trascinando i nostri trolley giungiamo presto sotto la Gatta che, alloggiata sopra l’incastellatura, pare ci saluti dall’alto con una certa condiscendenza. “Siete arrivati, finalmente.” pare che dica , “è un anno che vi aspetto per poter sentire il mare sotto la chiglia”. E’ impaziente di scendere in acqua. Anche noi lo siamo, ma oggi è domenica e il carnaio è inattivo.
Mentre noi, saliti a bordo, mettiamo mano a rimettere ordine all’interno, Annelise si ingegna per trovare un passaggio per andare in paese a fare un po’ di cambusa per la cena e per domani. Il resto lo acquisteremo domani a Lipsi dove contiamo di arrivare in mattinata.
E’ entrata acqua nella barca e la sentina si è riempita sollevando i l serbatoio dell’acqua potabile, che era vuoto, spingendolo contro il paiolato della dinette, sollevandolo.
Domani dovremo farlo riparare prima di alare la barca.
Si cena e si va a letto presto. La prima notte in cuccetta, dopo tanti mesi di morbido materasso possiede qualcosa di inusitato che eccita le fantasie marinare e riempie di aspettative l’equipaggio.

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venerdì 7 febbraio 2014

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Due settimane dopo, con il nuovo equipaggio


2 Luglio 2014. Da Levitha a Patmos miglia 28

La giornata si presenta meravigliosa e serena. Il vento di ieri è terminato . Quando ci siamo svegliati alcune barche avevano già lasciato l’ormeggio dirette chissà dove. Questo mare Egeo, che richiama in me soffuse memorie di miti e di storia, possiede una magia incantatrice che ci ha ad esso legati, mia figlia Marzia e me, con vincoli talmente forti che non riusciremmo più a sciogliere. Né lo vogliamo Quando molliamo le cime che ci ancorano alla terra sopra o sotto l’acqua, lo facciamo con la trepidazione del primo giorno; sensazione foriera di nuove, ma già vissute, esperienze. Promessa sempre mantenuta. Ogni veleggiata, ogni isola veduta, raggiunta o immaginata rinnova il piacere del viaggio. Questo non viene mai a noia, anzi stimola a viaggiare ancora, e ancora. E’ lo stesso impulso che muove i passi e le anime dei popoli nomadi definiti dagli stanziali ”senza patria”. Definizione errata perché la patria dei nomadi sulla terra e dei naviganti sul mare è molto più ampia di quella circoscritta da fittizi confini stabiliti dagli uomini. Il viaggio non deve essere breve, ma lungo e assaporato, dice Costantino Kanavis nella sua bella poesia. Itaca “Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti - finalmente e con che gioia - toccherai terra tu per la prima volta.”
Avremmo potuto andare ancora una volta salire su quella che fu l’antica acropoli, assaporare di nuovo i secchi odori della rada cespugliosa vegetazione, guardare dall’alto lo splendore del mare che si allarga verso sud e va a bagnare Kos, Rodi, Karpatos e tante altre isole minori. Avremmo potuto, ma la dura esperienza di ieri, il ricordo delle ore trascorse a contrastare vento e onde, ci ha spinti a partire per Patmos su un mare placido e un’onda lieve.
Siamo partite a mattinata inoltrata, ultima barca a lasciare il tranquillo ormeggio.




3 luglio 2014. Patmos.
Ci siamo ancorati ieri pomeriggio sul molo che corre sul lungomare di Skala, il borgo a mare di Patmos. Le barche all’ormeggio, sull’ancora, sono molte. Con i bimbi siamo andati a curiosare le bandiere e gli equipaggi. Ci sono tutti, italiani, francesi, tedeschi, inglesi, greci, turchi e ancora altri. Abbiamo fatto amicizia con una famigliola italiana con bambini e abbiamo raggiunto la piazzetta del paese,dove si affacciano un paio di caffè e alcuni negozi di prodotti locali rivolti ai turisti. Patmos è abbastanza frequentata un turismo attratto dalla bellezza dei luoghi e dal misticismo dell’isola che vide S.Giovanni qui esiliato dai romani. Qui, riparato in una spelonca a metà costa, maturò e scrisse il libro dell’Apocalisse. Ogni volta che torno a Patmos mi pongo la medesima domanda : come ha potuto davanti a tanta bellezza pensare alla Apocalisse. Giovanni scrive: …mi trovavo nell’isola chiamata Patmos….. e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea….».

Prendiamo un aperitivo seduti ad uno dei caffè La televisione trasmette un incontro internazionale di calcio. Da anni le mie vacanze in Grecia sono scandite da importanti partite di calcio seguite da una tifoseria internazionale seduta ai caffè o alle taverne che plaude o sospira ad ogni goal a seconda della nazionalità di appartenenza. I nostri bambini -(ma è ora che li promuova al grado di ragazzi, magari ragazzini, e le bambine a quello di signorinette prima che siano loro a ribellarsi affacciandosi così al primo “scontro generazionale”)- dunque , i ragazzini seguono con interesse la trasmissione mentre mia figlia ed io, impermeabili a queste passioni, ci volgiamo in giro ad osservare la gente.

Il vento si sta alzando. E’ ancora contenuto, ma la mia ansia di skipper e la prudenza, figlia dell’esperienza, mi inducono a mettere un traversino sopravvento non appena ritornati alla barca.


