Navigando lungo costa

località: costa turchese
regione: anatolia
stato: turchia (tr)

Data inizio viaggio: venerdì 29 settembre 2000
Data fine viaggio: martedì 10 ottobre 2000

Con Gattadapelare tra le Cicladi

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venerdì 29 settembre 2000

Venerdì 29 settembre 2000. Roma-Atene.
Eccoci di nuovo pronti a lasciarci conquistare dalle note, e sempre nuove, sensazioni che ormai da oltre cinque anni andiamo cercando per questi luoghi e questi mari.
Lasciamo Roma alle 8.30 con cattive previsioni meteo. Ad Atene il tempo è variabile, ma più a levante sarà sereno.
Il traghetto per Rodi parte nel pomeriggio. Abbiamo tempo per andarcene in giro per le strade ed i vicoli del Pireo a fare piccoli acquisti e, soprattutto, a respirarne gli odori ed ascoltarne i suoni.
La musica greca che accompagna il nostro pranzare, in una modesta trattoria, ci annuncia che siamo di nuovo in vacanza. Nella nostra vacanza. Assaggiamo con puntigliosa ritualità saltziki, dolmados, taramosalada e beviamo retzina. Il primo sorso sa fortemente di resina e questo sapore, così sgradevole la prima volta che lo provammo, oggi ci allarga il cuore e condisce i nostri ricordi.
Nei prossimi giorni ci abitueremo al gusto fino a non accorgercene più.

Sul traghetto occupiamo una cabina di prua con una bella finestra nella direzione della nostra rotta.
Davanti a noi l'Egeo al tramonto.
La nave è piena di gruppi misti italo-greci in visita di gemellaggio con Rodi. Cantano e suonano tutta la sera, soprattutto canzoni italiane. Mentre le prime isole delle Cicladi ci sfilano sulla sinistra risuona, sonoro, il coro de La Montanara.

Sabato 30 settembre. Rodi.
Mi sono svegliato alle 7.00. Sento la nave ferma in porto e nessun rumore. Dall'oblò si vede solo il mare aperto. Dovremmo essere già a Rodi, ed il silenzio nei corridoi mi fa pensare che i passeggeri siano già tutti scesi Scopro, invece, che la nave è ferma nel porto ignoto di un'isola ignota e che la maggior parte dei passeggeri è sul ponte di poppa. Chiedo, un poco vergognoso della mia ignoranza, a degli italiani, indicazioni sul luogo, e vengo così a scoprire che la nave è ferma da molte ore a Sifo, una delle prime Cicladi che si incontrano venendo dal Pireo, per una seria avaria ai motori. Forse, dicono, arriveremo a Rodi questa sera.
Più tardi si riparte.
Il giorno scorre lento tra molte soste in molti porti. Tra essi c'è anche Patmos. Dall'alto del ponte riconosciamo Stavros, il nostro amico pescatore, che ci saluta con la mano.
E così via, fino a sera, vedendo scorrere lungo la nostra rotta isole, ormai quasi tutte a noi note. Su ognuna di esse abbiamo il ricordo di un attracco, di una serata trascorsa in una taverna, di una spiaggia serena. Ricordi di volti di gente semplice, serena, tanto diversi da quelli che incontriamo nel quotidiano,.
A Rodi arriviamo che è tardi e ci facciamo accompagnare in taxi ad un albergo. Depositiamo i bagagli prima di entrare nella città vecchia in cerca di un ristorante.
Rodi è ancora piena di turisti.

Domenica 1° ottobre. Marmaris.
Finalmente siamo di nuovo qui. Oggi è domenica e non possiamo fare niente altro che mettere a posto la barca e passeggiare per le strade della città.
M. accusa un fastidioso prurito alle braccia e al corpo. Pensiamo possa trattarsi di una reazione allergica dovuta allo stress delle ultime settimane.

lunedì 2 ottobre 2000

Lunedì 2 ottobre. Marmaris.
Haluk ci mostra i lavori fatti a bordo. Sembra tutto ok. variamo e facciamo svolgere le operazioni di sdoganamento direttamente dal cantiere. Facciamo un pò di spesa. Ormai abbiamo imparato. I nostri acquisti per rifornire la cambusa si fanno sempre più frugali.. Ci basta l'indispensabile per una giornata, una manciata di olive, del formaggio e del pane.
Di solito, a sera, andiamo a mangiare in qualche taverna.

