Là dove sorge il sole:prua verso oriente

regione: dalle sporadi alla turchia
stato: grecia (gr)

Data inizio viaggio: martedì 5 settembre 2006
Data fine viaggio: sabato 27 settembre 2008


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giovedì 7 settembre 2006

5 settembre 2008-Atene-Skiatos

Incontro Gino, il mio fedele compagno di veleggiate, all’aeroporto di Atene. La crociera con Gattadapelare è, finalmente, iniziata. Dopo un ritardo di oltre due mesi sui nostri programmi oggi possiamo dire che il primo passo è fatto. L’equipaggio si è ricompattato, quest’anno privo delle ‘ragazze’, ma sempre animato dall’entusiasmo per la promessa scoperta di nuove isole. Passando a nord dell’ Eubea toccheremo Scanzura disabitata, Skiros dalla doppia immagine, sporadica e cicladica, Psara ancora rinchiusa nel suo lutto , Chios patria di grandi armatori, e poi nuovamente le Fourni, la nostra amata Marathi, di seguito Lipsi magica e poi Kos taumaturgica. Lasceremo la Gatta in Turchia, probabilmente a Mamaris, per farle fare alcuni lavori alla coperta e alla chiglia.
Gino è in lista di attesa, e solo all’ultimo momento troviamo ambedue posto sull’aereo per Skiatos.


6 settembre Skiatos
Andiamo a trovare la nostra barca. L’abbiamo lasciata praticamente abbandonata in fondo alla pista dell’aeroporto, in riva al mare, alle cure dubbiose di padre e figlio, proprietari di una fatiscente officina e di una sorta di carnaio precario. Il padre non c’è più. E’ andato a lavorare negli emirati. Il figlio Nikos, un giovanotto magro, scalzo e impolverato, ci accoglie cordialmente in evidente stato etilico. La Gatta è lì, in equilibrio su dei barili di petrolio, sommersa da centimetri di polvere, ma apparentemente in buone condizioni. Scopriamo,invece, che è stata appoggiata male sulla chiglia e il tallone della deriva si à deformato e lascia gocciolare acqua dalla sentina. Perdiamo ogni speranza di metterla a mare oggi. Nikos non è in grado di agire in maniera coerente ed è necessario chiudere la via d’acqua e rinforzare la chiglia con una camicia di vetroresina. Dunque, oggi si lavora alla barca e si attende che ricompaia Nikos, nel frattempo scomparso in paese.
La mattinata trascorre mettendo ordine nell’interno e nelle vele,
Ci facciamo pensieri per il varo. Il carrello su cui poggerà la barca è praticamente in disuso. Le ruote sono sgonfie, i montanti che dovrebbero sostenere il peso della barca sono malamente saldati e risaldati all’affusto e la loro funzione è garantita da ciocchi di legno ausiliari. Inoltre il piccolo trattore, anch’esso malmesso e arrugginito, non sembra in grado di trattenere l’insieme di carrello e barca una volta avviato sullo scivolo a mare. Anche lo scivolo prossimo alla Gattadapelare ha nel frattempo ceduto e dovremo utilizzarne un altro, più lontano e di incerta profondità. Insomma, tutti motivi per tenerci in apprensione per le prossime ore.
Più tardi perdiamo ogni speranza in un ritorno di Nikos e andiamo a pazientare su una delle spiagge turisticizzate dell’isola.
Questa notte dormiremo in barca, ma senza il dolce sciabordio delle onde lungo le murate ed il riposante dondolio che abbiamo fantasticato nel corso dei lunghi mesi trascorsi in città.

Domenica 7 settembre- Skiatos.
Inaspettatamente Nikos torna alla barca, sobrio e volenteroso, inizia il risveglio dei suoi fatiscenti mezzi. Gonfia le ruote, riavvia faticosamente il motore del trattore, rimbocca l’acqua nel radiatore forato, fa qualche saldatura qua e là, e la giornata trascorre così, senza la certezza che per domani si possa scendere a mare.
Ripariamo grossolanamente il danno alla chiglia. Sono anni che questo problema della via d’acqua nel tallone della deriva ci assilla. Siamo nei luoghi appropriati per definirlo ‘il tallone di Achille’ di Gattadapelare. Tutte le riparazioni fatte fin’ora aggiungendo strati di vetroresina su strati di vetroresina non hanno portato a risultati soddisfacenti. Dovremmo far fare il lavoro in cantiere in condizioni ottimali e in assoluta assenza di tracce di umidità, cosa resa fin’ adesso impossibile per via della costante presenza di acqua in sentina.
La zavorra della barca, costituita da pallini di piombo sul fondo del vano di sentina, trattiene a lungo l’acqua di pioggia che penetra attraverso alcuni punti della coperta forata dalle viti usate, all’epoca, per fissare il teak. Gattadapelare ha, dunque, un urgente bisogno di un profondo intervento di manutenzione straordinaria dopo tanti anni di generoso uso.

