Giorno 15 ottobre 1999
Martedì 5 ottobre 1999- Da Roma a Samos (in aereo) Partiamo con la solita Thai, Marcus ed io, con il lavoro lasciato in fretta e furia alle nostre spalle. Dopo un’attesa di alcune ore ad Atene, (dove i nostri bagagli non sbarcano) eccoci arrivare a Samos con un volo nazionale. E’ sera ed il piccolo aereoporto dell’isola è stracolmo di turisti in partenza. Ad aumentare la confusione va via la corrente su tutta l’isola. Nella speranza che le nostre valige siano state indirizzate qui aspettiamo nel buio che si rimetta in moto il nastro trasportatore. Acquisto un accendino e come me molti altri fanno lo stesso. Sembriamo una manifestazione di dimostranti pacifisti.. Dopo una certa, doverosa, attesa, invero poco speranzosa, ci convinciamo che i bagagli sono andati a Bankok. Decidiamo di farci portare a Pytagorio in taxi.
Sempre avvolti nelle tenebre giriamo senza meta per i vicoli della cittadina alla ricerca di un albergo. Alla fine del nostro girovagare, a tentoni, imbocchiamo in un alberghetto sul lungoporto (dovrei dire lungoporticciolo, perche Pytagorio è tutta raccolta qui) La stanza non è granchè, ma possiede un delizioso balconcino che guarda sul piccolo ristorante sottostante. Ceniamo al lume di candela nel ristorantino, facciamo un po’ di “cambusa” per la colazione e ce ne andiamo a letto. Al buio. Mercoledì 6 ottobre 1999. Pytagorio (Samos) - Skala (Patmos) L’aliscafo per Patmos parte alle ore 13.
Dopo una adeguata colazione con jogurt al miele e succo di limone (secondo la ricetta constantiniana da noi prontamente adottata: un vasetto di jogurt grasso, tre cucchiaini di miele ed un’abbondate strizzata di limone) fatta sul balconcino dell’”hotel”, ce ne andiamo a scoprire le antichità di Pytagorio. L’acropoli, invero modesta elevazione sulla scogliera, è occupato da un panoramico cimitero ed è sormontato da edifici di varia epoca. Resti di colonne e capitelli d’epoca ellenistica del tempio di Atena, un castello tardo-medievale diroccato ed una chiesa moderna si mescolano assieme. Più suggestivo è invece l’antico molo che emerge a disegnare il profilo di quello attuale. Da qui Pitagora partì per la Magna Grecia.
Il Dolphin, semivuoto, non ci conduce direttamente a Patmos, ma fa un lungo giro per le isole attorno. L’arcipelago di Furni appare molto carino. Il paesino invita a tornarci per un attracco più calmo. Proseguiamo poi fino ad Icaria dove prendiamo a bordo alcuni passeggeri da Ag. Kirikos. Rivediamo così questo porticciolo dove quattro mesi fa abbiamo trascorso una notte piuttosto movimentata per via della risacca. Il paese non affre molto e per questo non è frequentato dal turismo. L’intera isola di Icaria non è una interessante meta turistica. Alle 16, finalmente, arriviamo a Patmos. Troviamo la barca in acqua, come ordinato telefonicamente, e subito ce ne andiamo ad ormeggiare a Skala. Comodamente all’inglese. Assieme a noi sono attraccate una dozzina di barche in tutto. Giovedì 7 ottobre 1999 .
da Patmos a Marathi - 15 miglia L’atmosfera di pace che l’isolotto di Marathi ci trasmette ci invoglia a muovere Gattadapelare nella sua direzione. La giornata è calma ed in assenza di vento procediamo a motore. Sono le 10.00. Abbandonata la punta orientale di Patmos dirigiamo sulla punta nord di Marathi per entrarvi da una direzione ce non abbiamo mai sperimentata. La costa di sinistra (Arki) quella di destra (Marathi) sono deserte ed affascinanti. La pompa di sentina è in avaria e per di più continua ad entrare acqua dalla marmitta. Imprecazioni e olio di braccia. Marathi è come l’abbiamo lasciata: unangolo di pace. Ci sono cinque barce alla ruota e Mikelis che si braccia perché ci ha riconosciuti. E’ vestito in nero-lucido, da piratra elegante.
