Semplicemente New York

località: new york
regione: new york
stato: stati uniti d'america (us)

Data inizio viaggio: sabato 16 febbraio 2008
Data fine viaggio: venerdì 22 febbraio 2008

Testo di Anna Marchisio (anna_mrcs@yahoo.it)
Foto di Marco Giovo/Anna Marchisio

Una mia amica qualche giorno fa mi ha detto “ho trovato un viaggio che prevede di trascorrere una giornata a New York, cosa ne pensi?”. Le ho risposto di lasciar perdere perché New York non è una città dove ‘una toccata e fuga’ possa andar bene. New York è magica, unica, coinvolgente e merita di essere non solo visitata ma soprattutto vissuta e per questo serve più tempo di un misero giorno, di una rapida corsa in taxi da un monumento all’altro. New York si deve girare con calma, si deve passeggiare per le sue strade, entrate nei suoi negozi, fermarsi a bere qualcosa nei suoi caffè, affacciarsi dai suoi grattacieli, e rilassarsi nei suoi parchi. Insomma si deve prima di tutto viverla per apprezzarla fino in fondo, per sentirla viva e per sentirsi parte di lei!

Di tutte le mete che avevamo in programma questa non c’era. Tendiamo sempre a prediligere mete, per così dire, con un taglio un tantino più naturalistico. Così per una città del calibro di New York nel nostro elenco non c’era posto neanche nelle ultime posizioni della lista e nemmeno foto di amici o articoli di riviste hanno mai suscitato in noi un interesse particolare verso questa destinazione.
Cos’è successo? Niente di particolare… un bel giorno di settembre mi arriva la solita mailing list dell’Air France: vendono i biglietti per alcune destinazioni, tra cui New York ad un prezzo vantaggioso. Inserisco due date e con circa 470 euro a testa, tasse incluse, possiamo volare da Torino a New York, ovviamente passando per Parigi. Ci siamo detti… perché no… Ed è così che è nata la nostra curiosità verso questa città.
Nel giro di pochi giorni ci troviamo così ad organizzare il nostro viaggio in concomitanza con il mio compleanno (inutile che chiedete quanti sono tanto non ve lo dico!) e del nostro ottavo anniversario di matrimonio. Eh si… una città speciale merita un’occasione speciale!

Scrivere un diario che parla di New York non è cosa facile, come giustamente ha detto Corrado Augias “New York è la città più raccontata sia dalla letteratura che dal cinema americano, due media che nei nostri anni sono i più potenti e diffusi, due strumenti sui quali si costruisce il senso comune del mondo. Tutti hanno visto New York anche senza averci mai messo piede, abbiamo tutti guardato e chiuso nella memoria tali e tante immagini che per poterla davvero <> sarebbe necessario, più che per qualunque altra città, spogliarla dell’usura, dimenticare i romanzi e i film visti, le loro pagine e le loro immagini, i personaggi e gli scenari ricorrenti, i tic.” … “ Nessun Europeo e mai veramente sorpreso da ciò che vede arrivando perché ha già letto o visto tutto anche senza essersi mai mosso da casa. L’Europeo medio conosce il profilo della città, sa che sui tetti delle case più vecchie ci sono delle strane cisterne di legno molto fotogeniche, sa che d’inverno si levano dai tombini sbuffi di vapore con un effetto molto cinematografico e infatti molto filmato, conosce gli usi e i costumi di New York, ha partecipato ai suoi cocktail, ha visto inaugurare mostre, gente morire assassinata per strada, anziani derelitti languire nel caldo delle sue estati soffocanti, giovani giocare a frisbee sui praticelli rognosi di Washington Square, ubriachi persi smaltire l’eterna sbornia in un rigagnolo, belle signore eleganti e uomini molto ricchi entrare nei grandi alberghi attraverso porte scintillanti, ha conosciuto puttane aggressive come malviventi e altre generose come sorelle, sa come risponde e quali paure ha un autista di taxi, sa che in certi momenti non è prudente girare per Harlem e che di notte il Central Park va evitato perché potrebbe trasformarsi in un incubo. L’Europeo sa che c’è una New York dove le forme non esistono e tutto è consentito fino a quando non diventa un reato. Ma sa anche che esiste una New York dove le forme sono obbligatorie e inderogabili. Insomma New York può permettersi molte cose perché la maggior parte di ciò che è, nel bene e nel male, è già stato visto e assimilato e ogni stupore s’è sciolto da tempo nella consuetudine.”
Che dire? Mi trovo d’accordo, camminando per le sue vie, per le sue strade mi sono tornate alle mente immagini di film, descrizioni di libri e ora quando alla televisione ci sono delle immagini di New York talvolta ci troviamo a dire ‘guarda.. li ci siamo stati, ci siamo passati pure noi’! New York è anche questo!