8 settembre Skiatos-Skopelos -6 miglia.
Inizia il lavoro per appoggiare la barca sul carrello del varo. Siamo tutti in apprensione, compreso Nikos che nasconde i suoi dubbi sotto gli strati di polvere che lo ricoprono da (stimiamo per difetto) alcune settimane. A piedi nudi, talvolta sdraiato tra la sporcizia del ‘carnaio’ o accovacciato sotto la barca, egli si agita, batte, solleva, incastra ed, infine, con grande generale ‘suspence’ toglie gli appoggi che fino ora hanno sostenuto la Gatta. Temiamo fortemente che essa sia abbassi di quei tre-quattro centimetri che sono la distanza tra la superficie della strada ed il fondo della deriva ed invece la prima prova viene superata brillantemente. Ora la nostra ansia è rappresentata dal ‘viaggio’ di un centinaio di metri fino allo scivolo a mare. Il titolare di una vicina officina si presta a trainare con il suo trattore più nuovo e potente. Lentamente, metro dopo metro, traballando pericolosamente sul suo incerto invaso, Gattadapelare si avvicina allo scivolo, scende fino a bagnarsi la ‘pancia’ e si ferma. Il proprietario del trattore non vuole entrare in acqua con il suo mezzo. L’ansia che si era via via allentata con il procedere positivo dell’operazione ritorna prepotente. Crediamo che il mezzo di Nikos, più simile ad un rottame che ad un trattore, non sia in grado di trattenere il peso della barca e del carrello. Inoltre non sappiamo se a fine discesa ci sarà sufficiente profondità per permettere alla Gatta di galleggiare. Non ci sono alternative: dobbiamo procedere con questo sofferto varo. Hurra! Finalmente, dopo quindici mesi di inedia, Gattadapelare è nuovamente libera dai vincoli della gravità ‘terragna’. Il piacere di sentirla sotto i piedi muoversi dolcemente al lieve ritmo del mare, unitamente all’annullamento dell’ansia di queste ore ci riempie di una gioia indicibile. Brindiamo con tutti gli artefici di questo varo, fino a poco fa da tutti dubitato credibile, saldiamo il prezzo pattuito e…via verso la prima tratta di questa crociera. Una tratta breve, solo sei miglia perché il pomeriggio è inoltrato.

Ancoriamo ancora una volta nella deliziosa insenatura di Panormos insieme a poche altre barche. Settembre non è una stagione di grandi frequentazioni di questi mari e ne godiamo appieno i vantaggi. Con il tender (anche questo, assieme al suo motore fuoribordo, è ormai maturo per andare in pensione) raggiungiamo la riva e le taverne poco lontano. La baia che si apre davanti a noi, seduti e rilassati ad un tavolo sulla spiaggia ghiaiosa, ispira pace e senso di libertà di conquista di nuovi approdi.


sabato 9 settembre 2006

9 settembre. Skopelos-Scanzoura – 20 miglia.
Il tempo continua ad essere bello. Lasciamo Skopelos con comodo dirigendo su Skanzoura, un’isola a quattro ore di navigazione. Sappiamo che l’isola è disabitata e accoglie le rovine di un monastero. Per un certo tempo ha ospitato nascostamente extracomunitari di varia origine, ma oggi non ce ne è più traccia, non so perché. Quando caliamo l’ancora in fondo ad un’ampia insenatura c’è una sola barca a vela, lontano, cui se ne aggiunge un’altra poco più tardi.
Entro in acqua con l’intenzione di catturare qualche pesce per la cena, ma il mare è vuoto. Neppure nelle isole deserte c’è, dunque, più vita ?!
Scopro, invece, a pochi metri di profondità numerosi frammenti di antiche anfore ormai saldati tra di loro e con le rocce, tanto da non essere più mobili senza romperli. Un naufragio o la semplice perdita di un carico? Solo le rocce circostanti, eterne testimoni degli eventi susseguitisi in questa baia, potrebbero raccontarci quanta oscura storia si è svolta qui nel corso dei secoli. Oggi siamo noi e la nostra Gatta ad entrare nei ricordi delle rocce, insignificanti ricordi, ma la nostra presenza qui, la nostra attualità, è per noi straordinaria, come ovunque in questo mare degli dei tra queste isole.
La notte trascorre tranquilla.

