L'artico d'inverno: Kangerlussuaq e la magia dell'aurora boreale

località: kangerlussuaq
regione: groenlandia
stato: groenlandia (gl)

Data inizio viaggio: martedì 11 marzo 2008
Data fine viaggio: giovedì 13 marzo 2008

Si pensa alla Groenlandia e subito la si associa, a dispetto del nome “terra verde”, a una sconfinata e monotona distesa bianca e proprio così appare dal finestrino dell’aereo. La calotta glaciale, nonostante la si osservi dall’alto, mostra già tutta la sua imponenza. Il manto di ghiaccio ricopre la Groenlandia per 2400km, con uno spessore di circa 700mt. Prima di giungere a Kangerlussuaq, man mano che l’aereo si prepara all’atterraggio, si rivelano i particolari di questa superficie che dall’alto sembrava completamente piatta e invece è molto crepacciata e seraccata. Kangerlussuaq è l’hub aeroportuale della Groenlandia essendo il suo aeroporto dotato di una pista abbastanza lunga da consentire ai voli internazionali di atterrare e di decollare collegando il paese con il resto del mondo. Questo non deve trarre in inganno perché la città è invece inaspettatamente piccola, conta, infatti, appena 600 abitanti. In inverno il centro vitale è l’aeroporto. L’hotel, il ristorante, i negozi, il cambio, le previsioni meteo, il bar, la sala giochi, il night, l’agenzia di viaggio, il capolinea dell’unico bus del paese, tutto si trova all’interno dell’area aeroportuale.
Kangerlussuaq sembra una città dormitorio, le case sono dei capannoni, è asettica, indifferente, fredda, senza anima e sembra il set cinematografico di un film dell’orrore.
Viste le premesse, al di là dell’inevitabile transito per raggiungere le altre località della Groenlandia, che cosa spinge a venirci? Almeno due sono i motivi! Il “ghiacciao Russel” e la “luce del nord”. Ecco svelato l’arcano. D’inverno, in particolar modo, è famosa in tutto il mondo per essere uno dei posti sulla terra dove più facilmente si manifestano le aurore boreali, uno dei fenomeni più impressionanti che possa offrirci la natura. A marzo se il cielo è terso, sgombro da nubi e il freddo abbastanza intenso, lo spettacolo è visibile pressoché tutte le notti. Il massimo di frequenza aurorale si registra, infatti, in una fascia compresa tra 60° e 70° di latitudine. Per questo ci troviamo a Kangerlussuaq, ognuno di noi nutre la segreta speranza di vedere l’aurora boreale.

Il “ghiacciao Russel”, vera e propria reliquia dell’era glaciale, si raggiunge dopo circa 25km, avanzando verso l’interno, su piste immacolate di neve e ghiaccio, grazie a mezzi speciali adatti a questo genere di percorso. Si tratta di Iveco Turbostar (come quelli utilizzati dalle spedizioni di Overland) a quattro ruote motrici e pneumatici montati con catene.
Nevica quando partiamo, ciò nonostante i raggi del sole ogni tanto si insinuano tra le nubi, rischiarando il paesaggio. Il passaggio più delicato del tragitto è il superamento di un lago ghiacciato che l’autista affronta a velocità molto moderata, un’ultima impervia salita e si è infine di fronte alla falesia laterale del ghiacciaio. Fa’ molto freddo, siamo vestiti come sul Monte Rosa pur essendo a livello del mare, troviamo momentaneo rifugio in due igloo costruiti da alcuni cacciatori. Qui la nostra guida, Jesper, approfitta per spiegarci come la neve una volta fosse l’unico materiale di costruzione a disposizione degli inuit, in particolare durante la caccia sul pack. L’ice-stock, lo strumento utilizzato per farli, è un bastone con una punta adatta a rompere e lavorare il ghiaccio. Molte sono le tradizioni scomparse, ammette malinconicamente, solo una ancora resiste ed è la caccia. Dopo i mesi bui invernali, la caccia primaverile è un evento liberatorio. La cattura della balena, in particolare, continua ad essere ben radicata e finisce sempre con una grande festa. A tutta la comunità ne è riservato un pezzo. Della balena non si butta niente oltre alla carne per mangiare (i cui scarti vanno a saziare i cani), il grasso viene bruciato per produrre luce, i fanoni e la pelle utilizzati per fabbricare piatti, utensili, vestiario e giocattoli, i tendini usati per cucire. Gli inuit (eschimesi della Groenlandia), gli abitanti della terra che vivono più a nord, cacciano civilmente, ammazzano per sopravvivere, non come purtroppo gli viene tante volte rimproverato dalle associazioni animaliste. Bastoni e uccisioni scriteriate non fanno parte della loro cultura. In Groenlandia non si spara alle femmine e ai piccoli. È un etica ben fondata.
Si riparte e inizia la breve camminata sul ghiacciaio già di per sé non facile è resa ancor più difficile da un sottile strato di neve fresca che copre la superficie ghiacciata. Scivolate e capitomboli si susseguono pur calzando tecnici scarponi con tanto di suola in vibram. Per fortuna si è su un terreno completamente piatto. Spazzata via con una mano la neve che ricopre il ghiacciaio ci si rende conto di come si sia proprio sul manto di ghiaccio, stiamo calpestando la calotta glaciale (il ghiaccio senza la terra sotto come spiega Jesper). Lo spazio assume contorni indefiniti, davanti a noi il regno del gelo e della desolazione, se proseguissimo toccheremo luoghi incontaminati e davvero isolati. Se ci s’incanta a guardare l’orizzonte il paesaggio sembra sparire in un turbine bianco.

