Diario di Bordo

località: anatolia
regione: costa turchese e isole greche
stato: turchia (tr)

Data inizio viaggio: mercoledì 22 maggio 2002
Data fine viaggio: sabato 15 giugno 2002

In barca a vela dalle coste dell'Anatolia alle isole greche

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mercoledì 22 maggio 2002

mercoledì 22 maggio 2002

Sono arrivato il 22 maggio 2002 ad Antalya via Istanbul per preparare Gattadapelare che è qui ferma da un anno. Gli eventi politici dell'autunno scorso ed i venti di guerra hanno scoraggiato l'equipaggio che avevo raccolto. Mi aspetto diversi problemi per rimettere la barca in condizioni di navigare. Mi sono messo d'accordo con l'amico Erdal perché mi procuri un operaio che vada in testa d'albero a verificare l'arrivo delle draglie e degli stralli. Anche il motore appare bloccato e devo fare intervenire il meccanico. Niente di grave. Le batterie vanno ricaricate. Sostituisco la pompa di sentina con una nuova che ho portato da Roma. Ingrasso, sblocco, controllo, vernicio, metto una nuova guarnizione alla tazza del cesso, richiudo il foro fatto in chiglia un anno fa per asciugarla a fondo. E finalmente varo. E' il giorno 25. Domani arrivano Marzia e Gino con lo stesso aereo da Istanbul. Il tempo è stato buono, ma il vento, piuttosto teso, proviene sempre da est. E' la direzione che dobbiamo prendere per la prima tappa del nostro viaggio: Finike.

Domenica- 26 maggio 2002 Antalya-
Vado a raccogliere l'equipaggio all'aeroporto con una macchina a noleggio. Siamo tutti di buon umore e ce n'andiamo subito nella città vecchia a cenare in un ristorante sul porto crociato. Tutto è propizio, il cibo, il panorama, la luna, la compagnia. Tra il ventaglio di offerte presentato a Marzia per il giorno dopo sceglie di visitare le rovine di Thermessos. Ottima scelta. Il luogo è in alto e fresco e prevediamo una giornata riposante prima di intraprendere la prima tappa di 50 miglia.
Si va alla Marina a dormire.

Lunedì 27 maggio Thermessos.
Partiamo con comodo per fare i pochi chilometri che separano Antalya dalle montagne del Tauro.
Ci fermiamo alla modesta trattoria che ci vide un anno fa assieme alle "ragazze" ed ordiniamo assieme al cibo una buona bottiglia di vino Ciancaia fredda. Marzia in Turchia beve solo Ciancaia !
Salendo per i tornanti che ci portano in quota a Thelmessos avvertiamo i segnali di un sonno postprandiale che non possiamo ignorare, sicchè arrivati sulla spianata, alla base delle rovine dell'antica città, tra interessantissime tombe monumentali accoglienti il sonno eterno di antichi personaggi, ci accontentiamo di un modesto, temporaneo, sonnellino accarezzati dalla fresca brezza che scende dall'alto.


Il teatro, ben conservato, è raggiungibile con fatica salendo per un sentiero nel bosco. Ma ne vale la pena. Siamo soli nel vento leggero e davanti a noi la parete di rossa roccia calcarea della montagna richiama i colori e le forme delle rocce Fedriadi di Delfi. Seduti sulle antiche pietre ci lasciamo trasportare dalle sensazioni e avvertiamo la presenza di spettatori con i quali condividiamo, in una sintonia di emozioni senza tempo, lo stesso scenario.

Ceniamo ad Antalya e raggiungiamo Gattadapelare, con la quale inzieremo domani la nuova avventura.

Martedì 28 maggio-Antalya-Cavus Limani 40 miglia
Partiamo con brezza leggera con l'intenzione di raggiungere Finike a 60 miglia ad est di Antalya, ma ci accorgiamo subito che sarà difficile arrivarci. Il vento si fa teso e contrario e al largo le onde sono fastidiose. Facciamo diverse virate avvicinandoci di volta in volta alla costa dove siamo più protetti dal mare, ma possiamo procedere solo a motore. Siamo partiti, contrariamente alle intenzioni, nella mattinata inoltrata e la sera ci raggiunge che siamo ancora lontani dalla meta. Inoltre abbiamo consumato più gasolio del previsto e per sottostima delle condizioni di navigazione non ho fatto il pieno ad Antalya. Dobbiamo assolutamente trovare un rifugio prima che faccia buio. Il portolano ci indica un possibile ancoraggio su in un'ampia insenatura a capo Cavus. Esso si dimostra più gradevole ed accogliente del previsto e trascorriamo una tranquilla serata al tavolo di un ristorantino della lunga spiaggia sabbiosa. Il cameriere ci promette una tanica di gasolio agricolo.


