su e giù per il Dodecanneso

località: kos
regione: dodecanneso
stato: grecia (gr)

Data inizio viaggio: mercoledì 20 maggio 2009
Data fine viaggio: sabato 20 giugno 2009


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sue giù per il Dodecanneso

venerdì 22 maggio 2009


22 maggio 2009. Bodrun

S
iamo arrivati a Bodrum ieri sera Gerlinde, Elke ed io, dopo aver trascorso una notte in albergo a Kos. La città ci ha accolto con la sua affascinante stratificato passato. Dell’antica Alicarnasso è rimasto poco. Il luogo dove sorgeva una delle sette meraviglie del mondo antico, il Mausoleo, si raggiunge seguendo una serie di stradine e quando lo si raggiunge si rimane delusi dal poco che è rimasto di quella famosa tomba di re Mausolo. Del periodo ellenico le tracce sono anche scarse, ma fu patria di Dionisio, retore e di Erodono lo storico, Un teatro ricorda il periodo dell’Alicarnasso romana mentre il castello S.Pietro dei Cavalieri di Rodi si impone con la sua severa presenza cristiana sulla destra del porto. La città ottomana, il cui nome deriva dalla storpiatura del nome Petrus. si mescola con quel passato e ne viene fuori una realtà affascinante, ma non unica sulla costa dell’Anatolia, dove le diverse civiltà della storia si sono succedute creando altre simili realtà.
Il rimessaggio dove si trova la nostra barca è a pochi chilometri dalla città e abbiamo preso una macchina a nolo per gli spostamenti che prevediamo numerosi. Infatti, andiamo in giro per acquistare un nuovo tender e relativo fuoribordo, cercare una lavanderia per la biancheria di bordo, un falegname per ampliare le cuccette di prua, fare cambusa, e altro,
Il bazar ci riserva la delusione di prezzi troppo alti rispetto a quanto ci aspettavamo dalle esperienze di alcuni anni fa. La Turchia, almeno quella toccata dal turismo, si sta adeguando al mercato europeo. Sparito il dollaro e poi il marco tedesco, ora regna sovrano l’euro.
Al negozio della nuova marina, molto bella e ben organizzata, troviamo a prezzi accettabili sia il tender che il motore. Andranno a sostituire quelli ormai inaffidabili di Gattadapelare. Inoltre compriamo un nuovo cesso che andrà a sostituire la vecchia tazza con la pompa in avaria. Il vecchio tender, dopo le numerose riparazioni e incollaggi del passato, viene abbandonato appoggiato ad un pino del rimessaggio, la stessa sorte subisce il vecchio e capriccioso motore a due tempi. Per mancanza di tempo il cesso viene stivato a prua. Verrà montato alla prima occasione.


23 maggio 2009 – Bodrum

G
ino arriva nel pomeriggio da Kos giusto in tempo per assistere al varo. Questa volta l’operazione si svolge con un travel-lift in tutta tranquillità, ben differente dal varo fatto a Skiatos l’anno scorso.
Montiamo le vele e prepariamo la barca per la partenza di domani. Abbiamo finalmente fatto montare il nuovo avvolgifiocco e tutto sembra in ordine. Ho anche sostituito la pompa di sentina con una provvista di girante anziché rimetterne un’altra a membrana che, come le altre, si sarebbe rovinata presto.
L’impianto elettrico è invece carente. Non funzionano le luci di posizione, ma non prevediamo navigazioni notturne. I preventivi fattici fare dal cantiere, diretto da una energica, mascolina, turca ci sono sembrati cari, improntati sul concetto “hai una barca, puoi pagare”.. Anche il genoa avrebbe bisogno di qualche rinforzo dove il coprisole blu mostra qualche scucitura. Ma non c’è tempo ora per i piccoli lavori. Oppure dovremmo ridurre i giorni di crociera. La scelta è sempre la stessa: se non ne va della sicurezza si parte al più presto.
Mentre le “ragazze” (rimangono sempre “le ragazze” nonostante gli anni passino) dormono ancora in albergo. Gino ed io, attraccati al molo, ci lasciamo dondolare in barca.



24 maggio Bodrum-Cnidos. 27 miglia

I
l tempo si mantiene bello. Siamo partiti , al solito non presto, per raggiungere la punta della penisola a sud della profonda insenatura di Kos sulla cui estremità c’è un approdo già visitato negli anni addietro. Procediamo con vento scarso, ma il primo giorno di navigazione lo preferiamo così, un po’ per riprendere confidenza con il mare e la barca, e un po’ per metterla meglio a punto. Cnidos è. interessante sito archeologico. A parte il teatro sulla riva del mare e alcune colonne e muri di edifici pubblici, dell’antica città sono evidenti solo i terrazzamenti su cui sorgevano le case di abitazione, certamente di legno. Era provvisto di due porti, quello militare a nord (di cui restano ben visibili bastioni di ingresso) e quello commerciale a sud, protetto dal meltemi e più ampio. In una immersione, anni addietro, scoprimmo a tre metri di profondità, i resti lignei di una antica imbarcazione riempita di calcestruzzo ( probabilmente facente parte di un molo) secondo un’usanza già in auge ai tempi di Claudio il quale, nel realizzare il porto di Ostia, usò nello stesso modo la nave fatta costruire da Caligola per il trasporto dall’Egitto, dell’obelisco che si trova oggi in piazza S.Pietro.
Passando davanti alla punta del promontorio di Tropio, caro ad Apollo, dietro il quale si trova il nostro approdo, vediamo semisommerso i resti di un cargo ‘andato a scogli’.
Qui davanti nel 434 a.C. si svolse un’aspra battaglia navale: la flotta spartana al comando di Peisandro fu distrutta dalla flotta persiana comandata dall'ateniese Conone. Chissà quanti relitti giacciono ancora sul fondo.
Attracchiamo all’inglese al molo nuovo che ha sostituito quello traballante esistente in precedenza.
Ci viene incontro una vecchia conoscenza, da noi già soprannominato Turcoilcorto, proprietario della taverna alla radice del molo e del molo stesso. Naturalmente non può ricordarsi di noi, ma fa finta di averci visti da poche settimane e ci saluta con grandi manifestazioni di amicizia (pensando probabilmente all’incasso degli undici euro di ormeggio e alle aragoste che spera di servirci questa sera). Vuole assolutamente abbracciare Gerlinde, che chiama ripetutamente ‘meine Liebe’, mentre “la ragazza” cerca disperatamente di sottrarsi, inutilmente, dalle turchesche effusioni.
L’ingresso agli scavi è diventato anche a pagamento e non ci viene concesso neppure di fare delle passeggiate lungo i suoi confini chiusi da una rete metallica. Ad ogni tentativo di sgranchirci le gambe il guardiano, che sembra un militare, ci richiama con il fischietto. Così lo spazio “disponibile” si riduce a poche decine di metri intorno alla taverna e questo ci indispettisce molto e ci fa disamorare di un approdo che, in passato, ci aveva affascinato anche per la sua libertà di movimento dentro la zona archeologica, ricca di storia e di “coccetti”. Qui fu ritrovata la Venere di Cnidos, oggi ai musei Vaticani . Fu patria dell’architetto Sostrato.che edificò un’altra delle Sette Meraviglie dell’antichità, il faro di Alessandria.
Si cena, senza aragoste, alla taverna assieme a diversi altri equipaggi. Prezzi “europei”. Poi in cuccetta. Domani la tratta sarà breve.


Dalla costa turca a Tilos

lunedì 25 maggio 2009

25 maggio 2009 -Cnidos – Isola di Tilos (Grecia). 16 miglia.

L
asciamo la Turchia senza aver fatto le pratiche di uscita, con l’intenzione di rientrare per portare la barca a Marmaris per i lavori in coperta. Non sarebbe permesso incrociare tra Grecia e Turchia senza fare ogni volta il transit-log in Turchia, ma confidiamo nella improbabilità di venire scoperti. Così dopo poche miglia ammainiamo la bella bandiera di cortesia turca per innalzare quella greca dai colori più tenui, bianco e celeste, che ricordano i colori delle case e del mare di questa terra.
Anche oggi il vento è debole e procediamo dolcemente, ma la tratta è breve e non abbiamo fretta.
Sul vecchio portolano –non ufficiale- che abbiamo a bordo è indicato na sola banchina alla quale attraccano i traghetti, ma all’arrivo scorgiamo un molo di sopraflutto e un vistoso cartello ‘no anchor’ che ci avvisa che il porticciolo è provvisto di trappe. Veniamo accolti da una ‘portolana’, alias ‘donna del porto’ , che ci porge una cima e ci invita a presentarci, con comodo, alla capitaneria di porto per la registrazione dell’ arrivo. L’ormeggio è gratuito. Livadia, il paese a mare, è piccolo e gradevole. La baia, in fondo alla quale si distende, è ampia e ben protetta. Tutt’intorno alte colline ovunque marcate da antichi terrazzamenti. Oltre al porticciolo il paese offre una stradina lungo la spiaggia di ciottoli su cui si affacciano basse costruzioni adibite a taverne e qualche microscopico bar,
alcune sdraio al sole o sotto l’ombra di secolari tamerici, alcuni negozi di alimentari e una piazzetta ombreggiata occupata dalle seggiole di tre kafenion. Si avverte subito che le frequentazioni turistiche sono limitate ed elitarie. Una piccola colonia di inglesi, molti dei quali proprietari, vive per molti mesi l’anno su questa isola. Tutti si conoscono e si salutano.
Abbiamo bisogno di una nuova valvola-erogatrice per la bombola del gas. E’ la prima avaria di questa crociera. Ma qui in paese non se ne trovano. Ci indicano un negozio nell’altro centro dell’isola che si chiama Megalochorio. Con l’unico taxi di Tilos raggiungiamo questo centro, che, a dispetto del nome, è un piccolo paese di case bianche a mezza costa di un monte sulla cui vetta si intravedono i resti di un Kastro veneziano. Nel Supermarket, che nel nome è in linea con la mania di grandezza di questi abitanti, e che nella realtà è un piccolo negozio un po’ disordinato, troviamo effettivamente l’oggetto desiderato, altrimenti raro.

Tilos 26 maggio 2009. Tilos.

