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L'arabia Felix - Yemen
Diario di viaggio · Yemen · 2005

L'arabia Felix - Yemen

C’è un solo volo a settimana per lo Yemen dall’Italia e per giunta da Roma, quindi mi tocca svegliarmi più o meno all’alba per andare a Linate e prendere un volo comodo che mi porterà nella capitale. Il mio…

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27 dicembre 2005 → 3 gennaio 2006
8 giorni di viaggio
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Dove
San'à, Marib, Hodeidah, Zabid, Ibb, Thula, KawkabanYemen · Medio Oriente
Quando
27 dicembre 2005 → 3 gennaio 20068 giorni · viaggio del 2005
Chi
claudia@cloud77
Il racconto
8 giornate · 4.267 parole0 like dei lettori
Giorno 127 dicembre 2005

C’è un solo volo a settimana per lo Yemen dall’Italia e per giunta da Roma, quindi mi tocca svegliarmi più o meno all’alba per andare a Linate e prendere un volo comodo che mi porterà nella capitale. Il mio appuntamento con Anna è a Fiumicino verso mezzogiorno. Appena mi sveglio il mio unico problema è di verificare lo stato della neve. Per fortuna non sembra esserne caduta ancora molta, quindi mi dirigo a Linate piuttosto serena. Il mitico MD80 Alitalia mi aspetta, ma prima di decollare viene sottoposto al trattamento antigelo. Un omino dall’aria annoiata si mette a spruzzare con poca convinzione questa specie di detersivo schiumoso sulle ali e, dando una fuggevole controllatina all’aeromobile, dà al pilota l’autorizzazione al decollo.

Il volo è breve, giusto il tempo di fare una gara con un altro aereo che sta atterrando sulla pista parallela alla nostra battendoci di mezzo secondo e tocchiamo terra in riva al mare. L’appuntamento con Anna, che è già arrivata, è al Terminal C, io sono all’A. Non c’è un cartello che indichi dove bisogna andare. Io devo cercare pure un banco transfer perché devo fare la carta di imbarco per la destinazione finale e non lo trovo. Giro a zonzo e niente. Chiamo Anna e niente. Scopro che anche lei è disperata perché sta cercando un punto di riferimento. Alla fine, quasi all’ultimo, chiedo a una signora che mi indica cortesemente dove trovare il banco per fare check-in con la Yemenia.

Trattasi di un tavolino nascosto dietro una colonna, dietro l’edicola…..Ah però!!! Chiedo che mi assegnino un posto con il finestrino, tutta felice perché sorvolerò l’Africa, ma ovviamente il finestrino non c’è, casualmente sono rimasti solo i posti a 4, in mezzo, sull’ala. Che nervi. Il volo è tranquillo, io e Anna facciamo amicizia con Riccardo e Nicola, due guide di Kel 12 e Antichi Splendori. Veniamo interrotte ben presto, perché tutto l’aereo è in subbuglio; abbiamo finalmente raggiunto la costa africana e tutti si affacciano per vedere il deserto egiziano. Riccardo mi cede il suo finestrino, tanto ha fatto questa rotta talmente tante volte che la conosce a memoria. Mi guardo un po’ di Nilo, un po’ di Mar Rosso cercando di stabilire con Riccardo quale cateratta stiamo attraversando (decidiamo sia la 4°) e poi torno alla mia triste postazione.

Manca poco all’atterraggio, il volo è solo di 5 ore. E’ buio, sono circa le 19 e atterriamo senza problemi a Sana’a, la capitale dello Yemen a quota 2.250 metri s.l.m.. Il tragitto verso l’albergo è strano, la città intorno a me mi sa tanto di dejà vu, mi ricorda un po’ la periferia di Trapani, un po’ Amman in Giordania…possibile che abbia tutte queste visioni?? Ci sono già stata in una vita passata? Ci chiudiamo nella nostra camera dalle finestre blindate un po’ tristi e aspettiamo che arrivi l’indomani.

foto di cloud77
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Giorno 228 dicembre 2005