Martedì 3 ottobre. Da Marmaris a Cala Kapi. 40 miglia
Partiamo verso le 10.00 con mare calmo e poco vento. Si va sempre a motore e la randa, issata, serve solo a darci l'illusione di trovarci ancora su un veliero. Ripassano davanti ai nostri occhi le sponde dell'Anatolia a noi già note, fino all'isolotto di Baba Ada. Da qui in poi non conosciamo la costa che, ci hanno detto, essere interessante sia per la natura che per la storia . Siamo, infatti, davanti alle coste dell' antica Licia, le cui tombe caratteristiche, si intravedono lungo le rive e, talvolta, emergono dal mare per effetto di antichi bradisismi.
Cala la sera ed ancora dobbiamo arrivare a destinazione. Cala Kapi è un ridosso molto ben protetto che si raggiunge doppiando una penisola. Ormai è buio e tra la terraferma ed un isolotto, uno stretto e profondo canale si intuisce appena nella fosforescenza dell'acqua. Dietro la penisola una costa, elevata e boscosa, nasconde alla vista numerose piccole insenature che si scorgono solo quando la barca è al loro traverso. Il golfo è ben protetto e si ha la sensazione di trovarsi in un lago alpino. . Improvvisa l'apparizione del fondo della cala Kapi, scintillante di luci. Si sentono anche voci conviviali di numerose persone, presumibilmente sedute a tavola. Divisi tra il dispiacere di non essere soli a godere di questi luoghi e la necessità di spezzare la giornata vissuta in solitudine, attracchiamo ad un moletto ed andiamo a , anche noi, ad uno dei numerosi tavoli . La taverna, a pochi passi dal mare, ha l'aspetto di un rusticale club. Numerosi gli equipaggi, accenti nordici, risate. Da una barca esce una musica da discoteca. Figure intagliate nello sfondo stellato del cielo, agitano ed ondeggiano le braccia. Così si sciupa uno splendido approdo umiliandolo nella banalità estiva di una qualsiasi località alla moda..
M. è sofferente. Le braccia ed il corpo sono ricoperte da piccoli punti rossi. Temiamo possa trattarsi di varicella.

Mercoledì 4 ottobre 2000. Cala Kapi-Isolotto di Gemile. 15 miglia.
Di buon mattino visitiamo un povero villaggio ad un paio di chilometri dall'approdo. Si deve prima salire una modesta collina ed arrivare poi ad un altipiano che, da due lati, domina il mare. Le case, se così possono definirsi mura sgretolate riparate da eterogenei tetti di arrugginite lamiere, sono distanti le une dall' altre, quasi vergognose di poter essere viste dai vicini. La povertà dei loro abitanti viene vissuta nell'interno di isolate famiglie, schive a guardarsi tra loro, timorose di riconoscersi povere. Una cordialità spontanea e speranzosa accoglie i turisti (non siamo i soli) nell'interno di proprietà, inutilmente e sommariamente recintate. Ci viene offerto del tè e le donne della baracca ci mostrano, orgogliose, il loro industriarsi con la lana. I bambini, dai nomi incomprensibili, occhieggiano dietro le ampie gonne-pantalone delle madri e delle nonne. Possiedono dei begli occhi, timidi e pieni di curiosità per lo straniero. Compriamo, per scontata cortesia resa abilmente obbligatoria, un paio di babbucce e prezzo di boutique. Un milione di lire turche, in aggiunta per le caramelle dei bambini, rendono felice la goffa nonna, che, ridendo, continua a ripetere "bonbon, bonbon", indicando i nipotini che, ora, appaiono appena più arditi.
Lasciamo Cala Kapi con un buon pane cotto a legna.
A 20 miglia da qui c'è il famoso Ölü Deniz, il mare morto.
Navighiamo con poco vento attraverso il golfo di Fethiye. La giornata è bella e se non fosse per il malessere di M. potremmo apprezzarla pienamente. Quando giriamo dietro capo Iblis ci appaiono i resti della città bizantina che sorgeva sull'isola di Gemile. Tra questa e la terraferma troviamo un canale ben riparato in cui sono già ormeggiate altre barche. Sott'acqua, accarezzati dal movimento delle alghe, si vedono i resti di antiche mura. Sono, erano, case che il bradisismo, o forse un terremoto, ha sommerso. Esse proseguono anche su per la costa, fino al colmo della collina. L'abside di una chiesa è il reperto più vistoso ed anche il più importante. Si avvicina a noi un gozzo che ci offre gelati ed un altro che ci offre focacce preparate espressamente in barca su un rudimentale fornello a legna.
Andiamo a terra a bere qualcosa e conosciamo il proprietario della prima delle tre taverne. Parla francese avendo lungamente lavorato a Marsiglia e ci racconta un po' della storia della città.
Gemile è la patria di S.Nicola, (diventato per i nordici Babbo Natale) E' lo stesso Santo Patrono di Bari dove la sua salma giunse, miracolosamente, portata dai flutti.
Più tardi, andiamo a visitare i resti dell'antica città. Il guardiano ci riconosce per italiani e ci racconta che altri italiani (quelli della trasmissione TV "Turisti per caso") sono già stati lì. Brava gente, dice e non ne dubitiamo.
A sera raggiungiamo la seconda delle tre taverne. Siamo i soli ospiti, ma circondati dalle premurose cure dell' intera famiglia di tavernieri.
M. è sempre sofferente. Sembra che stia peggiorando.