10 settembre. Scanzoura- Skiros- 25 miglia.
Usciamo a vela, approfittando del debole vento del mattino, per riappropriarci delle manovre
dopo tanti mesi di inattività.
Appena usciti dalla baia scorgiamo la nostra nuova meta ben delineata davanti al profilo più sfumato dell’Eubea. Il vento ci ha abbandonato presto e procediamo a motore per tutto il percorso.
Quando arriviamo a Skiros è l’ora di pranzo. Quest’isola è mezzo sporadica e mezzo cicladica. La metà occidentale, quella in cui ci troviamo, è verdeggiante di alberi, mentre l’altra è arida e sassosa.
Il porticciolo in cui abbiamo trovato ormeggio è provvisto di una breve banchina e abbiamo dovuto ormeggiare accosto ad un’altra barca di inglesi. Compresa la nostra siamo in quattro, A pochi metri, al di la della strada, due taverne si contendono i pochi clienti. Scegliamo la nostra in base al colore delle seggiole e delle tovaglie e dopo pranzo ci portiamo, in moto, al paese omonimo.
E’ un tipico paese cicladico fatto di casette bianche raggrumate intorno alle rovine del castello veneziano (o genovese?) che domina da sopra il cucuzzolo la campagna ed il mare circostante.
E’ un paese molto genuino con molta gente nei pressi del centro e deserto nei vicoli periferici, dove incontriamo sparute vecchiette raccolte in gruppetti di tre o quattro a scambiarsi rarefatte chiacchiere. Immaginiamo questi vicoli e queste piazzette, ombreggiate, dall’onnipresente gelso, quando il meltemi soffia vigoroso dal mare sottostante. Camminiamo silenziosi e curiosi di scoprire dietro ogni angolo scorci usuali, e tuttavia sempre nuovi, di vicoli, porte pinte di blu, di gatti vagabondi e piante di fico dalle quali raccogliamo dolcissimi frutti. Avvertiamo l’approssimarsi dell’autunno dalla dolcezza dei fichi, dall’ineluttabile accorciarsi delle giornate, dai raggi del sole sempre più bassi sull’orizzonte, dalla crescente melanconia della luce che ogni giorno perde l’ entusiasmo con il quale ci ha raccontato i colori dell’estate.
Ceniamo al porto. Questa volta scegliamo la taverna più frequentata. Siamo i soli turisti. C’è l’immancabile pope, grassoccio e crapulone, e una variata rappresentanza di locali.
Ci scusiamo con i nostri vicini di barca per i nostri passaggi e chiudiamo così la nostra terza giornata di crociera. Fino ad ora abbiamo fatto ben poca vela.

11 settembre. Skiros-Psara. 40 miglia.
Oggi si parte presto, seguiti subito dopo dalla barca inglese che ci ha dato appoggio. Con qualche perplessità passiamo tra un isolotto e la punta orientale della baia. Non siamo sicuri della profondità dello stretto e Gino, sul pulpito di prua, segnala a gesti la direzione e la velocità che devo mantenere. L’altra barca, anch’essa diretta a Psara, preferisce passare all’esterno, perdendo un po’ d’acqua rispetto a noi. Subito dopo aver doppiato Skiros troviamo inaspettatamente un mare molto formato, al traverso, quasi al giardinetto, ed un vento gagliardo che ci spinge veloci verso Psara. E’ la prima esperienza di mare mosso dopo quindici mesi di vita terragna, e siamo colti da un certo malessere che ci impedisce di restare più di pochi secondi sotto coperta. Con Gino al timone,resto sdraiato a lungo nel pozzetto, ma il mio dormiveglia viene frequentemente interrotto da abbondanti , gelidi, spruzzi delle onde che si rompono sul fianco della Gatta. L’altra barca è rimasta indietro e la distanza tra di noi aumenta sempre più con il trascorrere delle ore.
Psara compare presto all’orizzonte ed il suo profilo si fa velocemente sempre più distinto. E’ un’isola di cui non avevamo conoscenza fino a poco tempo fa. Invece la sua storia è ricca di interessanti e drammatici eventi. Patria di armatori, contava una popolazione di trentamila abitanti, ma il torto di essere la patria di un fiero condottiero, l’eroe nazionale Canaris, oppositore alla feroce dominazione turca . Per questo e per la strenua resistenza dei paesani al dominatore, la popolazione fu annientata nel 1822 e tutte le case furono rase al suolo. Da allora non si è più ripresa. Oggi conta appena 400 abitanti, un paio di ruderi, le fondamenta della casa natale dell’ammiraglio Canaris, alcuni corrosi cannoni sparsi qua e la e un paio di eroici busti di bronzo che, solitarie sentinelle in faccia al mare, fanno la guardia alla modestia dell’attuale paese. Arriviamo nel pomeriggio avanzato e ripariamo nell’ampia insenatura in fondo alla quale una banchina ed un pontile galleggiante ci invitano all’attracco.
Nessuna altra barca. Il senso di essere arrivati in un posto unico si rafforza osservando il paese. Una stretta strada, costeggia la banchina alla quale sono attraccati un paio di barche da pesca.Tre o quattro semplici kafeion svolgono anche la funzione di taverne per improbabili turisti. Dalla strada si dipartono alcuni vicoli che si inoltrano verso l’interno. Le case sono anonime, senza alcuna caratteristica particolare, diverse dalle bianche cubiformi, ‘spontanee’, costruzioni cicladiche o da quelle ordinate neoclassicheggianti e teneramente colorate case del Dodecanneso. A dominare la modestia di questo scenario un’imponente santuario si erge in fondo al paese alla base di una aspra collina. Un’altra chiesa, più piccola, ma anch’essa ‘esagerata’ in tale contesto, si impone tra le case.
La sensazione che si ha girando tra queste stradine è quella di una comunità incapace di reagire alla storia, Non esiste una parte del paese che possa considerarsi centro. Un piazzale davanti alla banchina ospita la statua di Canaris ed è l’unico punto di riferimento, a parte le due chiese, per un’ improbabile aggregazione sociale. Restano i tre kafeion, dove siedono rare persone. Girando e rigirando troviamo un forno e quasi all’estremità dell’abitato un negozio di alimentari con la pretenziosa insegna di Supermarket.
Intanto anche la barca inglese è arrivata e più tardi ci fa compagnia una terzo veliero.
In contrasto con una tale atmosfera di scoraggiate aspettative poco lontano delle gru prelevano da alcuni barconi dei massi di cemento per creare una robusta scogliera di sopraflutto e creare così un più ampio porto.
Si cena a bordo

