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Una giornata tra Brescia e la Costiera amalfitana - Parte I.
Diario di viaggio · Italia · Lombardia · 2015

Una giornata tra Brescia e la Costiera amalfitana - Parte I.

Com’erano i luoghi del potere dei Longobardi? Perché era triste Ermengarda, la figlia di Desiderio? Cosa dicono le statue parlanti? Cosa c’entra la leonessa d’Italia con la tomba del cane? Queste sono solo…

FRdiario di Francesca Bertha
Milano
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12 febbraio 2015 → 12 febbraio 2015
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12 febbraio 2015 → 12 febbraio 20151 giorni · viaggio del 2015
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Francesca Bertha@Francesca Bertha · Milano
Il racconto
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Com’erano i luoghi del potere dei Longobardi? Perché era triste Ermengarda, la figlia di Desiderio? Cosa dicono le statue parlanti? Cosa c’entra la leonessa d’Italia con la tomba del cane? Queste sono solo alcune domande curiose a cui abbiamo trovato risposta visitando Brescia, la seconda città più popolosa della Lombardia e senz’altro una delle più ricche di bellezze artistiche. Lo testimonia anche l’UNESCO che ha dichiarato patrimonio dell’umanità molte aree monumentali del centro, che ora fanno parte del sito “Longobardi in Italia: i luoghi del potere”. La nostra passeggiata inizia dalle testimonianze dell’epoca romana in cui la città si chiamava Brixia. Ci sembra di essere davvero a Roma: il complesso archeologico bresciano conserva i maggiori edifici pubblici di età romana del Nord Italia. In piazza del Foro, costruita a partire dal I. Secolo a.C.

e completata da Vespasiano, ammiriamo i resti della basilica civile, del porticato e del Capitolium in cui sono visibili le tre celle degli altari dedicati alle divinità di Minerva, Giove e Giunone. Una sorta di scacchiera incisa nel pavimento ci fa immaginare i tempi in cui i mercanti delle botteghe del foro romano passavano il tempo sfidandosi in lunghe partite tra le colonne in stile corinzio. Nacque alcune centinaia di anni dopo il monumento forse più celebre della città: il Monastero di Santa Giulia, fondato nel 753 dal duca Desiderio, futuro re dei Longobardi, e da sua moglie Ansa. Il monastero femminile, in cui la prima badessa fu la figlia della coppia reale, Anselperga, possedeva beni ingenti ed era al centro di un’intensa attività di scambio commerciale.

Fa parte del complesso conventuale anche l’antichissima basilica di San Salvatore che custodisce numerosi affreschi di pregio. Tra le mura del monastero il raccoglimento fu velato di profonda tristezza quando vi si rifugiò Ermengarda, l’altra figlia di re Desiderio, il cui vero nome non è nemmeno noto agli storici: a battezzarla così fu Alessandro Manzoni che nel suo dramma Adelchi, del 1822, narrò le sue vicende. La donna, morta a soli 22 anni, fu la moglie di Carlo Magno che la ripudiò perché lei non era stata in grado di dare un erede all’imperatore. Si deve invece a Giosuè Carducci e alla sua ode Alla vittoria l’appellativo Leonessa d’Italia, riferito a Brescia come omaggio per la valorosa resistenza contro gli austriaci durante la rivolta delle Dieci giornate nel 1849.

Durante la nostra passeggiata visitiamo anche il Duomo nuovo e il suggestivo Duomo vecchio, uno dei più importanti esempi di rotonde romaniche in Italia. Dopo un bel giro nella stupenda piazza della Loggia decidiamo di ammirare la città anche dall’alto, dal castello, costruito nel Duecento dai Visconti su un sito precedente, e ampliato nel corso dei secoli XV-XVI. Oggi il maniero si trova in un grandissimo parco pubblico ed è sede di eventi culturali. Restando sulle alture, è sui colli Ronchi che si può visitare il curioso tempietto neogotico noto come la tomba del cane. In origine la costruzione avrebbe dovuto accogliere i resti di due benefattori, ma alla fine, si dice che vi sia stato sepolto solo un cane. Tornando in centro, la scoperta della città continua attraverso le “parole” di alcune sculture.

Incredibile, ma vero: a Brescia ci sono le statue parlanti, così chiamate perché fino alla fine dell’Ottocento i cittadini affiggevano su di esse dei messaggi critici contro i governanti. La più nota è la cinquecentesca Lodoiga, situata sotto il porticato della Loggia, a cui rispondono i “Macc dèle ure”, le figure meccaniche in cima alla Torre dell’Orologio e il Montasù dèle Cosére, il faccione delle Cossere dal naso mozzato. Quando nel 1311 l’imperatore Arrigo VII espugnò la città guelfa, giurò di distruggerne le mura e di mozzare il naso ai cittadini. Grazie all’intervento del Legato Pontificio e al pagamento di una pesante taglia, il furioso imperatore ridimensionò le proprie ambizioni di vendetta accontentandosi di mozzare il naso alle statue. Il povero Montasù fu una delle sculture colpite dallo sfregio imperiale.

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