4 luglio 2014.Patmos.
Notte tranquilla, ma al mattino il vento è aumentato notevolmente. Nel corso della notte altri equipaggi hanno seguito l’esempio e molti sonni sono stati interrotti per rinforzare gli ormeggi. Accanto a noi ha ormeggiato un grosso Yacht a motore che batte bandiera turca. Le sue dimensioni sono tali da ripararci dal vento, ma anche un poco allarmanti al pensiero che se dovesse disancorare ci schiaccerebbe sulla banchina.
Ho sempre desiderato vedere la spiaggia di Psilli Amos, una delle più belle di Patmos, ma non ne ho mai avuto il tempo per la frenesia di navigare. Questa volta, costretti a restare in porto da un vento sempre più intenso, affittiamo una macchina e raggiungiamo la costa meridionale dell’isola, che, e trovandosi sottovento, ci regala una mare tranquillo e azzurro. Da qui si deve proseguire a piedi per un sentiero che si snoda a mezza costa regalandoci costantemente il bel panorama dell’Egeo. Non è breve il tragitto né riposante, ma la agognata promessa allevia i nostri passi anche se ci fa sembrare ancor più lungo il cammino. Superata una cresta ecco apparire sotto di noi una distesa di sabbia bianca ornata dai soliti tamerici. E’ chiusa alle de estremità da promontori rocciosi e alle spalle dalla ripida collina da cui scendiamo con numerose giravolte. Una modesta taverna promette delle bibite fresche e riunisce intorno a sé uno sparuto numero di bagnanti. Due somarelli ammusando sotto l’ ombra di uno stentato alberello non ci degnano di uno sguardo, mentre, passando loro davanti andiamo a sceglierci il tamericio più invitante.
Il vento che soffia dall’altra parte della cresta del monte sopra di noi non arriva qui che in forma di dolce brezza.
Trascorriamo così la giornata, tra bagni , costruzione di castelli e di stadi di calcio sulla sabbia e visione di penzolanti attributi maschili di un paio di nudisti.
Al volgere del pomeriggio riprendiamo la via del ritorno.
La situazione al porto è immutata. Il vento soffia gagliardo e non ci resta da fare che aspettare che passi oziando dalle seggiole di un caffè a l’altro.
















venerdì 6 giugno 2014

Il percorso dal parcheggio al bacino di alaggio sembra interminabile. Il trasporto della barca procede lentamente le si scontra con la nostra impazienza di navigare.
Finalmente siamo in acqua. Accensione del motore, controllo dell’acqua di raffreddamento, marcia in avanti …e Gattadapelare si stacca dalla costa, dapprima molto lentamente, quasi a testare le sue capacità, poi più allegramente salutata dai nostri evviva. Liberi. Siamo finalmente liberi dai vincoli della terra, ma soprattutto dalle restrizioni imposte dal vivere con il terreno sotto i piedi- Liberi di andare dove vogliamo, dove il vento ci porta, dove è la fantasia ad indicarci la rotta. Liberi dai fardelli della vita quotidiana, dalle meschine preoccupazioni che accompagnano la nostra esistenza nei giorni uggiosi trascorsi a terra. Questo zaino lo lasciamo sulla sponda e lo vediamo rimpiccolire di minuto in minuto mentre la barca si allontana nell’azzurro.
La traversata è breve. Lipsi ci accoglie nella medesima serenità che stregò Ulisse ancor più di quanto non fosse nel potere di Calipso. Ebbe gioco facile la ninfa ad incatenare l’eroe di Troia per sette anni. Doveva essere intenso il desiderio di Itaca e di Penelope per fargli, infine, abbandonare un’isola cosi serena, allora come oggi.
Un’ampia insenatura, quasi nascosta dal largo, accoglie alla sua base il piccolo ed unico paese dell’isola. Paese tranquillo che poco offre al turista di passaggio, ma molto a quello desideroso di pace. Pochi i turisti, per lo più stanziali. Una piccola comunità di italiani l’ha eletta a rifugio dell’anima e vi abita per molti mesi l’anno.
Attracchiamo in testa al molo, all’inglese.
Sono atterrato tante di quelle volte a Lipsi che qui mi sento, ormai , di casa.
Ci incamminiamo per salire alla “casa del mandorlo”, il sogno nel cassetto di mia figlia Marzia, e di li proseguiamo fino a raggiungere lo spartiacque. Qui la vista spazia fino alla soffusa linea della costa turca, dopo aver sorvolato i più prossimi isolotti di Aspronisi, e Makronisi. Sulla sinistra si intravede il piccolo arcipelago di Arki. Sotto di noi il modesto promontorio di Monodendri - l’unico albero – sormontato appunto da un solo albero che spande la sua chioma su di un mare che mormora, sotto la dolce spinta del vento, il canto delle sirene.
Un gran numero di gabbiani volteggia, alto,instancabile, sopra di noi. Dietro un recinto alcune caprette ci osservano, speranzose in un ciuffo di erba, che non troviamo. Il terreno è arido in questa stagione, e sassoso. Erbe non ne crescono. L’unica vegetazione è costituita da modesti cespugli spinosi.
Nello scendere, tornando in paese, per un’altra strada, raggiungiamo la piccola valle che confina con una spiaggia sabbiosa. Come era prevedibile, qui sono stati portati alla luce alcuni resti di un insediamento minoico. Ci sono tutte le caratteristiche richieste da quell’antico popolo per fondare una città: la spiaggia per portare in secco le navi, la valle fertile per lo svolgimento dell’agricoltura, il monte su cui ergere l’acropoli. Non sono i resti importanti di una città, ma certamente quelli di un borgo senza monumenti e senza gloria, Eppure ogni volta che incontro le vestigia di quelli che sono chiamati “i popoli del mare”
mi commuovo al pensiero di questi navigatori che infinite volte hanno percorso le medesime rotte che facciamo noi con la nostra barca, che hanno attraccato ai medesimi posti, che hanno respirato lo stesso profumo secco delle erbe e dei cespugli di queste isole. Qui vi hanno lasciato impronte spirituali che i miei occhi dell’anima riescono a intravvedere e che sono la causa della mia commozione.
Non potrei più fare a meno di questa messe di sensazioni che mi trasmette la Grecia, siano esse provenienti da qualche insignificante pietra antica o dai marmi di un tempio, dalla lettura di un mito o dalla storia, dal vento nei capelli o dal sole sulla pelle. Amo questo paese per quello che è stato capace di donarmi, e questa gente sempre amica e disponibile.
Di qui, dopo una sosta ed un bagno, il primo di questa crociera, torniamo al paese.
A sera ceniamo, con i cibi modesti e gustosi della cucina greca, taverna di Nikos, una taverna all’inizio del porto dei pescatori, semplice e accattivante proprio per la sua semplicità. Incontriamo alcuni conoscenti italiani e greci con i quali ci scambiamo qualche notizia, qualche battuta scherzosa e presto si va in cuccetta.
Domani è un altro giorno.