Mercoledì 29 maggio. Cavus Limani -Finike 20 miglia.
Partiamo presto con tempo bello e brezza leggera, ma contraria. Dopo poche miglia un mezzo della guardia costiera turca ci rimanda indietro per via di esercitazioni militare in zona. Via libera dopo le 14,00. Rientriamo a malincuore perché contavamo di sostare a Finike solo per fare gasolio e continuare per Kekova riguadagnando il giorno perduto. Una barca irlandese, scambiata inizialmente per italiana per via della bandiera bianca-rossa e verde, segue la nostra stessa sorte. Ci ritroviamo così davanti alla lunga spiaggia con lo sfondo delle montagne del Tauro ancora in parte bianche di neve. Bagni e piccoli lavori di manutenzione con cui ingannare l'attesa e poi si riparte. Ora il vento è più forte e si ripete l'esperienza di ieri con l'aggravante che l'occhiello della penna del fiocco si strappa e dobbiamo ammainarlo con difficoltà. Il rullo alto dell'avvolgifiocco esce dalla canaletta e rischia di rovinarla.
Il pernottamento a Finike è ormai obbligatorio. La Marina è per gli abitanti di questa cittadina un punto di incontro che a sera vi vengono a passeggio o a prendere un gelato. Alcuni locali movimentano la vita notturna, altrimenti assente nel resto della città. Un lungo lungomare ed i giardini pubblici con tentativi di arredo artistico tradiscono l'intenzione degli amministratori di fare di Finike una cittadina moderna e turistica. Ma di turismo non se ne vede molto in questa stagione.


Giovedì 30 maggio. Finike-Kekova. 15 miglia

Ci indicano una veleria poco distante dalla Marina e con Gino, faticosamente, vi portiamo il genoa da riparare. E' condotta da un tedesco e le sue compagne (abbiamo l'impressione che conducano un menage di tipo "complesso") che si sono trasferiti qui molti anni addietro. Ci promette di fare la riparazione entro la tarda mattinata. Siamo quasi rassegnati a partire domani per Kekova. Gino viene imbracato, legato, agganciato e spedito in testa d'albero a riparare il rullo dell'avvolgifiocco.
Alle 18,20 Gino propone di partire comunque. Le condizioni meteo sono buone; non c'è mare ed il vento leggero consente di aiutare il motore con un'andatura a bolina. La sera scende dolcemente mentre davanti a noi si apre il braccio di mare che accoglie il nostro prossimo approdo. Si accedono alcune luci sulla costa e il suo profilo si staglia sempre più scuro sull'acqua luminescente.


venerdì 31 maggio 2002

31 maggio 2002. Kekova

"Kekova è il nome di un villaggio senza commerci, ci si arriva solo per mare, perché dietro la riva le montagne sono alte, boscose e impraticabili.
Una veduta imprevista, una sosta casuale, ma ci fece vedere una tribù dimenticata che sembrava correre a rovescio, tutta rivolta indietro in un mondo come l'attuale, che sospinge tutto in avanti.
Poca gente vive in case di pietra e di legno con le mucche, le capre e le galline. Non erba, pochi alberi e davanti un piccolo braccio di mare tranquillo come un fiordo; non ci sono sentieri, ma tratturi che le bestie nel loro andare variano a piacimento e che solo gli uomini seguono.
Donne, uomini, ragazzi e ragazze si sono affacciati alle finestre e sugli usci al nostro arrivo; un caldo afoso regnava nell'aria e, dopo il primo stupore e la curiosità, porte e finestre vennero richiuse e il piccolo villaggio restò cieco sotto il sole come fosse abbandonato.
Ci eravamo fermati nella baia poiché avevamo notato alcune tombe sull'alto della collina; salita l'erta, dopo i ruderi di un probabile castello apparvero i sepolcri. Erano enormi sarcofaghi di pietra con la stessa forma di quelli lasciati a noi dal medioevo, stavano sparsi senz'ordine lungo un sentiero sul crinale di una collina che da una parte guardava il fiordo e dall'altra una valletta.
Era la città dei morti, dove la magniloquenza della forma della mole del peso non aveva spiegazioni. Non erano tombe di re, di notabili, non avevano nome, dentro non c'era nulla. Lo stupore della scoperta, il caldo la verità della Morte avevano rotto in noi l'equilibrio idrico. C'era rimasta addosso un po' dell'asprezza del luogo e della gente, come fosse entrano in noi il duro ruvido di tutte quelle pietre rose dal vento salino. Le pietre erano dappertutto; pietre di costruzione cadute, rocce che affioravano per ogni dove sopra poca, nera polvere di terra.La rovina delle costruzioni, le tombe, le case, gli uomini e la loro vita erano un chiaro segno del regredire; un contrasto disperato col mondo attuale che progredisce. Dormono sopra i tetti per il caldo, protetti da coperte scure; le donne portano ampi pantaloni alla turca e mantengono il volto velato; le bambine con gli stessi ampi pantaloni sembrano vestite per gioco.La vita è circoscritta al braccio di mare, alla collina e alla valletta dietro la collina; il resto del mondo potrebbe non esistere chissà quando qualcuno, che travolga il passato e il presente arriverà fin qui..."
Così descrive Vittorio Polli nel suo libro "La crosta della Terra" il villaggio di Kekova nel 1971.

