"Crociera Bianca nella Russia Artica" - Fuoristrada Invernale alla Penisola di Kola

stato: russia (ru)

Data inizio viaggio: venerdì 6 marzo 2009
Data fine viaggio: domenica 29 marzo 2009

Il Gruppo Sextant, dal 1974 autore di viaggi esplorativi motorizzati, ha compiuto una spedizione nella Russia Artica attraverso il cuore della Karelia e la Penisola di Kola.

Il Gruppo, partito dall’Italia il 6 Marzo, ha raggiunto San Pietroburgo via Svizzera, Austria, Germania, Finlandia. Da qui si è diretto a Nord, penetrando l’interno della Karelia su strade secondarie e piste forestali, fino a raggiungere il Mar Bianco e la Penisola di Kola.

La fascia climatica attraversata è quella della taiga, contenuta tra la foresta boreale (a Sud) e la tundra (a Nord). Questa fascia cinge l’intero globo, dal Canada alla Siberia e con la foresta boreale costituisce il più grande polmone verde del pianeta: di gran lunga maggiore a tutte le foreste tropicali messe insieme, Amazzonia compresa.

I mezzi utilizzati sono stati due, con equipaggi di due persone. Giovanni ed Erina Dondi su Defender 110HT 300Td, Mario Doria e Fabio Bresciani su Daily 4x4 camperizzato. Entrambi i veicoli erano coibentati, dotati di riscaldatore Webasto e attrezzati per il pernottamento a bordo.

Le temperature non hanno mai superato i 3 gradi sotto zero, giungendo spesso a toccare i –25°. Tali temperature hanno imposto l’utilizzo di additivi per il gasolio e batterie supplementari.

La trazione sui terreni ghiacciati è stata garantita da speciali chiodi della Best Grip, montabili e smontabili in loco.

Il percorso in Karelia si è snodato tutto su strade secondarie, dal fondo completamente innevato. La spedizione ha raggiunto la Penisola di Kola e percorso una pista costiera sul Mar Bianco per raggiungere il remoto villaggio di Varzuga, estremo baluardo di civiltà in una delle aree più selvagge della Russia.

A Kirovsk il Gruppo ha incontrato un operatore olandese, specializzato in percorsi estremi all’interno della penisola. Con un possente camion militare russo si è tentato di compiere un raid su terreno vergine, ma la profondità della neve ha costituito un ostacolo invalicabile anche per questo straordinario veicolo.

Il viaggio è stato caratterizzato dal violento contrasto offerto dalle devastazioni ambientali dell’era sovietica. Città industriali, miniere, centrali nucleari, fonderie, porti militari, ecc. si sono contrapposti ad un ambiente naturale di straordinaria bellezza, con foreste inviolate e la grande tundra che ospita i superstiti delle popolazioni Sami e Komi e di cacciatori-pescatori come i Pomori.

Il Mare di Barents ed il porto di Murmansk, teatro del 2000 della tragedia del sommergibile nucleare Kursk, hanno costituito il punto più a Nord toccato dalla spedizione.

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martedì 10 marzo 2009

. . . DALLA Russia CON AMORE
Resoconto del viaggio in Karelia e Penisola di Kola
marzo 2009

Ci siamo ormai lasciati alle spalle i palazzi imperiali di San Pietroburgo, i suoi viali popolosi e le stupende ragazze inguainate in jeans rivelatori di forme.

Al ticchettìo dei tacchi da 12 cm che ci facevano volgere continuamente la testa, si è ora sostituito lo sferragliare di colonne di caracollanti camion che sollevano spruzzi di fango gelato. E’ la M18, la strada che da San Pietroburgo volge a Nord-Est, sfilando il grande Lago Ladoga interamente ghiacciato, per piegare poi a nord verso Petrozavodsk.

Sopra la coltre di neve pressata che ricopre l’asfalto è stato gettato uno strato di sabbia e terriccio che ha trasformato la strada in una pista sterrata.

Per giungere fin qui abbiamo attraversato Svizzera, Austria e Germania. Da Rostock ci siamo imbarcati sul traghetto Tallink che ci ha condotti ad Helsinki, in Finlandia.

Le prime avvisaglie della severità del clima di quest’anno le abbiamo avute proprio nella capitale finlandese, investita da una bufera di neve.