Come costruirlo quindi questo diario di viaggio? Cosa raccontare? Di luoghi e posti o solo di sensazioni ed emozioni? Forse è giusto che ci sia un po’ di uno un po’ dell’altro senza soffermarsi troppo sull’itinerario, senza stare ad elencare cose viste o fatte perché come giustamente ha detto Augias tutti conosciamo questa città, non ha bisogno di presentazioni o di introduzioni.

Bibliografia
New York City – 5° Edizione 2007 – EDT
New York City Book – 2005 RCS Quotidiani S.p.A – Arnoldo Mondadori Editore
Corrado Augias – I Segreti di New York – 2000 Oscar Mondadori



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sabato 16 febbraio 2008

Lasciamo la nostra casa che è ancora notte per arrivare a New York che sono all’incirca le 16 di un sabato pomeriggio qualsiasi. Il volo è stato tranquillo nonostante l’inizio non fosse dei più promettenti. Pronto sulla pista per decollare ha fatto ritorno al gate per ‘riparare’ una ruota.
Le procedure di ingresso sono sempre noiose e lunghe! Mentre eravamo in coda per la dogana abbiamo notato che il famigerato foglio da compilare esiste anche in Italiano, però.. In coda con noi vediamo anche una mamma di colore con il suo bimbo sui 3-4 anni che passeggia tranquillo e beato per la stanza. Sembra un ometto in miniatura, vestito con una camicia bianca, pantaloni con taglio classico gessati e un piccolo gilet. Completano l’abbigliamento di quest’ometto in miniatura un paio di mocassini di vernice nera. E’ tanto buffo quanto adorabile!
Dall’aeroporto per raggiungere il centro di Manhattan si può scegliere tra una vasta gamma di mezzi, più o meno come in molti aeroporti Italiani dove puoi giusto scegliere la tua di auto. Comunque si può scegliere di utilizzare uno di quei taxi gialli che ricorrono sempre nei film, una bus od una combinazione di treno e metropolitana. Optiamo per quest’ultima. La linea che collega i nove terminal dell’aeroporto Kennedy, l’airtrain, porta alle stazione di Howard Beach ed a quella di Sutphin Blvd, da entrambe le stazioni è poi possibile prendere la metropolitana. Noi scegliamo la stazione di Howard Beach e da cui prederemo la linea A per arrivare direttamente nel cuore di Manhattan. Il treno che collega il terminal è gratuito se lo si utilizza per spostarsi da un terminal all’altro mentre si paga se si scende ad una delle sue stazioni, il pagamento avviene all’uscita, quando si lascia la stazione. Si può pagare in contanti oppure con una carta di credito utilizzando un sistema automatizzato, sempre con questo sistema si può acquistare anche la metrocard. Una sorta di carta prepagata da utilizzare ogni volta che si prende la metropolitana. Ogni passaggio della metrocard decrementa il saldo di 2$ (costo di ciascuna corsa). Quando si esaurisce il credito può essere ricaricata oppure si può comperarne una nuova. Il corso del treno è invece di 5$.

La nostra fermata della metropolitana si trova in corrispondenza della 23° strada, un isolato prima di quello del nostro albergo: The Leo House (The Leo House – 332 W. 23RD ST – New York – Tel. 001-212-929-1010 – Fax 001-212-366-6801), dove abbiamo prenotato tempo fa via fax. La struttura è gestita dalle suore cattoliche è l’impronta religiosa si può notare già nella hall. Abbiamo scelto questo albergo perché si presentava come un posto molto tranquillo e silenzioso, proprio quello che cerchiamo noi in un albergo. Detesto i posti troppo rumorosi e troppo grandi! La nostra camera è piccina ma c’è tutto quello che ci può servire, compreso il bagno in camera.
Sistemata la nostra roba decidiamo di andare a fare un giretto nei dintorni iniziando così la nostra scoperta di questa magnifica città e dei negozi!
Il freddo è pungente ma lo sapevamo che in inverno New York ha un clima piuttosto rigido. Agli angoli della strada ci sono alcuni cumuli di neve gelata. Gironzoliamo un po’ per la zona, sbirciamo le vetrine dei negozi e osserviamo i passanti indaffarati muoversi velocemente sui marciapiedi. Ad un angolo di una strada vediamo uno di quei caratteristici negozi di fiori e alimentari che spesso compaiono nei film. Uno di quei negozi aperti quasi tutta la notte, con una sorta di veranda che si espande sul marciapiede. Ce ne sono tantissimi per New York, con le loro ceste di frutta e i secchielli pieni di fiori colorati.