Noi siamo arrivati ieri sera tardi, illuminando davanti alla prua con una torcia elettrica per scoprire i pericoli delle rocce nascoste nel mare. L'acqua è tranquilla protetta com'è dalla lunga isola che ripara la costa turca ed il villaggio di Kekova dal vento e dalle onde. Il villaggio si intravede, illuminato da scarse luci, sullo sfondo nero della collina. Notiamo dei segnali luminosi sulla riva, dei richiami rivolti a noi. Prima uno, poi altri. Ci invitano a dirigere la barca verso improbabili attracchi di cui non ci fidiamo. Non ci fidiamo perché non conosciamo i fondali ma anche perché quell'agitarsi sulla costa, quegli inviti luminosi, quell'insistenza a richiamarci risveglia immagini di adescamenti pirateschi usati nel passato per depredare le navi finite così sugli scogli.
Il presente è arrivato a Kekova sottoforma di alcune semplici taverne che si proiettano con i loro traballanti moli verso le barche in arrivo. Sulle loro estremità indistinti uomini combattono tra di loro a gesti la battaglia quotidiana della sopravvivenza.Abbiamo scelto un attracco a caso sapendo di dare un rassegnato dispiacere agli altri. La taverna si chiama Roma, un altro segno che il villaggio visitato da Vittorio Polli è cambiato.
Questa mattina ho messo la testa fuori dal tambuccio e l'ho vista. La tomba licia che sorge dal mare.
Se ne sta li a pochi metri da me come nella fotografia che ho sulla copertina del portolano. Un'immagine che mi ha fatto sognare per anni e che non pensavo avrei mai realmente incontrata.
Le case del villaggio sono ancora le stesse di pietra e di legno, e le donne portano sempre gli ampi pantaloni alla turca. Ma sono cambiate. Non più curiose e scontrose, ma pronte ad aiutare il visitatore (a me piace credere di essere, peccando forse di presunzione, un visitatore e non un turista). Si lasciano casualmente avvicinare e ti mostrano il sentiero che si aggroviglia tra le case per raggiungere la tomba, o l'acropoli, o le altre attrazioni del posto. Ti accompagnano dignitosamente fin sul posto prima di offrirti i semplici oggetti artigianali che, per riconoscenza abilmente innescata, compri schernendoti, quasi scusandoti di non acquistare il più caro.
Torno alla barca. Marzia e Gino sono anche svegli e fotografano. L'arrivo della barca del pane richiama la maggior parte della popolazione. Qui non ci sono ancora strade e le provviste arrivano via mare. In pochi minuti tutto il pane è venduto e uomini, donne e bambini se ne ritornano nella loro case con le pagnotte in mano in una processione rituale che si ripete ogni mattina.
Saliamo verso l'acropoli, verso il crinale disseminato delle tombe licie.
Passiamo tra le sparse case girando e rigirando tra di esse seguendo il sentiero che segue la logica di raggiungere tutte le soglie del villaggio. Siamo preceduti da alcune donne con i loro canestri sottobraccio colmi di oggetti che, ciascuna, conta di venderci. Non importunano, non offrono, camminano davanti a noi e ogni tanto si volgono a guardare se le seguiamo.Una di esse parla italiano, poco, ma sufficiente per concludere un piccolo affare con noi. E' la dimostrazione che anche qui per avere successo è necessario conoscere le lingue. C'è anche un negozio, una semplice rivendita di tutto, con il suo frigo pieno di Heinecken e Coca Cola ed un delfino-salvagente di plastica appeso sotto il porticato che ruota lentamente nel vento. Caro Polli, vedi che infine il presente è arrivato fin qui, purtroppo per noi romantici "visitatori" alla ricerca del passato. Ma anche se la rudimentale pansyniolari che abbiamo visitato ha il suo www.kekova.tr (ma non riesco ad immaginare dove possa essere nascosto il computer) le tombe sono ancora come le hai descritte. Camminiamo tra le pietre del castello dirupo e visitiamo il luogo scelto dalle antiche popolazioni per l'ultimo sonno in vista del braccio di mare e della laguna interna. Un sonno disturbato dai predatori che hanno praticato in tutte le tombe un foro per prelevarne i tesori sepolti con il defunto. Chissà cosa vi trovarono, chissà chi vi era sepolto? Domande senza risposta e pigramente affioranti alla mente mentre gironzoliamo per la collina accaldati dal sole di questo fine maggio 2002.
Il pomeriggio lo trascorriamo a Tersane, un' insenatura di fronte a Kekova sull'isola omonima.
Anche qui resti di mura elleniche e bizantine.
Trascorriamo la sera nell'ampia e tranquilla laguna lontana dal villaggio. Qui la "civiltà" è arrivata prepotente. Molti yachts alla ruota ed un battello cisterna che ci rifornisce di gasolio. A terra ci accoglie un villaggio ben più "moderno" dell'altro. Una strada asfaltata, un piccolo bazar, una moschea e diverse taverne. Ceniamo gradevolmente, ordiniamo del pane da farci portare in barca al mattino e parliamo in tedesco con il disinvolto proprietario.

sabato 1 giugno 2002

1° luglio 2002- Kekova- isola di Kastellorizo. 15 miglia.