Incontriamo alcuni personaggi: uno svedese bilaureato, chiacchierone, a capo di una tavolata di otto persone di varia nazionalità, un dignitoso, vecchio e barbuto pescatore di nome Vangelis intento a pulire gli ami della sua , ed anche Gianluca da Pinerolo, nella vita gestore di un rifugio alpino in Val d’Aosta e assistente professionista domiciliare durante l’invero, alla continua ricerca di angoli sperduti. Trascorre così la serata, tra pesce e vino. Dopo trenta giorni di astinenza sono un po’ “ciucco”. Venerdì 8 ottobre 1999. Da Marathi a Leros. 15 miglia. Oggi soffia il meltemi. Già ieri sera c’erano i segni premonitori: coperta era asciutta e cielo stellato.
Questa notte, per una inveterata abitudine da skipper, mi sono alzato a dare un’occhiata; non tanto per controllare l’ormeggio ben saldo sul corpo morto, ma per avere un’idea sulla nostra partenza. Le drizze hanno iniziato a sbattere ed ho dovuto legarle per riposare tranquillo. Facciamo colazione sotto i tamerici con uova e pancetta ed osserviamo pigramente l’arrivo di un catamarano austriaco e la partenza delle altre, poche, barche. Ci facciamo portare puree di fava e retsina. Sotto il nome di fava si identificano puree vari, spesso di cece, talvolta di fava, che conditi con olio di oliva e cipolla fresca, rappresentatno uno dei contorni più gustosi dela cucina greca. Alle 15.00, Marcus ed io, decidiamo di proseguire il viaggio. Luca (Gianluca Onida, fraz. Inverso Cognetti 2, 10060 Villar Pellice .TO-, tel.
0121 930145) ne approfitta per fare barca-stop e porta a bordo il suo zainone militare. Dopo calorosi saluti a Mike, il biccchiere della staffa ed il dono di una bottiglia di uzo da parte del simpatico “pirata” ce ne andiamo con mezzo fiocco e due mani di terzaroli. Sulla cresta delle onde scivoliamo in surf a 9 nodi e vediamo scorrere in fretta gli isolotti di Lypsos e la costa nord di Leros. Non abbiamo con noi il libro-portolano che è rimasto nel bagaglio dirottato ad Bankok, pertanto ci infiliamo nella prima baia a nord-est, baia Alinda, prossima al paese. Ma c’è troppo vento ed il moletto è battuto dalle onde. Dai ricordi di passate letture dovrebbe esserci un miglior riparo dietro il promontorio, dominato dal diruto castello-convento dei frati gerosolomiti.
Doppiata la ventosa punta Panteli ecco, infatti, scoprirsi il paese di Platanos ed il porticciolo, ben ridossato. Troviamo posto in seconda fila appoggiati ad una barca tedesca. Il paese appare gradevole, a cavallo di un dosso, con i resti di alcuni mulini a vento ed una serie di taverne lungo la riva. Di turismo in questa stagione non ce n’è, ma d’estate ogni due giorni atterra un aereo di linea. Scopriamo una tavernuccia sulla riva con velleità da pub paesano, frequentato da alcuni locali e un paio di marinai come noi. Il mangiare è gustoso (pescetti arrosto con insalata e l’immancabile retsina) ed i personaggi locali interessanti. Invitiamo Luca a dormire in barca con noi e ci ritiriamo nelle nostre cuccette.
L'unica casetta di Levitha
Giorno 29 ottobre 1999
Sabato 9 ottobre 1999. Leros. Oggi dovrebbero arrivare i nostri bagagli. Con un taxi ci facciamo portare all’aereoporto, all’estremità settentrionale dell’isola. Più che un aereoporto assomiglia ad una casa cantoniera. La pista, corta ed in salita, va da nord a sud, secondo la direzione del vento dominante. Ogni due giorni atterra un aereo. Oggi l’aeroporto è chiuso ed a fatica rintracciamo l’unico addetto che ci conferma che i bagali sono arrivati e si trovano all’ufficio dell’Olimpic in “città”. Così è. Un po’ malconce recuperiamo le nostre cose, compreso il portolano ed il GPS, indispensabili per conoscere le nostre rotte future.
