Sana'a e il Ramadam

località: sana'a
stato: yemen (ye)

Data inizio viaggio: mercoledì 29 ottobre 2003
Data fine viaggio: venerdì 31 ottobre 2003

Un viaggio in Yemen, ancora oggi, significa vivere avventure che stanno tra passato e presente.
Il viaggio inizia già sull'aereo. L'airbus della Yemenia è vuoto e i pochi passeggeri a bordo sono tutti mussulmani. Dopo cinque ore e mezza di volo il comandante annuncia di allacciarsi le cinture perché incomincia l'atterraggio. A questo punto le donne che per tutto il volo sono state in jeans e maglietta si ricoprono da capo a piedi, lasciando visibili solo gli occhi.
E' l'alba, non siamo ancora usciti dall'aeroporto, ma subito entriamo in contatto con quel mondo che siamo venuti a cercare quando vediamo un gruppo di persone genuflettersi ripetutamente in un angolo sulla cui parete è disegnata una moschea, che indica la direzione della Mecca… sono fedeli che pregano Allah.
Preso il taxi per il Sinbad Hotel lungo il tragitto a catturare la nostra attenzione è l'abbigliamento della gente. Gli uomini indossano una tunica, in genere bianca, chiamata kandoura o più semplicemente una gonna. In pochi calzano i pantaloni, ma tutti portano giacche che assomigliano a quelle che si mettevano da noi, nei giorni di festa, negli anni sessanta. Sul capo, come una specie di turbante, ma spesso soltanto appoggiato sulle spalle, portano il ghutra, il fazzoletto bianco, a quadretti neri o rossi. Infine, alla vita hanno una cintura sfarzosamente ricamata che serve ad infilare la jambiya, l'inquietante pugnale ricurvo che tutti gli yemeniti hanno sempre addosso. Per via della lunga mantella nera che indossano, l'abaya, ossia quello che noi occidentali chiamiamo velo integrale, le donne sembrano delle sinistre presenze, ma hanno un portamento fiero così come lo sguardo, quando è possibile vederlo poiché non sempre gli occhi sono scoperti. Molte, infatti, portano il burqa, un pezzo di stoffa che copre interamente il volto.
Dall'albergo si gode una bella veduta su Old Sana'a. La luce tenue dei primi raggi del sole colpisce i palazzi più alti della città vecchia. Sembra di ammirare un quadro: l'albergo è la galleria, i contorni della finestra sono la cornice del quadro e Old Sana'a è il soggetto. Immortalarla un po' di volte è d'obbligo.
Siamo desiderosi di immergerci nel Suq al-Mith, il mercato costituito da quaranta piccoli suq. Percorriamo Az-Zubayri Street, attraversiamo il ponte sul fiume Sa'ila, completamente prosciugato, e ci troviamo ai piedi d'imponenti mura che costeggiamo fino a Bab el Yemen. Qui, seduti accanto alla loro merce, non troppo distanti l'uno dall'altro, incontriamo degli strani ambulanti. Si tratta di una decina di venditori di miswak, bastoncini da masticare, che metaforicamente possiamo definire gli spazzolini da denti yemeniti. Pare contengono fluoro e agenti antibatterici, oltre ad essenze rinfrescanti. Ci fermiamo in un ufficio di cambio, dove perdiamo parecchio tempo a contare l'enorme quantità di biglietti da cento rials scambiati per un'esigua cifra di dollari.
Oltrepassata Bab el Yemen, la porta d'ingresso principale della vecchia Sana'a, abbiamo l'immediata conferma che la realtà supera di molto le attese che c'eravamo fatti su questa città, davvero senza uguali nel mondo. Oltre la porta, all'interno delle mura, c'è lo Yemen di un tempo. Mi viene in mente una frase di Nino Gorio letta prima di partire: "Old Sana'a irrompe nel terzo millennio saltando completamente il secondo." Old Sana'a è effettivamente rimasta così come la videro i viaggiatori di un tempo, subito vi si respira un'atmosfera esotica e fiabesca grazie al brulichio impressionante di persone e alle caratteristiche case a torre, agli alti palazzi color argilla decorati di bianco. Oltre all'altezza degli edifici costruiti con mattoni di fango sono i fantasiosi ornamenti intonacati con il gesso a stupire l'occhio di un occidentale. I manzar, gli attici che si trovano sul tetto dei palazzi, per via delle decorazioni bianche ricordano i pizzi dei centrini delle nonne. Le finestre, un tempo d'alabastro, sono oggi di vetro, dipinte di diversi colori di cui s'apprezza la vivacità passeggiando di notte, quando la luce all'interno delle case l'illumina di mille colori.