La giornata di oggi con la nostra guida Sheriff, detto lo sceriffo, uno molto sicuro di sé che pare sia un mezzo personaggio e che ha pure partecipato a “Turisti per caso”, prevede un’escursione in zona Marib, la zona dei rapimenti per eccellenza. Non si fanno distinzione di nazionalità, anche se le prede preferite sembrano essere inglesi, americani e diplomatici. Siamo precisamente nel Rub al khali, meglio conosciuto come il quarto vuoto, praticamente la parte desertica di questo paese. Questa zona è al confine con l’Arabia Saudita, l’unica zona dello Yemen ricca di petrolio, dove ci sono alcuni ribelli che vengono fomentati dai Sauditi per passare dall’altra parte e far sì che questa zona ricca di pozzi venga annessa alla già ricchissima Arabia. Insomma, i rapimenti sono solo una questione politica e monetaria, a nessuno importa di far danni al turismo o al turista in sé.

Basta viaggiare obbligatoriamente con una scorta della polizia e non si dovrebbero correre rischi. Per affrontare una giornata del genere ci vuole una colazione adeguata ed ecco che mi lancio con la colazione tipica yemenita a base di zuppa di fagioli piccante e pane e miele. Niente male, anche se un po’ indigesta visto l’orario. La giornata si prospetta bella intensa. Partiamo con 4 jeep numerate in serie. Io e Anna, insieme ad un’altra Anna e suo marito Stefano (gli altri 2 giovani della combriccola) saliamo sulla jeep ammiraglia. Il nostro autista si chiama Mohamed ed è simpaticissimo Durante questi momenti passati in auto, più che guardare il paesaggio, siamo intenti a guardare la strada. Gli yemeniti guidano come pazzi furiosi.

Praticamente puoi decidere se morire schiantandoti contro un masso sulle vie di montagna, se farti esplodere contro i numerosi camion che trasportano gasolio, o volare giù dal dirupo tra un tornante e l’altro. Come se non bastasse, in questa zona specialmente, sono interrotte frequentemente da postazioni militari di blocco. Mohamed, in quanto Ammiraglio, ha il compito di consegnare ad ogni posto di blocco un foglio di carta con i nostri nomi e il tragitto. Ci viene spiegato da Sheriff che questo è un metodo di controllo anti-rapimenti. Praticamente ogni turista va segnalato e se al posto di blocco successivo manca qualcuno all’appello, scatta l’allarme. I controlli sono un incubo e le fotocopie di Mohamed sembrano non finire mai.

Parlando di storia e architettura, perché questo poi è lo scopo del viaggio, visitiamo il Tempio del sole e della Luna, che per gli Arabi hanno i sessi invertititi e sono in realtà “la sole” e “il luna”. A me ricordano vagamente i viadotti dell’Autostrada dei fiori dal momento che sono 7 colonne squadrate di cemento armato. Mahhh…..Tutto qui?? Millenni di storia racchiusi in 7 blocchi di cemento? Io e Anna siamo molto deluse dal primo impatto con quello che da molti è stato definito come il paese più bello del mondo e cerchiamo di consolarci con la prima degustazione di qat. Trattasi della “droga” locale, in fondo ogni paese ha la sua, legale in loco ed illegale se esportata. Essendo in realtà una pianta naturale, e non una droga, decido di provarla, in fondo 4 foglie di insalata non hanno mai fatto male a nessuno, vero?.

Beh, fa schifo, è come mangiare le foglie di un albero e non mi pare poi che produca effetti particolari. Pare infatti che per ottenere gli effetti desiderati occorra masticarne a quintali per ore…. Nel pomeriggio ci dirigiamo verso la diga più famosa del mondo. E’ dell’8° secolo a.c. e irrigava quello che oggi è il 4° vuoto. Pare fosse un capolavoro di ingegneria e di intelligenza per via della struttura e della posizione, ma sinceramente non ho nemmeno capito quali fossero le 2 chiuse rimaste…..a me è sembrato un inutile ammasso di ruderi. Non ci resta che dirigerci verso la vecchia città di Marib, distrutta dai bombardamenti, sempre scortati dagli uomini in mitra. Io e Anna ci stacchiamo dalla guida e decidiamo di salire in cima a uno di questi palazzi in rovina della città abbandonata e bombardata.