Abbiamo voglia di grecità. Marzia ieri sera ha avuto l'idea di fare una sosta a Kastellorizo, l'isola più meridionale della Grecia a pochissime miglia dalla costa turca. Questo tuffo imprevisto nei suoni, i sapori, gli odori di Grecia ci eccita come un giorno di vacanza a scuola. Avvertiamo per la prima volta che siamo stati troppo tempo lontani da lei e ci accorgiamo quanto siamo più affini a quel mondo che non a questo, pur affascinante, accogliente amichevole e, tuttavia, estraneo. La cortesia dei turchi è un dato di fatto e la loro ospitalità è tradizionale, ma si ha sempre il sospetto che ti vogliano vendere qualcosa.
Il paese di Kastellorizo è formato da una striscia di case in fondo alla baia. Le separa dal mare una stretta stradina sulla quale si svolge la vita della comunità.
Le case sono a due piani, con il tetto a falde e con le facciate color pastello. Ogni tanto si dispongono a contornare una piazzetta in cui alcuni bassi alberi creano zone d'ombra sotto la quale si radunano, seduti su sedie di legno vivacemente variopinte, i vecchi del paese.
Tuttavia dell'atmosfera rarefatta raccontata dal film "Mediterraneo" non c'è neppure una traccia; se non quella dell'ultima scena in cui si vede l'arrivo in massa dei turisti.
Una nave da crociera ha portato qui quattrocento turisti da Rodi. Hanno hanno occupato tutti i locali disponibili. Molti di loro, i più anziani, parlano un italiano stentato, appreso ai tempi dell'occupazione italiana del Dodecanneso, e sono contenti di avere l'occasione di attaccare discorso con noi. Così scopriamo che Gino è un "ragazzotto".
Quando siamo arrivati abbiamo attraccato ad un moletto su cui sono i tavoli di un una taverna ed abbiamo dovuto passare le cime d'ormeggio tra i piedi dei clienti. Seduti anche noi ad un tavolo ci lasciamo scivolare addosso le sensazioni di un mediterraneo tutto nostro, greco e latino, fatto di olive, di mandorle, di fichi e di vino, di una salinità che ci incolla la pelle, di un senso pagano del divino che ci trascina via nel tempo e nel mito.
Il primo bicchiere di retsina ed il primo sirtaki. Siamo in Grecia !
Dall'alto della scogliera che sovrasta il paese, faticosamente raggiunta, vediamo il sole che cala nel mare degli dei.

2 giugno 2002- Kastellorizo-Kalkan. 12 miglia.

Sulla rotta per Kalkan, a 3 miglia da Castellorizo, si incontra l'isola di Ro o Agios Georgios. Una baia aperta a sud ci accoglie per un bagno in acque tranquille e luminose. L'isola, è disabitata e l'unica impronta umana è rappresentata dalle antiche pietre di un tempio o forse di un acropoli. Sono lassù in alto a dominare il mare; poche pietre che raccontano alla fantasia di noi, visitatori casuali ma non troppo, i miti dei "popoli del mare".
Peschiamo con la lenza quanto basta per una gustosa grigliata organizzata a prua di Gattadapelare.
La brezza dolce che viene da terra ravviva la brace ed un odore di pesce arrosto arriva al pozzetto dove aspettiamo sorseggiando retsina e ingannando l'appetito con olive marinate.
Riprendiamo a navigare dopo una breve esplorazione dell'acropoli.
Il vento è debole e incostante. Ogni tanto dobbiamo andare a motore.
Alle 19 arriviamo.
Kalkan è un gradevole paese con un porticciolo senza pretese, ma accogliente; tutto dedito al turismo, i suoi vicoli sono un succedersi di negozietti, botteghe, trattorie, ristoranti. In uno di questi torniamo volentieri, Marzia ed io, perché vi ascoltammo due anni fa, della bella musica. Nulla è cambiato; sdraiati a terra, sostenuti da numerosi cuscini, godiamo un'atmosfera che dovrebbe essere artificiale, mercenaria, appositamente creata per i turisti e che, invece, per l'accorata partecipazione dei musicanti, è vera e da noi assorbita con commozione.
Ce ne torniamo lentamente a bordo con l'aspettativa del domani e della tappa che ci porterà a Cala Kapi, un approdo noto ed amato.

