Giorno 117 marzo 2007
Un tuffo nel tufo
Allora, ti dico, per Volterra prendiamo la Pistoiese verso Firenze, facciamo il ponte all’indiano e imbocchiamo l’autostrada per Siena. No? Che ridi scusa? Non è così? Te lo dico senza guardare cartine, improvvisando percorsi di forestiero. Ma tu ridi del mio ingenuo tentativo di navigatore dei tuoi luoghi. “Per te ogni ponte è il ponte all’indiano”. E allora ti racconto di quella volta che volevo prendere per Empoli e mi sono perso nel centro di Scandicci. E tu fai un giro largo e strano per confondermi le idee e mi dai la netta sensazione che avevo ragione, ma non me lo dici, dispettosa, se c’avevo visto giusto oppure no. A Volterra non ci sono mai stato, o almeno mi pare proprio di non esserci stato.
Senonché questi palazzi di tufo, questi scorci di tufo, queste facce di tufo (anche qui), questa strada che curva sul panorama di colline e soprattutto il parco della fortezza che è ancora oggi un carcere mi smuovono ricordi profondi, una sensazione di déjà vu che riemerge dall’inconscio. E forse ci sono già passato, ma davvero non me lo ricordo. Sicuramente, se è accaduto, è stato in una vita precedente. O sarà semplicemente che questo medioevo tra Umbria e bassa Toscana ripete in continuazione se stesso (mi rendo conto che sto facendo un’affermazione passibile di censura da parte tua).
Ancora picnic, col cestino di ieri, ancora polpette uova sode pecorino e muffin a celebrare questo nostro amore che si scopre all’improvviso a corto di liquidi (e non per il vino che non abbiamo bevuto perché ho dimenticato i bicchieri) e quindi il più possibile autosufficiente (come il Governo) e quasi quasi autarchico (come quell’altra Italia di tanti tanti anni fa, con cui speriamo di non condividere il destino...). Sì insomma, ancora picnic amoroso con la tua voce che s’incastra su quella di Celati, i bambini che giocano a palla, gli uccellini che fanno pi pi e fli fli dai rami, ancora io e te.
E poi Colle Val d’Elsa, il lungo paese a dorso di tufo, che a me in certi momenti, come in via del muro lungo o in quell’altro vicolo parallelo appena sopra, ha ricordato Assisi, ecco l’ho detto, ma allora ho taciuto perché mi avresti preso per grullo, tacciato di gallico grullarello, io lo so, anche se adesso dirai di no. Ti ho solo guardata prendere foto e ho riso con te che facevi il verso alle signore avanti di età che si spingevano a vicenda dentro la chiesa ad accendere lumini. Birbona che sei! E a casa finalmente, a inondare di fumi cucina e soggiorno con quella bistecca di tre centimetri che cuoci sul fuoco per offrire, fiera, il pasto sanguigno della tua terra a questo mite settentrionale sceso dalle vette più alte bramoso della tua carne.
Amore dei miei fornelli, al diavolo il tufo, al diavolo Volterra e tutte le tombe etrusche che non abbiamo visto, fammi agguantare la tua carne, consumiamo il nostro pasto, non possiamo più aspettare.
Piazza dei Priori a Volterra
Giorno 218 marzo 2007
Il Grande Francese
Lunga notte, tra sabato e domenica, ma proprio lunga: dodici ore di sonno filato (a parte quella tua esclamazione urlata in piena notte). Colazione alle undici (missà che son più di dodici allora) e non sto a ripetere gli ingredienti. E tu che telefoni all’orecchio di quel ventre che ti ha generata e che promette succulenti condimenti (la paiata!) e variegati secondi (frattaglie scandalosamente saporite). Ed è in questa imprevista circostanza che succede. Prima della gita ad Artimino. Prima dei baci sotto gli ulivi. Prima delle foto alla villa medicea, prima delle altre trecentoquarantacinque volte che abbiamo fatto l’amore. Prima della mia partenza. Il Grande Francese è entrato da quella porta. Teneva una cassetta tra le mani, il Grande Francese, piena di ogni ben di dio, e avanzava con quel sorriso che gli allungava i baffi grigi.
Mi ha detto “ciao Nathan”, proprio così, con quei suoi quieti occhi azzurri, e ti ha consegnato la cassetta per stringermi la mano. Parlava, il Grande Francese, della vita di quei posti, delle faccende pratiche e del destino degli uomini. Ha espresso giudizi, il Grande Francese, e opinioni con la grazia e la cautela di un uomo misurato e sereno. E ha ancora sorriso, il Grande Francese, in quel modo largo dell’uomo soddisfatto. E per due volte, per due lunghissimi momenti, ha allungato la sua mano paterna e l’ha adagiata sulla mia spalla.
Villa la Ferdinanda, Artimino