Beh, proprio indispensabili no, dal momento che lo skipper è stato in grado, anche in altre occasioni, ad arrivare sempre a destinazione. Chi ha detto che l’autostima sia sempre un peccato di superbia ? Nel pomeriggio decidiamo di raggiungere i resti del monastero-fortezza che domina il paese dall’alto della montagna. Molto bello il panorama. Vediamo a sud gli isolotti di Kiriaki e di Piganoussa e la costa sfumata dell’isola di Kalimnos, quasi attaccata a Leros . Aguzzando lo sguardo si puo’ veder, ad est, davanti alla costa turca, anche l’isolotto di Farmako dove Giulio Cesare diciottenne, fu tenuto prigioniero dei pirati fino al pagamento del riscatto. (Per chi non lo sapesse, alcuni anni dopo, ormai affermato, tornò e ne fece polpette).
Ceniamo alla nostra solita taverna dove incontriamo le medesime facce: l’oste grassoccio, il vecchio, con la sua bottiglia di vino, che pare biascichi continuamente annuendo ad un interlocutore immaginario, la giovane coppia locale, lo skipper francese solitario. Luca questa sera ci lascia: prende il battello per Atene, dove arriverà domani mattina presto. Il barometro segna 1017. Domenica 10 ottobre 1999. Da Leros a Cos.20 miglia. Partiamo alle 10.00 con un vento da nord-est a 13 nodi e procediamo verso sud terzarolati per non sottoporre la barca a inquietanti sollecitazioni. Infatti, nonostante l’intervento del cantiere, l’albero “pompa” ad ogni ondata e fa scricchiolare Gattadapelare. Non è nulla di grave, ma fa impressione.
Vediamo sfilare sulla nostra destra Kalimnos ed osserviamo da lontano il comportamento guardingo di una motovedetta greca che seminascosta da un isolotto, fronteggia la costa turca a noi vicinissima. Si vedono, infatti, i brutti insediamenti turistici che, monotoni, punteggiano le colline a nord di Bodrum. Peccato perché altrimenti la costa sarebbe bella. Incrociamo una vecchia carretta del mare, alta sulla linea di galleggiamento perchè viaggia vuota, ammaccata e arrugginita. Ci salutano cordialmente. La cosa ci lascia perplessi. Feeling ? Nelo stretto tra Kos e la terraferma turca il vento rinforza per l’effetto Venturi. Lo abbiamo al giardinetto, ma tende a girare verso Kos appena doppiata la punta. All’ingresso del porto, con vento in poppa accendo il motore, metto prua al vento e ammainiamo.
E qui accade l’imprevedibile: seppure il motore vada al massimo l’elica non gira. Siamo a pochi metri dalla scogliera che protegge il molo di sovraflutto e non riusciamo ad issare nuovamente la randa. E’ impossibile rimettere prua al vento ed il ragno, saldamente incocciato non vuole saperne di ammainarsi. Naturalmente non ho un coltello a portata di mano per tagliarlo. Siamo ambedue nel pallone. Marcus pretende ordini dallo skipper, ma l’unica cosa che questi sa dirgli è di non svolgere il genoa altrimenti l’incontro con gli scogli è garantito immediato. Non so come, ma alcuni secoli dopo, riusciamo a tirare su un fazzoletto di randa che ci consente di metterci con la prua al vento (o quasi).
Appena in tempo! Finalmente la randa, già terzarolata, è a riva e ci allontaniamo con un’interminabile serie di virate he ci spingono di volta in volta verso una riva sabbiosa o ci fanno scadere troppo sottovento (il vento un po’ più al largo ha cambiato direzione e corre nel letto del canale di mare tra Kos e costa turca). Per essere più manovrieri svolgiamo anche un poco di fiocco ed incrociamo così per circa un’ora riprendendo fiato e studiando il da farsi. Alternative non ce ne sono: dobbiamo entrare a vela ed ormeggiare senza motore e per di più di traverso al vento sulla banchina di sinistra che è l’unica che ricordi disponibile per gli yachts. Si entra con sola randa, Marcus pronto all’ancora ed io pieno di timori sulla scelta del momento.