D
opo la colazione consumata al caffè del porto prendiamo un’auto a noleggio e torniamo a Megalochorio. Una passeggiata esplorativa tra i vicoli deserti del paese ci conduce all’ingresso, chiuso, di un piccolo museo che conserva i resti di elefanti nani scomparsi in epoca preistorica.). Della scoperta di questi elefanti ne avevamo già sentito parlare al porto da un signore italiano, scambiato sulla prime da una delle “ragazze” per un procacciatore d’albergo con una buona conoscenza della lingua, in realtà chirurgo in pensione, residente per alcuni mesi l’anno a Livadia, il quale attribuiva la loro scomparsa allo tzunami originato dall’esplosione del vulcano di Santorini avvenuta 3.500 anni fa. I resti di quaranta di questi minuscoli pachidermi (misuravano 1,50 metri di altezza) sono stati trovati in una grotta ad alcune centinaia di metri di quota sul mare. Riteniamo inverosimile che l’onda di tzunami abbia raggiunto tale altezza. Anche il periodo della loro esistenza ( ne sono stati rinvenuti scheletri anche sull’isola di Cipro ) è ben più antico.
Torniamo a Livadia e ceniamo in taverna.

Tilos 27 maggio 2009

O
ggi si è alzato il vento. Siamo pigri e non abbiamo voglia di affrontare il mare anche se non è affatto agitato. Meglio cercarci una spiaggia tranquilla e farce una grigliata di pesce. Gino, il nostro interprete privato, va a trattarne l’acquisto da una barca di pescatori appena giunta in porto. Prendiamo una macchina a nolo e raggiungiamo una spiaggia sul lato ovest dell’isola. Siamo sottovento ed il mare è calmo.
La spiaggia è sabbiosa,
lunga, praticamente deserta, confortata da diversi tamerici che ci assicurano l’ombra.
Con relitti trovati sulla spiaggia il nostro Gino crea un tavolo e dei sedili, invero non molto comodi, ma almeno pratici. Il pesce viene pulito sulla riva, nell’acqua bassa, e un gran numero di pesciolini vengono a pasteggiare intorno alle nostre mani.
Quella di pulire il pesce nell’acqua di mare è un’operazione che esalta la gioia di essere qui, in questo mare e tra queste amate isole dell’Egeo. Ogni volta che .ci è possibile, comunque almeno una volta durante la crociera, ripetiamo questo rito della grigliata su una spiaggia deserta.
Un vento delicato, proveniente da terra, accarezza la nostra pelle mentre scivoliamo nel sonno post-prandiale distesi sotto i tamerici.
Tornando a Livadia, che dista solo una diecina di chilometri, vorremmo visitare Paleochorio, un villaggio in rovina abbandonato molti anni addietro, ma sbagliamo strada e ci inerpichiamo per un sentiero asfaltato, largo appena quanto basta per consentire il passaggio di un auto, sempre al bordo di dirupi inquietanti. Non c’è possibilità di tornare indietro e siamo costretti a percorrerlo tutto fino a raggiungere, sul sommo, dei ripetitori telefonici. Qui c’è la possibilità di tirare un sospiro di sollievo e di diventare disponibili ad ammirare lo splendido panorama intorno e sotto di noi. Il monte è ricoperto di tondeggianti cespugli di timo che profuma l’aria di mediterraneo e il mare si estende fino a lontane isole. La costa è uno scenario di alte scogliere e di insenature. Siamo noi e la natura; soli nel mondo. Il ritorno è altrettanto a batticuore, e quando, infine, scorgiamo dall’alto il porticciolo e individuiamo la nostra barca, solo allora ci lasciamo andare nuovamente alla conversazione.
A sera, sulla piazzetta dei caffè, prendiamo un gelato. Sono qui radunati gli ospiti fissi di quest’isola. Ovunque si sente parlare inglese.

da Tilos a Nisiros

giovedì 28 maggio 2009

28 maggio 2009. Tilos.

R
estiamo ancora un giorno su quest’isola. Il vento è ancora fastidioso e le ragazze, abituate da sempre a navigare con poco vento, grazie all’intercessione di Poseidone, preferiscono oziare qui. Nell’antichità suoi abitanti, insieme a quelli di Rodi, fondarono in Sicilia la colonia di Gela. Ma per rimanere in tema mitologico: Tilos era nipote dell’insegnante del piccolo Zeus durante la sua educazione a Creta. Egli trovò qui delle erbe miracolose che guarirono la sua madre ammalata ed egli, per riconoscenza, edificò un tempio ad Apollo e a Poseidon. Del tempio non vi è traccia, ma ci sono prove archeologiche che Minoici, e Cretesi si siano insediati qui intorno al 1500 Avanti Cristo. Dopo gli ateniesi, i romani fu dominio dei Cavalieri di Rodi, e poi successivamente dei turchi. Gli abitanti locali furono costretti a ritirarsi a vivere sulle montagne, per sfuggire agli attacchi dei pirati ed alle scorrerie dei Turchi, e non si sono più mossi dai monti fino al diciannovesimo secolo. Dopo trentatre anni di occupazione italiana, nel 1946 tornò ad essere greca.





29 maggio 2009.Tilos-Nysiros. 18 miglia.

I
l tempo si mantiene bello. Il vento di ieri è calato e quando usciamo dalla baia di Livadia lo troviamo di prua. Siamo costretti ad andare a motore. Nysiros si vede chiaramente davanti a noi con il suo profilo di vulcano. Subito dietro la lunga costa di Kos. Al nostro traverso, a dritta, il promontorio di Cnidos.
La costa di Nysiros è ovunque fortemente decliva, con rare spiagge di sabbia o ciottoli neri. A differenza di Tilos la vegetazione arborea è piuttosto presente con una sorta querce di modesta altezza, ma dalle ghiande molto grandi.
Passiamo davanti ad un porticciolo, Paloi, che ospita diverse barche a vela, ma proseguiamo, seguendo le informazioni del nostro portolano, verso il porto di Mandraki dove attraccano i traghetti, a circa un miglio e mezzo più a nord. Ormeggiamo sull’ancora. Solo altre due barche vicino a noi.
Nysiros è un vulcano spento con attività di fumarola ed è meta di numerosi visitatori che arrivano da Kos, distante un’ora di traghetto. Noleggiamo una macchina e saliamo fin sul bordo dell’ampio cratere. Sotto di noi si apre una pianura che assomiglia, in piccolo, a quella di Ngoro Ngoro, solo che al posto di esotici animali ci sono capre inselvatichite che fuggono al nostro passaggio. Una baracca, con funzioni di bar e rivendita di souvenir, ci conforta con fredde bevande. Un ripido sentiero polveroso conduce alla parte più bassa ed attiva del cratere. Ovunque piccole fumarole ed odore di zolfo. Al centro della spianata alcuni grandi fori borbottanti lasciano intravedere del fango in ebollizione.
Risaliamo sul bordo del cono per raggiungere il paesino di. Nikia. Qui veniamo avvicinati da un anziano, ma ben conservato paesano che in un discreto italiano ci racconta la storia sua vita e della sua famiglia. Sua madre, morta centenaria, ricordava ancora il periodo della dominazione turca dell’isola. Tanti fratelli e tanti figli da costituire buona parte della popolazione del minuscolo paese. Raggiungiamo dopo pochi passi la piazzetta centrale raccolta tra la chiesa, un kafenion e una taverna. Il tutto è di dimensioni modeste. Seduti al tavolino del caffè beviamo un bicchiere di vino e ci lasciamo andare alla gradevolezza di questa Grecia ancora genuina. Dai margini del paese lo sguardo spazia alto sulla caldera e sul mare, Si intravede all’orizzonte l’isola di Astipalea e la vicinissima Tilos. Scenari bellissimi e unici che ci fanno pensare a quanto siamo fortunati a poterne godere così, ad un paio d’ore d’aereo da casa, lontani dalla calca e dalla piattezza delle località alla moda.
Torniamo a Mandraki. Il paese si allunga sulla costa nord dell’isola. La strada, che costeggia il mare ed è protetta da una scogliera artificiale subito a ridosso, è ricca di modeste taverne. Ne scegliamo una che ci sembra la più genuina e mangiamo accompagnati dal rumore delle onde che si frangono un paio di metri più in basso.

da Nisiros a Kos

sabato 30 maggio 2009

30 maggio 2009. Nysiros- Kos- 20 miglia.
L

asciamo l’isola con un leggero vento al giardinetto, che ci fa scivolare dolcemente verso Kos, Passiamo davanti al bianco isolotto di Gyali, una vera montagna di pomice sfruttata come cava
Poco dopo raggiungiamo il conetto vulcanico di Spongili, che sorge, ripido, dal mare superato il quale il vento cessa di spingerci. Da questo momento si procede a motore fino alla punta orientale dell’isola di Kos. Qui. per l’effetto Venturi, il vento rinforza e discende lo stretto tra l’isola e la costa turca che dista solo sei miglia. La marina di Kos è di recente realizzazione grande ed accogliente, provvista dei servizi essenziali rinunciando a quelli superflui, come, ad esempio la palestra fitnes di Bodrum o la piscina di Kusadasi. Trascorriamo il tardo pomeriggio in città dove ceniamo.

31 maggio 2009. Kos

O
ggi Gino riparte e ci lascia con grandi saluti dal taxi che lo accompagna all’aeroporto. Siamo rimasti senza il nostro interprete, ma soprattutto senza l’allegra disponibilità con cui anima la tradizionale settimana di crociera con le “ragazze”. Per la lingua ci arrangeremo con le modeste conoscenze di greco dello skipper, cioè dello scrivente, ma la compagnia del nostro amico ci mancherà. L’ufficiale di marina preposto ai controlli delle imbarcazioni in entrata ci ha convocati per adempiere ad una serie di formalità burocratiche. In tutti questi anni trascorsi navigando in Grecia è la prima volta che subiamo un simile controllo. Siamo così costretti a recarci al porto per i visti di entrata.
Kos è troppo turisticizzata –soprattutto da scandinavi- per essere gustata da noi, ma è molto interessante. La capitale, omonima, dotata di un bel porto, base di numerosi caicchi, protetto dalle vecchie mura di una castro gerolosomitiano , è ricca di rovine antiche che affiorano da pochi metri di profondità. Kos dette i natali a Ippocrate e di lui, in un parco, è una bella scultura in bronzo che lo raffigura mentre dispensa il suo sapere ad un gruppo di concittadini. Esiste anche un centenario platano sotto la cui ombra, si dice, insegnasse ai discepoli l’arte della medicina. L’impronta del governatorato italiano è evidente nell’edilizia importante. Una bella piazza con un mercato della frutta e delle spezie, è ornata anche di una piccola moschea con immancabile minareto a testimonianza anche dell’occupazione turca. Stradine piene dei soliti negozi di souvenir, qualche locale chiassoso, ovunque trattorie.
Prendiamo un’auto e andiamo alla scoperta dell’isola. E’ interessante, ma non entusiasmante. Dall’alto di un borgo di montagna, seduti a tavola sul balcone di una taverna del borgo di Zia, ammiriamo un bel panorama di mare e di isole. Dovremmo essere abituati, ormai, a tali scenari, ma non è così. Ogni volta l’animo si apre alla bellezza di questo mare Egeo. Davanti a noi una collana di isole: Pserimos e subito dietro Kalimnos, l’isola delle spugne, poi Leros e, infine, appena visibile, Lipsi.
Tornando ci fermiamo a visitare i resti dell’Esculapion, il “policlinico” dell’antichità. A parte l’impostazione monumentale del complesso, i resti archeologici sono scarsi.