3 giugno. Kalkan-Cala Kapi. 10 miglia.
Il mare ci offre anche oggi il dono della sua indifferente bellezza. Il golfo di Fethyie abbraccia quest'ultimo tratto di Mediterraneo che sta per diventare Egeo. Le montagne, non alte, ricoperte di conifere, scendono fino a toccare l'acqua. Laddove i crinali entrano in mare si formano penisole, i valloncelli si trasformano in cale, le valli in baie. In una di queste, protetta tanto da sembrare un lago alpino, entriamo a vele spiegate attraverso uno stretto, profondo canale tra due terre. Sulla nostra sinistra appare l'approdo, in fondo ad una stretta cala. Una taverna ed alcune barche ci accolgono. L'approdo è sereno ed invoglia alla pigrizia, ma siamo un equipaggio troppo ghiotto di conoscenze per restarcene a bordo. Così raccontiamo a Gino del villaggio poco lontano che tanto ci colpì, Marzia e me, per la sua misera semplicità e subito risvegliamo la sua curiosità. Dunque, ci incamminiamo attraverso ulivi e querce per un sentiero appena tracciato, ma siamo incerti sul percorso. Chiediamo ad un uomo e una donna che salgono dietro di noi la giusta via e l' uomo ci invita a seguirlo. E' gente semplice, di povera apparenza, camminano lentamente, l'uomo avanti, la donna alcuni passi dietro. Non si parlano, e nonostante tutto si avverte il profondo legame che li unisce al comune destino. Lui parla incredibilmente un buon inglese, lei tace sempre. Ci invitano nella loro povera casa fatta di lamiera e di cartoni e ci offrono il tradizionale tè. Seduti a terra su una stuoia incredibilmente pulita, mentre la donna tesse silenziosa l'immancabile tappeto (ho il sospetto che, come Penelope, di notte lo disfaccia per avere sempre qualcosa da mostrare ai turisti) e noi beviamo un improbabile thè di salvia, l'uomo ci racconta del figlio che studia medicina ad Ankara e della loro casa in Anatolia.
Veniamo anche a sapere che il proprietario della taverna alla Cala (organizzata quasi come un club) vive nella casa accanto, evidentemente sprovvista di elettricità e, certamente, di impianti igienici, incominciamo a vedere questa realtà con altri, sorpresi, occhi. Quasi ci dispiace che la povertà e l'arretratezza da noi identificata con la genuinità della nostra esperienza di genti e luoghi non sia che una scelta personale dei nostri ospiti.
Per sdebitarci compriamo le solite collanine e braccialetti e torniamo alla barca che ci attende paziente e insonnolita al moletto di legno.
Si cena al tavolo e si va a in cuccetta.


4 giugno-Cala Kapi-Goecek. 4 miglia.

Sveglia con comodo. Non abbiamo altro da fare che veleggiare a nostro piacere in questo lago marino in attesa di approdare a Goecek, ultima tappa per Marzia. La colazione ci viene da una barchetta che ci propone delle crèpes al formaggio ed alle erbe cotte al volo su una piastra.
Trascorriamo la giornata veleggiando qua e là con un buon vento e con le andature scelte a piacere. Visitiamo isolotti e baiette, facciamo bagni, beviamo del buon vino Ciancaia, acquistato al volo dal moletto di una taverna stagionale, e ci lasciamo scorrere addosso il tempo.
Al tramonto dirigiamo su Goecek. Il paese è tutto dedicato al diporto nautico. La Marina accoglie numerosi charters e ovunque sono ristoranti e locali davanti ai quali si sbracciano suadenti imbonitori di gustose pietanze. Nel fare cambusa conosciamo un marinaio di Assuan che parla un poco italiano che si offre di organizzare il viaggio di Marzia per questa notte, per l'aeroporto di Dalaman. Tra il perplesso ed il riconoscente fissiamo l'appuntamento per le 4 del mattino con un suo collega, come lui imbarcato su un grande yacht privato di un facoltoso VIP libico.
Stabiliamo con Marzia una serie di segnali telefonici, a base di squilli, per indicarci se tutto va bene durante il trasferimento in auto.

mercoledì 5 giugno 2002

5 giugno. Goecek-Rodi. 50 miglia.

Sveglia alle tre e mezza. Marzia conclude ora la sua vacanza su Gattadapelare. C'è nelle poche parole scambiate nel buio del molo la tristezza della partenza e la preoccupazione per questo trasferimento. Puntualissima arriva alle 4 una prestigiosa automobile condotta dall'ufficiale di macchina dello yacht. Gentile e professionale l'autista carica i bagagli di Marzia ed i due partono nella notte che sta per terminare.
Con Gino restiamo in attesa dei segnali convenuti. Il primo squillo dopo 15 minuti ci indica che il viaggio è tranquillo e regolare. Alle 4 e 30 Marzia telefona che è arrivata all'aeroporto e che l'autista ha rifiutato qualsiasi compenso per il servizio reso. Sollevati e grati per tanta cortesia, molliamo gli ormeggi e, nell'alba incipiente, alla chetichella lasciamo la Marina. Gli uffici sono chiusi e nessuno ci chiede il pedaggio.
Siamo in un regime di brezza e a quest'ora non c'è alcun vento. Procediamo a motore con le luci di posizione accese che via via impallidiscono nell'accendersi dell'alba. Da dietro i monti sorge il sole e lo sentiamo scaldarci le spalle. Davanti a noi il passo tra due isolotti e poi il mare aperto.
A Rodi abbiamo appuntamento, oggi pomeriggio, con Eleonora e Federico giunti ieri sull' isola e che saranno i nostri nuovi compagni di viaggio e vagabondaggio tra le isole egee.
Immaginiamo che con l'avanzare delle ore troveremo del vento da ovest nord-ovest e che le ultime miglia saranno con mare e vento sul naso.
Le previsioni si avverano e fatichiamo non poco a raggiungere il porticciolo di Mandraki dove troviamo posto lungo la banchina di sinistra.
Più tardi l'incontro con gli amici e la cena in una trattoria fuori della città vecchia, indicataci, la prima volta che fummo qui, da uno skipper italiano.

6 giugno. Rodi.