Il passaggio di frontiera con la Russia è stato relativamente facile (circa due ore), anche se reso disagevole dal vento gelido che si incanalava nell’hangar del valico, investendo la fila dei frontalieri.

Il primo tratto della M18 è in pessime condizioni. La strada che collega San Pietroburgo alle estreme propaggini della Russia Artica è paradossalmente più disastrata nei pressi delle città, forse a causa del traffico pesante che vi gravita.

La Repubblica di Karelia

Procedendo verso Nord-Est il traffico si riduce ed il fondo migliora. Secondo il programma, la nostra prima tappa dovrebbe essere nei pressi di Petrozavodsk, dalla quale si diparte una strada secondaria che conduce all’interno della Karelia. Consultate le carte, decidiamo però di evitare la città, compiendo 50 km prima una deviazione che ci porterà direttamente su una pista forestale che conduce al lago Siamozero.

Non ci sono indicazioni e chiediamo conferma ad un rubicondo trattorista che ci sta incrociando. “Niet polizei” ci urla lanciandoci una zaffata di vapori di vodka. “Niet polizei” ripete come se in mancanza di polizia qualunque strada fosse buona. Stringe tra le labbra un mozzicone acceso e con tutti quei gas che gli escono dalla bocca non si capisce come possa non prendere fuoco.

Il primo tratto della strada, e da questo punto in poi sarà sempre così, somiglia ad una pista da bob, sulla quale, dato il traffico nullo, i fuoristrada filano in assoluta sicurezza.

Dopo una cinquantina di km imbocchiamo la pista che percorre la sponda del lago. Ora lo strato nevoso si fa più profondo e rende la guida più impegnativa. L’ambiente è idilliaco: la luce del sole penetra nella foresta riflettendosi sulla neve. La coreografia è insolita, austera ma stupefacente. La neve sui rami degli abeti rossi forma miriadi di abbacinanti punti luminosi che con il movimento delle macchine paiono accendersi ad intermittenza come un immenso addobbo natalizio. Le macchine avanzano faticosamente con le ridotte inserite fino all’imbrunire, quando localizziamo un’area ideale per il bivacco notturno. Quando il sole cala sotto la cortina degli alberi la temperatura scende a -10°, preannunciando una notte glaciale.

Per rendere più agevoli i nostri movimenti al campo spaliamo la neve intorno alle macchine. E’ asciutta e leggera e più essere sgombrata con un minimo sforzo.

Questa neve è talmente secca da risultare incomprimibile. Ha la consistenza del fech fech africano e quando spira il vento si solleva in volute sfavillanti. Su questo fondo i pneumatici da sabbia 900/16 in dotazione al Daily operano a meraviglia. Come già detto, questa neve ha la consistenza della sabbia e un tassello esasperato ne scomporrebbe la superficie facendo affondare il mezzo. Persino le catene da neve (non le monteremo mai) sarebbero controproducenti, non avendo nulla di vagamente solido su cui far presa.

La cosa più importante è il “galleggiamento” e quindi la capacità di un pneumatico di operare con le pressioni ridotte al minimo.

Dopo una cena sul Daily a base di spaghetti italiani e di salumi locali, rallegrata da generose sorsate di Ortrugo piacentino, facciamo una passeggiata notturna. La temperatura è scesa a -15°, ma l’aria secca e l’abbigliamento adeguato ci evitano la sensazione di freddo. Il cielo sereno è costellato di stelle. Il silenzio della taiga è rotto solo dallo scricchiolìo della neve sotto i nostri piedi e dai nostri commenti sulla bellezza dell’ambiente. La breve escursione è priva di rischi, in quanto il più temibile predatore locale, l’orso nero, sonnecchia in letargo e lupi e linci sono troppo timidi per avvicinarsi al campo.

Uno dei maggiori pericoli per chi bivacchi nella taiga non sono gli animali, ma l’estrema mutevolezza del clima. Un’improvvisa tempesta può infatti scaricare tanta neve da bloccare i veicoli. Secondo i Komi, gli aloni intorno al disco del sole preannunciano neve, mentre altri indizi si possono rilevare dalle volute di fumo del fuoco di bivacco: se salgono in verticale il tempo sarà freddo e secco, mentre volute pigre a sollevarsi preannunciano un peggioramento. Non essendo dei Komi, noi non abbiamo prestato attenzione a questi segnali indicatori, ma dato che il cielo è totalmente sgombro di nubi andiamo a dormire fiduciosi.