1° giugno 2009- Kos

L
e “ragazze” tornano a casa, l’una a Roma, l’altra a Vienna. Rimango solo, in attesa del nuovo equipaggio formato da Marzia e il piccolo Sebastian. Occupo il tempo andando alla ricerca di una cucina basculante con forno in sostituzione di quella vecchia e scassata. Quest’anno è l’anno dei rinnovamenti sulla gloriosa Gattadapelare. Ho anche un nuovo copriranda con tanto di nome della barca che monto per far bella figura con Marzia quando arriverà domani.. La cucina non c’è subito. Arriverà tra qualche giorno in concomitanza con il nostro rientro a Kos per raccogliere Gianfranco.
Mi reco di nuovo all’ufficio della capitaneria di porto a consegnare i visti di entrata. L’ufficiale di marina mi fa firmare alcune carte e mi invita ad andare in città a pagare una sorta di tassa di stazionamento di 29 euro. L’ufficio delle imposte in cui mi reco assomiglia in tutto e per tutto ad uno italiano di un piccolo centro. La frase continuamente ripetuta dai greci quando ti conoscono “stessa faccia stessa razza” potremmo sostituirla con “stesso ufficio stessa razza” Trascorro il resto della la giornata a fare lavoretti alla Gatta.

2.giugno 2009. Kos

T
orno all’ufficio della Capitaneria dove esibisco la ricevuta dell’avvenuto pagamento. L’ufficiale mi consegna un documento su cui dovrò far timbrare in ogni porto l’arrivo della barca con la craw-list aggiornata. Mi viene a mancare uno dei credi con cui ho navigato felice per tutti questi anni, quello della libertà da vincoli burocratici, controlli fiscali, e quanto altro inventato per amareggiare il diportista.
In cuor mio mi sento già un ribelle anarchico. Non credo che mi “ricorderò” di adempiere alle formalità indicatemi.
Nel pomeriggio arriva Marzia con il piccolo Sebastian di anni quattro che appena salito a bordo critica lo stato di manutenzione del teak in coperta. E’, dunque,giunta l’ ora che si facciano i tanto a lungo programmati lavori. L’idea è quella di arrivare a Marmaris, in Turchia, dove abbiamo un contatto, ma a Kos ci hanno proposto, a prezzo molto conveniente, un altro materiale – praticamente del sughero compresso- abbastanza simile al teak e montato anch’esso a listelli con i comenti di gomma. Vorrei saperne di più su questo materiale e rimando la decisione a più tardi. Il preventivo fatto a Bodrum era molto più caro, ma probabilmente più economico dello stesso lavoro fatto eseguire in Italia.
La giornata viene trascorsa girando per Kos.

da Kos a Tilos

mercoledì 3 giugno 2009

3 giugno 2005- Kos

Q
uesta mattina eravamo pronti a partire, ma appena fuori del porto abbiamo incontrato un forte vento contrario che ci ha fatto tornare indietro dopo poche miglia.
Altra giornata trascorsa bighellonando per la città.


4 giugno 2005 -Kos – Kormen (Turchia) – 16 miglia

30 maggio 2009. Nysiros- Kos- 20 miglia.
L

asciamo l’isola con un leggero vento al giardinetto, che ci fa scivolare dolcemente verso Kos, Passiamo davanti al bianco isolotto di Gyali, una vera montagna di pomice sfruttata come cava
Poco dopo raggiungiamo il conetto vulcanico di Spongili, che sorge, ripido, dal mare superato il quale il vento cessa di spingerci. Da questo momento si procede a motore fino alla punta orientale dell’isola di Kos. Qui. per l’effetto Venturi, il vento rinforza e discende lo stretto tra l’isola e la costa turca che dista solo sei miglia. La marina di Kos è di recente realizzazione grande ed accogliente, provvista dei servizi essenziali rinunciando a quelli superflui, come, ad esempio la palestra fitnes di Bodrum o la piscina di Kusadasi. Trascorriamo il tardo pomeriggio in città dove ceniamo.

31 maggio 2009. Kos

O
ggi Gino riparte e ci lascia con grandi saluti dal taxi che lo accompagna all’aeroporto. Siamo rimasti senza il nostro interprete, ma soprattutto senza l’allegra disponibilità con cui anima la tradizionale settimana di crociera con le “ragazze”. Per la lingua ci arrangeremo con le modeste conoscenze di greco dello skipper, cioè dello scrivente, ma la compagnia del nostro amico ci mancherà. L’ufficiale di marina preposto ai controlli delle imbarcazioni in entrata ci ha convocati per adempiere ad una serie di formalità burocratiche. In tutti questi anni trascorsi navigando in Grecia è la prima volta che subiamo un simile controllo. Siamo così costretti a recarci al porto per i visti di entrata.
Kos è troppo turisticizzata –soprattutto da scandinavi- per essere gustata da noi, ma è molto interessante. La capitale, omonima, dotata di un bel porto, base di numerosi caicchi, protetto dalle vecchie mura di una castro gerolosomitiano , è ricca di rovine antiche che affiorano da pochi metri di profondità. Kos dette i natali a Ippocrate e di lui, in un parco, è una bella scultura in bronzo che lo raffigura mentre dispensa il suo sapere ad un gruppo di concittadini. Esiste anche un centenario platano sotto la cui ombra, si dice, insegnasse ai discepoli l’arte della medicina. L’impronta del governatorato italiano è evidente nell’edilizia importante. Una bella piazza con un mercato della frutta e delle spezie, è ornata anche di una piccola moschea con immancabile minareto a testimonianza anche dell’occupazione turca. Stradine piene dei soliti negozi di souvenir, qualche locale chiassoso, ovunque trattorie.
Prendiamo un’auto e andiamo alla scoperta dell’isola. E’ interessante, ma non entusiasmante. Dall’alto di un borgo di montagna, seduti a tavola sul balcone di una taverna del borgo di Zia, ammiriamo un bel panorama di mare e di isole. Dovremmo essere abituati, ormai, a tali scenari, ma non è così. Ogni volta l’animo si apre alla bellezza di questo mare Egeo. Davanti a noi una collana di isole: Pserimos e subito dietro Kalimnos, l’isola delle spugne, poi Leros e, infine, appena visibile, Lipsi.
Tornando ci fermiamo a visitare i resti dell’Esculapion, il “policlinico” dell’antichità. A parte l’impostazione monumentale del complesso, i resti archeologici sono scarsi.



1° giugno 2009- Kos

L
e “ragazze” tornano a casa, l’una a Roma, l’altra a Vienna. Rimango solo, in attesa del nuovo equipaggio formato da Marzia e il piccolo Sebastian. Occupo il tempo andando alla ricerca di una cucina basculante con forno in sostituzione di quella vecchia e scassata. Quest’anno è l’anno dei rinnovamenti sulla gloriosa Gattadapelare. Ho anche un nuovo copriranda con tanto di nome della barca che monto per far bella figura con Marzia quando arriverà domani.. La cucina non c’è subito. Arriverà tra qualche giorno in concomitanza con il nostro rientro a Kos per raccogliere Gianfranco.
Mi reco di nuovo all’ufficio della capitaneria di porto a consegnare i visti di entrata. L’ufficiale di marina mi fa firmare alcune carte e mi invita ad andare in città a pagare una sorta di tassa di stazionamento di 29 euro. L’ufficio delle imposte in cui mi reco assomiglia in tutto e per tutto ad uno italiano di un piccolo centro. La frase continuamente ripetuta dai greci quando ti conoscono “stessa faccia stessa razza” potremmo sostituirla con “stesso ufficio stessa razza” Trascorro il resto della la giornata a fare lavoretti alla Gatta.

2.giugno 2009. Kos

T
orno all’ufficio della Capitaneria dove esibisco la ricevuta dell’avvenuto pagamento. L’ufficiale mi consegna un documento su cui dovrò far timbrare in ogni porto l’arrivo della barca con la craw-list aggiornata. Mi viene a mancare uno dei credi con cui ho navigato felice per tutti questi anni, quello della libertà da vincoli burocratici, controlli fiscali, e quanto altro inventato per amareggiare il diportista.
In cuor mio mi sento già un ribelle anarchico. Non credo che mi “ricorderò” di adempiere alle formalità indicatemi.
Nel pomeriggio arriva Marzia con il piccolo Sebastian di anni quattro che appena salito a bordo critica lo stato di manutenzione del teak in coperta. E’, dunque,giunta l’ ora che si facciano i tanto a lungo programmati lavori. L’idea è quella di arrivare a Marmaris, in Turchia, dove abbiamo un contatto, ma a Kos ci hanno proposto, a prezzo molto conveniente, un altro materiale – praticamente del sughero compresso- abbastanza simile al teak e montato anch’esso a listelli con i comenti di gomma. Vorrei saperne di più su questo materiale e rimando la decisione a più tardi. Il preventivo fatto a Bodrum era molto più caro, ma probabilmente più economico dello stesso lavoro fatto eseguire in Italia.
La giornata viene trascorsa girando per Kos.

L
asciamo la marina di Kos diretti a Cnidos, ma appena fuori dello stretto il vento che mentre lo discendevamo era al giardinetto, è girato e si è messo proveniente dalla direzione di rotta. Così per non affrontare diverse miglia bolinando lo manteniamo al traverso e dirigiamo su un approdo sulla costa turca. Il portolano ce lo mostra come un ancoraggio sicuro, ma non ci racconta nulla sulle sue caratteristiche di accoglienza. Quando dopo un paio d’ore di navigazione arriviamo scopriamo un lungo frangiflutti dietro il quale, alla sua radice, una taverna semplice e invitante spinge i tavolini quasi fino al bordo del molo di attracco. Ci sono altre tre barche ed un caicco. Intorno nessuna casa. Per prendere un gelato ci incamminiamo per una lunga strada asfaltata che sembra non portare in alcun posto. Qualche rara casa, ma nessun paese in vista. Dopo un paio di chilometri troviamo una sorta di negozio-bar e, accaldati, decidiamo di non andare oltre. La proprietaria siede fuori ed è occupata a lavorare all’uncinetto con un vago sorriso sul volto; arriva una vecchina e le due iniziano a parlare tra di loro. Lingua incomprensibile quella turca, tale da ricordarmi l’espressione “ma che parlo turco ?” che si usa quando si vuol rimproverare un bambino che non vuole ubbidire.Un ragazzino ci osserva protetto dal tronco di un alberello, un gruppetto di donne, con le loro camicione colorate e le ampie brache, che comunque non nascondono il corpo tozzo, si fermano e intervengono nella conversazione. Noi osserviamo tutto ciò e non ci sentiamo a casa, come, invece, accade quando siamo in Grecia, dove, pur non capendo che poche parole, ci sentiamo affratellati dalla “stessa faccia”.
La taverna deve essere ben nota nella regione e frequentata da VIP locali. Infatti arrivano per la cena personaggi s

da Kormen (Turkia) a Nisiros

venerdì 5 giugno 2009

La taverna deve essere ben nota nella regione e frequentata da VIP locali. Infatti arrivano per la cena personaggi salutati con deferente rispetto dal proprietario. Forse “pezzi da novanta ?”
Mangiamo ad un tavolo di fronte alla barca e paghiamo un conto esagerato. Questa Turchia non è più quella di una volta !