giovedì 5 ottobre 2000

Giovedì 5 ottobre. Isola Gemile - Ölü Deniz -Kalkan - 27 miglia.
Partiamo nella calma di un sereno mattino per andare a visitare la famosa baia di Ölü Deniz, subito dietro il nostro approdo. Sicuramente il luogo e molto bello, peccato che non si possa entrare. Doppiato un piccolo promontorio ci appare un'ampia spiaggia che, sul lato sinistro, rompe in uno stretto passaggio. L'accesso è bloccato da una rete sorretta da gavitelli e si scorge una amena insenatura e molte sdraio. Anche l'ampia spiaggia appare molto turistica. Ci avviciniamo il più possibile e scendiamo a terra a fare cambusa. L'insediamento urbano è piuttosto affollato; molti negozietti di souvenirs, e pulmann che vanno e vengono. Ne abbiamo già di troppo. Giusto il tempo necessario per i nostri modesti acquisti e ripartiamo senza alcun rammarico. Il tempo è sempre molto bello e procediamo a motore. M., sempre più sofferente, riposa in cuccetta.
Verso le 11 il vento si alza e rinforza. Lo abbiamo dalla nostra direzione di marcia e boliniamo. Con tre o quattro bordi ci portiamo più al largo. La costa dove sorgeva l'antica Patara è una lunga e profonda striscia di sabbia che, a detta di Haluk, è soggetta a forti maree. Pericolosa per la navigazione, ci dà la prova di ciò mostrandoci il relitto recente di una barca a vela incagliata e semisommersa . Dopo aver doppiato un promontorio roccioso si apre davanti a noi il golfo di Kalkan ed il vento rinforza al punto da dover terzarolare genoa e randa. L'operazione non è agevole perché il rullafiocco si blocca ed è necessario ammainare a mano mentre, sottocosta, le raffiche diventano intense. Un piccolo ketch svizzero è anche in difficoltà, manovra avanti e indietro come per voler guadagnare tempo. Vediamo anche un 14 metri battente bandiera tedesca alla cappa con apparenti problemi a prua.
In aggiunta la sartia bassa di dritta molla e si mette a sbattere. Fortunatamente M., che è al timone, orza in tempo e lascia passare il vento dalla parte di sinistra alleggerendo così lo sforzo sulla sartia restante. Accendiamo il motore, caliamo la randa ed entriamo in porto. Troviamo facilmente posto. Siamo piuttosto provati e mentre riprendiamo lentamente fiato vediamo entrare sia la barca tedesca cheil piccolo ketch svizzero trainato da un peschereccio,.
M. è sempre più malata. Piccole bolle sono diffuse dappertutto ed il prurito è aumentato. Siamo piuttosto preoccupati, ma nonstante ciò andiamo a visitare il paese. Kalkan è disposto ai piedi di una collina ed rappresentato da un gruppo di vecchie e folkloristiche costruzioni disposte su tre o quattro vicoli dove si affacciano negoziettti con ogni tipo di mercazia per turisti. Non c'è molta gente ed il tutto appare gradevolmente ospitale. Ceniamo in un ristorante dove ci servono uno spezzatino di carne cotto in un orcio sigillato che è necessario rompere per poterne mangiare il contenuto. L'aspetto è più interessante del sapore.