A pochi isolati dal nostro albergo troviamo un supermercato, uno di quelli che appartengono ad una catena di cibi biologici (Whole Foods), o almeno così ho letto. Anche l’America si sta sensibilizzando alla cultura del cibo, cibi senza grassi, naturali, biologici, nonostante hamburger e patatine qualcosa si sta muovendo. Tra la frutta scorgo dei pompelmi grossi come meloni. E meno male che sono biologici altrimenti sarebbero grossi come angurie!
Il loro sistema di gestione delle code della cassa mi diverte un sacco. Eh si.. un vero spasso… ci sono circa una ventina di casse ma ci sono solo tre code, in testa a ciascuna di essa un display raffigurante un ortaggio o un frutto, quando è il turno della propria coda visualizza il numero della cassa assegnata. Veramente uno spasso! E se le code si allungano troppo un addetto del supermercato passa ad offrire i biscotti alla gente in fila. Mi chiedo cosa ne sarebbe di questo sistema in una piccola realtà di provincia dove gli acquirenti hanno da tempo superato l’età della pensione e già considerano il bancomat qualcosa di alieno e troppo moderno.

domenica 17 febbraio 2008

Tra le cose che ci siamo prefissati di fare a New York c’era quella di andare ad ascoltare i cori Gospel in una chiesa di Harlem: il quartiere nero della città.
Così visto che oggi è domenica mattina prendiamo la metropolitana in direzione di Harlem, vuoi perché è festa vuoi perché sono da poco passate le otto ma i treni sono piuttosto deserti.
Le origini di Harlem risalgono intorno agli anni venti e da allora è sempre stato il fulcro della cultura africana di questa città.
Usciti dalla metropolitana gironzoliamo un po’ per le sue strade deserte e silenziose fino a che raggiungiamo l’Abyssinian Baptist Church. Come tanti altri turisti abbiamo scelto quella che la guida definisce la chiesa con il miglior coro Gospel, così c’è una coda per entrare che fa paura! Ci mettiamo in coda e il tempo passa molto lentamente. La coda è lunga più di un isolato e procede piano piano. È domenica mattina ed il quartiere di Harlem pare sonnecchiare. Per le strade poche auto e qualche famiglia elegantemente vestita che si affretta per la cerimonia.

Benché ci sia un tiepido sole l’attesa in coda sembra eterna, fa freddo e i miei poveri piedini iniziano a congelarsi. La coda è lunga quanto un isolato e mi chiedo che senso ha tutto questo. Ad un certo punto stufi di questa coda, di quest’attesa ci diciamo ‘al diavolo sto coro Gospel, andiamo a cercarne un altro da un’altra parte’ e così tra lo stupore dei francesi dietro di noi lasciamo il nostro posto nella coda e ci incamminiamo lungo la Seventh Avenue. Ci sono molte altre chiese, in alcune entriamo ma le cerimonie non sono ancora iniziate. In una è in corso una cerimonia molto intima, ci sono una decina di persone ed il pastore, non ci sono cori o altro, anche se ci invitano gentilmente a restare la cerimonia ci pare un po’ troppo intima per intrufolarci o prenderne parte. La chiesa è molto bella, particolare, dietro all’altare sventolano molte bandiere colorate.
Cammina cammina e approdiamo alla Canaan Baptist Church. Dall’esterno non ha nemmeno l’aspetto di una chiesa, sembra l’ingresso di una hall di un albergo. Alla reception ci accolgono gentilmente, la cerimonia è appena iniziata. Consegnati i nostri zainetti alla reception saliamo una scala che porta in platea, la zona destinata ai visitatori. Un altro addetto ci accoglie, ci consegna un libricino con i canti e il programma della funzione e ci assegna due posticini in seconda fila. E’ in corso un canto, nella chiesa echeggiano le splendide voci dei coristi e i battiti delle mani dei fedeli, alcuni di essi occupano la prima fila della platea.