5 giugno 2009- Kormen-Tilos. 25 miglia.

S
i torna in Grecia. Lasciamo l’approdo di Kormen in prima mattinata con un mare assolutamente calmo. La costa turca che ci sfila a poche centinaia di metri sulla sinistra è montagnosa e disabitata. Molto bella ! La solita parata di isole ovunque volgiamo lo sguardo. Tilos e Nysiros davanti, Kos sulla destra. E poi, superato il promontorio di Tropio, dietro i quale si nasconde Cnidos, ecco sulla sinistra comparire, lontana, Simi e più spostata a ovest il profilo di Rodi. Alziamo la randa per cogliere un po’ di aria, ma il motore rimane acceso. Sebastian, quattro anni, con occhialini da sole specchiati, bandana, braccia dietro la testa, gambe accavallate è sdraiato nel pozzetto e pare apprezzi molto la navigazione. Ha imparato a fare il nodo semplice ed è orgoglioso di poter mostrare al papà, quando arriverà, le nozioni di nautica apprese. Ne faremo un buon marinaio. Avvicinandoci a Tilos il vento rafforza un poco e proviene di gran lasco, il che ci permette di andare a vela, seppure lentamente.
Racconto a Marzia di aver conosciuto nella precedente sosta a Tilos un medico di Arezzo e le sovviene di averne sentito parlare da un amico comune. Sarà la stessa persona?.A Tilos, casualmente, si trova in questi giorni Astrid, una amica di Marzia, già conosciuta a Lipsi.
Ormeggiamo come al solito nel piccolo, accogliente, porto di Livadia e passiamo alcune ore sulla spiaggia ghiaiosa bagnandoci in un’acqua trasparente e fresca.
Più tardi incontriamo Astrid di ritorno da una gita in barca intorno all’isola. Astrid, svedese, di nascita e di aspetto profondamente innamorata del sole e del mare mediterraneo, appena gli impegni di lavoro e di vita glielo consentono gira per le isole greche dove stringe sempre nuove amicizie. Ed infatti ci presenta John, un inglese alto e asciutto, proprietario di una casa a mezza costa, raggiungibile solo a piedi, (ansimando in silenzio per non darla vinta al figlio di Albione), da cui si ammira un bel panorama sul golfo.
Incontriamo nuovamente il medico italiano e scopriamo effettivamente che è amico di amici comuni e, per rendere ancora più strano il gioco del caso, anche il medico curante di un parente di Astid.
Si cena tutti in una taverna di fronte al mare, dove, passando, avevamo visto una capra girare allo spiedo.

6 giugno 2009. Tilos-Nysiros. 18 miglia

G
attadapelare è diventata come un di quelle barche adibite alle gite turistiche. Ritorna a Nysiros (e non sarà l’ultima volta) Ma quest’isola è comoda per spezzare la tratta per Kos, dove dopodomani arriverà Gianfranco con Maja.
Oggi il vento, debole, è contrario. Sono giorni che soffia da ovest. Il mare è mosso e lo affrontiamo, a motore, di prua. Sebastian continua a trovarsi completamente a suo agio a bordo.
Questa volta andiamo ad ormeggiare nel porticciolo di Paloi che avevo avuto osservato guardare dall’alto della strada che conduce al cratere in occasione del precedente approdo a Nysiros. Mi era sembrato molto buono, sicuramente migliore di quello di Mandraki, poco protetto dai venti del primo e secondo quadrante. Questo porto accoglie numerose imbarcazioni e diverse sono le taverne che si affacciano sull’ampio piazzale. I negozi, invece, mancano. Niente acqua in banchina (ancora), niente carburante, ma ci sono le colonnine con le prese per la corrente. Non troviamo un’auto a noleggio conveniente, e non troviamo simpatico l’esercente, quindi mi offro di andare a piedi a Mandraki (sette km) sperando, però, su un passaggio in macchina. Confido molto sulla disponibilità del greci ed infatti non rimango deluso. Al primo tentativo vengo raccolto da un’anziana coppia di paesani con la quale ingaggio una zoppicante conversazione. Non manca subito la dichiarazione “una faccia, una razza” che è la variante di “stessa faccia stessa razza” .
Mi piacciono i greci; li sento sinceramente nostri amici, nonostante la nostra aggressione bellica del novembre 1940.
All’autonoleggio Panos, di cui ormai mi considero vecchio cliente, vengo a sapere che ne esiste un altro a Paloi. Non lo avevo visto, ma sarà comodo per lasciarci l’auto questa sera.
Andiamo nel cratere per mostrarlo a Sebastian, poi risaliamo per andare al borgo di Nikia. Voglio nuovamente rivedere la piazzetta e condividerle con Marzia la ‘grecità’ del luogo. Ed infatti, seduti ad un tavolino del kafenion sono tre uomini ed una donna. Sono gente del posto; si conoscono da una vita, eppure hanno qualcosa ancora da raccontarsi. Pacatamente, con grandi pause, parlano a turno e ogni tanto ridono per qualche aneddoto, chissà quante volte ripetuto in altri simili incontri.
Uno di loro ci rivolge la parola in un arrugginito italiano, retaggio della frequentazione della scuola elementare durante il periodo in cui il Dodecanneso faceva parte dell’Impero italiano. Veniamo a sapere che nella spianata dentro il cratere era approntato un piccolo aeroporto. Ci racconta anche storie divertenti e tragiche della guerra, quando soldati tedeschi e italiani, alleati, occupavano il paese e come si ubriacavano col vino “fabbricato” da un greco intraprendente. E poi, dopo l’8 settembre, i giorni tragici degli scontri tra gli ex-alleati. Racconti simili li avevo già ascoltati anni fa a Leros e si rinnova così la consapevolezza che queste isole e questi mari, da noi “gattonauti” così amati, furono per altri, in altri momenti, luoghi di sofferenza e di morte.
Tornando andiamo a visitare un altro minuscolo borgo, Emborios, dall’altra parte del cratere. Poche case, nessuno per la via, e una stupenda vista sul fondo del cratere, dalla taverna nella quale abbiamo consumato da bere. C’è anche una grotta-sauna, come a Pozzuoli. Sebastian ne è impressionato.
Si cena alla stessa taverna dove ero già stato la prima volta con il primo equipaggio di questa crociera. Stessa atmosfera e medesimo rumore di onde sulla scogliera. Nel buio si intravedono le luci di Kos.

Nisiros-Kos-Tilos

sabato 6 giugno 2009

6 giugno 2009. Nysiros-Kos. 20 miglia.

P
artiamo senza vento ripercorrendo una rotta già nota. Come al solito, entrati nello stretto tra Kos e la costa turca, incontriamo vento contrario. Facciamo lo slalom tra un gruppo di serfisti in regata, che suscitano l’interesse del piccolo mozzo, e raggiungiamo poco dopo l’ingresso della marina.
La cucina basculante è arrivata, L’inbarco e la stivo a prua assieme alla tazza del cesso in attesa di trovare il tempo per montarle. E’ divertente che due oggetti creati per soddisfare opposte necessità siano legati allo stesso destino.
Arriva Gianfranco con la piccola Maja, cinque anni ma già veterana di Gattadapelare. Dopo la gioia dell’incontro tra i due fratellini, Sebastian si atteggia a esperto e spiega alla sorella ed al papà come comportarsi in barca.
Dopo la serata in città si torna a dormire nella Gatta. Domani si riparte.

7 giugno 2009. Kos- Tilos. 30 miglia

P
artiamo con l’intenzione di raggiungere Cnidos. Non spira un alito di vento. Usciti dallo stretto il mare è totalmente sprovvisto di increspature. Cì sono le condizioni per un bagno al largo e propongo una sosta con grande entusiasmo dell’equipaggio. Lego una cima gallegiante con dei nodi ‘ad asola’ ogni due metri e per primo scendo in acqua dalla scaletta. Mi segue Gianfranco ed i bambini -loro provvisti di braccioli- mentre la mamma resta in barca per ogni evenienza. Fare il bagno al largo è un’esperienza eccitante e un po’ inquietante. Quando si guarda ‘sotto’ lo sguardo non si spinge oltre un intenso blu, dentro il quale la fantasia immagina vaghi pericoli ancestrali, Le gambe vengono mantenute in superficie perché ‘chissà cosa potrebbe toccarle là sotto’. Insomma una volta entrati in mare si ha voglia di riuscirne presto. I bambini, non toccati da certe ubbìe, si divertono distesi.
Cambiamo idea e decidiamo di arrivare a Tilos per avere un giorno da trascorrere sull’isola facendo pic-nic in spiaggia; passiamo. comunque, davanti al promontorio di Cnidos per mostrare ai bambini il relitto della nave.
Nell’ultima parte del viaggio, quando siamo a ridosso dell’isola, incontriamo il vento, moderato e di lasco che, finalmente, ci ricorda che siamo su un veliero.


8 giugno 2009. Tilos.

C
i rechiamo alla stessa spiaggia e nello stesso posto dove sono stato con Gino e le “ragazze”.
Il rudimentale tavolo e i sedili costruiti da Gino sono ancora al loro posto. La spiaggia, profonda e lunga, è deserta, Una dolce brezza ci accarezza ed il mare è vagamente increspato. Un luogo ed un momento idilliaco, ma non raro per noi, fortunati “gattonauti” che, seppure con una vecchia e problematica barca, elargitrice di quotidiane avarie, navighiamo in questo mare a approdiamo, come Ulisse, su tante isole Ogigia dove vorremmo essere prigionieri per tempi indefiniti.
Ci si bagna in un’acqua trasparente e corroborante, e amica.
Non abbiamo trovato pesci da comprare e grigliare e dobbiamo ripiegare su pallide trance di pollo.
Ma il cibo, aromatizzato dalla brace e accompagnato da fredda retzina, è, comunque, mangiato con gusto..
Mentre ascoltiamo struggenti melodie dalla calda voce di Alexiou -la nostra cantante greca più amata- scivoliamo dolcemente nel dormiveglia. I bimbi corrono sul bagnasciuga.
Torniamo in paese e trascorriamo il resto della giornata senza fretta e senza altri programmi.


da Tilos a Kos

martedì 9 giugno 2009

9 giugno 2009. Tilos- Nysiros. 18 miglia.