martedì 12 settembre 2006

12 settembre- Psara-Chios ( Kardàmyla). Miglia 19
Lasciamo Psara in tarda mattinata e la costeggiamo in direzione est. Kios appare vicina e mare, vento e sole inducono ad una navigazione tranquilla e pigra. Il tratto di mare che separa le due isole è un’evidente autostrada del mare. Tagliano la nostra rotta diversi cargo e in un paio di occasioni pavento una rotta di collisione, nonostante le rassicurazioni di Gino. Nel pomeriggio avanzato entriamo nella baia di Kardàmyla. Sul fondo è schierato il paese che, da lontano, non ci appare attraente. Siamo la sola barca ormeggiata al lungo molo.Leggiamo sul portolano tedesco che la vallata retrostante è romantica ed il paese affascinante. Non condividiamo questa opinione. Forse agli inizi del nostro vagabondare tra le isole di questo mitico mare, ancora digiuni degli scenari che ci sarebbero stati poi offerti, l’avremmo accettata, ma ora questo paese è privo del ritmo poetico cui siamo abituati.
Riceviamo la visita dell’ufficiale della Capitaneria che ci invita a presentarci presso il suo ufficio con i documenti della barca. In tutti questi anni è la terza o quarta volta che ciò accade. Non sappiamo se la paventata tassa di stazionamento, di cui abbiamo sentito parlare tempo addietro, sia entrata in vigore e se, dunque, non siamo in regola. Ci accordiamo con Gino di raccontare una provenienza inverosimile, tale da non avere avuto tempo di adempiere al pagamento. La costa italiana è troppo lontana, dunque, potremmo dire che l’ultimo nostro porto è stato in Turchia.
Invece in ufficio ci viene richiesta, oltre alla fotocopia dei documenti, solo il certificato dell’ assicurazione, che nella fretta, non riesco a trovare. Sono certo di averlo e mentre torno in barca a cercarlo, il nostro ‘arbitro’ (ci ha confessato che la sua vera passione è fare l’arbitro di calcio, per cui ci aspettiamo un particolare rigore nei nostri confronti) tranquillizza Gino dicendo che anche se non lo troviamo non fa niente, ma ci consiglia di non frequentare i porti più grandi in modo da eludere eventuali controlli da parte di colleghi più severi.
Ci conferma che Kardàmyla è la patria di numerosi importanti armatori. Praticamente ogni casa è di un armatore. In effetti assistiamo all’arrivo di un elegante due alberi che fin dall’ingresso nella baia suona ripetutamente la sirena di bordo alla quale risponde un’altra da una villa, invero non imponente, ma ben illuminata e provvista di un moletto privato, posta in fondo al paese. Anche Gattadapelare gli rifà il verso con i nostri poveri mezzi.
Facciamo una passeggiata per il paese che conferma la nostra prima impressione. E’ costituito da un paio di lunghe file di case parallele al mare, con qualche locale e pressocchè poco abitato. Andiamo a curiosare intorno alla casa dell’’armatore’ che assomiglia più ad un piccolo albergo con la sua terrazza a mare piena di sdraio e poltrone di vimini, e ce ne torniamo al nostro modesto veliero.
Ci telefona Pino, il subentro a Gino che dopodomani torna al lavoro. E’ arrivato a Chios città e ci raggiungerà domani.