Ci aspettano circa 4 piani a piedi in un palazzo fatiscente e a rischio crollo, con macerie e sporco all’interno, ma ne vale la pena perché la vista è magnifica. Dopo la consegna del 30° papiro al posto di blocco, torniamo in albergo impolverati

foto di cloud77
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Giorno 329 dicembre 2005

La giornata di oggi è tutta dedicata alla visita della capitale dello Yemen, la famosa Sana’a. Intanto il bollettino rapimenti ci informa che siamo giunti a quota 5. Proprio dove eravamo ieri è stata rapita una famiglia di diplomatici tedeschi, ma pare sia solo un gesto simbolico, infatti i 5 vengono rilasciati subito senza problemi. Sana’a è patrimonio mondiale dell’Unesco ed è stata in ballottaggio per diventare una delle meraviglie del mondo nel 2001. Non so come sia finita la votazione, quello che è certo è che è davvero tale. Vale la pena di salire sulla Yemenia solo per venire fino a qua. A questo punto decido che comunque sia il resto dello Yemen, la capitale vale il viaggio. Provi la stessa emozione che provi in una città come Venezia o come Pompei, senti la storia, sei circondata dall’arte più straordinaria. E come se non bastasse lo shopping è strepitoso e molto cheap.

Nella città vecchia, circondata dalle mura e da un vecchio wadi, si trova un souk degno di quelli Marocchini, anzi di gran lunga migliore. C’è un crogiuolo di stradine dove cammini pigiato come sardine tra tutti i locali che vanno e lavorano al mercato. Devi stare attento a non perderti e a non farti trascinare dalla folla impazzita. C’è il quartiere degli artigiani dove si lavorano ferro e legno, dove si fanno cornici e si affilano le sciabole senza cui gli yementi maschi non uscirebbero mai di casa, c’è la zona delle spezie con mirra, incensi, caffè, zafferano, cardamomo, e cesti coloratissimi di spezie indefinite, la zona delle stoffe dove vendono tessuti coloratissimi un po’ troppo flash e di cattivo gusto, (a quanto pare le donne yemenite sotto lo scafandro nero da corvo, per reazione usano i colori più impossibili).

C’è poi il quartiere dei cibi, delle verdure, e ovviamente un intero quartiere dove si vende il qat, ovviamente è il più incasinato. E’ difficile non fermarsi ad ogni bancarella e fare acquisti di lanterne, cornici, scatole colorate, spezie, ed è difficile che 12 persone riescano a stare compatte. Alla fine Anna si perde…per fortuna che gli Yemeniti sono persone estremamente oneste, affidabili e cordiali, infatti viene salvata da un bambino di 12 anni di nome Salid che addirittura entra in un call center per diffondere in giro la voce che un’italiana si è persa e chiedere ai mercanti dove sia il gruppo di Sheriff…In meno di 10 minuti ce la riporta sana e salva. Mitico Salid, si merita proprio un premio. Ci fermiamo a bere thè verde alla menta sulle mura, osservando l’estenuante movimento della città dall’alto e aspettando l’imbrunire. Questa città è magica.

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Giorno 430 dicembre 2005

Oggi ci dirigiamo verso il sud del paese, quasi sulla punta estrema del Mar Rosso. Ci attendono svariati e interessanti km fino ad Hodeidah, e quando si va in macchina il divertimento è sempre assicurato. Purtroppo Mohamed ci deve abbandonare, gli autisti vengono cambiati e veniamo rimbalzati sulla jeep numero 3 di uno col nome impronunciabile. Questo tipo si presenta con un pugnale enorme conficcato nella cintura, sul davanti, alla maniera Yemenita. Non se lo leverà nemmeno per guidare, perché in fondo guidare con una lama di 30 cm conficcata nelle palle fa più macho, vero?? Andiamo a visitare un paese di nome Al Hajjarah. E’ bellissimo, arroccato sulla collina, con le case tipiche dello Yemen e le terrazze coltivate appena sotto.