Gino non conosce Rodi ed Eleonora e Federico sono stati qui molti anni fa. Anche se per me è la quarta volta e la curiosità non muove più i miei passi, il fascino di questa città si fa sentire sempre. Viene trasmessa dalle severe mura di difesa, dalle vie del quartiere dei cavalieri, dal quel sovrapporsi, mischiarsi, strattonarsi di testimonianze di cristianità e islam che si sono consolidate nel tempo e che fanno di Rodi un caso unico nella storia del Mediterraneo.
L'amman di Solimano il Magnifico è tutt'ora in restauro e dobbiamo rinunciare ancora una volta ad un autentico "bagno turco".
Scopriamo che Gino sotto i calzoncini non porta le mutande. A denunciarlo è un cameriere dal fine occhio, un greco vizioso che ci serve al bar.
Facciamo programmi per domani. Partenza al più presto per essere a Simi prima che si alzi il "meltemino", che avremmo contro nel canale tra l'isola di Simi e la costa turca. Pernottamento a Simi, possibilmente in una baietta già visitata nel 1998.
L'equipaggio novello si sistema nella cabina di prua e si prepara ad affrontare la prima notte a bordo.

7 giugno. Rodi- isola di Simi. 20 miglia.

Abbiamo qualche problema con l'ancora che si è incattivita in alcune cime sommerse.
Non spira alito di vento. Mai visto un mare più piatto di questo che abbiamo davanti alla prua di Gattadapelare. La nostra barca ci si specchia e fende dolcemente, senza sussulti, quasi in silenzio queste acque che con tanto impeto ci contrastarono nelle altre occasione.
L'arrivo a Simi avviene secondo la tabella di marcia.
Il paesino assomiglia nello stile delle case a quello di Kastellorizo, un poco più grande ed importante ed altrettanto gradevole. Facciamo cambusa e ci trasferiamo nella nota baietta.
Per raggiungerla si passa lentamente, con molta attenzione, attraverso uno stretto e basso canale per poi uscire a nord dell'isola. E' una parte completamente disabitata, frequentata solo dalle capre e qualche barchetta di pescatori che compaiono verso sera a controllare le nasse varate in mattinata.
Portiamo a riva l'attrezzatura per grillare e le bevande. Nel silenzio di una natura lasciata libera di esprimersi senza la presenza dell'uomo e delle sue macchine, con la sola eccezione di noi che ci consideriamo dei testimoni anziché disturbatori, ascoltiamo i belati forti e deboli, vicini e lontani, delle capre disperse sulla erta collina sovrastante la baia ed il sommesso sciabordio del mare sui sassi della riva. Gattadapelare, alla ruota a poche decine di metri dalla riva, ci attende. Siamo consapevoli della sua attesa e della sua ospitalità e la contraccambiamo sentendola la nostra casa.
Sotto un cielo stellato, dopo aver mangiato all'incerta luce di una lampada a petrolio, ce ne torniamo a bordo, arricchiti di questo nuovo ricordo di viaggio.

sabato 8 giugno 2002

8 giugno. Simi- Cnidos. 20 miglia

Di nuovo una giornata con scarso vento. Nostra meta oggi è Cnidos, l'antica città nota oggi per il ritrovamento di una sua Venere.
Si salpa l'ancora dopo aver recuperato gli oggetti lasciati sulla spiaggia. Speravo che anche questa volta, come l'altra, le capre avessero pulito, leccando nella notte, la griglia ed i piatti. Invece no. Evidentemente non è piaciuto.
Come ieri non c'è alito di vento. Condizioni buone per avvistare i delfini, ma non ne vediamo, se non vaghe oscure forme in distanza che potrebbero essere di tutto.
Il moletto di legno di Cnidos è sempre traballante, come la prima volta che vi attraccammo. Turcoilcorto è sempre lì ad accogliere gli equipaggi e a calcolare quanto potrà guadagnare da loro con la sua taverna.
Ormeggiamo all'inglese. Ci sono diverse altre barche ed il mare è invitante per un tuffo.
Mostro a Gino il relitto dell'antica barca che giace a 4 metri di profondità. Fu riempita di calcestruzzo e probabilmente usata per prolungare il molo.
Mentre Eleonora e Federico restano in barca, noi ce ne andiamo a caccia di "coccetti" con discreto risultato. Si tratta di frammenti senza alcun valore oggettivo, ma per noi saranno la memoria di questo luogo.

9 giugno. Cnidos- isola di Kalimnos. 40 miglia.