sabato 7 giugno 2014

7 giugno 2014. Da Lipsi a Marathi. 8 miglia


Non può mancare una visita alla nostra Thule, l’isolotto di Marathi.
Il tratto di mare che la separa da Lipsi è breve e affatto monotono, ricco come è di isolotti e passaggi con poco fondale. Ma prima di arrivare c’è la sosta alla “laguna blu” di Arki, la principale isola di questo piccolo arcipelago. La “laguna blu” prende il nome dal colore delle sue acque che lasciano trasparire il biancore del fondale fatto di polvere di marmo. La bassa costa che la circonda è, infatti, costituita da rocce marmoree, un minerale non raro nelle isole dell’Egeo e neppure sul continente greco e di Turchia. Il marmo non è stato forse la causa dello sviluppo dell’arte scultorea nell’antico mondo ellenico, ma lo ha di certamente favorito. Del marmo di Paro è la venere di Milo, ma famoso era anche quello di Naxos e quello pentelico, presso Atene, con il quale furono edificati i templi dell’antichità.
La bellezza di questo posto è condivisa da un solo motoscafo dietro al quale, a distanza discreta, filiamo la nostra catena. Il fondo, cattivo tenitore, lascia arare inavvertitamente la nostra ancora e, in un momento di distrazione, ci ritroviamo, sospinti dalla corrente, accosto alla scogliera. Nessun danno, se non qualche lieve graffio, ma l’errore di non avere fatto attenzione all’ormeggio sarà scritto sul libro nero del capitano e del suo equipaggio.
L’arrivo a Marathi si ripete con il solito cerimoniale ormai consolidato da una decina di annuali approdi su questo isolotto. Mikalis, il taverniere, ci vede da lontano, ci invita al suo moletto, ci apostrofa con le solite frasi scherzose.
Stasera ci sarà festa alla sua taverna. Un gruppo di suonatori ci intratterrà con musica e danze.
Sotto l’incannucciata, ad un passo dal mare, sono preparati i tavoli a cui siedono alcuni equipaggi delle barche ormeggiate sui corpi morti della taverna. Siamo forse una trentina di persone, una presenza inusuale a Marathi in questa periodo dell’anno. Quasi una folla per me, abituato alle rarefatte atmosfere di questa isola, dove il tempo scorre senza tempo e il belato delle caprette erranti tra rocce e spinosi cespugli sono l’unico suono che si ode. Dimenticavo il ricorrente canto dei galli ad ogni ora del giorno e della notte.
Dopo cena, con un bicchiere di ouzu ben pieno e freddo davanti, mi sento in pace con tutto e tutti.
La taverna di Mikalis è forse la più gradevole delle tre presenti sull’isola -(ricordo quanto esisteva solo questa; ma tutto cambia, anche nei luoghi meno conosciuti)- o forse il mio apprezzamento è condizionato dall’inconscio desiderio che nulla deve mutare, perché il mutamento è segno dello scorrere del tempo e anche io, come il Faust di Goethe, avrei voluto gridare allora come ora : Fermati tempo, perché sei bello.
Inizia la musica. Sono in tre, i suonatori, e suonano con gli strumenti tradizionali, quali sono la lira e il bouzouki. Suonano la rebetika, la musica tradizionale greca, nata nei bassifondi e nelle comunità povere e malfamate delle città, nobilitatasi poi con l’uso. E’ quella musica che nelle prime frequentazioni di Grecia del visitatore e ancor più del turista appare monotonamente ripetitiva, senza slanci e passioni. Ci vogliono anni di ascolti per incominciare ad apprezzarla senza, forse, capirla mai del tutto. Ma ai greci piace e per loro può durare una intera notte senza stancarsi di ascoltarla o di suonarla. Ricordo un bimbo, di cinque forse sei anni, che anni orsono, a Olimpos, sull’isola di Karpatos, accompagnava con la sua liretta il papà, taverniere in un locale sulla piccola piazza principale del paese. Suonavano per sè stessi perché il locale, a parte io e mia figlia Marzia, era vuoto. Suonavano quando vi entrammo e continuarono a suonare anche quando noi uscimmo, dopo che avevamo consumato in rispettoso silenzio, un bicchiere di vino resinato
Ogni tanto i tre suonatori rendono la loro musica più accessibile, al gusto “turistico” con del sirtaki che scatena l’esibizionismo di alcuni greci presenti e la partecipazione, dapprima timida, quasi vergognosa, di quasi tutti gli ospiti.
I miei compagni di barca, Annelise e Gino, si lasciano coinvolgere dal ritmo e dagli inviti a loro rivolti dagli isolani (più ad Annelise che non a lui) e danno una buona prestazione di danza greca. Soprattutto Annelise che dopo i primi incerti passi si muove con grande “empatia“ musicale per questo ballo di recente creazione.