Insigni scrittori con la loro penna hanno cercato di descrivere la “Luce del Nord”; per Nansem «va al di là di qualunque cosa si possa sognare»; per il norvegese Theodore Caspari «Nessuna matita può disegnarla, nessun colore può dipingerla e nessuna parola può descriverla in tutta la sua bellezza». Ma non scrivere dell'Aurora Boreale, dice una metafora, è come negarsi una fetta di cielo.
Lunedì 12 marzo, periferia di Kangerlussuaq, é da più di un’ora, che aspettiamo, a una temperatura di -17°C, imbacuccati nel nostro materiale tecnico di gorotex, che si manifesti l’aurora boreale. Camminiamo sulla neve, su è giù per una strada, per alleviare il freddo. Ancora un’altra mezzora e ancora niente, eppure le condizioni sono quelle ottimali. Il freddo diventa stridente, il morale sempre più affranto, tutti, silenziosamente, non desideriamo altro che ritirarci nel tepore delle nostre camere d’albergo. All’orizzonte tenue luci indugiano ad accendersi, Beppe me le fa’ notare, ma nessuno vuole illudersi, assaliti come siamo dalla demoralizzazione. Ormai in procinto di rientrare, Beppe si gira un’ultima volta verso quel debole bagliore quando esclama ad alta voce: l’aurora, l’aurora! All’improvviso uno spettacolo senza uguali, centinaia di drappeggi verdi e bianchi, di tanto in tanto con riflessi arancione, iniziano a svolazzare, in cielo, proprio sopra alle nostre teste, e come se se si fosse aperto il sipario di un teatro e fosse incominciato lo spettacolo. L’euforia, l’eccitazione risvegliano i nostri sensi addormentati dal freddo, dimentichiamo l’oppressione del gelo polare spalanchiamo gli occhi e restiamo impotenti davanti a così tanta bellezza. Ora la volta celeste splende interamente di queste luci che si manifestano per tutto il cielo in diverse e stravaganti forme: raggi, drappeggi, archi, incandescenze, pieghe, spirali, corone e ancora veli scintillanti, fuochi fluorescenti, figure danzanti, nastri di luce, onde impetuose continuano a passare e ripassare in cielo, sempre con maggior impeto, più o meno intense, ora tremolanti e l’attimo dopo brillanti. L’incantesimo non si attenua, neppure dopo due ore, indifferenti delle prime avvisaglie di congelamento, siamo come bimbi che vedono per la prima volta uno spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio. L’aurora compare in innumerevoli varianti e con incredibili giochi di luce per cui ogni volta il fascino si rinnova.

Anche se il fenomeno oggi è scientificamente ben spiegato, grazie ai contributi di numerosi scienziati che hanno fatto luce sui misteri che l’aurora celava, dissolvendo così tutte le superstizioni che la loro inspiegabile origine aveva cr

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