Calma piatta, ma siamo contenti perché dobbiamo attraversare lo stretto tra Kos e la Turchia e sappiamo quanto possa essere duro farlo con il vento contrario. Partiamo, dunque, a motore intenzionati a doppiare Kos prima che possa alzarsi la brezza.
Gino sale in testa d'albero per scattare delle originali fotografie. Questo, ufficialmente, viene riconosciuto come la vera causa dell'errore di rotta che ci ha portati a centrare l'isola di Kos anziché sfiorarla ad est. Un errore di sei miglia dovuto alla presunzione di navigare a vista in un mare che è dovunque circondato da terre indistinguibili.
Verso le due passiamo davanti ad un isolotto a nord di Kos dove, ricordo, c'è una deliziosa insenatura per un bagno rinfrescante. Così facciamo, in un'acqua profonda e trasparente.
Ma oggi non è una giornata per raccogliere medaglie. Lo skipper individua sulla carta il borgo posto al fondo di un fiordo dove ceneremo in una accogliete e caratteristica taverna, già visitata in altra occasione con Marzia. Punto nave perfetto, GPS funzionante, ma individuazione errata. Così passiamo davanti all'imboccatura del fiordo senza vederla e quando ci accorgiamo dell'errore è troppo faticoso tornare indietro e troppo tardi. Ripariamo in una cala dove, mi risulta, ci sia anche una taverna stagionale. Due altre barche si sono alla fonda con cima a terra. C'è poco spazio per brandeggiare e decidiamo, dopo approfondite analisi ed ipotesi sulla direzione della brezza notturna, di portare una cima a terra molto traversata a nord-ovest. Non c'è traccia di taverna, ma la scopriamo ad un centinaio di metri nell'interno, dove incontriamo anche gli altri due equipaggi.
Si cena a base di grigliato e di racconti di Nicola, il proprietario della taverna. Cuoco, pescatore di spugne ed insegnante elementare a seconda della stagione. Ci racconta della dura vita dei pescatori di spugne del passato e delle loro famiglie costrette a vivere in questa valletta sassosa e ospitale solo per le capre, per sei mesi l'anno in attesa del ritorno dei loro uomini, senza altra risorsa che il latte ed il formaggio. Non strada, non elettricità, in case che assomigliano più a piccoli magazzini per gli attrezzi che a ricoveri per uomini.
Eleonora oggi ha timonato e comprato una spugna. E' molto soddisfatta. Fedrico non ha timonato e non è soddisfatto. Per la spugna.

10 giugno. Kalimnos-Isola di Leros-Isola di Lipsi. 10 miglia.

Al mattino abbiamo la soddisfazione di vedere che la nostra cima è stata posta nella direzione giusta e le altre due barche hanno avuto problemi. Con Gino ci congratuliamo vicendevolmente. Si parte vela per mostrare quanto siamo bravi alle altre barche e dopo innumerevoli virate siamo fuori della cala. C'è un buon vento di bolina larga, quasi un traverso, per navigare con gioia. Ci scambiamo il governo di Gattadapelare tra Eleonora, Gino e me, con educata impazienza. Nel passaggio tra Kalimnos e Leros il vento rinforza, riduciamo la vela, e la barca acquista un assetto più comodo. Ora fila a 8 nodi. Decidiamo di sostare a Leros in tempo per il pranzo.
Difficile trovare posto nel piccolo porto, ma dopo molte manovre e perplessità ormeggiamo addirittura all'inglese.
Si pranza alla solita (per me) taverna sulla riva. L'equipaggio è entusiasta, il luogo affasciante, l'umore ottimo. Ma io ho sonno e schiaccio un pisolino a bordo mentre gli altri raggiungono in taxi il monastero-fortezza gerosolomitiano che, con le sue rovine, domina l'isola.
Al ritorno, decidiamo di proseguire per l'isola di Lipsi. Il pomeriggio è già avanzato e rischiamo di arrivare con il buio ad un ormeggio che, dice il portolano, è scomodo. Il vento è ancora più teso, isolotti e scogliere, vicini e lontani, confondono la rotta e la rendono pericolosa (!), ma infine, al tramonto, individuiamo l'ingresso della baia. Vi entriamo assieme al vento e alle onde e vi troviamo, con sollievo, un nuovo lungo molo dove c'è tanto posto. Un ormeggio, comunque, non tranquillo perche si tratta di un manufatto sospeso; sotto vi passano le onde e la barca pare sempre in navigazione. Il paese è grazioso, moderatamente turistico, con alcune taverne e trattorie. In una di queste ceniamo e poi, stanchi, ci infiliamo in barca dove cullati (sbattuti ?) dalle onde ci addormentiamo soddisfatti. Una bella giornata di vela !

martedì 11 giugno 2002

11 giugno. Lipsi-isolotto di Marathi. 6 miglia.

Lasciamo l'ormeggio con comodo e, costeggiando in senso orario l'isola, dirigiamo sull'arcipelago di Arki. A sinistra l'isola di Patmos ci appare con in alto il biancore delle case di Chora. Il vento è ora al giardinetto e si fila verso verso Marathi e la serenità di quell'approdo.
Michelis, il proprietario della taverna, ci avvista e riconosce subito Gattadapelare appena doppiato l'isolotto che ripara la baia da sud-ovest. Ormeggiamo ad un corpo morto e Gino ed io scendiamo a terra.
Kalimera, ciao, pacche sulle spalle, "sticani", "comostai". Il solito repertorio italo-greco.
Fortuna che c'è Gino. Sono mesi che studia il greco. In barca ha parlato da solo per ore e ore e così può finalmente mettere alla prova quello che ha imparato e...oh meraviglia !!..Michelis lo capisce !
Seduti sotto l'incannucciata, a pochi metri dalla riva, ci lasciamo andare alla dolce pigrizia, bevendo ouzo e mangiando olive. Conosciamo un farmacista di Salonicco, che parla italiano, e la sua giovane compagna. Abitano da Michelis e ci invitano a tavola con loro. Sono le quattro del pomeriggio, ma arriva a sorpresa una bella aragosta ed altro pesce che, tra retsina e ouzo e grande cordialità sono ben graditi e gustati . Eleonora e Federico, rimasti a bordo, non godono come noi.
Marathi è un po' cambiata in questi due anni. Due nuove costruzioni ci rammentano che il progresso non risparmia neppure la nostra Thule. "ultima spiaggia" Inoltre l'intraprendente olandese ha ristrutturato il magazzinetto che è diventato un "negozio". Vende sassi dipinti, foto di capre e di Michelis, conchiglie locali, ecc. Ma il punto non è commerciale: non c'è passaggio. La vecchia, tarlata,cassetta di Coca Cola che Marzia voleva comprare due anni fa è ancora nel negozio utilizzata come teca. Non era in vendita allora e non lo è oggi. Un pezzo d'antiquariato troppo raro.
Anche un'altra vecchia conoscenza, Stavros, il pescatore è qui questa sera. Va a calare le reti sotto Lipsos, reti che domani mattina salperemo assieme.
Come tutte le altre volte che sono stato qui, la pace mi riempie l'animo e mi lascia indifferente al tempo che scorre. Potrei restare ore a fissare il mare davanti a me, bere ouzo, ascoltare musica greca. Soprattutto le canzoni di Alexeion e le atmosfere create da Vangelis
Qualche rara barca arriva, qualcun'altra parte. Osserviamo le manovre e giudichiamo le capacità degli equipaggi. Arriva anche una barca italiana. Lo skipper viene sentito mentre ha parole di apprezzamento per Gattadapelare. Simpatico !! Un vero intenditore.