Venerdì 6 ottobre. Kalkan.
M. è troppo sofferente per proseguire il viaggio. Decidiamo di restare a riposare qui e cercare un medico. La vicina di barca, una ex infermiera pediatra, esclude che possa trattarsi di varicella, ma non sa diagnosticare nulla. Ci facciamo indicare un medico ed andiamo a trovarlo. L' ambulatorio e abbastanza nuovo e con pochi oggetti che denotano una certa volontà di conferire modernità allo studio. Il medico, invece, non è altrettanto professionale. Assomiglia più ad un commerciante di tappeti. Osserva l'eritema di M., i suoi capelli e sentenzia sicuro: scabbia. Prescrive uno shampoo. Perplessi facciamo l'acquisto, ma siamo comunque contenti che non si tratti di una malattia esantematica.
Nel pomeriggio prendiamo un'auto a noleggio ed andiamo a visitare le rovine di Patara. L'antica città dal cui porto S.Paolo si imbarcò per Roma, e oggi insabbiata, come tutti quanti gli antichi siti. La spiaggia è molto bella, profonda e lunghissima. Oggi, a differenza di come la vidi la prima volta, è anche dotata di sdraio ed ombrelloni. Fortunatamente è tanto vasta che per la maggior parte resta deserta. Di Patara restano romanticamente evidenti il teatro (parzialmente insabbiato) e l'arco di trionfo fatto costruire per sé e la famiglia dal governatore (mi sfugge il nome) della provincia
romana. Sorge solitario in un campo di sesamo ed è contornato da sporadiche tombe licie.
Osserviamo anche dei contadini che trebbiano a mano le piante di sesamo. Ne battono le spighe su un telo di nailon e dai secchi baccelli fuoriescono piccoli semi marroni.
Raggiungiamo Xantos, antica capitale della regione, produttrice di famosi cavalli, citata da Omero, sorge a mezza costa in posizione elevata e domina l'ampia e fertile pianura. Il fiume omonimo e dalle acque gialle (da cui il suo nome e quello della città) scorre pigro e ricco di meandri nel fondo valle, ai piedi dell'acropoli. Interessante il teatro e due monumentali tombe.
A sera, a Kalkan, andiamo a cenare in un locale tipico dove suona un terzetto di musici .
Uno di loro canta con passione antichi motivi . Seduti "alla turca" sui tappeti, tra cuscini variopinti ci lasciamo cogliere dalla suggestione del canto ed ascoltiamo silenti le incomprensibili ed accorate parole.

sabato 7 ottobre 2000

Sabato 7 ottobre. Kalkan.
M. non migliora e restiamo ancora in porto. La giornata trascorre lenta mentr'ella giace in cuccetta e soffre . La "scabbia" assomiglia sempre più ad un "granchio" del medico. Lunghe telefonate con il consiglio medico familiare portano ad identificare il disturbo come una allergia o ad un erpes da stress.
Ceniamo nuovamente nel locale di ieri.
Al ritorno troviamo una festa di nozze organizzata sulla spianata del porto. C'è musica e si balla. Veniamo trascinati dal ritmo dei tamburelli e degli strumenti a corda e ci ritroviamo a ballare anche noi. Ci sono due gruppi ben distinti di ballerini: quello degli uomini e quello delle donne. Sono dominati, ognuno per parte, dai due sposi. La sposina è carina. Alta, bruna, vestita di bianco è circondata dalle compagne di ogni età. Anche lo sposo è al centro del gruppo degli uomini. Tra essi ballano molto impegnati nel loro ruolo, dei ragazzini. Raramente i due gruppi si mescolano, ma la divisione non ha alcun carattere di obbligatorietà. E' una reazione spontanea condizionata da un costume antico che rivestiva, in passato, un carattere di categorica separazione tra i sessi.
Balliamo per oltre un'ora agitando ed ondeggiando sinuosamente le braccia sopra la testa, cambiando continuamente i partners in modo da danzare un po' con tutti. M. riceve la corte romantica e seria di un undicenne che si produce in inginocchiamenti, ampi gesti delle braccia e intensi sguardi conquistatori. Anch'io ho la mia piccola danzatrice . Invasata nel suo gesticolare sopra la testa e nel dimenare dei fianchi, è intenzionata a fare coppia fissa con me.. Ed intorno a noi, seduti su più file di seggiole, gli "anziani" delle due famiglie osservano compassati.
Si va a dormire tardi. Domani vogliamo raggiungere Finike dove c'è una moderna marina attrezzata per lasciare la barca. Abbiamo, infatti, deciso di interrompere il viaggio. Salvo alcuni momenti M. è troppo sofferente per godersi questo mare e questi luoghi come meriterebbero.