Questa notte la temperatura esterna è scesa a -25°, mentre all’interno del Defender, nonostante la coibentazione, si sono toccati i -8°. Non ci siamo infatti fidati a tenere acceso il Webasto per timore di sottrarre energia preziosa alle due batterie da 50 Ha. Nonostante ciò il soffice piumone, la papalina sulla testa e l’abbigliamento intimo per climi artici ci hanno fornito una protezione più che sufficiente.

All’interno del Defender tutto si è congelato. Il serbatoio dell’acqua che alimenta il piccolo lavello è un blocco compatto (la pompa dell’acqua riprenderà a funzionare solo al rientro in Italia). L’acqua delle bottiglie è congelata e così dentifricio, spazzolino e qualunque altra cosa contenga del liquido. Da questo momento per avere un minimo di acqua dovremo sciogliere la neve sul fornello. A causa della condensa dei nostri corpi, le guarnizioni del tettuccio apribile si sono incollate, bloccandolo in modo permanente.

Sul Daily, dotato di ben 3 batterie da 100 Ha, il Webasto ha potuto garantire per tutta la notte una temperatura interna di qualche grado al di sopra dello zero, ma per ciò che concerne l’acqua la situazione è identica a quella del Defender.

Il mattino seguente i motori stentano a mettersi in moto, tenendoci per qualche secondo col fiato sospeso.

Ripresa la marcia raggiungiamo una radura nella quale un gruppo di boscaioli, con l’ausilio di una ruspa cingolata, sta accatastando tronchi. Sembrano contrariati dalla nostra presenza: evidentemente stanno facendo un lavoro illegale, e ci impediscono di procedere oltre. Il più arrabbiato di loro cerca di strappare di mano la telecamera impugnata da Fabio, il quale si affretta a dimostrargli che non sono stati ripresi. E’ una situazione da “Tranquillo Week-End di paura”; non imbracciano fucili, ma le loro motoseghe sono altrettanto minacciose e dissuasive. La tensione si allenta quando accogliamo la loro richiesta di invertire la marcia. Alla fine ci aiutano nelle manovre e al nostro “dasvidania” abbozzano persino un sorriso che mostra arcate dentarie nere di nicotina e piene di mancanze.

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venerdì 13 marzo 2009

Riguadagniamo in mattinata la strada per Suojarvi. Questo spezzone di 70 km è transitato da possenti camion a 6 ruote motrici che trasportano legname. Malgrado siano bevitori impenitenti, i camionisti russi sembrano avere un comportamento di guida più corretto di quello di molti loro colleghi occidentali. Durante tutto il viaggio non ci è mai capitato di osservare una manovra azzardata da parte di un camionista.

Giunti a Suojarvi puntiamo decisamente a Nord su una strada secondaria dal traffico nullo. Siamo di nuovo immersi nel cuore della taiga e viaggiamo sul solito fondo di neve insondabile. Solo alcuni sperduti villaggi interrompono la monotonia dell’ambiente: Leppianiemi, Toivola, Lahkolamen, Kostomuksi, piccoli agglomerati di fatiscenti casette di legno ancora stretti nella morsa del lungo inverno russo. Le case sono costruite con tavolati sbozzati rozzamente e pare non abbiano mai ricevuto una mano di vernice. E ciò contrasta con l’aspetto ordinato delle donne, che persino in questi luoghi dimenticati da Dio e dal Partito indossano eleganti giacche di pelliccia e si muovono con grazia tra enormi cumuli di neve. Qualche rugginosa Uaz assicura i collegamenti con il mondo civile. Nel raggio di 1500 km non esiste un solo campo coltivato ed ogni derrata alimentare deve essere trasportata dalle regioni centrali della Russia europea. Le uniche risorse, a parte quelle minerarie, sono costituite dal legname e gran parte degli abitanti maschi sono appunto lavoratori forestali.