Quando avevamo pensato di dedicare una mezz’oretta a questo tipo di visita avevamo fatto male i nostri conti. È difficile da descrivere ma la cerimonia, con i suoi canti, i suoi discorsi, le sue coreografie, i suoi colori e i suoi momenti di gioia intesa e di celebrazione è qualcosa che prende, coinvolge anche se non si è parte di questa congregazione, di questo mondo. Il loro modo di celebrare, la gioia dei loro canti, la bellezza di questi momenti non solo ti catturano ma ti catapultano in questo mondo, impossibile rimanere indifferenti o solo spettatori, impossibile non prenderne parte. Quasi tutte le persone in platea erano visitatori ma tutti allo stesso modo sono stati coinvolti e assorbiti da questa cerimonia. Ho molto apprezzato la loro capacità di non far sentire, tutti noi curiosi, solo semplici visitatori, ma parte di questo rito di questa cerimonia. Eccellente il coro, fantastica la cerimonia. Veramente un’esperienza unica!
Quando siamo usciti, più di un’ora e mezza dopo che eravamo entrati, Marco, che era il più scettico dei due ad andare a vedere questa cerimonia mi dice ‘Peccato che non ci sia anche domani!’

Visto che siamo in zona ci spostiamo a visitare la Cathedral Church of St John the Divine. In teoria, se mai la finiranno, sarà la chiesa più grande non solo di New York ma di tutti gli Stati Uniti e la terza al mondo per dimensioni ma… non è ancora finita nonostante la sua costruzione sia iniziata nel 1892. Al suo interno un opuscolo distribuito all’ingresso descrive gli interni della chiesa, esiste per fino un angolo dedicato ai grandi poeti o letterati americani quali Mark Twain, Edgar Allan Poe, Ernest Hemingway ed altri ancora.

Lasciata la cattedrale con il suo immenso interno ci spostiamo a vedere la zona della Columbia University, una delle università più antiche degli Stati Uniti nota per i suoi corsi di legge, giornalismo e medicina. Quando venne fondata nel 1754 si trovata nella zona del World Trade Center, fu spostata nell’attuale sito nel 1897. Tra i suoi studenti figura anche Isaac Asimov.
L’enorme piazzale rettangolare su cui si affacciano gli edifici universitari fu teatro di molte dimostrazioni studentesche.
Un tizio orientale dotato di obiettivi e macchina fotografica seria sta tentando di fotografare un red tailed hawk, un rapace, appollaiato ai margini della Low Library, che della biblioteca mantiene solo il nome poiché attualmente è sede di uffici. A fotografare il rapace ci prova anche Marco ma poi il rapace vola verso la cappella di Saint Paul.
Central Park, non è lontano da qui, così prendiamo questa direzione. È un parco immenso, un angolo verde di pace e silenzio in mezzo ad una metropoli. Ci sono strade e sentieri, chilometri di sentieri.
Central Park, più di 340 ettari con la bellezza di 93 chilometri di sentieri è un paradiso verde in mezzo alla città. In certi angoli i rumori della città neanche si sentono, il silenzio, la tranquillità, il quieto sonnecchiare della natura in inverno, ne fanno di questo parco un luogo di immenso fascino.
Ricordo a Marco che non c’è film giallo che si rispetti senza un cadavere a Central Park! Ne troveremo uno anche noi?
Ci sono molti laghetti artificiali, ponti, campi di baseball, viali e sentieri. C’è addirittura una parete di arrampicata e d’inverno, quando si copre di neve c’è chi pratica lo sci di fondo. Con la neve, mi dico, non deve essere male…
Sulle acque del Jacquiline Kennedy Onassis Reservoir qualche paperotto nuota tranquillo, sullo sfondo si vedono i grattacieli.
Lasciamo poi Central Park per gironzolare tra le vie dell’Upper East Side.
Passiamo davanti al Solomon R. Guggenheim Museum e mi torna in mente il romanzo della S. Kinsella “I love New York” quando la protagonista, Becky Bloomwood, visita solo il negozio del museo facendo credere a tutti di aver visitato l’intero museo. Molto comico! La modernissima facciata del museo è in parte in ristrutturazione, al suo interno una delle più belle collezioni di arte moderna e contemporanea che il mondo possa vantare.
Proseguendo oltre arriviamo davanti al Metropolitan Museum of Art, fondato ne 1870 è uno dei musei più importanti di New York, con le sue collezioni di opere d’arte provenienti da tutto il mondo e le sue orde di turisti assetati di cultura o semplicemente intenzionati a voler dire “io ci sono stato”.
Per visitare i musei e non andare in bancarotta, è possibile fare una sorta di tessera, che prevede l’ingresso in alcuni musei ed in alte attrazioni ad un prezzo più vantaggioso, altrimenti non avrebbe senso farlo, rispetto alla somma dei singoli biglietti di ingresso.