P
er Gattadapelare questa rotta è ormai usuale. E’ la terza volta in pochi giorni che la percorre e sempre nelle stesse condizioni di vento e di mare. Si esce dal golfo di Tilos e si incontra debole vento contrario e onda di prua. Gattadapelare continua a comportarsi bene, quest’anno. Fino ad ora non ci ha dato preoccupazioni. Tutto sembra funzionare.
Ormeggiamo nello stesso porticciolo di Paloi e mentre il resto dell’equipaggio torna a visitare il cratere, che non è stato ancora visto da Maja e dal papà, io mi ingegno a sostituire sia la tazza del cesso che la cucina basculante. Normalmente, quando mi accingo a fare qualche lavoro, incontro delle difficoltà; non sempre ho gli utensili adatti o i ricambi necessari, ma quest’anno è un anno fortunato. Al rientro degli escursionisti comunico con orgoglio che tutte le primarie necessità della ‘ciurma’ possono essere pienamente soddisfatte. Si va a visitare Mandraki. Il paese si distende su due strade parallele al mare, una lungo la riva e l’altra interna, che terminano contro un’alta scogliera dominata da un monastero. Da queste su dipartono brevi stradine secondarie, sulle quali si affacciano case ad uno-due piani il cui portone d’ingresso è posto più alto del livello stradale.Esso si apre su un pianerottolo, variamente ornato con il classico mosaico del Dodecanneso fatto di breccole bianche e nere. Dal pianerottole, normalmente sprovvisto di ringhiere, si scende con ripidi scalini sulla strada. Il tessuto urbano è molto gradevole e giriamo volentieri per i vicoli e le piazzette fino all’arrivo del buio. Si cena alla solita taverna. Nel tornare alla macchina chiediamo informazioni nell’approssimativo greco in nostro possesso ad un trattore (leggi: proprietario di trattoria) che si scopre veneto verace. Simpaticamente ci intratteniamo con lui che ci dà diverse informazioni utili su persone e sui luoghi, indicandoci un bel punto della costa meridionale dove poter fare domani il bagno ed il pic-nic. Non vuole essere pagato per la consumazione e ci lasciamo come vecchi amici. Compriamo lungo la strada due ‘pescioni’ e dei calamari da grigliare il giorno dopo..

10 giugno 2009. Nysiros.

G
iornata di mare vissuta a terra. Seguendo le indicazioni forniteci ieri dal trattore siamo tornati a Nikia e di li discesi al mare. La strada che ci conduce in basso è sufficiente per far passare una macchina ed è un susseguirsi di interminabili tornanti che si srotolano tra cespugli profumati di timo in fiore e di ginestre. Il panorama è stupendo. Tilos è distante da noi un paio di miglia ed il braccio di mare che ci divide è di un azzurro intenso, sulla cui superficie il vento, un poco più intenso nello stretto per l’effetto Venturi, crea momentanee increspature a forma di semiluna, che fuggendo svaniscono. .
Quando, infine, raggiungiamo il fondo troviamo una chiesetta, un paio di modeste costruzioni disabitate e le rovine di altre. Nessun’altra persona sul posto. Qui era l’approdo del paese Nikia, che biancheggia in alto tra i radi alberi di quercia. Infatti un robusto molo chiude al mare un approdo poco profondo, simile ad una piscina, che ci invita a fare il bagno. Un poco più in alto scopriamo una panca ed un tavolaccio sotto l’ombra di un albero e qui organizziamo la brace per grigliare il pesce. Un’altra giornata da ricordare con nostalgia nelle confuse e faticose giornate di città trascorre serena nell’armonia familiare. Tornando alla barca cogliamo ramoscelli di timo.

11 giugno 2009 Nysiros-Kos, 20 miglia.

S
i torna a Kos. Domani ci sarà il cambio d’equipaggio. E’ il momento delle lodi. I piccoli mozzi hanno vissuto questa esperienza in barca con divertita e divertente partecipazione. Sebastian ha eseguito ‘complicati’ nodi marinari, ha osservato con straordinario interesse le operazioni d’ancoraggio: Maja si è arrampicata sull’albero, ha sciolto i parabordi, ha appreso dal fratellino a sollevare le braccia ed incrociare le gambe nell’imitazione del tipico ballo greco (ma, pare, che in realtà tipico non sia). Ambedue si sono comportati da veri ‘gattonauti' e hanno ballato il sirtaki. Il padre, orgoglioso, non ha cessato di commuoversi. Certamente questa esperienza di mare rimarrà impressa nella loro memoria e nei loro cuori e, forse, condizionerà la loro futura esistenza. E’ il più bel regalo che abbiamo potuto fare loro, radicargli nell’animo l’amore per il mare vissuto con il vento sul viso e lo sciabordio dell’acqua nelle orecchie.
Alla marina oggi non c’è posto. Sono arrivate molte barche per una regata, così siamo costretti ad cercare un ormeggio nel porto di Kos. Ne troviamo uno comodo alla banchina di destra, all’inglese, alla fine del lungomare. Siamo i soli ad essere ormeggiati li, nello stesso punto dove Gattadapelare aveva trovato posto a settembre assieme ad altre barche. Dall’altra parte del porto, sotto le mura del castello dei Cavalieri di Rodi, c’è un ormeggio, a pagamento, molto frequentato. Da quel lato ci sono anche le partenze dei traghetti per la Turchia e per le isole.
Il pomeriggio è destinato alla preparazione dei bagagli dei partenti ed agli ultimi acquisti di ‘pensierini’ da portare agli amici.
Dopo cena, tornando alla barca, troviamo sulla banchina numerosi pescatori alla canna. Non sembrano molto fortunati, ma sicuramente molto ottimisti.

da Kos a Leros

venerdì 12 giugno 2009

12 giugno 2009. Kos-Leros. 26 miglia.


N
ottata terribile”- mi comunicano, straniti, i compagni di viaggio. Pare, (io ho dormito senza accorgermi di nulla) che ci sia stati molti schiamazzi e rumori di auto in corsa sul lungomare. Aspettiamo l’arrivo di Gianfranco, detto Polo, per non confonderlo con quello presente. Siamo curiosi di incontrarlo. Polo (è l’account.di internet) è una conoscenza ‘mediatica’ nel senso che aveva risposto ad un mio annuncio su Velanet in cui cercavo compagni di crociera. Non conosciamo il suo aspetto fisico e gli diamo appuntamento sulla barca. In attesa del suo arrivo, previsto in mattinata, andiamo a fare colazione ad un caffè, fin quando un suo sms ci avvisa che il nuovo acquisto di Gattadapelare è a bordo.
La presentazione avviene senza formalità e subito si instaura quella cordialità spontanea che è la caratteristica di chi condivide la medesima passione per il mare. Trascorreremo una settimana insieme. Questo equipaggio avrebbe dovuto essere di quattro elementi, ma ci sono state delle defezioni all’ultimo momento. E’ una cosa frequente quando si organizzano crociere, tanto che avrei la tentazione di ricorrere, la prossima volta, ad un “overbooking”. Gli ultimi che arrivano rischiano di restare a terra. Mi immagino le facce degli sfortunati, (e, forse, anche della mia dopo la loro reazione ). Dunque, saremo in due a dividere gli spazi della Gatta. L’Alpa 11,50 raccoglie ovunque apprezzamenti per la gradevolezza della sua linea e, per gli esperti, anche per la sua affidabilità in ogni condizione di mare, ma tutto ciò a scapito degli spazi interni. Omologata per otto persone è comoda solo per quattro e comunque per compagni dotati di un buon.grado di adattabilità.
Traghettiamo i partenti per l’isola di Lipsi dall’altra parte del porto e con calorosi saluti ci lasciamo nella certezza di rivederci prestissimo a Lipsi. L’idea è di sostare questa sera in una insenatura di Kalimnos e proseguire domani per Lipsi.
Dopo aver acquistato ghiaccio lasciamo Kos Subito incontriamo vento e onde ben formate contrarie alla nostra rotta e procediamo, faticosamente, a motore. Risalire l’Egeo è spesso difficile. Il vento dominante, il meltemi, spira da nord-ovest per otto giorni su dieci, ma in questo periodo dell’anno raramente supera i 15-20 nodi. Tuttavia o si bolina o si va a motore. Il vero velista sceglie la prima soluzione, ma quando si hanno da percorrere molte miglia in poco tempo si è meno sportivi. Gianfranco, detto Polo, dimostra di essere un buon acquisto per Gattadapelare. Pur non conoscendola si muove con ls sicurezza e la competenza di chi va per mare da molto tempo Dunque, superata Pserimos, isola abitata da sole 35 persone e con una bella insenatura sulla costa orientale, subito dopo si raggiunge Kalimnos, famosa per la raccolta delle spugne. Navigo a vista, convinto di rintracciare l’ insenatura di Palionissos dove già ormeggiai in passato e in prossimità della quale, all’interno, c’è una taverna. Il proprietario , un po’ pescatore di spugne, un po’ insegnante elementare, parla italiano. Mi raccontò che fino ad alcuni anni addietro in quella striminzita valle vivevano una trentina di famiglie di pescatori. Di case, degne di tale nome, non ne vidi, tutt’al più piccole costruzioni assimilabili a magazzini per gli attrezzi. Niente elettricità, niente strade, niente acqua. se non una modesta sorgente in quota. Gli uomini si assentavano per sei mesi l’anno per la pesca delle spugne raggiungendo anche le coste dell’Africa, mentre le donne allevavano figli e capre. Una volta la settimana si arrampicavano sulla sella della montagna e, dopo una mattinata di cammino. raggiungevano la capitale dell’isola dove vendevano le poche caciotte prodotte
Navigare a vista mi ha sempre portato nel posto sbagliato, ed anche questa volta continuo a cercare l’accesso all’insenatura fin tanto che Kalymnos termina con l’angusto stretto che la separa da Leros. Ormai è troppo tardi per tornare indietro ed è giocoforza continuare ad affrontare le onde di prua fino a Pandeli, il piccolo e ridossato porto di pescatori sulla costa meridionale di Leros.
L’ultima tratta è faticosa; si avanza molto lentamente e incominciamo a sentirci stanchi. Quando, infine, arriviamo non troviamo posto nel piccolo porto occupato da barche da pesca, ne riusciamo ad impietosire alcun pescatore e attraccare vicino a loro. Dunque si resta fuori alla ruota. Filiamo trenta metri di catena che non sono sufficienti, e poco dopo ci accorgiamo che la Gatta si allontana. Il vento soffia da terra e, dunque, non ci avrebbe creato, nel sonno, grosse difficoltà se non quella di ritrovarci in mare aperto. Comunque una esperienza non gradevole. La seconda volta filiamo tutta la catena, circa 50 metri e restiamo ad osservare il comportamento della barca sotto raffica. Stavolta stiamo ben aggrappati al fondo e, dopo una frugale cena, ci infiliamo nelle cuccette.
Nel corso della notte mi sveglio un paio di volte a controllare. E’ un’abitudine che non riesco a soffocare neppure con mare calmo e vento assente.