Questa tappa prevede il superamento del villaggio di Porosozero e il bivacco sulle rive del Lago Gimolkoe. Il sentiero che conduce al lago è fortemente innevato e una volta imboccato non consente alcuna manovra. Ai lati del sentiero la profondità della neve è tale da impedire un’eventuale inversione di marcia, che sarà possibile solo sulla superficie ghiacciata del lago.

I mezzi avanzano a fatica ma senza intoppi. Il percorso è breve e dopo neppure mezz’ora giungiamo sulle rive del lago. Come previsto, il ghiaccio ci consente di effettuare le manovre necessarie per scegliere la posizione ideale per il campo notturno.

Sulla riva c’è uno strano veicolo: una motocicletta a tre ruote con gli pneumatici ricavati da grandi camere d’aria da camion fasciate da strisce di tela trasversali. Le tracce lasciate sulla neve rivelano una capacità di galleggiamento eccezionale. Il mezzo, di fattura artigianale, viene probabilmente utilizzato dai pescatori per gli spostamenti sulla superficie ghiacciata del lago.

La notte si preannuncia gelida e decidiamo quindi di stendere un telone sulla parte frontale del Land per fornire una certa protezione alla cabina e al vano motore. Dopo cena una passeggiata notturna sul lago ci consente di bruciare l’eccesso di calorie che una bottiglia di rosso toscano e un paio di cicchetti di vodka ci hanno fatto accumulare.

L’indomani, riguadagnata la strada, continuiamo il percorso verso nord. Si trascorre la mattinata filando nella solita pista da bob. A risvegliarci dal torpore che l’ambiente monocromatico c’infonde, sono i frulli degli ullari, specie di grosso gallo forcello che staziona a branchi ai lati della pista. Gli unici animali avvistati, a parte qualche volpe, sono questi tetraonidi. Nessun incontro invece con l’alce, che pure abbonda in queste zone, né con altri cervidi.

Ai margini dei villaggi scorrazzano liberi i cani. Razze da slitta ormai surclassate dai mezzi a motore, ma che godono ancora di grande considerazione presso le popolazioni locali. Verso mezzogiorno raggiungiamo il villaggio di Peninga dove in una baracca che funge da spaccio acquistiamo alcune derrate alimentari. Per farci il conto la titolare dello spaccio maneggia con perizia un pallottoliere, strumento in uso nella Russia sovietica fino agli anni’80 e che è ancora oggi operativo nelle zone più remote del paese.

Il disfacimento del sistema sovietico non ha comportato drastici cambiamenti nello stile di vita di queste popolazioni e lo dimostrano i numerosi simboli del Regime Comunista che ancora svettano su molti edifici pubblici. Verso sera giungiamo nei pressi della villaggio di Ledmozero. E’ tardi e dobbiamo scegliere il posto per il campo notturno. Imbocchiamo una pista camionabile, da cui si diparte un tracciato per motoslitte che sembra ideale per trascorrervi la notte. Proviamo col Land, ma dopo pochi metri lo strato nevoso cede ed il mezzo sprofonda fino al telaio. Come sempre in mancanza di aderenza, i blocchi differenziali si rivelano inutili e la situazione può essere sbloccata solo ricorrendo al traino con Daily, rimasto con le ruote sul solido. Per questa notte dobbiamo accontentarci di una cava di sabbia, poco romantica, ma sufficientemente ospitale.

La tappa odierna prevede l’attraversamento di un territorio collinoso con numerosi tornanti che ci induce ad una sosta tecnica per il montaggio degli speciali chiodi della Best Grip. Grazie ad una vite elicoidale questi chiodi possono essere inseriti con l’ausilio di un comune avvitatore. L’operazione richiede più di un’ora, ma conferisce ai veicoli stabilità e sicurezza anche sulle più forti pendenze.

Questa volta abbiamo l’opportunità di osservare la taiga dall’alto. L’immensa distesa di abeti rossi e betulle si perde all’orizzonte. Verso Est questa fascia climatica attraversa tutti i 9 fusi orari di un paese grande 70 volte l’Italia: una dimensione alla quale non siamo abituati e che può disorientare anche il viaggiatore più esperto.

Il filo che ci tiene legati alla civiltà è il mezzo su cui viaggiamo e in questo frangente la sua affidabilità ci pare più che mai vitale. Zigzaghiamo su e giù per le colline con orientamento Nord, superando l’insediamento industriale di Kostomuksha, fino al villaggio di Vojnisha dove pieghiamo decisamente ad est verso Kalevala. Superata la cittadina percorriamo la direttrice per Tungozero per altri 80 km per poi imboccare un sentiero laterale che punto verso l’interno.