Questa sera l’Empire State Building è illuminato con tre colori, la punta è blu, poi segue il bianco e infine il rosso. Suggestivo! Ed è con quest’ultima immagine che ci regala questa città che entriamo nel nostro albergo e ce ne andiamo a dormire.

lunedì 18 febbraio 2008

Questa mattina il cielo è coperto e forse per questo le temperature sembrano meno rigide.
In mezzo ai grattacieli alti il sole non riesce a penetrare fino alla strada e soffia sempre una leggera brezza che tante volte si trasforma in vento gelido.
Camminare in mezzo a tutti questi grattacieli, alzare lo sguardo verso quel quadratino di azzurro (o grigio) che si vede lassù, guardarsi intorno in questa vastità verticale fa un certo effetto, ci si sente piccoli piccoli davanti a tutta questo tripudio di modernità e tecnologia.

Il programma della giornata prevede di arrivare nuovamente a Central Park passando attraverso i quartieri di Chelsea, di Theater District e l’Upper Midtown, nomi che anche se non ci si è mai stati si conoscono, perché ci sono film, telefilm e libri che da sempre ci hanno aiutato a conoscerli, a localizzarli e a farli nostri.
Ci incamminiamo a piedi, passiamo davanti alla sede della posta centrale di New York, un edificio austero e al Madison Square Garden, lo stadio più famoso del mondo. Entriamo per andare ad informarci degli eventi sportivi che sono previsti per questa settimana. Il Madison si può visitare ma perché andare a visitarlo vuoto quando si può andare ad assistere ad una partita? Ecco appunto.. tanto vale andare alla partita. Mi piacerebbe vedere l’hockey ma non ci sono partite nei giorni in cui siamo in città, mentre c’è una partita mercoledì sera di pallacanestro tra squadre universitarie. Perfetto.. torneremo mercoledì sera! A dovere di cronaca al suo interno non sono ospitati solo eventi sportivi ma anche concerti e spettacoli.

Il verbo To stroll in inglese significa ‘passeggiare’ ed è un po’ quello che facciamo noi in questa città, passeggiamo, girovaghiamo per la strada godendoci l’atmosfera di questo posto. Passeggiando arriviamo così a quello che viene chiamato il Theater District e sulla famosissima Brodway: con i suoi teatri, le sue insegne luminose, gli enormi manifesti e i suoi colori vivaci. Ci sono questi marciapiedi larghi, con tanta gente che corre indaffarata, uomini d’affari in abito scuro, donne in abito elegante, gente che parla al telefonino (tanta, troppa), ragazzi con l’ipod e le immancabili cuffiette alle orecchie, cagnolini (e cagnoni) al guinzaglio, gente che va e gente che viene, turisti che vagano, insomma una gran confusione. Times Square, dove la Broadway e la Settima strada si incontrano è un posto ‘veramente vitale’.
Muoversi per la strada, girovagare, magari senza una meta precisa ma solo con una direzione e quasi un modo per sentirti parte di questo mondo, parte di questa città, di questo luogo.
Arrivati alla Grand Central Terminal su Park Avenue entriamo nel suo vastissimo atrio princiapale. E’ la prima volta che entriamo in questa stazione ferroviaria ma ci siamo già stati tante a tante altre volte, per prendere un treno, per rincorrere un’amata che partiva, abbiamo già visto più volte la sua fila di biglietterie, l’orologio posto sopra l’ufficio informazioni e la grande scalinata che porta ai treni. Fu costruita nel 1913 ed ancor oggi rappresenta un’icona di questa città.
Si potrebbe fare un elenco degli edifici che abbiamo visto, fotografato, si potrebbe parlare della verticalità di questi grattacieli, delle loro forme, talvolta particolari, della loro altezza, della loro unicità, si potrebbe dire tante cose, il Chrysler Building con le sue decorazioni fatte di vere e proprie auto e la sua punta dorata che si vede da lontano, il Chanin Building e tanti tanti altri ancora…
Arriviamo fino al quartier generale delle Nazioni Unite che furono fondate nel 1945 subito dopo la fine della seconda guerra mondiale con lo scopo di salvaguardare la pace nel mondo, cosa di cui ce n’è tutt’ora molto bisogno. Attualmente 188 nazioni hanno aderito alle Nazioni Unite. Sulle aste non sventola nessuna bandiera, peccato!
Il cielo, ora azzurro, con qualche nuvola bianca ci convince che è il giorno giusto per una bella vista della città dall’alto. Così ci dirigiamo verso il Rockfeller Center che qualcuno ha definito “il cuore di New York”. Nonostante sia un complesso privato è possibile salire sulla sua terrazza panoramica e godere della vista di Manhattan dall’alto. In albergo abbiamo trovato un opuscoletto con cui ottenere un po’ di sconto sul biglietto, perché non approfittarne.
Ed eccoci in uno di quegli altri posti dove ogni anno a Natale veniamo catapultati senza lasciare la nostra poltrona preferita. La pista di pattinaggio del Rockfeller Center è li davanti a noi brulicante di pattinatori con la musica che si diffonde nell’aria.
Comperati i nostri biglietti per “Top of the Rock”, la terrazza panoramica del Rockfeller Center ci dirigiamo verso l’ascensore. Che spettacolo! Sale ad una velocità impressionante. Il tetto dell’ascensore è trasparente e tutta la tromba dell’ascensore è disseminata di luci luminose. La salita in ascensore è di grande effetto ma la vista dalle sue balconate è strepitosa. Anche se è leggermente più basso dell’Empire State Building la vista che si gode dalle sue tre terrazze poste su tre livelli diversi è spettacolare. È un po’ meno affollato dell’Empire e per questo forse più vivibile e apprezzabile. Si coglie l’immensità di Central Park, le strade con le auto, i taxi gialli piccoli piccoli e le persone sui marciapiedi che paiono formichine operose. In lontananza il ponte di Brooklin e la Statua della Libertà. Tutta Manhattan scorre sotto i nostro occhi.