da Leros a Levitha

sabato 13 giugno 2009

13 giugno 2009. Leros-Lipsi 11 miglia

P
artiamo appena svegli senza scendere a terra. Non appena doppiato il promontorio dominato dai resti del castello-monastero gerolosomitiano incontriamo un mare ancor più mosso di ieri ed un bel vento di prua. Avanziamo con esasperante lentezza. Traguardando i punti cospicui della costa ci sembra di essere fermi. Dopo tre ore di tonfi e di spuma entriamo nell’ampia baia di Lipsi in fondo alla quale riposa il paese ed il nostro molo di attracco. Troviamo posto all’ancora con la poppa al vento, ben assicurati con robuste cime. Ci sono diverse barche, comprese due battenti bandiera italiana. Ogni volta che torniamo su questa deliziosa isola troviamo sempre più visitatori. Ricordo che solamente cinque anni fa, nello stesso periodo, di trovava posto ormeggiati all’inglese.
Lipsi, l’isola della dea Calipso, mantiene tuttavia il suo pacato fascino. Lontana dal turismo di massa, ospita una piccola colonia di italiani che qui hanno comprato o costruito case, tutte rigorosamente bianche e non più alte di due piani. Pur essendo un’isola del Dodecanneso, (anche qui i vecchi parlano ancora l’italiano appreso a scuola), lo stile delle case è cicladico. L’isola è piccola, ma dotata di tutto, compreso l’impianto di depurazione delle acque nere. Una garanzia della purezza delle sue spiagge. Invero le spiagge sono poche e piccole, ma poco frequentate, almeno in questa stagione.
A Lipsi rivediamo Marzia, Gianfranco e i bimbi Maja e Sebastian, che qui sono venuti a riposare dopo le avventure “gattesche” della scorsa settimana. Vorremmo proseguire per l’isoletta di Marathi, che rappresenta per me un approdo ripetutamente sognato nelle bige giornate invernali, ma vento e mare non ci invitano a riprendere il mare. Il vento è rafforzato e in porto arrivano raffiche a 50 nodi. Le bandiere delle barche sono così tese che sembrano irrigidite sui patarazzi. Rafforziamo le cime di poppa e, per ogni evenienza, mettiamo anche un traversino. L’inglese vicino a noi, imperturbabile nel pozzetto, è immerso nella lettura. Trascorriamo la giornata bighellonando, senza mete precise e senza premura e, pigramente, ci lasciamo catturare, come Ulisse, dalla magia di questa isola.


14 giugno 2009. Lipsi- Marathi. 7 miglia

O
ggi il tempo è migliore. Il vento di ieri è diventato quasi una brezza e ci consente di mollare gli ormeggi. Usciamo dalla baia e ci appare a solo otto miglia di distanza l’isola di Patmos dominata dalla bianca Chora, il paese alto sorto intorno al grigio monastero-fortezza edificato nel 1080 dalla chiesa di Costantinopoli. Il biancore della Chora è come un faro per i naviganti: lo si scorge ovunque si navighi da queste parti. Doppiamo l’alta costa occidentale di Lipsi e dietro di essa si snodano alcuni isolotti tra i quali occorre fare attenzione per via dei bassi fondali.
Marathi è come sempre invitante. Una stretta striscia di sabbia ombreggiata dai tamerici ai piedi della collina brulla, un paio di taverne sulla riva e nessun altro suono che il verso delle capre e delle galline.
Mikalis ci invita, come sempre, ad ormeggiare al suo moletto.
Trascorriamo il resto della giornata ascoltando la musica di Mikalis e ad osservare il mare e le altre barche ormeggiate ai corpi morti.





15 giugno 2009. Marathi-Levitha. 25 miglia.

P
artiamo con vento leggero nel mattino inoltrato. La rotta di oggi ci offre il vento al traverso e gradiremmo un po’ più di aria per disintossicarci della ‘smotorata’ degli ultimi due giorni.
La traversata si svolge senza alcuna emozione. Dirigiamo sulla punta meridionale di Patmos e subito dopo, si intravede nella foschia la sagoma dell’isola di Levitha. Quest’isolotto è in posizione strategica sulla rotta verso le Cicladi e la sua importanza nei millenni è data dalla profonda insenatura, quasi un fiordo, riparata da ogni mare e ogni vento. I resti. di un castro o un tempio che dominava l’accesso all’approdo, sono appena visibili nella confusione delle rocce. D’estate è abitata da una sola famiglia che ha sistemato dei corpi morti per i quali si fa pagare sette euro. Oltre a questa attività gli abitanti sono dediti alla pastorizia e gestiscono una piccola taverna poco distante dall’approdo. La si raggiunge per un sentiero vagamente tracciato tra le pietre. Pochi cespugli spinosi sono tutta la la vegetazione presente. Così facciamo anche noi, ci ritroviamo con un paio di altri equipaggi a cenare da Stavros, tornando poi per il sentiero sassoso, cercando un appoggio sicuro per il piede nel buio della notte.

Da Levitha ad Amorgos

martedì 16 giugno 2009

16 giugno 2009. Levita-Amorgos. 46 miglia.

L
asciamo Levita che quasi tutte le altre barche, una diecina, sono già partite. Ce la prendiamo con comodo. Ormai l’appuntamento con il nuovo equipaggio è a due giorni di navigazione ed il tempo appare buono. Il vento fresco proviene dal traverso e Gattadapelare naviga soddisfatta verso Amorgos, una delle isole preferite da me e da mia figlia Marzia. Amorgos, dalle alte scogliere a picco sul mare e le sue azzurre profondità è poco conosciuta dal turismo aggressivo e vacanziero. Qui niente caffè con poltrone imbottite, negozietti di souvenir colmi di chincaglierie, boutique pretenziose, moto d’acqua, ombrelloni, musica rock, discoteche, fastfood e, magari, anche un McDonald’s. Il paese ‘basso’ Katapola, la capitale, ospita una banchina per l’attracco di barche e dei traghetti. Esso offre agli equipaggi delle barche che vi si fermano alcune taverne e qualche negozio, un paio di piccoli alberghi e i servizi essenziali. La Chora, piccola e graziosa, ha come punto focale una tipica piazzetta greca raccolta all’ombra di un gelso. Dalla parte meridionale dell’isola il bianco e solitario monastero di Chozoviotissa sembra sia stato spalmato sulla roccia da una mano gigantesca.Amorgos è un’isola per degustatori d’Egeo.
Superato l’isolotto di Kinatos il vento rafforza e ci costringe a ridurre la velatura, Quando ci troviamo di fronte alla punta orientale di Amorgos, prendo una decisione che poi rimpiangerò. Scelgo di percorrere la rotta sottovento all’isola che, seppure un po’ più lunga, ci garantisce una mare meno agitato. Ricorderò troppo tardi di aver letto che le raffiche di vento possono scendere dalle montagne con rafforzata violenza. Ed infatti le prossime ore ci mettono a dura prova. Teniamo la barca ad un paio di miglia dalla costa dove le onde incominciano ad alzarsi, ma dove siamo meno esposti alle raffiche discendenti . Tuttavia la violenza del vento, che stimiamo sotto raffica, tra i 40 e 50 nodi strappa l’acqua dalla superficie del mare e ce la getta rabbiosamente negli occhi. Sono costretto a mettermi la maschera da sub quando mi trovo al timone. La Gatta si comporta egregiamente e non ci pone alcun problema. Dopo un interminabile percorso raggiungiamo la punta occidentale dell’isola e, seguendo la rotta di un peschereccio, ci infiliamo nello stretto passaggio tra un isolotto e la punta entrando così, nella zona di mare sopravvento ad Amorgos. Qui le condizioni sono migliori; il mare è mosso, ma il vento non è molto forte. Mi rammarico per la scelta fatta.la mattina. Finalmente raggiungiamo l’insenatura in fondo alla quale è Katapola e ormeggiamo sull’ancora con le cime di poppa a terra. Siamo stanchi e felici della calma che ora regna nel pozzetto. Il piacere di rilassarsi dopo una navigazione impegnativa, con un bicchiere di ouzo in mano, fa parte delle gioie che può dare la barca a chi ama il mare.
Si cena in barca e si va a dormire.

da Amorgos a Naussa (Paros)

mercoledì 17 giugno 2009

17 giugno 2009. Amorgos-Paros (Naussa). 60 miglia (anziché 41)