Più tardi lascio i miei compagni alla allegra compagnia e torno in barca. Nonostante la gioiosa atmosfera, mi sono rattristato, assalito dai ricordi di altri allegri approdi su quest’isola. Con noi era una cara amica che il destino fece sbarcare inaspettatamente.
Mi addormento in cuccetta ascoltando la nenia rebetika che raggiunge Gattadapelare sonnecchiante all’ ormeggio del moletto del nostro pirata, Mikalis.
Domani sarà un altro giorno

domenica 8 giugno 2014

8 Giugno 2014 Da Marathi a Kalimnos (Palionissos) 26 miglia
.

Poco vento e mare calmo. Giugno non è un mese difficile per andare in mare, ma per un veliero è spesso poco interessante. Lasciata Lipsi non molto presto (dobbiamo fare solo 20 miglia, che andando a motore, come è prevedibile, significano solo quattro ore di navigazione) scendiamo dirigendo verso la costa orientale di Kalimnos intenzionati a sostare per il pomeriggio e la notte in quella bella insenatura che è Palionissos. E’ un approdo molto tranquillo. Anche quando il vento del nord si incanala nella valle che scorre nella medesima direzione , seppure lo si possa sentire fischiare tra le sartie e far sbattere le drizze, non alza il mare e le barche, ormeggiate sui corpi morti messi lì dalle due taverne ad invitare gli equipaggi alla tavola, possono trascorrere ore tranquille . Così erano le condizioni lo scorso anno, quando con Marzia e tre bimbi, Maia, Mattias e Sebastian vi trascorremmo tre giorni di forzato, ma gradito riposo.
Scapolato il promontorio che protegge a est l’insenatura dirigiamo verso una delle boe che segnalano il corpo morto. L’ormeggio è gratuito. Le boe portano la scritta della taverna che le ha posizionate.
Quando scoprimmo questo approdo anni fa, su segnalazione di una coppia di velisti olandesi conosciuti a Marathi, esso era sconosciuto ai più. La spiaggia era deserta e non vi era alcuna costruzione. Solo entrando nella valle si incontrava una taverna e poche semplici case di pastori e pescatori di spugne ormai rinunciatari a questa attività una volta così fiorente La taverna era condotta da un certo Nicola, un po’ taverniere, un po’ insegnante elementare, un po’ venditore di spugne, un po’ poliglotta. Oggi la sua taverna è scarsamente frequentata perché sulla riva sono sorte le altre due in posizioni molto accattivanti.
Scendiamo a terra Annelise, Gino ed io per andare a salutarlo e ad esplorare, come siamo d’uso, i dintorni. Consumiamo da lui qualche oliva, del cacio e un po’ di retsina, non per appetito, ma per cortesia.
Poi nel raggiungere la solita chiesetta onnipresente in ogni angolo di Grecia abitata e non, facciamo la fugace conoscenza della anziana madre di Nicola. E’ occupata a far asciugare in un forno quei tozzi di pane, detto paximadia e che si può comprare ovunque in Grecia nei “fournoi” , i quali , ammorbiditi con polpa di pomidoro e conditi con olio e sale, a mo’ della nostra panzanella, sono un piatto gustoso che anche noi, marinai, consumiamo talvolta in navigazione accompagnandoli con un poco di retzina.

Il forno, ormai spento, mantiene per tutta la notte la giusta temperatura per questa operazione. Domani la vecchina, lo estrarrà e lo spedirà ad un altro figlio che vive a Salonicco. Così ci racconta.
In posizione dominante sulla baia, davanti alla chiesa, un’ imponente tomba in marmo ospita le spoglie di un pope probabilmente importante della valle.
A dispetto degli ovvii inviti a cenare il taverna, mangiamo in barca.


lunedì 9 giugno 2014

9 giugno 2014. Da Kalimnos a Pserimos- 10 miglia


Ci saremmo intrattenuti di più in questa accogliente baia, ma si avvicina il momento della diaspora di noi gattonauti. Dopodomani partirà Annelise per Parigi e subito dopo anche Gino per Bruxelles ed io per Roma. Che veliero cosmopolita è la nostra Gattadapelare !! Un equipaggio così vario e poliglotta non lo si trova neppure su un cargo liberiano, di un armatore russo, carico di collettame, nel mar della Cina.
Dunque, si parte, salutati da Nicola che ci raggiunge con la sua barchetta per dirci che si è sbagliato, ieri, a darci il resto.
La tratta per raggiungere Pserimos è breve e facile. Quest’isola piccola e con un solo villaggio di poche anime, è frequentata d’estate da numerosi caicchi che fanno la spola da Kos e Kalimnos trasportando i turisti. Non c’è nulla di straordinario da visitare, salvo una gradevole spiaggia sabbiosa e alcune taverne a corollarla. Ma il luogo è ameno e ispira serenità, soprattutto dopo la partenza dei caicchi, quando la riva e le taverne rimangono a disposizione dei pochi abitanti e degli equipaggi delle rare imbarcazioni che vi trascorreranno la notte.
Arriviamo nel primo pomeriggio. La banchina è occupata dai caicchi e da alcune velieri. Ormeggiamo, dunque, sull’ancora e scendiamo a terra con il tender.
Conosco alcuni personaggi qui, perché sono venuto spesso negli ultimi anni, e l’incontro con loro è accompagnato dalle solite manifestazioni amichevoli e le solite frasi: kalimera ti kanis ? kala ? endaxi !
Seduti ai tavoli della nostra taverna preferita situati sulla riva aspettiamo senza fretta che le ore scorrano.
Queste sono le vacanze che amiamo: partire con calma, navigare in condizioni di mare e vento gradevoli, arrivare tanto presto da poter scendere a terra e rilassarci visitando i luoghi, sedere al kafenion per un frappè oppure un ouzo, gustare, più tardi, nella taverna più semplice del posto i piatti più semplici della cucina greca.