Domenica 8 ottobre. Kalkan - Finike. 22 miglia
Lasciamo il tranquillo porticciolo di Kalkan che ricorderemo nel bene e nel male. Il tempo è buono e con scarsità di vento. Ma a questo siamo preparati. Ormai abbiamo abbandonato la zona del meltemi, non siamo più in Egeo. La costa è sempre molto bella e dopo alcune ore passiamo davanti a Kastellorizo (Meysti). M. riposa sottocoperta. Meglio così, le immagini del film Mediterraneo possono restare integre nel loro ricordo. La realtà è meno attraente. Alcune moderne costruzioni che si vedono in paese, rovinano le fantasticherie romantiche che il film ci aveva trasmesso. Abbiamo vissuto esperienze più sincere nel nostro vagabondare tra le isole, più vere e più vicine a quelle raccontate nella pellicola.
Kekova il nome del villaggio che nel pomeriggio vediamo sulla nostra sinistra. Siamo entrati in un braccio di mare delimitato da un lato da una lunga isola e dall'altro racchiuso dalla cerchia di basse montagne boscose. Attraversiamo la baia sorpresi dalla visione della natura e dai ricordi lasciati dal passato degli uomini. Il villaggio è dominato da un acropoli su cui sono stratificati resti antichi. I merli di un castello parlano di crociati mentre le grandi pietre alla base delle potenti mura ci raccontano dei "popoli del mare" degli achei, dei dori. Alcune tombe licie, simili a sarcofagi medievali , corrono lungo i fianchi della collina. Appaiono tutte violate da antichi saccheggiatori. Un foro sul lato della sepoltura, subito sotto il pesante coperchio, denuncia l'effrazione del cercatore di tesori. Chissà cosa mai avranno trovato gli antichi ladri ? Certamente qualcosa di prezioso, tanto da giustificare l'accanimento con cui tutte le sepolture hanno subito la medesima sorte. Viste da lontano sembrano bozzoli di gigantesche farfalle abbandonate dalle larve divenute ormai adulte. O forse sono state le anime di defunti guerrieri, o di principi o di re che hanno rifiutato l'angustia del sarcofago dopo che, in vita, avevano spaziato tra questi monti e queste rive senza confini.
E la nostra barca, spinta ora da una brezza al giardinetto, si lascia scorrere tra queste rive dove, ci siamo ripromessi, torneremo il prossimo anno. . La decisione di interrompere il viaggio condiziona la nostra disponibilità a godere pienamente delle atmosfere e della natura.
Uscendo nuovamente in mare aperto il vento rafforza e Gattadapelare scivola velocemente verso Finike. Al poche centinaia di metri dal porto sperimento il famoso colpo di boma. La "bomata", come tutte le bomate, mi coglie a tradimento e mi fa inginocchiare, tramortito, nel pozzetto. Temendo di perdere i sensi chiamo M. che accorre subito, "chioccia" preoccupata e incurante della sua malattia. La costa, vicinissima, è stata appena sfiorata. Sotto la guida più sicura del "mitico" secondo entriamo in porto e ormeggiamo all'inglese.
La marina di Finike è abbastanza grande e di recente realizzazione. Siamo decisamente fuori stagione; non ci sono altri equipaggi in giro.
La cittadina con velleità turistiche, si allunga su un moderno lungomare, ma non ci lascia entusiasti. E' per noi solo una tappa tecnica nel nostro peregrinare.

Lunedì 9 ottobre. Marmaris.
Espletate le solite formalità per lasciare al barca in Turchia, diamo disposizioni per l'alaggio e prenotiamo un taxi che ci riporti a Marmaris per le 16.30 di oggi. Di lì un Dolphin ci condurrà a Rodi. Sono tre ore di macchina trascorse percorrendo a ritroso la costa che avevamo visto sfilare ieri dalla barca. E' una strada tutta curve ed estremamente lenta. Infatti, arriviamo tardi all'imbarco previsto e siamo costretti ad attendere il successivo traghetto. Ma non è giornata buona. Un violento temporale blocca da qualche parte la nostra seconda possibilità di imbarco. Finalmente, quando lo vediamo entrare nella baia avvolta in un cupo crepuscolo, sono già le 18.30. Il viaggio fino a Rodi avviene tra onde imponenti e spumeggianti, mentre l'imbarcazione batte violentemente sul mare. Ovunque passeggeri "vomitosi". Finalmente attracchiamo a Rodi che è buio fatto. Ci sistemiamo in una alberghetto al centro e andiamo a cenare quando ormai quasi tutti i ristoranti sono chiusi. Il cielo è pieno di lampi e siamo contenti a non essere più per mare.

Martedì 10 ottobre. Roma.
Aereo all'alba e coincidenza ad Atene con quello per Roma. Come tutti i rientri c'è mestizia e stanchezza ed anche il pensiero all'"usato impegno" non ci aiuta ad essere di buon umore.
Comunque l'appuntamento è a maggio 2001 !!!