I
l salpancora è in avaria. Sembrava troppo bello, fino adesso. Aliamo quaranta metri di catena e ci dirigiamo a nord. All’uscita dalla baia ritroviamo il vento di ieri ed il mare al mascone. Purtroppo non possiamo evitare di passare sottovento alle isole delle Piccole Cicladi, ne ci possiamo allargare perché stretti, sulla sinistra, dall’isola di Skinussa. Si ripete la storia di ieri. Sotto Keros il vento è nuovamente cattivo e gli schizzi ci pungono il viso. La cerata a malapena riesce a tenerci asciutti.
Superata Keros, appaiono a qualche miglio di distanza le isole di Ano- e Kato-koufonisi e le raffiche si fanno meno prepotenti. Quando raggiungiamo la punta meridionale di Naxos e ci immettiamo nello stretto tra quest’isola e Paros il vento ed il mare, come previsto, si dispongono a prua e ci costringono a mettere motore. Non abbiamo voglia di bolinare fino a Naussa. Ma la successiva avaria è in agguato; dopo pochi minuti un odore di bruciato ci avvisa che la cinghia del motore si è spezzata. Poco male, prima di partire avevo dato una rapida occhiata al materiale di rispetto ed avevo visto nel gavone un’altra cinghia, ma quando la prendo in mano mi accorgo che si tratta di una vecchia cinghia conservata perché ‘in barca non si butta via mai niente che potrebbe servire’. Speriamo che regga per un paio d’ore. E invece, dopo appena dieci minuti una nuova fumata ci dice che anche questa è andata. Avevo tenuto sotto controllo il getto-spia dell’acqua di raffreddamento per scoprire ora, che la girante non è mossa dalla cinghia. Non ci resta altra scelta che affidarci al vento e bolinare. Così facciamo per ore e ore guadagnando poca acqua ad ogni virata. Mentre incomincia ad imbrunire e si accendono le luci dei paesi sulle sponde delle due isole, siamo ancora a poco più di metà percorso. Il vento va calando e incominciamo a procedere lentamente. Ormai è certo che ci troveremo all’altezza dell’apertura della baia di Naussa, a Paros, con il buio e non potremo tagliare tra i numerosi isolotti che si addensano sulla parte meridionale dell’imbocco perché, ricordo, ci sono bassi fondi e scogli affioranti. Ogni virata a dritta ci porta in direzione della città di Naxos, le cui luci sono ormai ben visibili, e non ci sembra di guadagnare molta acqua. Il vento è ormai debole e riusciamo a stringere solo durante le brevi, e sempre più rare, raffiche. Nel lucore del cielo si intravede lontano il profilo dell’isolotto più esterno del piccolo arcipelago che dobbiamo doppiare per dirigerci con acqua franca all’imboccatura della baia. Passano le ore ed i nostri progressi sono modesti. Quando, infine, raggiungiamo l’isolotto non riusciamo a passare alla sua destra. Ormai sono le due di notte ed il vento è ridotto ad una bava. Ogni volta che ci avviciniamo sotto costa all’isola la barca non ubbidisce più al timone e spontaneamente ‘straorza’ allontanandosi, sempre con estenuante lentezza, senza guadagnare un metro d’acqua. Vediamo le luci di Mykonos e sentiamo anche il martellare dei motori di grandi navi rutilanti di luci dirette nello stretto tra Naxos e Paros. Ormai sono le tre di notte e da diciotto ore ci avvicendiamo al motore. Gianfranco si appisola nel pozzetto e mi lascia ad imprecare debolmente contro Gattadapelare che non sente più il timone. Ormai siamo rassegnati a trascorrere così la notte trascinati dalla corrente e dal destino. Poi un refolo di vento viene in nostro soccorso e con un misero abbrivio doppiamo l’isolotto. Siamo a pochi metri dagli scogli sui quali si rompe un’onda lunga di cui sentiamo il poco rassicurante sciabordio. Provo a mettere in moto per pochi secondi e guadagnare un po’ più di acqua, ma il motorino d’avviamento è bloccato. Pregando che davanti a noi non ci sia uno scoglio sparso continuiamo ad avanzare. Ora abbiamo davanti a noi il mare franco da ogni ostacolo. Il faro posto sul promontorio alla nostra dritta ci indica l’ingresso alla baia e le luci di Naussa si intravedono in fondo ad essa. Senza motore e senza salpancora non avrò altra scelta che mettermi alla ruota davanti a Monastiri, una spiaggia subito dopo l’ingresso nella baia in posizione protetta dalla montagna, su un fondo sabbioso, dove già in passato ho avuto occasione di ancorare. Arriva il vento, fresco e al giardinetto. La Gatta, finalmente, incomincia a correre, anche troppo per la manovra che dovremo fare. Quando, infine, doppiamo il promontorio e dirigiamo verso la spiaggia ai piedi del rilievo dominato dal faro, il vento si presenta a raffiche intense provenienti al traverso intervallate da momenti di assoluta calma. Ci sono già diverse barche alla fonda e nel buio intravediamo la possibilità di metterci in mezzo alle due più distanziate tra loro. Avvolto il fiocco e con la randa terzarolata ci avviciniamo in un momento di quasi calma di vento alla barca più a sopravvento. Gianfranco fila l’ancora, io lasco la randa e in quel momento arriva violenta una raffica. Gattadapelare scarroccia velocemente verso la barca sottovento. Le nostre voci, fino a quel momento sussurrate per non disturbare gli altri equipaggi, si fanno concitate: “Guanta Gianfranco, guanta, …svelto i parabordi…andiamo ad urtare….!” E sotto gli occhi assonnati e smarriti dello skipper inglese, uscito dalla sua barca alle nostre grida, la Gatta si ferma a due metri dalla sua, e incomincia ad allontanarsene brandeggiando. Sono le quattro del mattino. Siamo svegli da venti ore.
Senza neppure parlare ci infiliamo nelle cuccette, ma non è ancora finita. L’ancora sta arando, sembra. Chiedo a Gianfranco quanta catena ha dato e mi risponde che ha visto quattro nodi di lana (uso della lana rossa legata alla catena per indicare la quantità in acqua). Accidenti, sono appena venti metri, su un fondale di sei. Esco di nuovo in coperta e do più catena. Ma è un errore, I quattro nodi segnalano che la catena è in acqua per quarantacinque metri, praticamene quasi tutta. Ed infatti dall’occhio esce la cima tessile che assicura la catena alla barca. Troppo debole per non strapparsi sotto raffica, Afferro, allora, la catena e urlo a Gianfranco di uscire ad aiutarmi. Non mi sente (poi confesserà che credeva stessi imprecando). Passano diversi minuti e diverse richieste di soccorso, anche bussando sulla tolda prima che il mio compagno di barca capisca e mi raggiunga. Passiamo un’altra mezz’ora a ricacciare il tessile troppo voluminoso nell’occhio del salpancora e ad assicurare la catena alla barca. Verso oriente si vede già albeggiare. Sono le quattro e mezza. Buongiorno.




da Naussa ad Antikaros

mercoledì 17 giugno 2009

17 giugno 2009- Naussa (Paros)

C
i svegliamo verso le nove ed il primo pensiero è quello di rintracciare Pino che è arrivato ieri sera sull’isola Pino darà il cambio a Gianfranco nell’ultimo equipaggio di questa crociera. Lo incarichiamo di trovare una cinghia di trasmissione e gli indichiamo come raggiungerci con il motorino. Quando, infine, giungerà sarà inutile ogni tentativo di messa in moto; l’avviamento è bloccato. Ma a Naussa ho un’amica, Maria. Maria è una ‘abbondante’ rumena, sposata qui con un greco, che affitta piccole e gradevoli camere per turisti. E’ un personaggio esuberante e propositivo e alla mia telefonata è entusiasticamente pronta ad aiutarci. Infatti, poco dopo arriva in taxi con Dimitri, un meccanico taciturno e ispirante fiducia. Questi si impossessa della barca ed incomincia a studiare il motore. Con gesti calmi e riflessivi, tocca, accarezza, smonta pulisce, titilla e chiede, dapprima a bassa voce, poi, di fronte alla nostra perplessità, con toni vieppiù perentori il “dubleviu” .”Dubleviu ! , dubleviu ! , dubleviu !! “ e fa il gesto di premere qualcosa con un dito. A questo punto intuisco che cerca uno spray, certamente quello a me noto come CRC, lo sbloccaviti. Ed è così. E’ vero, sulla confezione in mio possesso compare la lettera W in bella in mostra. Non me ne ero mai accorto. Dopo numerose prove di accensione e spegnimento, alla fine, dichiara che tutto è a posto. Il motore va. Con Dimitri a bordo lasciamo l’ormeggio alando faticosamente i cinquanta metri di catena e raggiungiamo il nuovo porticciolo di Naussa. Il porto, che ho visto in costruzione già tre anni fa, è quasi ultimato. Mancano solo le colonnine per l’erogazione dell’acqua e dell’elettricità che stanno montando in questi giorni. Purtroppo l’ingresso è aperto all’onda di risacca e dentro non si ormeggia tranquilli, ma noi ci sistemiamo all’inglese lungo la banchina di sopraflutto, dove con un traversino opportunamente sistemato riusciamo a tenere la Gatta leggermente staccata della banchina.
Naussa è un paesino, tipicamente cicladico e piuttosto turisticizzato, e, nonostante ciò, molto gradevole. Particolarmente accogliente è la darsena, che ospita le tante barche da pesca, circondata da numerose taverne, in questa stagione già molto frequentate.
A cena invitiamo Maria che ci conduce ad un ristorante fuori del circuito turistico e ci presenta una delle figlie con il marito toscano e la nipotina. Questa Maria è sempre una fonte di sorprese.



18 giugno 2009. Naussa

I
l motore non si mette in moto e richiamiamo Dimitri. Si ripete la cerimonia di ieri, con una variante. Egli trova un pezzo di gomma della girante nel filtro dell’acqua e smonta parte del motore. Sarà necessario sostituire una guarnizione, ma oggi è domenica e pezzi di ricambio non se ne trovano. Così siamo costretti a rimandare a domani la nostra partenza. La Gatta ha guadagnato un nuovo marinaio, anzi una marinaia, Daniela. Anche lei è felice proprietaria di un’ Alpa 9 e 50, la sorella minore di Gattadapelare ed ama il mare ed il vento. Un buon acquisto, credo.
Andiamo a scoprire le spiagge di Paro con una macchina a nolo. Una telefonata di Dimitri ci avvisa che la barca è pronta, il motore è riparato e ci aspetta per il collaudo. Domani si prosegue, spero.

19 giugno 2009. Paros-Antikaros. 35 miglia.

S
iamo di nuovo in viaggio scendendo il vento. Ma il vento, non intenso, oggi proviene da mezzogiorno, libeccio egeo. Gattadapelare scivola rapida e tranquilla. Unico evento capace di interrompere la monotonia del viaggio è il secondo tentativo di fuga del tender. Lo vediamo casualmente a duecento metri di distanza e andiamo a recuperarlo. Nel primo tentativo di recupero cade in acqua anche il mezzo marinaio e l’operazione di salvataggio si complica. Ci impieghiamo un po’ di tempo e penso con una vena di preoccupazione cosa accadrebbe se dovessimo salvare l’uomo in mare a vela. Questo equipaggio deve ancora fare il rodaggio sulla Gatta. Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il canale ben protetto di Antikaros. Questo è un approdo che solletica la fantasia e la curiosità. L’isola e piccola e disabitata, salvo un pescatore che ha la sua casa jn alto, lontano dal mare. Ma un’altra casa solletica la nostra fantasia, è quella di un misantropo francese che qui visse solitario fino al giorno in cui abbandonò tutto e scomparve. La casa è oggi rifugio di capre ed il suo aspetto di magione abbandonata domina, ormai grigia e misteriosa, l’ingresso al canale, C’è una piccola spiaggia creata dalla corrente dove ci organizziamo per una grigliata di pesce, ma il vento ed il freddo ci ricacciano presto nel ventre accogliente di Gattadapelare,

da Antikaros a Tilos

sabato 20 giugno 2009

20 giugno 2009. Antikaros-Amorgos. 7 Miglia

R
aggiungiamo rapidamente Amorgos e ormeggiamo, in zona vietata, all’inglese. Ci informiamo per trovare un “elektrologo”, un elettricista, per la nostra ancora, ma quello “bravo” è ammalato e quello “non bravo” dichiara subito la sua incapacità a risolvere il problema. Se non altro è sincero. Nonostante gli inviti della Capitaneria di porto a spostare la barca, facciamo orecchie da mercante. Non abbiamo nessuna voglia di alare a mano l’ancora.
Il nostro tender, per la terza volta, tenta la fuga e rimane bloccato contro un peschereccio poco lontano.
Alla Chora questa sera ci sarà un festa paesana. Con Daniela vi siamo saliti con un motorino e ci siamo seduti sui sedili in pietra che contornano la piazzetta. Qui Daniela fa breccia nel cuore di un paesano rubizzo e chiacchierone che va a prendere un fiasco di grappa fatta in casa e tenta la seduzione attraverso l’alcol. Lo lasciamo deluso e un po’ brillo per andare a mangiare in barca il risotto preparato da Pino.