13 settembre- Chios
Il taxi con Pino si ferma davanti alla Gatta, comodamente ormeggiata all’inglese. I due gattonauti, il veterano Gino ed il neofita Pino, fanno conoscenza e il primo mostra all’altro le ‘particolarità’ della barca. Il giudizio di Pino è positivo: trova Gattadapelare “affascinante”, sorvolando elegantemente sul suo stato di manutenzione. Si è già meritato il suo ruolo a bordo.
Comunque oggi è una giornata di terra. Si va a visitare l’isola. Noleggiamo un’auto e raggiungiamo Pyrgis, paese nella regione del mastice, la gomma da masticare degli antichi, fortuna e disgrazia dell’isola di Chios. Pyrgis è unica anche per le sue case graffite sicchè le facciate appaiono con disegni geometrici bianchi e neri.
Ma siamo decisamente gente di mare. Sono sufficienti poche ore per sentirne la mancanza e andiamo alla ricerca di una spiaggia. Percorrendo una strada che diventa un sentiero scendiamo lungo una piccola valle verso l’azzurro che occhieggia tra gli ulivi. Il luogo è impregnato di pagane presenze; la fonte che incontriamo poco avanti ospitava certamente una ninfa e le rare pietre di quello che fu un modesto tempio di Apollo, seppure esorcizzate da una piccola chiesa cristiana costruita su di esse, ci parlano del solare dio che qui, in fronte alla marina, godeva della luminosità da essa riflessa.
Ci bagniamo in un mare dolce e cristallino e ci appisoliamo sulla riva ghiaiosa.
Sappiamo di un altro sito che dobbiamo assolutamente visitare. E’ il paese di Anavatos o meglio le sue rovine arroccate su uno strapiombo dal quale nel 1822 tutta la popolazione si gettò per sfuggire ai turchi. Un quadro di Delacroix, oggi al museo del Louvre ne raffigura l’eccidio.
I resti del paese, un confuso ammasso di grige e dirute case, sono oggi oggetto di restauro. Non incontriamo nessuno e dopo un breve giro per le rovine e l’affaccio sullo strapiombo, ce ne partiamo con un angoscioso senso di remoto e tragico passato.
Né ci aiuta il grigio pasto consumato in una vuota trattoria alla radice del molo di Kardàmyla
Si va a letto presto. Domani all’alba Gino partirà alla volta dell’aeroporto di Chios-città e noi abbiamo una lunga tratta da fare fino alle isole Fourni.