10 Giugno 2014 Da Pserimos a Kos - 10 miglia

Lasciamo Pserimos, forse per l’ultima volta. I nostri programmi di crociere per i prossimi anni sono rivolti altrove. Il Peloponneso ci attira per le sue bellezza, ma anche per la sua storia e le sue ricchezze archeologiche. Dunque, è la che andremo. Ma il distacco, l’abbandono del Dodecanneso dove abbiamo navigato per molti anni non sarà facile. Nel lasciare quest’isola avvertiamo che ora essa rappresenta il distacco da tutte le altre consorelle da noi visitate ed amate in questi anni. Le abbiamo tutte nelle pieghe dell’anima, le isole del Dodecanneso: la tranquilla Lipsi, la schiva Marathi, l’ appartata Agatonisi, la fascista Leros, la negletta Kalimnos, la guerriera Rodi, la colorata Simi, la disabitata Alimia, la britannica Halki, Karpatos e le sue donne ed il suo pane, la triste Kasos, Tilos e i suoi elefantini, la vulcanica





Nisiros, l’emarginata Astipalea, la dispersa Castellorizo. Tutte ben radicate nei ricordi e nella nostalgia. Scopriremo altri luoghi, caleremo l’ancora in altre insenature, approderemo in altri porti e già so che anche queste visitazioni si radicheranno nell’anima perché non c’è angolo di questa terra e di questo mare di Grecia che non sia capace di emozionarci. Simili a guizzanti salmoni esploratori di ampie distese di mare sentiamo ad un certo momento l’irresistibile necessità di risalire il fiume nel quale siamo spiritualmente nati e da cui siamo discesi.
Un paio d’ore dopo siamo a Kos. Troviamo posto in porto senza ricorrere alla marina e ce ne andiamo a vagabondare per le stradine che ormai conosciamo come quelle del nostro quartiere. La solita popolazione variopinta di turisti nordici, di ciclisti che ti trovi all’improvviso alle spalle perché stai camminando, senza accorgertene sul percorso loro assegnato, ( la presenza di piste ciclabili è inusuale in Grecia, e non solo qui), di camerieri che ti esortano a entrare nel proprio ristorante o caffè, di armatori che ti propongono con i caicchi la visita delle isole vicine (proprio a noi !), insomma tutta la coreografia di un luogo profondamente turistico che lascia poco spazio alla fantasia romantica di una Grecia madre di cultura e di storia. Con un certo impegno la dobbiamo andare a cercare tra le rovine dell’antica città sparse un po’ dovunque, dimenticando le modernità invadenti che ci circondano. L’isola di Kos piace evidentemente; lo dimostra il suo successo turistico. Ma noi andiamo cercando un’altra Grecia e, fortunatamente, ancora troviamo luoghi capaci di accarezzarci l’animo e solleticarci la fantasia. Sono sempre di meno, però, e, dunque, sempre di più dobbiamo tesoreggiarli in noi.
Annelise ci offre la cena dell’addio nella taverna di Zorba, che ormai ci conosce e ci saluta con greco entusiasmo. Poi il ritorno attraversando le barriere sonore uscenti dei locali lungo la stradina che ci riporta verso la piazza del mercato, affollata a quest’ora di turisti e rivenditori di giochi luminosi e di palloncini e di qui scendiamo verso il porto fino alla nostra barca nella quale ci rifugiamo alla ricerca di una improbabile tranquillità.

martedì 10 giugno 2014

11giugno 2014. Da Kos a Emborios (Kalimnos). 10 miglia


Annelise ci lascia la mattina presto. L’accompagniamo all’aeroporto con un macchina presa a noleggio.
E’ stata una compagna di viaggio ideale: simpatica, adattabile, curiosa di conoscenze, con uno spiccato senso dell’umorismo e, soprattutto, capace di capire il mio francese; qualità, questa, che la qualifica come persona di spiccata intelligenza.

Rimaniamo soli, Gino ed io, con la mestizia che segue sempre la partenza di un familiare o di un amico.
Ci rechiamo a Kardamena, un villaggio sulla costa meridionale di Kos dove c’è un porticciolo turistico. Potrebbe accogliere la barca per alcuni giorni in attesa del mio ritorno con mia figlia e parte dei miei nipotini. Non ho voglia di restare qui, solo, ad aspettarli dopo la partenza di Gino per Bruxelles. Domani, infatti è giorno di altri addii.
E’ ancora presto. A Kardamena i caffè sono ancora chiusi. L’impressione che ci dà questo paese è di un “turistico” squallore. Un paio di stradine parallele al mare, una fila di locali e di caffè, una stretta spiaggia. Non c’è nulla di Grecia e di bella natura. Solo la vista di lontano di Nisiros dà un po’ di respiro ad un luogo uggioso e brutto.
Il porticciolo non ci sembra adatto ad abbandonare Gattadapelare per due settimane, in attesa del mio ritorno per la crociera “in familiare”. Dunque, non lasceremo qui la barca
Appena un caffè apre ai clienti, ordiniamo una rapida colazione e ritorniamo a Kos-città.
Facciamo un po’ di cambusa, riconsegniamo la macchina e partiamo diretti a Emborios, un approdo al nord di Kalimnos .

All’arrivo ritrovo l’atmosfera serena di questo posto, già visitato lo scorso anno con Elke, Marzia e nipotini. L’approdo è ben protetto da un isolotto e non soffre alcuna traversia. Comunque, il mare è calmo ed il vento debole e in poche ore arriviamo dopo aver costeggiato la parte occidentale dell’isola ed essere entrati nella baia chiusa a ovest dall’isola di Telendos
Non scendiamo a terra, restando ormeggiati alla boa di un corpo morto offerto da una delle solite taverne. E’ un comportamento inusuale questo nostro di non scendere a terra, ma già pesa su di noi la sensazione che ormai la crociera volge alla fine. Inoltre la frequentazione ripetuta di queste isole del Dodecanneso ha sopito a nostra curiosità. E’ arrivato il momento di cambiare mare. Siamo d’accordo, Gino ed io, che Gattadapelare il prossimo anno tornerà verso ovest, verso il continente, per esperire nuove sensazioni prodotte da nuovi approdi e visitare i tesori che il Peloponneso, con le sue coste e con i suoi interni, offre al viaggiatore curioso.