Nei due giorni e mezzo in cui ci fermiamo a Sana'a, non facciamo altro che addentrarci in questo labirinto di viuzze dove è facile disorientarsi ma impossibile perdersi. L'aria è gravida di odori a seconda del suq in cui ci si trova, delle pelli, dell'argento, della verdura, dei cereali, della ceramica, dei vestiti, delle spezie, del qat… Quest'ultimo è quello che c'incuriosisce maggiormente. Ramoscelli di foglie di qat sono sparsi ovunque. Le richiestissime foglie di quest'albero sono ricche di efedrina, che è uno stimolante, ragione per cui il qat è la droga nazionale che gli yemeniti sono soliti masticare per ore e ore. Se Sana'a è piena zeppa di negozietti, Old Sana'a n'è ricolma: due metri per tre, al massimo, e tutti rialzati leggermente dal suolo, con i negozianti circondati dalla mercanzia, seduti sopra alla mercanzia, più intenti, sembrerebbe, a masticare qat che non a vendere. Prima di riuscire dalle mura chiediamo ad un giovane, che nel frattempo aveva incominciato a seguirci per offrirsi come guida, che cosa fossero quelle specie di sassi giallo biancastri, che vedevamo vendere un po' ovunque. Non si trattava di pietre, ma di una resina aromatica e precisamente la famosa mirra. Nel tardo pomeriggio al calar del sole gli edifici di Old Sana'a assumono via via il colore del bronzo, mentre i candidi decori sembrano brillare di luce propria. Dopo una deliziosa cena al restaurant Palestine ritorniamo all'hotel. A notte fonda, alle 04.00 del mattino, un frastuono ci sveglia e ricorda di essere in quest'incredibile città. A diffondere questo baccano sono i muezzin che cantano l'azzan (la chiamata alla preghiera) che si dirama dall'alto dei minareti, attraverso gli altoparlanti. Ci ritroviamo a Sana'a in pieno ramadan, il mese in cui i mussulmani digiunano dall'alba al tramonto. L'indomani venerdì è giorno festivo e i negozi sono chiusi, anche quelli di Old Sana'a. Ora con così poca gente possiamo vagare tranquillamente e meglio apprezzare gli edifici della città vecchia, scoprire affascinanti angoli nascosti come i giardini e gli orti. Giriamo tutta la mattina ed intuiamo che si potrebbe girare all'infinito per la vecchia Sana'a senza quasi mai percorrere la stessa via. Siamo rapiti, ammaliati da questa sorta di enclave medievale, quando un anziano rompe l'incantesimo e ci riporta alla realtà riprendendoci perché stiamo mangiando delle polpette di patate, cosa tra l'altro qui consentita ai non fedeli. In Arabia Saudita saremmo stati immediatamente arrestati. "il ramadan…!". Cerchiamo di giustificarci con l'anziano, ma non ne vuole sapere delle nostre scuse e continua per la sua strada imprecando in arabo. Dopo l'accaduto prestiamo più attenzione per non offendere la popolazione di cui siamo ospiti.
Stanchi di girovagare facciamo tappa al Golden Daar Tourist Hotel. Dall'alto dei suoi sette piani assistiamo al tramonto dopo averlo atteso per più di un'ora seduti sui divani del mafrai a consumare da bere. Quando giunge sera, i muezzin dagli altoparlanti delle moschee annunciano la fine del digiuno salutato, come ogni sera, con l'inizio della festa (dell'Eid al-Fitr) e la città improvvisamente si riempie di vita. Un andirivieni di gente si precipita a mangiare nei chioschi e nei ristoranti ogni sorta di pietanza. Per strada vengono allestiti veri e propri banchetti di fortuna che sono presi d'assalto dalla gente che si rimpinza di ogni cosa. Ritiriamo i bagagli lasciati in custodia alla reception dell'hotel e preso un taxi ci avviamo all'aeroporto …il viaggio è finito.

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