Fortunatamente dentro il porto il vento è molto meno intenso e la manovra riesce. L’ancora (appennellata) fa presa a pochi metri da un grosso veliero americano. Marcus scende a terra con il tender portandosi appresso la cima galleggiante di 50 metri e riusciamo in tal modo a tirare lateralmente Gattadapelare con la poppa in banchina. Siamo malamente incastrati tra piccole barche, ma salvi e senza danni. Siamo certi che l’invertitore sia la causa dei nostri guai e ci informiamo subito per sapere chi può farci assistenza. Ma fino a domani non c’è nulla da fare. Ci rilassiamo, scendiamo in città e ce ne andiamo a cena. Lunedì 11 ottobre 1999. Kos. Trascorriamo la mattinata a cercare un meccanico per farci riparare l’invertitore.
Finalmente alle 13 arriva il sospirato uomo e ci comunica che l’invertitore è in ordine. La causa del nostro scampato naufragio risiede nei bulloni che fissano il motore all’asse dell’elica: non sono autostringenti e si sono allentati fino a staccarsi. In pochi minuti e con modesta spesa viene rimesso tutto in ordine. Ce ne andiamo in giro per la cittadina, ricca di rovine ellenistiche e romane che affiorano dietro ogni angolo di strada. Kos fu patria di Ippocrate ed un platano centenario ha visto, dicono, il celebre medico e deontologo rinfrescarsi sotto la sua chioma. C’è anche un bel gruppo bronzeo moderno, a grandezza naturale, che riproduce Ippocrate ed i suoi pazienti raccolti intorno a lui in attento ascolto delle sue prescrizioni. Marcus riparte in aereo per Atene per essere domani prima a Roma ed in serata a Bolzano.
Rimango solo a riassettare la barca, a leggere e vagabondare aspettando Marzia che darà il cambio al fratello domani pomeriggio.
Antikaros- la casa del francese
Giorno 312 ottobre 1999
Martedì 12 ottobre 1999. Kos. Continuo a scoprire la città ed i sui scavi. Faccio un po’ di cambusa e finalmente nel tardo pomeriggio arriva Marzia. C’è una festa mascherata per le stradine intorno al porto. Molta gente con dei bei costumi, soprattutto giovani turisti, molta musica e dolci gratis per tutti. Non sappiamo perché. Trascorriamo così alcune ore prima di infilarci in una trattoria ed andarcene poi a dormire. Domani si riprende il viaggio. Mercoledì 13 ottobre 1999. Da Kos a Leros. 20 miglia. Finalmente dopo due giorni di inattività nautica oggi si parte. Ma è più facile dirlo che farlo. Con Marcus abbiamo ancorato così saldamente che nonostante i numerosi sforzi e giri sull’ancora non riusciamo a spedarla. Siamo irremediabilmente incagliati.
A malincuore chiamiamo un sommozzatore che per misere (!!!) 450 dracme, pari a lire 250.000, ci libera. E’ vero che ha dovuto immergersi tra gli scarichi visibilmente galleggianti di numerosi cessi nautici, ma riteniamo la richiesta eccessiva. In futuro sarà bene avere a bordo una bombola da 5 litri d’aria per queste evenienze, anche se sarà dura convincere il sommozzatore di famiglia ad immergersi . Ormai abbiamo fatto le ore 11 ed è troppo tardi per puntare la prua su Amorgos, obiettivo che ci eravamo prefissi. Così con una brezza sostenuta ci infiliamo nel canale tra Kos e Kalimnos e costeggiamo questa bell’isola fino a raggiungere lo stretto tra essa e Leros. Uno stretto ben angusto che attraversiamo con qualche attenzione, seppure le carte nautiche non segnalino secche particolari.