In niente il cielo si è di nuovamente coperto. Ad un angolo comperiamo uno di quegli anelli di pane ricoperto con granelle di sale. Che dire? Abbiamo mangiato di meglio.
Passiamo davanti a Thiffany ma senza entrare, sigh, niente colazione e tanto meno merenda da Thiffany! Per poi arrivare davanti al Plaza Hotel e a Central Park. Allineati sulla strada ci sono i calessi pronti per scorazzare i turisti per le strade di Central Park.
Abbiamo giusto il tempo di cercare un cornicione e di aprire il nostro microscopico ombrellino che inizia a diluviare. Più che una pioggia invernale pare un temporale estivo, un vero e proprio acquazzone con tanta acqua che in niente inzuppa tutto e tutti.

Com’è cominciato il temporale finisce, fortunatamente, e la città riprendere a muoversi.
Sebbene i sentieri bagnati e gli alberi gocciolanti di Central Park non sono un grande invito ci dirigiamo verso il Wollman Ring, un’altra pista di pattinaggio su ghiaccio. Situata in mezzo al verde e agli alberi di Central Park e con i grattacieli sullo sfondo ne fa un delizioso paesaggio. Girovaghiamo un po’ per il parco, ci fermiamo al Diary per consultare la guida dove un gruppetto di adolescenti gioca a fare le star, una delle ragazze indossa un abitino un po’ troppo estivo e mentre si atteggia da diva, le altre scattano fotografie tra risatine e gridolini da adolescenti. New York è anche questo, un luogo dove la gente può dare i numeri senza essere rinchiusa in manicomio.
I prati sono cintati per impedire che la gente durante l’ inverno calpesti i prati sonnecchiosi, in primavera tornerà a crescere l’erba verde e d’estate ospiteranno migliaia di NewYorkesi che si godranno un angolo di fresco in una città calda e afosa.

martedì 19 febbraio 2008

Oggi non ci sono nuvole in cielo ma un bel vento che contribuisce in modo considerevole a tenere basse le temperature. Per la strada qualche pozzanghera al limitare del marciapiede è completamente gelata. Brrr che freddo!
Il programma di oggi prevede di nuovo un bel po’ di passi da fare. Visiteremo la zona intorno ad Herald Square per poi spostarci nel Gramercy District e cammina cammina arriveremo fino a Little Italy e China Town passando per l’East Village, infine faremo una bella passeggiata sul ponte di Brooklin, un po’ di shopping e torneremo indietro in metropolitana, tutto ha un limite!