Il sentiero ci conduce ad una radura ideale per passarvi la notte. Il mattino decidiamo di proseguire su questo tracciato non battuto e al limite della capacità dei mezzi. Qualche rischio lo corriamo nel superamento di uno stretto ponte di legno senza sponde che attraversa un torrente. Il ponte è ricoperto da mezzo metro di neve che non consente di valutare le condizioni del tavolato. Le macchine faticano a mantenere la traiettoria. Siamo costretti a compiere retromarce e correzioni, col rischio di un disastroso scivolamento laterale. Alla fine tutto va per il meglio e possiamo proseguire senza altri intoppi puntando a Nord-Est, per ricongiungerci alla M18 che ci porterà a Kandalaksha sul Mar Bianco.



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domenica 15 marzo 2009

La penisola di Kola

Sostiamo presso il cippo che indica il Circolo Polare Artico, circondato da piante da cui pendono centinaia di strisce di tela colorata, apposte dai viaggiatori. Una tradizione che ricorda quella delle popolazioni montane del Tibet e che dovrebbe assicurarci un viaggio sereno.

Prima di Kandalaksha facciamo una deviazione verso il piccolo villaggio di Kovda, sul Mar Bianco. Il villaggio è abbarbicato in cima ad una collinetta che domina il fiume sottostante, le cui acqua cominciano a scorrere tra i lastroni di ghiaccio. Il lato Nord si affaccia sul Mar Bianco, interamente ghiacciato. Nonostante lo stato delle case, molte delle quali, per mancanza di fondamenta, sono inclinate paurosamente su un lato, il villaggio ha un aspetto bucolico e rasserenante. Sembra spopolato, ma una donnina che ritorna con la borsa della spesa smentisce l’impressione. In cima alla collina una delle più antiche chiese di legno della penisola di Kola è in corso di restauro. I tavolati ben piallati fanno a pugni con il colore delle assi della torre campanaria, annerite dal tempo. Ma la Russia, si sa, è una terra piena di contrasti. Pare che d’estate il paese si riempia di vita, ma durante la stagione invernale gli abitanti stanziali non superano le 30 anime.

Giunti a Kandalaksha prenotiamo finalmente una camera in un hotel in perfetto stile sovietico. Ci assegnano quella che secondo lo standard russo sarebbe la migliore. E’ dotata di doccia e cesso rattoppati alla meglio, ma è pulita e riscaldata, e questo ci basta.

Anche la città è costruita secondo l’architettura sovietica: palazzoni popolari in evidente stato di abbandono fanno da cornice alla piazza principale, al centro della quale su un grande basamento di cemento, un carro armato T34 rammenta le glorie della grande Armata Rossa. Pare che non esistano negozi, ma in realtà sono celati senza insegna né vetrine all’interno dei cortili. In città le solite belle donne. La Russia è un paese di modelle alte, slanciate ma ben in carne, in grado di stimolare le fantasie dei maschi della spedizione: quelli temporaneamente single, s’intende!

Lasciata Kandalaksha imbocchiamo la strada costiera che conduce prima a Umba, città chiusa per ragioni militari, e poi prosegue fino allo sperduto villaggio di Varzuga. Il percorso non è molto impegnativo. La strada è stata battuta dagli spazzaneve ed è percorribile anche da mezzi convenzionali. Il ghiaccio del Mar Bianco, a causa della pressione, si è sollevato in prossimità della costa, dandoci l’impressione che l’onda di risacca si sia congelata all’istante.

Varzuga è uno dei più antichi villaggi della penisola, abitato dai Pomori, una popolazione stanziale dedita alla pesca. La parte nuova comprende una strada, una scuola ed alcune case di recente costruzione, mentre la parte vecchia sta sul lato opposto del fiume, ed è accessibile solo in barca.

L’indomani ripercorriamo in senso inverso la strada costiera, rientrando a Kandalaksha. La città è diventata ormai la nostra base per i rifornimenti di carburante e le derrate alimentari.