In breve siamo in vista di Platanos che raggiungiamo alle 16. Ormeggiamo affiancati ad una barca finlandese occupata da una matura e simpatica coppia. Dopo aver gironzolato e, fatte ( da Marzia) 382 foto con soggetti vivi (anatre) e morti (sedie), ci sediamo alla solita taverna dove ritrovo gli abituali avventori, tra cui il vecchietto, sempre annuente davanti alla sua bottiglia di vino. Mangiamo con gran gusto un piatto di pescetti arrosto e ce ne andiamo a dormire. Giovedì 14 ottobre 1999. Da Leros a Levitha. 30 miglia Una giornata di vela ci aspetta nel mare degli dei. Il barometro segna 1025 mb. Lasciamo i mulini,a vento, lasciamo la rocca dei Gerolosomiti , fantasma di un mondo di passioni e paure scomparso nel tempo, lasciamo Leros con i suoi ricordi ancora vivi di guerra e di sangue versato da popoli amici e puntiamo la prua verso ovest.
La nostra meta è Kinaros isola sconosciuta e avara di approdi. Ma alle 16,30 ci assale la voglia di terra conosciuta e rifugiamo per la notte nella baia di Levitha. Mentre le rive scogliose ci accompagnano nell’entrare cerchiamo con lo sguardo i nostri amici isolani. Eccolo, infatti, Tavros che agita la mano felice di incontrarci di nuovo. Altre sei barche hanno deciso di passare la notte nell’abbraccio profumato di erbe seccate dal sole d’agosto. Il vento lieve e già fresco viene da nord. Ai pescatori accanto a noi, ospiti fissi di questo approdo, chiediamo un po’ di pesce da acquistare e loro, con la generosità propria della gente semplice, ce ne regalano una quantità sufficiente a giustificare la fatica di accendere il barbecue di bordo.
Ci assicuriamo bene con delle cime a terra e andiamo a salutare i signori dell’isola. Tra i sassi bianchi nella notte incipiente saliamo il rustico tracciato che ci porta alla casa. Torniamo nel buio silenzioso. Le stelle sono una massa di immensità che ci schiaccia verso la coscienza della nostra infinita pochezza.
foto di gattadapelare
Giorno 415 ottobre 1999
Venerdì 15 ottobre 1999. D Levitha ad Amorgos. 30 miglia. La bianca casa di Tavros e dei suoi fratelli spia da lontano la nostra partenza mattutina. Suoniamo la sirena per un saluto marinaro e guardiamo tra le pietre grige di calcare dell’ Acropoli se anche qualche fantasma acheo osserva il nostro vagabondare tra le isole di Ulisse. Eccola Kinaros, isola aspra e disabitata. Nessun approdo sicuro ci avrebbe accolto ieri sera . La sete di nuova conoscenza sarebbe stata malamente spenta dal timore delle aguzze rocce che popolano i i sogni delle nostre notti trascorse alla ruota. Senza vento, in un mare tirato a lucido si specchia la parete alta e rossa della costa sud dell’isola. Cerchiamo il profilo del cane, ma Kinaros si chiama così per altri misteriosi motivi. A mezzogiorno arriviamo alla punta più orientale di Amorgos. Da questo approdo ci aspettiamo molto.
Abbiamo letto che è poco frequentata dai turisti, che è una dell isole di accertata civiltà micenea, che è aspra e selvaggia, ma anche verde di ulivi sparsi sui dolci altopiani. Il fatto che il turista di stampo industriale, superficiale e denudato non frequenti Amorgos rappresenta per noi il marchio di qualità dell’isola, l’equivalente di un DOC cicladico. Forse qui non conoscono neppure le bibite in lattina. Nascoste insenature, calanchi azzurri si aprono davanti ai nostri occhi; così è la costa orientale affacciata al meltemi che, quando soffia, spinge la spuma dell’Egeo fino alle sponde ciottolose e solitarie. Rubiamo con gli occhi immagini da sognare nelle tumultuose, perciò monotone , giornate cittadine . Alle 16.30 entriamo nella baia di Katapopalos dove altre cinque barche ci attendono in banchina. Il paese è sparso in tre gruppi di case affacciate sul mare.