Per prima cosa ci dirigiamo verso l’Empire State Building. È l’edificio più alto della città dalla sua sommità si gode di una bella vista a 360° sulla città. La sua costruzione inizio poco prima della crisi del 1929 e terminò del 1931, si era in piena crisi economica per cui affittare gli immobili al suo interno era praticamente difficile tantè che qualcuno ribattezzò il grattacielo Empty (vuoto) State Building. È proprio l’esistenza delle sue due terrazze panoramiche a farne la fortuna e quindi uno dei simboli della città. I controlli all’ingresso ricordano un po’ troppo i controlli in aeroporto
Dalla terrazza panoramica la vista è superba e il vento è tremendo. Soffia un vento freddissimo!
Mi vengono in mente almeno due film dove i protagonisti si erano dati appuntamento sull’Empire State Building, ovviamente due film ‘sbaciucchiosi’. Il primo “Un grande amore” con Warren Beattu e Annette Benino, si tratta del rifacimento di un vecchio film (“un amore splendido”), dove i due si innamorano altrove e si danno appuntamento sull’Empire dopo un po’ di tempo, giusto il tempo di sistemare le rispettive vite. Sfortuna, o ironia della sorte (o dello sceneggiatore) vuole che mentre lui è sulla terrazza ad aspettare, lei attraversa di corsa la strada e zot… finisce sotto una macchina mancando l’incontro. Certo certo, non è il caso di andare oltre e raccontare il finale del film. L’altro che mi viene in mente è “Insonnia d’amore” con Tom Hanks e Meg Ryan, anche loro si incontrarono sulla terrazza dell’Empire.
Ad un certo punto un falco pellegrino volteggia allegro introno alla punta, ma visto che a parte Marco nessuno si degna di considerarlo dopo un po’ si stufa di volteggiare e se ne va per la sua strada.
È possibile salire, pagando un ulteriore biglietto, sull’osservatorio al 102° piano ma sono più che soddisfatta della vista dal 86° per cui prendiamo l’ascensore in discesa.
Esiste una gara di corsa, chiamata “Empire State Run-Up” che prevede che i concorrenti salgano i 1575 (sigh!) scalini fino all’86° piano di corsa, ovviamente vince chi ci mette meno tempo. Pare che i migliori corridori impieghino 10 minuti.. bah… se avete dimenticato qualcosa sotto potete sempre chiedere a questi di andarvelo a prendere!
Il più famoso riferimento cinematografico che vede l’Empire immortalato sulla pellicola è King Kong, l’enorme gorilla che si dimenava sulla punta. Oggi c’è un po’ troppo vento, se ci fosse stato ce ne saremmo accorti perché avrebbe svolazzato come una bandiera su un asta. Povero King Kong!

Scesi dall’Empire ci spostiamo verso la zona del Madison Square. Ci siamo già stati anche una di queste sere perché c’è un negozio di articoli sportivi in cui volevamo mettere il naso. Che differenza vedere la stessa zona con la luce del sole. Di sera con le sue insegne e i suoi negozi faceva un altro effetto, anche la gente sembrava che bighellonasse mentre ora sembrano tutti indaffarati e diretti da qualche parte.
Fotografiamo così il Flatiron Building con la sua strana forma a fetta di formaggio, fu costruito nel 1903 e allora era l’edificio più alto. Percorriamo poi il pezzo della Broadway che era detta Ladies Mile perché appunto era una zona molto alla moda piena di negozi dove le signore potevano fare shopping.

Ci spostiamo sul Gramercy park per poi attraversare l’East Village e cammina cammina arriviamo a Little Italy e China Town, i due piccoli mondi si sono quasi sovrapposti. Little Italy, una volta abitata da migliaia di immigrati italiani oggi occupa alcuni isolati e ed è chiaramente riconoscibile per le scritte e i nomi dei ristoranti che sono un susseguirsi per le strade. Di caratteristico noto un palo colorato con il tricolore italiano e uno di quegli estintori o attacchi per gli idranti, sempre tricolore. Di fastidioso ci sono i camerieri che vogliono a tutti i costi farti entrare nel locale per pranzare.
China Town invece sembra proprio un pezzo di Cina preso e impiantato a Manhattan. Scritte in cinese, o mandarino o cos’altro è tanto non sono in grado di leggerle, botteghe tipiche con i colori e i sapori dell’oriente, negozi di frutta e verdura con ortaggi dalle forme e dai profumi sconosciuti, icone, oggetti tipici di questa terra, come i draghi e le vestaglie in seta colorata.