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mercoledì 18 marzo 2009

Nel pomeriggio riprendiamo la M18 per incontrarci con Frank, un operatore olandese che organizza escursioni estive e invernali a bordo di camion, motoslitte e fuoristrada. Ci informa che la pista che intendeva fare è probabilmente inagibile e consiglia di tentare colo con il camion Gaz, un mezzo compatto equipaggiato con enormi ruote, un potente 8V a benzina (interamente copiato dal motore Range Rover) e un verricello meccanico. Seguiamo il consiglio e partiamo a bordo del mitico Gaz. E’ subito chiaro che la neve è troppo profonda anche per questo possente mezzo. Il camion avanza a fatica, arranca, sprofonda, poi avanza di nuovo e di nuovo sprofonda fino a bloccarsi definitivamente. Tutti a terra. Pala e verricello riportano il mezzo in superficie, ma fatti pochi metri la cosa si ripete. Si avanza a tratti per qualche km fino a che risulta chiaro che man mano che ci si inoltra verso l’interno lo spessore della neve aumenta sempre di più. Si decide quindi di rientrare, raccattando sulla via del ritorno uno sgangherato furgone Uaz che nel tentativo di seguire le tracce del camion ha sgranato un differenziale. In totale siamo riusciti a penetrare nell’interno per 8 km e secondo Frank per queste condizioni di innevamento ciò costituisce già un record.

Per compensarci del flop con il camion, Frank propone una giornata in motoslitta attraverso il Lago Mocheozero e la zona a Nord i Monchegorsk. Mario e Fabio accettano con entusiasmo e sperimentano le differenti condizioni di guida sulle distese ghiacciate dei laghi e sulle colline.

Dopo aver compiuto l’avventura nell’avventura, i nostri centauri ritornano a Monchegorsk. Appena il tempo per un caffè bollente ed un cordiale saluto a Frank e si ritorna sulla direttrice principale, toccando la città di Apatity, che deve il suo nome appunto all’apatite: un prezioso fosfato estratto nelle miniere di Kirovsk e raffinato qui. Apatity è stata teatro di una delle più immani devastazioni della Russia. Neppure la prospettiva dei bei Monti Khibiny sullo sfondo è in grado di addolcire le immagini dell’impressionante complesso industriale. Lo scenario apocalittico di Apatity ci fa apprezzare la cittadina di Kirovsk, situata a ridosso dei Monti Khibiny. Sebbene anch’essa sia nata come città mineraria, il suo sobborgo industriale è posto a 7 km dall’abitato. La città è oggi un fiorente centro di sport invernali con piste da sci, free-style e da fondo. I suoi impianti vengono utilizzati per gli allenamenti della Nazionale Russa. In estate è la base di partenza per tutti i percorsi da trekking.

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venerdì 20 marzo 2009

Ancora una volta deviamo dalla M18 per visitare Lovozero, il più importante centro Sami di tutta la Russia. La cittadina ha un aspetto deprimente, con i soliti fatiscenti condomini popolari e un centro culturale a forma di tee-pee che nel contesto generale risulta patetico. Dei Sami dell’immaginario collettivo, nomadi allevatori di renne, neppure l’ombra. La sedentarizzazione imposta dal sistema sovietico ha snaturato queste popolazioni, che ora soffrono di grandi problemi di disoccupazione e alcolismo. Ma anche questa è Russia. Le sue brutture sono parte del contesto generale e bisogna accettarle. Negli ultimi anni c’è stato qualche tentativo per rilanciare la cultura Sami. Al momento una sola comunità ha ripreso l’allevamento delle renne e d’estate è possibile osservarne qualche branco nelle zone di pascolo.

Riguadagnata la M18 proseguiamo il nostro viaggio verso Nord, dirigendo verso l’ultima bruttura sul Mare di Barents: Murmansk, la più grande città del mondo a Nord del Circolo Polare. Oltre la città, sul fiordo stesso, c’è il porto di Severomorsk che ospita la flotta nucleare ed è vietato agli stranieri. Murmansk è posta su tre livelli: la parte industriale ed il porto sono ovviamente a livello del mare.