giovedì 14 settembre 2006

14 settembre. Kios-Isole Fourni. 62 miglia
Gino ci lascia che è ancora, ma non ce la sentiamo di mollare subito gli ormeggi senza un minimo di rassicurante lucore. Facciamo colazione e quando le tenebre si diradano lasciamo la banchina. C’e un discreto vento da terra che ci induce a lasciare terzarolata, la randa, e che nel timore possa rafforzare ci induce a studiare mete alternative. Pino non conosce la barca ed affrontare il mare mosso con un equipaggio impreparato mi mette pensiero. Invece appena giunti al traverso di Chios-città il vento ci abbandona del tutto. Dunque, a motore! La visibilità è scarsa ed alto è il tasso di umidità, al punto che tutto a bordo sembra bagnato. Pino rimane al timone per tutto il tempo, dieci ore di navigazione senza storia e senza che un pesce abbocchi alle due lenze da traino che ci portiamo dietro. Nel pomeriggio avanzato passiamo tra Ikaria e Samos e intravediamo nella bruma l’isola principale del piccolo arcipelago. Quando arriviamo è ormai buio. Allo stesso molo cui speravo di ormeggiare come la volta precedente c’è divieto perché riservato ad un traghetto. Gli altri pontili sembrano anche destinati ai servizi. Alcune barche a vela sono alla ruota davanti al paese e anche noi ci dirigiamo tra di esse per trascorrere la notte rassegnati a non cenare a terra. Il nostro tender è in disuso e costerebbe troppa fatica gonfiarlo. Pasticciamo a lungo con l’ancora ed il motore del salpancora che inspiegabilmente si blocca. Mentre dalle altre barche ci osservano con scetticismo decidiamo di abbandonare il posto e di rischiare, dal momento che c’è calma piatta, di metterci all’esterno del molo. La nostra decisione si dimostra poi fortunata perché mentre tutte le altre barche sono costrette, per l’arrivo di un grosso traghetto, ad allontanasi dal tratto di mare che avevano occupato noi ormeggiamo all’inglese sull’unico moletto disponibile indicatoci da lontano da un cortese ragazzino.
Felici per la fortunata posizione (vediamo le altre barche cercare inutilmente una soluzione) attraversiamo la strada ire ci sediamo al tavolo della taverna più vicina. Siamo stanchi, ma soddisfatti.
15 settembre. Fourni-Marathi. 22 miglia
Abbiamo fretta di raggiungere Marathi. Dopo un breve giro per il paese (merita raggiungere la piazzetta alla fine della via principale dove un bel sarcofago d’epoca ellenistica sta modestamente sistemato all’ombra di un albero) ce ne partiamo. Porto con me un’impressione diversa da quella ricevuta la prima volta che sono giunto qui, tre anni fa. Allora questo borgo, dedito principalmente alla pesca, mi era apparso estremamente semplice, fuori del tempo di almeno tre decenni, un flash su una Grecia isolana ormai scomparsa. Ma dopo l’esperienza di Psara Fourni mi sembra ormai proiettato nel presente turistico. Mi rendo conto di essere diventato più esigente dopo aver visitato isole e approdi più consoni ad un senso di romanticismo che definirei “crepuscolare”, ma questa avvertita avanzata turistica è fastidiosa mi mette fretta di scoprire e godere di altri posti ancora non inquinati da presenze estranee, consci che noi stessi siamo degli inquinanti.
La fretta di raggiungere Marathi è dovuta a questo.
Nello stretto canale che percorriamo per uscire dall’arcipelago un gruppo di delfini viene a giocare sulla prua e rimane a lungo ad esibirsi davanti alla videocamera. Sono apparizioni che non ci vengono mai negate ad ogni crociera di Gattadapelare e ogni volta ci eccitano. Al richiamo dell’osservatore di turno corriamo a prua con macchine fotografiche e videocamere, ci sporgiamo aggrappati al pulpito e riprendiamo con entusiasmo le evoluzioni di questi amichevoli compagni di viaggio. E’ un peccato ch’essi si stanchino preso e si allontanino indifferenti ai nostri richiami. Ma la loro presenza interrompe sempre la monotonia di certe giornate di mare calmo che sono quelle in cui essi normalmente appaiono.
Il tempo è bello, il vento scarso, e la foschia di ieri non c’è più. Poco dopo avvistiamo il piccolo arcipelago di Arki, cui Marathi fa parte.
Di fronte alla taverna di Mikalis sono alla ruota almeno dieci velieri. Ogni volta che rivisitiamo quest’isolotto, troviamo sempre più visitatori a conferma di quanto detto sopra.
La prima volta che lo scoprimmo, Marzia ed io, c’erano solo quattro case, la taverna di quel personaggio eccentrico che è Mikalis, magro, minuto, con una folta barba piratesca e la bandana nera, ed un alberghetto di poche camere all’estremità opposta della lunga e stretta spiaggia sabbiosa che, ornata di tamerici, si affaccia su un mare cristallino ben ridossato dal meltemi.
Ora le taverne sono tre e le case si sono raddoppiate. Mikalis è ancor più magro e sul suo moletto cui abbiamo l’onore (ma solo noi) di attraccare sventola la bandiera dei Fratelli della Costa: un teschio con due tibie incrociate.
Ci lasciamo andare al dolce-far-niente. Pino rimane affascinato dalla serenità del posto e dichiara di non volersi più spostare. Decidiamo così di fermarci per qualche giorno.

16 settembre. Marathi
Musica, ouzo, nuotatine, sonnellini sotto i tamerici.

17 settembre. Marathi.
Oggi si replica. Barche in baia sono rimaste in tre. Ogni tanto arriva un barcone con qualche decina di turisti che scendono a terra, si sdraiano al sole e dopo un po’ ripartono lasciandoci nuovamente (e felicemente) soli. Un altro segno di inquinamento che con forzata rassegnazione e nostalgia per ‘ bei tempi passati’ dobbiamo subire. Ma a sera Marathi torna ad essere per pochi eletti.



18 settembre. Marathi-Lipsi. 6 miglia
Mikalis un po’ pirata lo è veramente diventato. I suoi prezzi non sono più quelli cui siamo abituati. La nostra ultima ‘Thule’ incomincia a rassomigliare ad uno dei tanti bei posti di cui questo mare è ricco.
Salutiamo i personaggi di questo approdo mentre Gattadapelare dirige verso Arki, subito di fronte a noi per una breve visita, ma il vento sta rafforzando e preferiamo raggiungere il porto di Lipsi.
Fuori il mare è ben formato però il tragitto è breve ed entriamo presto nell’ampia baia dell’isola.
Lipsi è un altro approdo sognato nei giorni grigi della vita quotidiana. L’isola che ospitò per setteanni Ulisse schiavo d’amore per la bella Calipso, merita la sua fama di isola magica.