Esplorando questo paese dimenticato dalla civiltà però purtroppo veniamo assaliti dagli abitanti che ci inseguono per venderci collanine, cinture e Barbie travestite da musulmane. E’ frustrante. Come hanno fatto queste persone che vivono isolate dal mondo a diventare peggio degli egiziani che subiscono da anni un turismo dalle dimensioni notevoli??? La colpa di chi è? Del turista che regala caramelle e penne ai bambini, al punto che ormai associano il turista a questi oggetti e chiedono bon bon e kalam (le penne) a cantilena, senza forse nemmeno sapere cosa siano? Facendo del bene si è in realtà fatto del male più grande. La verità è che non bisognerebbe mai fare la carità in questo modo. La dignità è non chiedere mai; se non chiedi ed hai bisogno ti verrà comunque dato: questa è la conclusione che proviamo a dare, giusta o sbagliata che sia.

Finalmente da quando siamo nello Yemen andiamo a mangiare in un ristorante tipico. La cucina yemenita, contrariamente a quanto mi aspettassi, è davvero strepitosa. C‘è sempre una base di riso e montone e pollo, ma i piatti forti sono la salta (zuppa di fagioli con sopra un intruglio di fieno verde greco), il pane simile alla pitta, ma 10 volte più grande, sfoglioso e sottile, verdure cotte al forno parecchio saporite, una specie di teglia con patate, uova e pomodori e, dulcis in fundo, proprio un dolce dal nome esotico “la ragazza sul piatto”. Trattasi di un impasto tipo pasta brioche infornato con del miele e semi di papavero sopra. Ragazzi credo di essermene fatta 6 pezzi, eccezionale!!! A fine pranzo le donne vengono coinvolte in una dirty dancing (la danza del corteggiamento) con dei ragazzi yementiti.

Che fatica ballare con tutte quelle lenticchie e fette di torta sul gobbo!!! E che paura visto che si balla con le sciabole in mano, però è davvero un momento unico. Mi sono davvero divertita. Ci rimettiamo in marcia, ma 2 delle nostre jeep, non si capisce bene come, decidono di tamponarsi fra di loro. Grande spavento, ma fortunatamente nessun ferito, solo un gran bel danno all’auto in fumo. Fosse successo 100 metri più in là le 2 auto sarebbero potute finire senza freni nel dirupo. Sceriff tenta di buttare acqua sulle pastiglie dei freni per cercare di recuperare l’irrecuperabile, ma nessuno gli è d'aiuto perchè nessuno si intende di motori. I km che mancano sono troppi e nel mezzo del deserto dei monti nessuno ti può aiutare. Fortuna che l’auto riparte senza problemi apparenti, a parte la botta. Con un po’ di difficoltà e un mancato 2° incidente, arriviamo a Hodeidah.

Il paesaggio è straordinario e vario. Siamo passati dai 2.500 metri, agli altipiani, dalle oasi con le palme, alle gole come quella di Todra in Marocco, dal paesaggio pre-sahariano, alla savana. Siamo praticamente in Africa, sulla costa, appena di fronte all’Eritrea e davvero ti sembra di avere cambiato continente. Innanzitutto cambia il clima; passiamo dal caldo secco con escursioni termiche notturne di Sana’a, al caldo umido e insopportabile di Hodeidah. Anche la fisionomia degli abitanti cambia. Qui pare ci sia stata un’invasione di Abissini ed Etiopi, infatti i tratti degli abitanti infatti sono neri, non più arabeggianti e le donne, seppur velate, sono vestite con veli fiorati e coloratissimi. Si sente il profumo del mare che è a pochi metri da noi. I gabbiani volano alto in cielo.

Alloggiamo in un albergo abbastanza inquietante che non vede la luce da anni e una donna delle pulizie da secoli, ma almeno è spazioso. Manca l’acqua calda, ma alla fine col caldo che fa poco male.. Dobbiamo scappare da lì e così decidiamo di andare con Sceriff e Carlo in riva al mare a fumare Narghilé. E’ una favola, il mar Rosso è davanti a noi, il cielo è pieno di stelle, sorseggiamo il tè alla menta fumando un narghilé al sapore di fragola. Comincia una discussione a senso unico sul Corano, i diritti della donna, il progresso, le lapidazioni, sugli Arabi e gli integralisti. Discorsi molto seri, ma visti da 2 punti di vista completamente opposti e inconciliabili.