Il porto è, come tutti i porti del mondo, una selva di gru d’acciaio. Il fiordo è disseminato di rugginose carcasse di navi in demolizione. Al largo di questo fiordo nell’agosto del 2000 si svolse la tragedia del Kursk, sommergibile nucleare orgoglio della marina russa. La notizia della tragedia venne divulgata dopo ben 18 giorni e ancora oggi le sue cause sono avvolte nel mistero. L’omertà degli ambienti militari fece sì che persino Gorbaciov, che ancora godeva di grande considerazione presso la classe politica, non riuscisse a fare chiarezza sull’accaduto. La versione ufficiale attribuisce la causa della tragedia all’esplosione accidentale di un siluro.

Il centro cittadino è in posizione intermedia e le alture circostanti sono coronate dai condomini periferici. Dopo aver visto Apatity, Murmansk ci appare piacevole: grandi viali, palazzi con facciate ridipinte di fresco, negozi ben forniti e le onnipresenti belle donne che come sempre sculettano elegantemente sui tacchi a spillo, incuranti delle folate di neve che le investono. Alloggiamo al Polarnie Zori (Alba Polare) hotel di standard occidentale. Per questa volta l’avventura si è fatta da parte e godiamo del massimo confort.

Lasciata la città puntiamo a Sud-Ovest sulla strada P11 che ci condurrà al posto di confine di Raja Jooseppi. I 250 km di strada sono fortemente innevati e l’ultimo tratto è particolarmente disastrato. Al posto di confine russo ancora si respira aria da guerra fredda: reticolati, cancelli di ferro, bande chiodate e torrette con militari armati di AK47. Al controllo dei passaporti qualcosa non quadra e veniamo trattenuti per quasi due ore. Siamo soli alla dogana e malgrado la rigida burocrazia preveda controlli capillari dei documenti, veniamo trattati con garbo e ospitati in un salotto riscaldato. Quando la situazione si sblocca è ormai sera e raggiunto il posto di confine finlandese veniamo di nuovo bloccati e questa volta in modo molto più brusco. Hanno rilevato tracce di radioattività sui nostri mezzi, souvenir della penisola di Kola, e ci guidano sotto un arco dotato di rilevatori geiger. Per fortuna i valori non sono elevati e finalmente ci consentono di entrare in Finlandia. E’ notte e alla prima piazzola ci fermiamo per la cena.

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lunedì 23 marzo 2009

Il ritorno attraverso la Finlandia

L’indomani raggiungiamo Ivalo e iniziamo la discesa verso Sud. Dato che la voglia di avventura anima ancora tutti i componenti della spedizione decidiamo di deviare dalla E75 per compiere un traversone che dovrebbe condurci su una strada parallela. La pista, lunga una settantina di km non è stata ancora aperta e riusciamo a percorrerne solo un tratto di una decina di km, con qualche intervento per togliere d’impaccio le macchine. Ma ne è valsa la pena. L’ambiente è di una bellezza straordinaria; la neve immacolata è violata solo dagli zoccoli delle renne che al nostro arrivo fuggono tra le piante. Ci fermiamo per un frugale boccone. Riguadagnata la E75 scendiamo ancora verso sud per imboccare un’altra pista che compie un grande anello nell’interno per poi ritornare sulla strada.

E’ l’ultima avventura prima del grande trasferimento verso casa. E’ un percorso da motoslitte ma abbastanza battuto da essere agibile anche per noi. Procediamo in prima ridotta fino al buio quando, in prossimità del lago Seiupajarvi giungiamo in una radura che ci consente di allestire il campo. Sul lago ghiacciato alcune barche sepolte dalla neve e qualche casetta apparentemente disabitata. Ma il latrare di un cane nella notte ci dice che non siamo i soli frequentatori del luogo.

Questo è l’ultimo bivacco in foresta. Siamo ancora sopra il Circolo Polare Artico. Ma da domani la strada che ci separa da Helsinki e dal traghetto per la Germania sarà considerata puro trasferimento. La notte è gelida e senza luna. Il buio assoluto e l’aria tersa ravvicinano la volta del cielo costellato da miriadi di stelle.

Usciamo all’aperto per brindare al successo del viaggio e alla grande Madre Russia, che ci ha consentito di vivere una straordinaria avventura, smentendo tutte le fosche previsioni che viaggiavano su Internet.

Questa è la nostra seconda esperienza nell’Artico e se è vero che non c’è il due senza il tre……..