I resti dell’antica città sorgono spontanei nei giardinetti delle moderne abitazioni in un’ armoniosa fusione del tempo. Con i motorini ci arrampichiamo verso Chora, alla ricerca anche qui del candore delle Cilcadi e della tramontata gloria veneziana di cui restano dirupate testimonianze. Il golfo azzurro sotto di noi e la sera incipiente suscitano un dolce e melanconico silenzio. Ceniamo nell’unica taverna aperta dove tra pochi turisti ci si sente fraterni compagni di condivise sensazioni. Sabato 16 ottobre 1999. Da Amorgos ad Antikaros. 6 miglia. Il monastero di Horoviotissa è spalmato a metà costa di uno strapiombo sul mare. Scenario da sempre conosciuto attraverso le cartoline offerte nei chioschi e nei negozi di souvenirs e tuttavia nuovamente scoperto in una emozione da protagonista. Il barometro segnava 1019 questa mattina alle 7.00.
Nel cielo non una nube ha turbato le nostre aspettative quando abbiamo avviato i nostri motorini e siamo saliti verso Chora. Di lì una strada scoscesa passa attraverso greggi di capre timide ed incuriosite dalla nostra presenza venuta a turbare la loro eterna comunione con Pan. Il mare riflette la luce del sole fino ad un orizzonte vagamente offuscato dall’incerta ombra di Santorini. Ci ritroviamo in dodici a salire la ripida via che tra numerevoli giravolte conduce ai piedi del monastero. Le mura e la roccia si fondono assieme ed assieme condividono la passione per il bianco che i cicladici moderni nutrono per le loro modeste case. Nel passato il bianco era certezza di sventura e le case si confondevano nel colore delle pietre, sperando di passare inosservate all’occhio rapace del predone turco.
Una icona della Panaghia, la madre di Cristo, sfuggita alla furia distruttrice degli iconoclasti, si posò sulla parte rocciosa e li fu immobilizzata con un chiodo da un frate fortunosamente presente al miracolo. Un laico ci accompagna nella visita del monastero e ci mostra icona e chiodo. Poi, riuniti in una stanzetta ci offre quei dolci, tanto diffusi nel mediterraneo orientale, fatti di una sorta di gelatina dura e dolce tagliata a cubetti ed infarinata nello zucchero a velo. Seduti intorno ad un tavolo come gli apostoli facciamo questa nostra comunione tra membri di popoli diversi. Dalle fotografie ingiallite appese alle pareti, barbuti pope osservano severi i tentativi di alcuni di noi di eludere l’attenzione della guida e disfarsi del dono.
Per una strada bianca andiamo alla ricerca di Minoe, la città fondata dagli antichi cretesi, che la marea del tempo e l’oblio degli uomini hannno ridotto a poche pietre sul giogo del monte. I blocchi di calcare delle mura ciclopiche guardano con l’indifferenza degli oggetti morti le belle e tranquille insenature che favorirono il diffondersi della civiltà minoica sull’isola. Eppure nella città morta avvertiamo la presenza della vita delle “genti del mare”. Respiriamo la brezza che sale dalla costa e che porta con sé un vago pensiero d’autunno.
E’ la stessa che da secoli accarezza le onde e ruba ai marinai particelle d’ anima, che vi rimangono sospese fin quando altri animali, sopra e sotto di esse, lungo le coste e fino ai piedi delle prime colline, non rubano anch’essi per mescolarle con tutte le altre molecole d’anima che portano in sé. La morte, liberandole, le spande di nuovo nella brezza, quella brezza che gonfia le vele e che sostiene le ali dei gabbiani, che invita le onde a mormorare sui ciottoli della riva. Non ci sentiamo turisti, ci sentiamo avidi e felici razziatori di molecole d’anima. Partiamo con la febbre del marinaio che è stato troppo a lungo a terra . Ma non prima di aver vissuto una spiacevole ed educativa disavventura. Abbiamo recuperato la miscela con cui, per un errore di stima delle distanze da percorrere sull’isola, avevamo riempito i serbatoi dei motorini.