21 giugno 2009. Amorgos-Astipalea, 49 miglia.

I
l tempo rimane invariato. Vento debole da mezzogiorno. Daniela vorrebbe fare l’esperienza del meltemi, un vento che non conosce, ma Eolo.è dispettoso La nostra meta è Astipalea, un’isola cicladica, la più orientale, ma amministrata da Rodi. Ha la forma di una farfalla e la ricordo molto gradevole e poco turistica. Quando dopo una navigazione senza emozioni raggiungiamo Vathi, la città bassa, scopro che dall’ultima mia visita è stato realizzato un porto ben protetto e pieno di barche a vela. La sorpresa è gradevole perché la volta precedente una forte risacca ci costrinse a spostare la barca in un’altra baia. Con mia soddisfazione riesco ad ormeggiare all’inglese, sotto gli occhi un po’ invidiosi degli altri equipaggi, lungo la banchina laterale. Questo tipo di ormeggio è il mio preferito ed il mio entusiasmo è oggetto a bordo di simpatica ironia, soprattutto da parte di Daniela. Lei vorrebbe sempre fermarsi alla ruota in qualche baia per potersi tuffare in acque limpide, noi, pur non disdegnando questo tipo di sosta, siamo più portati a scoprire i piaceri di una accogliente taverna, possibilmente a pochi metri dalla barca. Una volta a Castellorizo, l’isola del film Mediterraneo, legammo le cime di ormeggio passandole tra i tavoli scusandoci con i clienti per il disturbo. Questa è la Grecia delle isole, genuina e spontanea, quella che amiamo e quella che sogniamo quando ne siamo lontani.
Prima o poi dovrò accontentare anche Daniela. e trovare una baietta


22 giugno 2009. Astipalea-Tilos. 53 miglia.

D
irigiamo verso Tilos a vela e motore evitando all’ultimo momento una secca a poche centinaia di metri dall’uscita della baia. Forse ci saremmo passati sopra senza pericolo- la trasparenza dell’acqua in questi mari è eccezionale e fa apparire i fondali meno profondi- ma al concitato avvertimento di Pino, in quel momento al timone, viriamo bruscamente e dritta a ci allontaniamo con un po’ di batticuore dalla zona pericolosa.
Siamo rimasti in tre. Pino, infaticabile timoniere (il nuovo pilota automatico della Gatta non è ancora attivo per complicazioni di montaggio), Daniela, vegetariana convinta e skipper in proprio, ed io, felice proprietario di un contenitore di avarie.
La lunga tratta di oggi è rallegrata dal “grande timoniere” il quale, sognando Hollywood, ci espone i suoi progetti cinematografici. Non potendo defilarci, stante le ristrettezze, della barca lo ascoltiamo con divertita pazienza.
Si incomincia a vedere il profilo vulcanico di Nisiros e dopo un poco, alla sua sinistra, quello più basso di Tilos. Il vento continua a mantenersi moderato e Gattadapelare procede tranquilla. Ci aspetta a Tilos una taverna dove c’è sempre una capretta che gira sulla spiedo. L’idea rallegra solo Pino e me.
Daniela si dissocia.
Vince la maggioranza.
Quando arriviamo è tardo pomeriggio. Il piccolo porto è occupato da numerose barche e non c’è più alcuna trappa libera. Saremmo costretti a metterci in rada se da una barca non ci venisse offerta la possibilità di legarci ad essa. Un gesto gentile di chi ama il mare e considera gli altri naviganti amici comuni. La barca, un piccolo sloop di otto metri, è abitata da una vecchia coppia di tedeschi asciutti e rugosi che ci vivono e ci navigano per molti mesi l’anno. Facciamo amicizia e li invito a bere dell’ouzo ‘da barca a barca’.
Alla taverna una grande delusione :oggi niente capra, domani si.

da Tilos a Rodi

martedì 23 giugno 2009

23 giugno 2009. Tilos-Alimia. 25 miglia
S

iamo diretti a Halki, un’isola a sud, l’ultima delle tre allineate tra Kos e Rodi. Leggiamo che anch’essa è fuori dalle rotte turistiche ed ospita una colonia di inglesi semiresidenti, amanti della semplicità e della pace. Il vento continua ad essere favorevole, ma non molto intenso. Ma oggi abbiamo tempo. Halki è subito ben visibile. Dietro di essa il lungo profilo di Rodi e più lontano, più a destra, l’estremità di Karpatos. Questa è un’altra isola sulla quale voglio di nuovo atterrare. La conobbi con mia figlia Marzia dodici anni fa e rimanemmo incantati dalla semplicità dei suoi abitanti e dalla bellezza della sua natura montagnosa e marina.
Quando siamo all’altezza del paese di Halki il vento rinforza e l’approdo non ci appare gradevole. E’ una buona occasione per cercare una insenatura dove metterci alla ruota. Ma quella indicataci dalla coppia di tedeschi si dimostra insicura; è sopravvento e non è entusiasmante. Dopo un secondo tentativo desistiamo, mettiamo la poppa al vento e dirigiamo su Alimia. E’ questa una piccola isola con una bella baia protetta da tutti i venti. Dista appena sei miglia e la raggiungiamo facilmente.
L’accesso è consentito da un canale e subito alla sua destra il portolano indica un moletto che, però, non risulta adatto per una barca grande come la Gatta. Con soddisfazione di Daniela ci mattiamo alla ruota e caliamo l’ancora nella zona più protetta dove sono ancorate altre due barche.



24 -25 giugno 2009. Alimia

L
a laguna di Alimia si apre davanti a noi nella solarità di Febo. Una brezza leggera solleva minuscole onde che sciabordano sulla prua della Gatta rivolta verso il mare aperto che resta nascosto dalla lingua di terra chiude l’ingresso alla baia, Un tuffo nell’acqua trasparente e inizia così la nostra pigra, terz’ultima giornata nell’Egeo. Un giro in fondo della baia con il tender per esplorare il relitto di un pontone la cui gru, rosa dalla ruggine, si erge come un dito ammonitore e poi lo sbarco in prossimità di alcune costruzioni, testimoni del tragico periodo di oltre sessant’anni fa. in cui questa isola fu base navale della marina tedesca. Nell’interno, in terra, tra frammenti di mattoni e calcinacci, escrementi di capre e gusci di ricci di mare, consumati in gran quantità, denunciano la frequentazione di questi luoghi da parte di. abituali visitatori. Ci aggiriamo curiosi e circospetti, ma anche pervasi da un sentimento di rispetto verso la storia di uomini, prima che soldati, raccontata attraverso dei disegni a carboncino sulle pareti. Una, ma probabilmente più mani esperte, raccontano ai visitatori di oggi la nostalgia struggente di quei giovani strappati dai loro borghi, dalle montagne e dai prati della Germania per venire a combattere qui, nella luminosità di queste isole, Su una parete è disegnata una dolce campagna collinosa con una chiesetta lontana, su un’altra scorcio di un borgo medievale attraversato da un fiume e,ancora, un paesaggio invernale incorniciato di abeti. Tutti disegni di ottima fattura che si sono meritati il rispetto dei ‘graffitari’ successivi desiderosi di lasciare un segno del loro passaggio. Infatti, nessuno ha sovrapposto gli scarabocchi dei propri nomi e le date della visitazione sui disegni dell’anonimo artista. Espressioni manifeste di narcisistica presunzione e di inconsapevole modestia . Neppure la scritta esultante e rivendicativa di “Victory 1945” sormontata dalla stella di David fu sovrapposta ad un altro bel disegno, stavolta a colori, raffigurante il sogno erotico di un ‘marmittone’ colpito dalla freccia di un amorino.
Usciamo di nuovo ed entriamo nello scenario azzurro e verde di questa laguna incorniciata dalla macchia mediterranea.
Trascorriamo le giornate nella pigrizia del pozzetto protetti da sole con un tendalino. Leggiamo, dormiamo, ascoltiamo Pino che ci parla di cinema, e ci lasciamo scorrere il tempo sulla pelle.
Domenica 28 si va a Rodi a cercare un carnaio dove lasciare la barca e farle fare i lavori di miglioria da tanto tempo programmati.

26 giugno 2009. Alimia-Rodi 30 miglia

A
l momento della partenza alcuni grossi pesci vengono a nuotare sotto la barca. Ne peschiamo uno con grande disappunto di Daniela che minaccia azioni di disturbo e rischia di essere abbandonata sull’isola come Arianna. Lo mangeremo sushi in viaggio. Il vento ci spinge e rinforza quando siamo al traverso della città. Non sappiamo dove sia esattamente il carnaio, solo che è a sud del porto. Quando, infine, vediamo degli alberi di barche spuntare sulla costa, e dopo due tentativi per individuare il punto di alaggio raggiungiamo la meta. Oggi è domenica e non si vede nessuno. Prendiamo la decisione di ormeggiare nell’invaso dell’alaggio e incominciare a mettere la barca a riposo.
Ceniamo in città e dormiamo per l’ultima notte in cuccetta. Da domani solo grandi letti dove girarsi non richiede esercizi fisici.

27 giugno 2009. Rodi

P
arte Pino in mattinata, Daniela nel primo pomeriggio ed io resto solo. La Gatta è alata, le vele stivate, il parcheggio pagato. Trovo un fortunoso passaggio che mi conduce all’albergo prenotato questa mattina. Faccio una lunga doccia, accendo l’aria condizionata, mi sdraio sul letto con la televisione greca accesa e mi addormento. Verso sera esco per comprarmi da mangiare in una rosticceria e torno in albergo. Dopo tanto girovagare sono finalmente fermo.
Domani dormo nel mio letto.