foto di cloud77
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Giorno 531 dicembre 2005

Siamo ad Hodeidah sul Mar Rosso e, essendo in una località di mare, andiamo al mercato del pesce più famoso del paese. E’ uno spettacolo. Ci sono i pesci più strani stesi per terra ovunque: squali, pesci martello, cernie, snapper, gamberi, etc. Le contrattazioni sono estenuanti, i pescatori urlano ovunque, i pescherecci continuano ad arrivare stracolmi, i bambini riempiono le ceste per scaricare il pesce. Qui siamo davvero in Africa, le barche sono coloratissime, come la gente del posto. Ci guardano tutti divertititi. E' un incanto. Dopo il mercato del pesce, con un’afa incredibile e un sole che non perdona, raggiungiamo Zabid, iln luogo in cui pare Pasolini abbia girato il film “Le mille e una notte”.

Secondo degli studi questo è anche il posto più caldo della terra, ma è vietato lamentarsi, perché è “solo” inverno (d’estate non oso immaginare cosa sia) e stando agli sms quotidiani di mia mamma, a Milano ve la state passando male a -5° con neve, vero?? Insomma, non è giusto infierire…. Il caldo non è l’unica caratteristica di questa cittadina, pare che sia nata l’algebra quaggiù. Zabid è Patrimonio dell’Unesco, peccato sia tremendamente decadente, forse restaurata chissà, così mi lascia un po’ perplessa, anche se ammetto che ha un certo non so che….un fascino unico nel suo genere. Mi piace. In questo villaggio visitiamo il mercato inseguiti da decine di bambini che ci tengono per mano. Alla fine scopriamo che fanno i ruffiani tenendoti per mano e facendoti le carezze per farsi comprare un pallone e farsi regalare le solite kalam.

Abbandoniamo i colori e i profumi dell’Africa per risalire verso Taizz. E’ il 31 dicembre, l’ultimo dell’anno, chissà che state facendo tutti voi in Italia…..riesco a malapena a percepire l’atmosfera del Capodanno. Qui siamo talmente lontani in tutto e per tutto che mi sembra un giorno come un altro. Non so nemmeno che giorno della settimana sia, ma in fondo è quello che voglio…. Taizz è una città enorme. Io e Anna facciamo le turiste-fai-da-te-no-Alpitour, perché ormai abbiamo capito che questo, a dispetto di quanto riportato, è il paese più tranquillo e pacifico della terra e il fatto che tu sia una donna sola in un paese musulmano non è poi tanto importante, poiché vieni trattata con riguardo, o tutt’al più ignorata.

C’è un grande rispetto per il turista, specialmente se Italiano, e questo perché il vecchio medico dell’Imam era italiano e gli italiani stanno partecipando a scavi archeologici e opere varie. Io e Anna ci mettiamo a girare la città vecchia per i fatti nostri, comprando senza sosta tessuti, tovaglie, profumi e ceste, contrattando fino allo stremo delle forze. Non bastandoci lo shopping di oggettistica, decidiamo di lanciarci anche su quello culinario.

A dispetto di tutte le regole del buon turista che viaggia in Paesi “particolari”, che prevedono di non mangiare ghiaccio, verdure crude, uova, cibo fresco comprato per strada nelle bancarelle, cominciamo a comprare del banalissimo caffé, dello zafferano rosso fuoco e dei semini (e fin qui tutto bene), poi, non contente, ci lanciamo su una formaggella intera fresca, di quelle che si vendono per terra e stanno in mezzo alla polvere e alle mosche per intenderci. All’inizio sono un po’ restia perché mi sembra che l’igiene scarseggi, ma dal momento che il formaggio fresco è deperibile e intrasportabile, non ci resta che mangiarcelo strada facendo con le mani già sporche di polvere, e di chissà cos'altro.