E l’abbiamo messa nei recipenti di plastica di alcune bottiglie dell’acqua che qui in Grecia, in assenza di quella gassata, sono molto sottili. Nello stivarle nel gavone di poppa, a motore già acceso ed ancora attraccati, una di esse si è rotta ed ha saturato con i gas il vano motore. Inutili i tentativi di spegnere il motore che, alimentandosi di combustibile attraverso la presa d’aria, sordo alle nostre invocazioni ed ai nostri improperi, aumentava forsennatamente di potenza. Per lunghi minuti , o forse per alcuni secondi dilatati dall’ansia, abbiamo temuto di perdere la barca in una fiammata spettacolare. Ora il carburante è in robuste taniche nel gavone di prua e ci ammorba. Davanti a noi, a sole 6 miglia di distanza, c’è Antikaros.
Quest’isola è deserta, dice il portolano, tranne due persone che la abitano stabilmente, un pescatore ed un francese misantropo. Uno stretto canale tra l’isola ed un isolotto satellite ci ospita alla ruota. “Kalispera” , ci grida il pescatore remando verso la fine del giorno e verso la sua modesta e bianca casa che si vede alta sulla collina. “Kalispera” gridiamo noi, di rimando, felici e disturbati da questa presenza che interrompe il nostro fascinoso isolamento dall’ umanità. E intanto esploriamo le pieghe della terra con occhi curiosi alla ricerca dell’altro quarto di umanità. C’è la sua casa (siamo certi che sia la sua per ,matematica deduzione), ma non vediamo l’uomo. La casa del francese, anch’essa semplice, ma già più ricca di fantasia, appare abbandonata.
Poco lontana dalla costa, ma non tanto da sembrarne schiva, se ne sta lì, misteriosa, ad attendere, assieme a noi, il prossimo giorno per raccontarci la sua vita e dispensarci le molecole d’anima che trattiene, numerose, n
La Chora di Patmos
Giorno 517 ottobre 1999
Domenica 17 ottobre 1999. Da Antikaros a Koufonisi. 20 miglia (?) Il temporale, che nella notte ci ha fatto cambiare l’ormeggio due volte, si è dissolto con le prime luci dell’alba, lasciando dietro di sé il mare calmo ed alcun refolo di vento. Impazienti, vorrremo scendere subito a terra e , nel contempo, vorremmo rimandare l’incontro con la Casa che sentiamo pregna di melanconci messaggi. Siamo attratti da essa e ne fuggiamo il peso dei pensieri trattenuti nelle sue stanze. Scendiamo a terra ed in silenzioso, rispettoso, cammino raggiungiamo la soglia della modesta corte. Le porte, serrate ed inchiodate con tavole, sono state violate da altri e si aprono subitamente alla nostra delicata spinta. Le stanze sono state abbandonate quasi improvvisamente.
Polverosi oggetti di vita quotidiana sono in inutile attesa di essere riportati in vita dal un padrone che, sappiamo con certezza, non tornerà più. Alcune riviste francesi denunciano un’ultima data : ottobre 1983. Libri, per lo più romanzi gialli,un dizionario francese-greco, cassette di classici, canzoni di Ives Montand. Una profonda melanconia ci toglie il desiderio di comunicare tra noi. Silenziosi, quasi in punta di piedi, ci aggiriamo per gli ambienti che raccontano a noi, ospiti per caso, brandelli di vita del solitario “francese”. Un paio di occhiali da miope, scatole di cibo, una pompa a mano per l’acqua, in cucina, un rudimentale scaldabagno ad energia solare (ma i pannelli solari non ci sono più). Ad un chiodo è appeso un giubbotto di montone, mangiato dalle tarme.
Ha lasciato cadere a terra un mucchietto di peli e denuncia, lui più di tutte le altre cose, la fine di un’esistenza. Alcun acquerelli, nascosti, per modestia, in un armadio, ci raccontano le lunghe ore solitarie trascorse a dipingere e ad ascoltare canzoni nella propria lingua e la canzone del mare nella lingua universale. Incontriamo una sola nota di allegria in una stanza al piano di sopra. Un letto, una sedia e su di essa, ordinatamente piegate e fresche, due lenzuola ed una coperta. Qualcuno, recentemente e forse ripetutamente usa ancora la casa e ne giustifica l’esistenza come dimora di vita e non come contenitore di melanconici ricordi. Chiedendo di essere perdonati per la nostra invadenza, scendiamo nuovamente verso la riva. Lasciamo l’isola a mezzogiorno diretti più a nord.