19 settembre. Lipsi.
Compiamo una buona azione. Potiamo, annaffiamo e concimiamo un mandorlo che è l’unica cosa ancora attuale tra i ruderi acquistati da Ginafranco e Marzia. La Casa del Mandorlo, così come tradotto dal greco, è il loro sogno arcadico in versione egea, La immaginiamo ristrutturata, accecante sotto il sole mediterraneo, volta verso il mare in attesa di scorgere Gattadapelare che a vele distese entra nella baia di Lipsi.
Incontriamo Astrid, una svedese amica di Marzia con la quale trascorriamo la giornata al mare. Il meltemi soffia gagliardo e dal modesto promontorio di Monodendri lo sguardo spazia fino alla Turchia sorvolando un mare biancheggiante di spume dopo aver aggirato l’isolotto di Aspronissi, l’isola bianca cosiddetta per via dei suoi chiari e marmorei fondali.
Si cena in barca con spaghetti al tonno golosamente accolti sia da Pino che da Astrid.

mercoledì 20 settembre 2006


20 settembre. Lipsi- Kos miglia 36
Partiamo tra gli applausi degli altri equipaggi dopo aver faticosamente liberato l’ancora incagliatasi, verosimilmente, nella catena del barcone accanto.
Oggi il vento è scarso e andiamo soprattutto a motore. Leros ci sfila sulla destra e poco dopo, quasi ad esso congiunta, ecco Kalimnos famosa per le sue spugne, e poi Pserimos .
Quando raggiungiamo Kos ed entriamo nel porto troviamo posto, sull’ancora, solo all’ingresso, di fronte alla fortezza dei Cavalieri. Il porto è molto affollato, come affollata di turisti è la cittadina.
Kos è archeologicamente e storicamente molto interessante, ma sentiamo che ormai abbiamo solo alle spalle le isole genuine che più amiamo. Comunque facciamo il nostro dovere di turisti andando a visitare vicoli, piazzette, caffè, negozietti e trattorie e l’ultracentenario platano di Ippocrate che, si vuole, abbia visto il precursore della medicina insegnare ai suoi allievi sotto la sua chioma,
Quando, a sera, torniamo in barca troviamo che balla stretta alla barca accanto sotto l’effetto di una vigorosa risacca.
Sistemiamo meglio tutti i parabordi in dotazione e andiamo in cuccetta, ma nel corso della notte mi alzo spesso a controllare la situazione anche perché temporaleggia e c’è onda che entra.

21 settembre.Kos.
Un’altra giornata trascorsa in città bighellonando in attesa di tempo più bello.

22 settembre. –Kos-Bodrum (Alicarnasso). 10 miglia
Le condizioni del mare sono ottimali per attraversare il braccio di mare che separa Kos dalla Turchia. Si veleggia osservando lo scempio della cementificazione della costa turca a nord di Bodrum. Cerchiamo di individuare anche il cantiere in cui abbiamo deciso di lasciare la barca senza spingerci fino a Marmaris per i lavori che intendiamo far fare. Quando lo troviamo ci fermiamo per prendere accordi per dopodomani e proseguiamo poi per il porto di Bodrum distante tre miglia. Quando entriamo scopriamo che è stata realizzata una bella marina per gli yacht, Subito ci viene incontro il gommone di servizio che ci accompagna al pontile delle barche di passaggio.
Tutti sono molto cortesi e disponibili. La marina è dotata di servizi ottimi e di impianti modernissimi. L’unico svantaggio è che si trova dalla parte opposta del porto rispetto al centro della città e la camminata per il lungomare impegna gambe e muscoli impigriti da tanti giorni di pozzetto.
Dopo alcuni anni di assenza questo rientro in Turchia è eccitante. Cerchiamo una trattoria dove mangiare piatti locali e giriamo per le vie trasformate in un grande bazar protetto da grandi tende che lo coprono da una fila di case all’altra,
Gattadapelare ci accoglie nel fondo della marina immobile in un’acqua senza increspature.

23 settembre Bodrum baietta. 8 miglia
Facciamo innumerevoli giri per richiedere il famoso transit-log, il certificato doganale che autorizza la presenza della barca nel mare turco. Alla fine, ricevuti da funzionari scorbutici e dall’apparenza vagamente minacciosa, riusciamo ad ottenere questo pezzo di carta a prezzo di costo, anziché per 250 euro come ci era stato proposto da un’agenzia.tà:
Visitiamo i pochi resti del monumento funerario del re Mausolo. Alcuni frammenti di colonne, un paio di capitelli, una fossa è tutto quello che resta di una delle sette meraviglie dell’antichità: il Mausoleo.
Ma vogliamo ancora un po’ di mare prima di mettere la barca in disarmo e, dunque, lasciamo la marina per andarci a cercare una baietta dove trascorrere l’ultima notte dondolati dalle onde.
Scendiamo verso sud, ma non troppo per timore che il vento rinforzi questa notte e ci ostacoli il ritorno al cantiere domani. Finalmente Pino ha la soddisfazione di pescare tre bei pesci, tra cui una iridescente lampuga,