Sono felicissima, il formaggio è una favola, mi sento integrata perfettamente nel viaggio, non mi sento una turista passiva, di quelle che passano e basta senza lasciare traccia, mi sento una turista attiva e curiosa. La sera, credendo di farci un piacere, in hotel ci organizzano un cenone con tanto di torta per festeggiare la fine dell’anno, non sapendo che se delle persone hanno scelto di passare Capodanno nello Yemen, significa che non sono più di tanto interessate a questa festività. Detto fatto sono le 23 scarse. Decidiamo di fare ancora un giro nel souk, dove i negozi sono ancor aperti, per tirare mezzanotte. In un vicoletto del vecchio mercato incrociamo dei bambini che stanno giocando a calcio con una pallina da tennis e ci lasciamo coinvolgere nel gioco. Inizia la sfida Italia-Yemen, adulti-bambini.

La sfida è dura e massacrante, i bambini abilissimi e agilissimi e, incredibile ma vero, vincono loro. I bambini vengono richiamati dai genitori e noi proseguiamo il giro. Sono solo le 23.40, siamo stanchissimi, eppure ormai è diventata una questione di principio, dobbiamo tirare la mezzanotte!!! Andiamo sul tetto dell’hotel, ordiniamo delle birre analcoliche (quelle alcoliche non si possono bere), la cosa più simile allo spumante che troviamo, e decidiamo di uscire in terrazzo per aspettare l’arrivo del nuovo anno. Ognuno ha un orologio che dice un’ora diversa…..insomma, la mezzanotte arriva un po’ a caso…..

foto di cloud77
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Giorno 61 gennaio 2006

In mattinata andiamo ad un mercato per locali a Ibb. E’ forse il più bello che ho visitato, perché non è affatto turistico. Oltre agli alimentari qui vendono pure bestiame, mucche, capre e cammelli. Veniamo quasi presi a sassate da delle bambine perché le stiamo fotografando. Effettivamente sarebbe vietato fare foto a donne velate, ma sono talmente belle che è impossibile resistere. Abbandonato a malincuore il mercato, strada facendo, tra un tornante e l’altro, veniamo a sapere che degli italiani sono stati rapiti. L’ultima tappa del giorno è Jiblah, dove si trova la moschea della regina Arwa. E’ buio e rientriamo verso Sana’a. Il paesaggio è lunare e suggestivo. La luna nuova, che spicca per via del cielo terso e pulitissimo senza inquinamento di luci, mi ricorda un ghigno, e Venere le funge da neo accanto. Faccio notare ai ragazzi che la luna è “storta”.

Ne nasce una discussione accesissima sugli emisferi, sul come e perché sia storta.

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Giorno 72 gennaio 2006

E’ l’ultimo giorno, per così dire, e dobbiamo tirare il giorno dopo dal momento che l’aereo per Roma partirà l’indomani alle 3 del mattino. Passiamo l’intera mattinata ad esplorare il Palazzo nella roccia a Wadi Dahar, quella che un tempo è stata la residenza estiva dell’Imam. Questo palazzo è semplicemente straordinario e maestoso. Immaginate una montagna con un palazzo sulla cima che è stato costruito seguendo la fisionomia della roccia, sfruttandone le cavità naturali, pozzi e cisterne compresi. La scalata per giungere in vetta è faticosa, ma ne vale davvero la pena. Dopo avere finalmente visto qualcosa di “ricco”, torniamo alla povertà estrema ed andiamo a visitare un’altra serie di villaggi tipici. Il primo è Thula, ed è costruito su una vasca d’acqua dove le donne sono intente a fare il bucato e ti sembra una specie di “Venezia dei poveri”.

Appena entri tra le mura vieni assalito da orde di ragazzini che hanno imparato l’italiano dai turisti precedenti (e poi dicono che lo Yemen è meta di pochi) che, con la scusa di farti vedere il villaggio, tentano di trascinarti nei loro negozi cercando di venderti dei pacchi. Lasciata la città ci dirigiamo verso Shibam.

e si tratta di Kawkaban, un villaggio che gode di una vista spettacolare, poiché in cima a una montagna e da cui si può partire per un escursione trekking all’interno delle sue gole con archi, dove è meglio non guardare per terra dallo schifo che c’è (temo sia adibita a discarica dagli abitanti del luogo), ma soprattutto famosa per L’olandese Volante, che non è il famoso Dee Jay Nick the NightFly, bensì uno sfortunato turista che si è voluto sporgere troppo per guardare il panorama, nonostante fosse stato avvisato del pericolo, e che si è fatto un bel volo di qualche centinaia di metri schiantandosi nelle rocce sottostanti…. Finito il trekking nella discarica, torniamo a Sana’a, coscienti del fatto che il viaggio sia davvero giunto al termine, ma pienamente soddisfatti degli straordinari posti visitati.