12 giugno 2002. Marathi.

Questa mattina siamo andati Gino, il farmacista di Salonicco ed io sulla barca di Stravos. C'è anche il padre, un minuto vecchio pescatore senza un avambraccio, perduto anni fa sul lavoro. La barca è un motopeschereccio di 8 metri potente e funzionale. Partiamo molto presto mentre il resto dell'equipaggio di Gattadapelare resta a poltrire della cabina di prua.
Il mare è formato. Raggiungiamo il punto in cui sono state calate le reti ieri sera e incominciamo a salpare. Si tratta di 1.500 metri di rete che viene su lentamente con poca preda: un paio di aragoste, 7-8 cicale, una diecina di scorfani e qualche altro pesce. Veniamo a sapere dal farmacista che Stavros ci ha invitati tutti a cena con il pescato a parte le aragoste e le cicale che sono il suo guadagno della giornata. Guardiamo le prede con altri occhi.
La giornata trascorre serena e la cena è ottima.
Domani dobbiamo raggiungere Patmos. Il tempo è maturo per pensare ai preparativi per il rientro in patria.

13 giugno. Marathi-Isola di Patmos. 6 miglia

Salutiamo Michelis e salpiamo diretti alla Laguna Blu, un'insenatura ad Arki così chiamata per il colore che assume l'acqua sul basso fondale sabbioso. C'è un apprezzabile vento da nord-est, ma
non ci disturba molto mentre facciamo il bagno.
Tento di pescare qualcosa, inutilmente.
Partiamo verso le 14 con un magnifico vento al gran lasco. Gino offre, per cortesia, il timone ad Eleonora e a Federico, ma alla prima occasione se ne riappropria e non lo abbandona più. Gattadapelare procede con andatura entusiasmante e Gino è anche entusiasta.
Approdiamo a Grikos, un gradevole villaggio a 5 chilometri a sud di Skala. Ci mettiamo con la poppa all'unico moletto e scendiamo a terra per un'escursione in motorino. Nessuno dei miei compagni conosce l'isola.
Si cena a Skala dopo qualche piccolo acquisto. Abbiamo anche prenotato una cabina sul traghetto per Atene che partirà domani sera. Una cabina per quattro. L'unica ancora disponibile. Ci sembrerà di stare ancora sulla nostra barca.

14 giugno. Patmos.

Ormai l'avventura è finita e questo diario si riduce ad un elenco di fatti. Abbiamo alato Gattadapelare al solito cantiere, l'unico di Patmos. In greco cantiere navale si dice carnaio, e questo mi fa sempre un po' effetto. Mentre io procedo con le operazioni di alaggio il resto dell'equipaggio visita l'isola. Appuntamento è dentro il paese di Chora, al ristorante Vangelius.
Trascorriamo il pomeriggio in spiaggia. Le ultime ore vengono trascorse in preparativi e sistemazione della barca.
Alle 23.00 partiamo con il traghetto.



15 giugno. Atene.

Arriviamo in prima mattinata dopo un viaggio tranquillo e, con qualche difficoltà ci sistemiamo in un albergo vicino alla Plaka, il quartiere caratteristico di Atene. La maledizione della gatta ci perseguita: non troviamo che una stanza con quattro letti. Ma ormai....
Mattinata al Museo Nazionale, pomeriggio sotto l'Acropoli. Cena al tramonto al bordo dell'agora romano mentre l'acropoli si accende di luci.
Poi a letto. Ognuno prepara la sua sveglia ed i suoi bagagli. Gino parte alle 3, Eleonora e Federico alle 7, io all 13. Così, alla chetichella, l'equipaggio si dissolve. Siamo stati bene, in armonia e senza alcun momento di attrito, il che è piuttosto raro quando si è imbarcati in "piccoletta barca" per diversi giorni. Un buon equipaggio, dunque. Un'esperienza da ripetere.