Incrociamo lungo la costa fino a scegliere una caletta che ci appare adatta. C’è un solo caicco che ci farà compagnia. O almeno è quello che pensiamo. Abbiamo sette-otto metri di fondo e filiamo tutta la catena che abbiamo perché all’orizzonte vediamo lampeggiare continuamente su un ampio fronte. Presi dall’entusiasmo per la miracolosa pesca (erano anni che non tiravamo in barca alcun pesce) caliamo anche una nassa che da sempre è stivata nel gavone di prua. Dentro ci mettiamo tutti i resti della cambusa inutilizzati.
Il mare è calmo e sdraiati nel pozzetto per l’ultima sera guardiamo le stelle e, con una certa apprensione, le nubi temporalesche. Cerchiamo di capire la loro direzione senza risultato. L’intero a orizzonte a sud è illuminato.
Poi incomincia la musica. Non quella della natura, ma quella di una discoteca nascosta dietro gli alberi, che ci offre un vasto repertorio di cantanti italiani, annullando così qualsiasi sensazione di notte orientale.


domenica 24 settembre 2006

24 settembre. Bodrum
La notte è trascorsa tranquilla. I temporali si sono dissolti ed il cielo appare sgombro di nubi
La caletta è animata di canoe che girano ovunque. Sappiamo così da loro che dietro l’angolo c’è un villaggio Valtour. Cerchiamo di recuperare la nassa speranzosi in un ricco bottino, ma la cima a cui era legata risale libera e vane sono le ricerche fatte con la maschera. Un mistero.
Leggiamo sul portolano che sull’isola di fronte al cantiere c’è una sorgente d’acqua calda che sfocia direttamente in mare. Quando arriviamo sul posto troviamo una banchina per l’approdo ed un chiosco che vende bibite e biglietti di accesso alla sorgente. Adempiamo ad ambedue i doveri da bravi turisti e ci bagniamo nella corrente della fonte .Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il cantiere dove Gattadapelare viene, finalmente, alata con appropriati mezzi moderni dopo anni di analoghe, precarie operazioni, talvolta approssimative come nel caso di Skiatos.
Il cantiere è ben attrezzato e relativamente economico. Ci era stato indicato due anni fa da uno skipper italiano conosciuto a Skiatos e siamo soddisfatti della decisione di non lasciare la barca a Marmaris, come avevamo programmato all’inizio.
Ci facciamo fare un preventivo per i lavori che vorremmo far eseguire e raggiungiamo il centro di Bodrum che dista da qui sei-sette chilometri.
Ormai non ci sentiamo più dei gattonauti. Con la barca sull’invaso, le vele ammainate,la cambusa vuota, siamo tornati terragni e anche se questa notte dormiremo ancora nel ventre di Gattadapelare, non sarà la stessa cosa.
Si cena, stavolta in ristorante (una scelta obbligata dal nostro nuovo stato ‘civile’) e si torna in cantiere. Domattina sveglia presto per raggiungere Kos con il traghetto dopo aver compiuto tutte le formalità burocratiche.


25 settembre. Bodrum-Kos-Rodi
Qui finisce il diario di bordo. Il resto non riguarda le avventure di Gattadapelare, ma per amor di cronaca riassumo gli eventi di queste giornate.
Abbiamo raggiunto Kos nella prima mattinata e in attesa del traghetto per Rodi abbiamo fatto un tour turistico in pullmann per l’isola. Come immaginavo quest’isola, a parte la capitale e i suoi siti archeologici, non è molto interessante.
Il traghetto delle 16 conduce a Rodi, dove piove e non ci sono taxi disponibili. Troviamo un albergo decoroso e visitiamo la città che io già conosco, ma che e sempre affascinante. Una Grecia completamente diversa, anzi, una non-Grecia, con la sua impronta profondamente mitteleuropea.
Bisogna allontanarsi da Rodi-città per ritrovare i colori e le atmosfere dell’Egeo.

26 settembre. Rodi
Continuiamo a girare per la città. Frequentiamo il restaurato bagno turco di Solimano il Magnifico, facciamo i nostri piccoli acquisti da donare agli amici e parenti E chiudiamo la giornata assistendo ad un inatteso bello spettacolo di giullari professionisti organizzato per i vicoli e le piazzette medievali della città



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27 settembre Rientro a Roma.
Io parto per Roma, via Atene, mentre Pino rimane ancora un giorno. Gli ultimi minuti a Rodi e in Grecia sono caratterizzati da gli inutili tentativi di ritrovare del mio borsello dimenticato in autobus.
Rientro a casa le sera alle 18.




P.s.
Il borsello è stato ritrovato integro (!) due giorni dopo ed ora ne sono nuovamente in possesso.