Iraklia, così si chiama la meta sconosciuta e poco desiderata alla quale vogliamo arrivare per un approdo tecnico. La nostra vera meta è Koufonisi. Di Koufonisi abbiamo letto e sospirato. E’ la nostra Thule, ultima spiaggia. L’immaginiamo idilliaca. Aghios Georgios si chiama la “capitale” di Iraklia. E’ situata in fondo ad uno stretto calanco della costa Nord-est ed un moletto dovrebbe invitare all’attracco. Ma il vento solleva corte e dure onde che si infrangono stizzose sulle pietre del molo e ci scacciano via. Naxos è la più prossima alternativa. Appare imponente e poco invitante; e non sappiamo perché.
Forse portiamo ancora con noi quella sensazione di “fine”, di “morte” trasmessaci dalla Casa, che non vogliamo accettare proprio perché sentiamo veritiera e poco consona alla natura così struggentemente bella del mare Egeo, e Naxos è troppo seria, all’orizzonte. E mentre navighiamo stretti, di bolina, scorgiamo un biancore di case su Koufonisi. Non dovrebbero esserci, secondo il nostro portolano, ma sono lì ad indicarci il destino di questa giornata di vela e di passione. Troviamo posto fuori del molo di sovraflutto, dove non c’è risacca. La baia che fa da porto al paese, è piena di barche da pesca. Koufonisi si rivela per un piccolo borgo di pescatori, ma con velleità turistiche che ci disturbano alquanto. Ci immaginavamo un luogo primitivo e sincero e lo vediamo, dopo tanta solitudine cui eravamo abituati ieri e questa mattina, troppo mondano.
Incontriamo anche due turisti italiani in cerca di spiagge solitarie. Non ci basta questa loro vocazione ad accettarli. Sono “turisti” e non li amiamo. Noi ci sentiamo fuori dal mondo dei souvenrs, delle lattine di Coca Cola, dei negozietti con falsi prodotti tipici, dei menu “tutto compreso”, di tutto ciò, dunque, che livella ciascun luogo del mondo appetibile ai tour-operetors. Noi vogliamo sentirci superiori a tutto ciò. Pecchiamo forse di piccolo orgoglio borghese, di velleità di superiorità, di presunzione, oppure siamo veramente diversi dalla massa ? Non possiamo sapere se altri, più eruditi, più intellettuali, più “navigati” ci guardano con il medesimo scherno che noi riserviamo “ai turisti”. Speriamo di no. Perderemmo la stima di noi stessi o, per non perderla, tacceremmo costoro di presunzione.
Un grave colpo alla considerazione che ho questa sera di me stesso mi proviene da un banale “tuffo a pennello” che esibisco alla luna e ad alcune sardine, portando con me, in mare, borsello, portafogli, soldi, biglietti aerei e telefono. Lunedì 18 ottobre. Da Koufonisi a Patmos. 50 miglia. Il giro si chiude. Alle ore otto, lasciamo Koufonisi che oggi ci appare semplice e genuina, con le sue barchette da pesca dondolanti nella risacca e la sua spiaggia solitaria, ieri sera piena di ragazzi che giocavano a pallone. Vediamo al prossimo orizzonte l’alta costa di Karos ed al lontano orizzonte il celestrino contorno di Amorgos. Anche Levitha occhieggia nella bruma ed anche la cima innevata dalle bianche di Chora di Patmos. Alle 16.30 ormeggiamo all’inglese nel porto di Skala.
Abbiamo navigato in pace, con poco vento, una buona pesca e tante sensazioni da esaminare nella silenziosa andatura di Gattadapelare. Parliamo poco e pensiamo alle ore che, passando veloci, ci condurranno nuovamente e presto al quotidiano fatto di solide, banali, necessarie realtà. Ecc.
foto di gattadapelare