domenica 6 luglio 2014

domenica 6 luglio 2014

6 luglio 2014 Patmos


Alcune barche hanno lasciato il porto ‘stamattina e il vento sembra sia diminuito. Vogliamo tentare anche noi di raggiungere Lipsi a poche miglia di distanza. Dunque, nel primo pomeriggi si va anche noi.
Appena usciti dalla baia che protegge la Skala , però, ci accoglie vento fresco e un’onda al traverso insistente e fastidiosa che promette di essere più vigorosa una volta superato il promontorio orientale dell’isola. Il trasferimento si preannuncia faticoso se pure breve. Con i ragazzini a bordo è meglio tornare. Non abbiamo fretta il ricongiungimento con Elke, Marcus e Karola avverrà fra tre giorni, dunque possiamo restare ancora a Patmos a passeggiare per il lungomare e sostare un po’ annoiati a gustare gelati ad uno dei tanti bar sulla riva.
.
Poiché diverse barche sono partite questa mattina presto molti tratti della banchina sono liberi il che ci permette di ormeggiare all’inglese. In questo breve tempo impiegato per rientrare in porto il vento è aumentato notevolmente e minaccia di aumentare ancora; non c’è pericolo di sottrarre spazio ad improbabili barche che volessero venire a Patmos, quindi il nostro ormeggio non dà scandalo, anzi l’esempio viene seguito da molti altri skipper e verso sera quasi tutte le barche sono comodamente allineate alla banchina.
Scendiamo per il solito aperitivo in piazza .
A sera il vento è tanto forte da doverci piegare per andargli contro. Ma con un ormeggio così sicuro, senza timore che l’ancora si spedi siamo tranquilli per una buona notte di riposo.




5 luglio 2014. Da Patmos a Lipsi

Oggi il vento è calato e di conseguenza non incontriamo mare mosso nel trasferirci a Lipsi. In breve tempo entriamo nella bella baia dell’isola e ormeggiamo all’inglese in testa al molo. E’ il posto da me preferito per via della comodità di scendere e salire dalla barca, né l’eventuale alzarsi del vento e del mare ci darebbe fastidio, stante la posizione solo apparentemente precaria. Infatti, il vento inviterebbe la barca ad allontanarsi dalla banchina e questa,, ben legata, non sarebbe soggetta a far lavorare i parabordi.
Accompagniamo Marzia a prendere possesso dell’appartamentino che ha prenotato non lontano dal porto e in buona posizione, e ci apprestiamo a far trascorrere la giornata in attesa dell’arrivo, domani di Elke, Marcus e Karola.
Lipsi, riscalda il cuore con la sua serenità e semplicità di esistenza. In questo periodo dell’anno le presenze turistiche sono quasi inesistenti e la popolazione è fatta di alcuni locali e di alcuni residenti stranieri, in gran parte italiani, che hanno trovato rifugio qui. Due bar si contendono queste presenze, uno alla radice dell’unico molo e l’altro un poco più lontano. Ambedue non possono vantarsi del nome di kafenio, perché nulla hanno a che spartire con quei locali tipicamente greci. Sono, infatti, assolutamente moderni nel senso che si dà a questo termine.
Fortunatamente alcune taverne e ouzerie mantengono la tradizione che a noi piace: semplici, quasi spartane, con colorati tavolini e seggiole di legno, dove il menù contiene i pochi, soliti piatti della cucina corrente, poco fantasiosa, ma a noi graditissima perché siamo in vacanza qui, in Grecia e non ci stanchiamo mai, a livello emotivo, di mangiare il solito satziki, le solite polpette le keftedhes di carne o di melanzana, i soliti pesciolini arrostiti, il solito taramosalada e, quando c’è, la cosiddetta fava, (un purèe che nulla ha che vedere con quel legume) e gli, amatissimi dai bambini, i suflakes.
Trascorriamo qualche ora al mare, la sera nella taverna di Nikola e poi a letto: io e Mattias in cuccetta, e gli altri in casa.

6 – 7- 8 luglio 2014. Lipsi
Arrivano i nostri.
Già ieri sera Elke, Marcus e Karola erano arrivati a Kos. Lì hanno pernottato in mancanza del ferry per Lipsi e oggi sono arrivati, quasi di sorpresa perché aspettavamo il traghetto più tardi.
Le giornate trascorse su quest’isola non presentano nulla di eccitante, così come desideravamo. Giorni di tranquillo fluire del tempo senza impegni e senza programmi che non siano quelli di raggiungere questo o quel sito già noto e gradito nel ricordo per la sua serenità marina. Così, torniamo alla spiaggia di Platis Gialos, dove il caldo mare ,tranquillo e poco profondo, invoglia a oziarvi dentro su una fine sabbia che accarezza i piedi. Andiamo a Katsadia, dove le taverna è una meta ombrosa e panoramica da cui si guarda su una insenatura abitata da bianchi velieri che ruotano pigramente sull’ancora ad ogni spirare di vento. Approdiamo a Xolakoura dove nell’antro, certamente abitato da timide ninfe del mare, fuggite tra le posidonie al nostro arrivare, apprestiamo una prosaica graticole su cui arrostire della carne, andiamo, insomma, a cercare quella serenità dell’anima che quest’isola può donare a chi qui arriva fuggendo dall’esistenza faticosa e tediosa della città. Vorremmo restare qui almeno sette anni come Odisseo, ma l’elastico che ci lega alla realtà quotidiana è teso al massimo e non possiamo più opporci alla sua tensione. Domani si torna a Roma.