Per tirare mezzanotte io e Anna decidiamo di goderci il mercato di Sana’a per i fatti nostri, consapevoli che se dovessimo perderci nei violetti del souk, potremmo comunque trovare Salid, o un altro bambino che ci verrebbero incontro per aiutarci ad uscirne. Sono davvero soddisfatta di non avere fatto la pecora e avere seguito una guida sicura, perché a quest’ora non avrei visto la vera Sana’a. Io e Anna infatti, girando a caso e facendoci aiutare dai bambini, abbiamo esplorato ogni angolo remoto e assolutamente non turistico di questa enorme e meravigliosa città dai palazzi con le finestre di alabastro e le vetrate coloratissime e ricche di decori.

Abbiamo comprato il miele, i biscotti e, a conclusione di questa fantastica esperienza, ci siamo lanciate anche su uno splendido frullato misto di frutta (sempre a dispetto delle norme igieniche del viaggiatore esperto e cauto) in un chioschetto incontrato per la strada, tra gli sguardi stupiti e cordiali della gente del posto. Dopo l’ultima cena (ottima) a base di cernia freschissima in un ristorante yemenita per locals, ci dirigiamo intristiti verso il terrificante aeroporto di Sana’a. E’ un’esperienza di vita, credetemi…..Innanzitutto nessuno ti controlla biglietti e passaporti, e per fortuna nessuno al check-in controlla la mia valigia che nel frattempo è arrivata a pesare 27.9 Kg. In compenso devi stare attenta, perché il tipo al check-in attacca i bollini di destinazione delle valigie a caso perché non sa l’inglese e non capisce dove siamo diretti.

Fortuna che me ne accorgo e salvo la mia valigia all’ultimo (la stava spedendo a Venezia), prendo la striscetta con gli adesivi di mia iniziativa e attacco il biglietto Fiumicino/Linate da sola. Passato il check-in c’è il controllo col metal detector. Se sei donna e suoni, finisci dietro una tenda dove 2 pseudo-poliziotte musulmane velate ti palpano.

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Giorno 83 gennaio 2006

Finalmente veniamo imbarcati (in anticipo di 1 ora) sul mitico Airbus 320-200 che ci riporterà a casa. Ho il posto vicino al finestrino questa volta, che utilizzerò come poggia testa visto che è notte fonda e non si vede nulla fuori. Tempo tre secondi (anche se a me sono sembrati ore) e sono nel mondo dei sogni, quando l’idillio viene interrotto da una vocina al microfono che urla “good morning”, (unica frase in inglese pronunciata) e si accendono tutte le luci dell’aereo. Accidenti, ho dormito solo 3 ore e ne mancano 2 all’arrivo, non potevano concederci una mezz’ora in più??? E poi è ancora buio, uffa.... Dopo la colazione a base di frittata e fagioli io, riso e carne Anna, e riso e pollo i vicini, atterriamo a Roma.

(sappiate che un’altra caratteristica della Yemenita è il servizio di bordo: praticamente a seconda di dove sei seduto ti arriva una roba diversa, ma non hai diritto di scelta. Perfino le bevande sono diverse, nel senso che se stai a sinistra ti danno bevande in lattina, a destra in bottiglia), . Questo è stato un viaggio davvero incredibile. Quello che è certo è che non dimenticherò mai le straordinarie, cordiali, divertenti persone che ho incontrato, a conferma del fatto che alla fine, se si vuole, si può vivere sotto lo stesso tetto pur avendo idee e abitudini completamente diverse rispettandosi a vicenda. Non dimenticherò mai questo popolo e soprattutto il sorriso dei suoi bambini. Adesso finalmente ho capito perché lo Yemen viene chiamato l’Arabia Felix.

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