domenica 6 luglio 2014

6 luglio 2014 Patmos


Alcune barche hanno lasciato il porto ‘stamattina e il vento sembra sia diminuito. Vogliamo tentare anche noi di raggiungere Lipsi a poche miglia di distanza. Dunque, nel primo pomeriggi si va anche noi.
Appena usciti dalla baia che protegge la Skala , però, ci accoglie vento fresco e un’onda al traverso insistente e fastidiosa che promette di essere più vigorosa una volta superato il promontorio orientale dell’isola. Il trasferimento si preannuncia faticoso se pure breve. Con i ragazzini a bordo è meglio tornare. Non abbiamo fretta il ricongiungimento con Elke, Marcus e Karola avverrà fra tre giorni, dunque possiamo restare ancora a Patmos a passeggiare per il lungomare e sostare un po’ annoiati a gustare gelati ad uno dei tanti bar sulla riva.
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Poiché diverse barche sono partite questa mattina presto molti tratti della banchina sono liberi il che ci permette di ormeggiare all’inglese. In questo breve tempo impiegato per rientrare in porto il vento è aumentato notevolmente e minaccia di aumentare ancora; non c’è pericolo di sottrarre spazio ad improbabili barche che volessero venire a Patmos, quindi il nostro ormeggio non dà scandalo, anzi l’esempio viene seguito da molti altri skipper e verso sera quasi tutte le barche sono comodamente allineate alla banchina.
Scendiamo per il solito aperitivo in piazza .
A sera il vento è tanto forte da doverci piegare per andargli contro. Ma con un ormeggio così sicuro, senza timore che l’ancora si spedi siamo tranquilli per una buona notte di riposo.




5 luglio 2014. Da Patmos a Lipsi

Oggi il vento è calato e di conseguenza non incontriamo mare mosso nel trasferirci a Lipsi. In breve tempo entriamo nella bella baia dell’isola e ormeggiamo all’inglese in testa al molo. E’ il posto da me preferito per via della comodità di scendere e salire dalla barca, né l’eventuale alzarsi del vento e del mare ci darebbe fastidio, stante la posizione solo apparentemente precaria. Infatti, il vento inviterebbe la barca ad allontanarsi dalla banchina e questa,, ben legata, non sarebbe soggetta a far lavorare i parabordi.
Accompagniamo Marzia a prendere possesso dell’appartamentino che ha prenotato non lontano dal porto e in buona posizione, e ci apprestiamo a far trascorrere la giornata in attesa dell’arrivo, domani di Elke, Marcus e Karola.
Lipsi, riscalda il cuore con la sua serenità e semplicità di esistenza. In questo periodo dell’anno le presenze turistiche sono quasi inesistenti e la popolazione è fatta di alcuni locali e di alcuni residenti stranieri, in gran parte italiani, che hanno trovato rifugio qui. Due bar si contendono queste presenze, uno alla radice dell’unico molo e l’altro un poco più lontano. Ambedue non possono vantarsi del nome di kafenio, perché nulla hanno a che spartire con quei locali tipicamente greci. Sono, infatti, assolutamente moderni nel senso che si dà a questo termine.
Fortunatamente alcune taverne e ouzerie mantengono la tradizione che a noi piace: semplici, quasi spartane, con colorati tavolini e seggiole di legno, dove il menù contiene i pochi, soliti piatti della cucina corrente, poco fantasiosa, ma a noi graditissima perché siamo in vacanza qui, in Grecia e non ci stanchiamo mai, a livello emotivo, di mangiare il solito satziki, le solite polpette le keftedhes di carne o di melanzana, i soliti pesciolini arrostiti, il solito taramosalada e, quando c’è, la cosiddetta fava, (un purèe che nulla ha che vedere con quel legume) e gli, amatissimi dai bambini, i suflakes.
Trascorriamo qualche ora al mare, la sera nella taverna di Nikola e poi a letto: io e Mattias in cuccetta, e gli altri in casa.

6 – 7- 8 luglio 2014. Lipsi
Arrivano i nostri.
Già ieri sera Elke, Marcus e Karola erano arrivati a Kos. Lì hanno pernottato in mancanza del ferry per Lipsi e oggi sono arrivati, quasi di sorpresa perché aspettavamo il traghetto più tardi.
Le giornate trascorse su quest’isola non presentano nulla di eccitante, così come desideravamo. Giorni di tranquillo fluire del tempo senza impegni e senza programmi che non siano quelli di raggiungere questo o quel sito già noto e gradito nel ricordo per la sua serenità marina. Così, torniamo alla spiaggia di Platis Gialos, dove il caldo mare ,tranquillo e poco profondo, invoglia a oziarvi dentro su una fine sabbia che accarezza i piedi. Andiamo a Katsadia, dove le taverna è una meta ombrosa e panoramica da cui si guarda su una insenatura abitata da bianchi velieri che ruotano pigramente sull’ancora ad ogni spirare di vento. Approdiamo a Xolakoura dove nell’antro, certamente abitato da timide ninfe del mare, fuggite tra le posidonie al nostro arrivare, apprestiamo una prosaica graticole su cui arrostire della carne, andiamo, insomma, a cercare quella serenità dell’anima che quest’isola può donare a chi qui arriva fuggendo dall’esistenza faticosa e tediosa della città. Vorremmo restare qui almeno sette anni come Odisseo, ma l’elastico che ci lega alla realtà quotidiana è teso al massimo e non possiamo più opporci alla sua tensione. Domani si torna a Roma.

sabato 6 dicembre 2014

12 giugno Da Emporios a Leros. 10 miglia

Ultima tratta, senza entusiasmo e senza storia. Atterriamo alla solita marina di Porto Lakki e ci lasciamo Gino ed io con la promessa del prossimo anno. Gino si imbarca subito da Leros per Atene-Bruxelles.
Gino, mio caro amico e compagno di tante veleggiate in questo stupendo mare, tornerà prestissimo a risvegliare la Gatta per altre veleggiate con parenti ed amici. Io prenderò il traghetto per Kos. Il mio aereo per Roma è domani notte alle 12 e 30. Passerò, dunque una serata e una nottata in città, un po’ triste, un po’ annoiato, ma con il pensiero già rivolto ai primi di luglio quando anch’io tornerò con i miei figli e nipoti per assaporare ancora un poco d’Egeo
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1 luglio 2014. Da Leros a Levitha. Miglia 25

Siamo partiti da Lakki desiderosi di tornare a respirare le profumate atmosfere di quell’isola quasi deserta che è Levitha. Tranquillo approdo per il velista che qui può interrompere per la notte il suo navigare tra le Cicladi ed il Dodecanneso e per noi luogo di ricordi di altri approdi ed escursioni alla ricerca delle antiche e sparute vestigia degli antichi abitanti che qui avevano eretto un presidio a controllo e difesa di questo porto naturale. Protetto dal meltemi e da tutti gli altri venti lo stretto fiordo non consente il formarsi di onde fastidiose per chi lo sceglie per trascorrervi la notte. Per questo, a sera, vi si riuniscono alcuni velieri che, in questa stagione, non superano, per numero, le dita di due mani. La taverna dei proprietari dell’isola (che appartiene a sole due famiglie ) è posta lontana dalla riva ed è raggiungibile attraverso un sentiero appena tracciato tra rocce e spinosi, odorosi, cespugli di timo. Non luci offuscano le trasparenza di un cielo sfacciatamente stellato, non fastidiosi e tediosi suoni di civiltà interrompono il pigro distendersi sui cuscini del pozzetto.
Siamo partiti, dunque, con queste prospettive. Usciti dalla protezione di Porto Lakki (porto Lago nella versione coloniale fascista), nel primo pomeriggio troviamo vento da nord-ovest, non molto forte che ci costringe ad una bolina larga in un mare mosso, ma non troppo. Abbiamo le vele terzarolate e navighiamo tranquilli e rilassati, io ed il mio “mitico secondo” mia figlia Marzia ed i bimbi Maia e Sebastian ed il cuginetto Mattias.
C’è un po’ di bruma che ci nasconde la vista di Levitha e procediamo con la bussola facendo alternare i bimbi al timone per renderli più partecipi del nostro veleggiare.
Con l’avanzare del pomeriggio aumenta il vento e l’onda, che ci giunge al traverso e fa ondeggiare la barca con un rollio sempre più sgradevole. Levitha, che ora appare alle ore tre si trova prossima alla direzione del vento, sicchè pur stringendo molto ci rendiamo conto che dovremo fare alcune virate per poterla raggiungere. Metttiamo anche motore per facilitare l’approccio all’isola.
Intanto Poseidone pretende le sue offerte. Il primo è Mattias a sporgersi sottovento oltre la falchetta , poi via via gli altri, chi più chi meno, ad ossequiare il dio del mare.
Le onde, ora, appaiono molto alte e la barca sale e scende con molta spettacolarità, ma sempre sotto pieno controllo. I progettisti dell’Alpa 11,50, la nostra barca, sapevano fare bene il loro mestiere.
Gattadapelare tiene molto bene il mare ed è facilmente manovrabile. Tuttavia, per maggiore tranquillità del “secondo” un poco meno “mitico” in questa occasione in cui il ruolo di madre e zia copre l’ardimentosa natura di una volta, Mattias rimane sdraiato nel pozzetto, sotto un ampio asciugamano a riflettere sul mal di mare, mentre gli altri due seduti sulla tuga si legano al “tientibene” a mo’ di Ulisse davanti alle sirene.
Il primo importante inconveniente si presenta al momento in cui, finito il gasolio nel serbatoio, cerco di travasare la riserva che abbiamo sempre in due taniche nel gavone di poppa. Per quanti sforzi facciamo il tappo di alluminio non si svita. Dopo diversi minuti di snervanti tentativi siamo costretti a rinunciare; dovremo rifugiarci a vela nell’ampia insenatura che si allarga prima del tranquillo e stretto fiordo, in cui tutte le barche ormeggiano. Qui, ancorati, tenteremo di svitare il tappo ed entrare finalmente a motore e raggiungere uno dei gavitelli. Dunque, iniziamo un interminabile numero di virate per avanzare contro vento. Ogni virata ci fa guadagnare poca strada ed è ormai chiaro che arriveremo sotto costa a sera inoltrata. La nostra prima giornata di vela si sta dimostrando piuttosto avventurosa e sgradevole.
L’ultimo tentativo, poco convinto, di svitare il maledetto tappo ha incredibilmente successo.
L’umore compie un balzo in alto. Non più una notte alla ruota a controllare se l’ancora ara, ma un sereno ormeggio e la possibilità di scendere a terra per riappropriarci della sua solidità.
Al momento di riavvolgere il genoa, ora inutile, ancora un contrattempo. La cima che comanda il rulla fiocco si scioglie e la vela, completamente aperta si allarga sottovento schioccando sbattendo pericolosamente. Con rischio e fatica , mentre Marzia al timone, tiene la prua al vento, riesco ad ammainarla e legarla torno torno, distesa lungo la tolda.
Finalmente lasciamo onde e vento ed entriamo nel fiordo dove altre barche, che ci hanno preceduto, dondolano serene attaccate ai loro gavitelli Ne troviamo uno libero e ad esso ci leghiamo.
Così si conclude la prima giornata di vela con i bambini. Doveva essere un veleggiata tranquilla ed è state invece un’avventura.
Più tardi, ormai rilassati e dopo aver reintegrato quanto distribuito in mare, con una buona pastasciutta, ascolto il racconto dei bambini che descrivono Opi, il capitano: in piedi a gambe larghe, dietro la ruota del timone, con un bandana nera a protezione di un sole ormai al tramonto, a petto nudo e sguardo a scrutare lontani approdi, bagnato dagli schizzi delle onde, è lì, solido e indomito, ad affrontare gigantesche onde e ad infondere coraggio e sicurezza.
Che bello essere visti così !!!