Oggi fa veramente freddo e dopo esserci ben scaldati e riposati per il pranzo riprendiamo il nostro giro. Passiamo davanti agli austeri edifici della corte degli Stati Uniti e di New York per arrivare al City Hall Park proprio di fronte al minuscolo edificio del municipio della città.
Il municipio, un edificio enorme, ma d’altra parte la città è enorme, è stato costruito nel 1914, sulla sua facciata si legge ancora il nome di New Amsterdam, nome che nel 1625 la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali attribuì all’insediamento che fondò in questa zona (lower Manhattan). Prima di allora qui c’erano solamente delle foreste e gli insediamenti degli indiani algonchini. Gli indiano algonchini furono così i primi abitanti di New York e forse anche i primi sfrattati.
Tanto per restare in tema Broadway trae origine dal nome olandese Breede Wegh e segue quello che era il sentiero di una pista indiana: il Weekquaesgeek trail. Fortuna che hanno preferito scegliere un nome un tantino più pronunciabile altrimenti oggi ci troveremmo a dire “Oggi vado a fare un po’ di shopping sulla Weekquaesgeek” che non è proprio la stessa cosa di dire “Oggi vado a fare un po’ di shopping sulla Broadway”, che infatti è tutta un’altra musica!
A titolo di cronaca, gli affari degli olandesi non andarono troppo bene così abbandonarono la città nel 1664 agli inglesi che ovviamente gli cambiarono subito il nome in New York, tanto per mettere i puntini sulle i.
Dopo questo tuffo nella storia ritorniamo ai giorni nostri e visto che è esattamente davanti a noi non possiamo far finta di nulla e voltargli le spalle! Così nonostante il forte vento ci concediamo una bella passeggiata sul ponte più famoso della città, il ponte di Brooklyn.
Il ponte è dotato di un ampio passaggio pedonale, con relativa corsia per i ciclisti, da cui si gode di una bellissima vista su Manhattan e su Brooklyn. La costruzione terminò nel 1883 e fu un vero e proprio esempio di ingegneria, fu infatti non solo il primo ponte costruito in acciaio ma il più grande ponte sospeso mai fatto fino ad allora. Per costruirlo ci vollero 16 anni e fu progettato da un tedesco, un certo John A. Roebling che però rimase ferito poco prima dell’inizio dei lavori e morì. Prese il suo posto suo figlio, che però non ebbe una sorte migliore perché a seguito di un incidente rimase paralizzato. I lavori continuarono quindi sotto la supervisione della moglie, che a sto punto mi auguro sia morta di vecchiaia! Altrimenti per questa famiglia era meglio andare a far altro!
Che vista dal ponte e che freddo! Che vento! Ma sopportiamo stoicamente ed arriviamo fino dall’altra parte a Brooklyn, com’era facilmente intuibile. A parte goderci la vista di Manhattan non ci addentriamo a visitare Brooklyn, sarà per un’altra volta, il tempo stringe e lo shopping ci

mercoledì 20 febbraio 2008

Oggi è il mio compleanno ed è anche il nostro anniversario di matrimonio. Eh si.. sono stata clemente con il mio maritino, così ha solo una data da ricordare! È la secondo volta che festeggiamo il mio compleanno e il nostro anniversario così lontano da casa. La prima volta era il 2002 ed eravamo in Nuova Zelanda, di quel giorno mi ricordo che eravamo andati su una spiaggia dove nidificano i pinguini e quella fu la prima volta che vidi questi adorabili uccelli.
Per cui, oggi New York per essere all’altezza della Nuova Zelanda deve regalarmi qualcosa di unico, di grandioso… staremo a vedere… dubito di incontrare un pinguino per strada … ma.. chissà..

Il programma della giornata è abbastanza ricco, in metropolitana andremo fino a quella che è chiamata Lower Manhattan, la punta dell’isola, andremo poi a visitare la Statua della Liberta ed Ellis Island, per poi tornare a Lower Manhattan per gironzolare un po’ nella zona di Wall Strett. Concluderemo la serata al Medison Square Garden.

Prendiamo subito la metropolitana per raggiungere il molo dove partono i traghetti. Arriviamo con un certo anticipo rispetto all’ora di imbarco per cui ci concediamo una tranquilla visita della baia. I biglietti del traghetto ed il pass per entrare all’interno della Statua della Libertà li avevamo acquistati direttamente da internet da casa. Il biglietto del traghetto può essere comperato, direttamente allo sportello, poco prima della partenza mentre il pass che da diritto all’ingresso nella Statua della Libertà è venduto in numero chiuso, la soluzione migliore, è prenotarlo in anticipo (www.nps.gov/stli)..
La biglietteria per il traghetto si trova al centro di Castle Clinton, un forte costruito nel 1811, per essere poi chiuso qualche anno dopo. Venne utilizzato come centro di accoglienza per gli immigrati nel 1855 precedendo così Ellis Island. Attualmente è sede del centro visitatori del National Park Service.
Salire sul traghetto è un po’ come andare in aereo, controlli minuziosissimi di zaini e zainetti, divieto assoluto di portare oggetti appuntiti, proprio come in aeroporto e metal detector a non finire.
Il viaggio in traghetto, nonostante il vento forte è piacevole, man mano che ci si allontana la vista dell’Isola di Manhattan si fa sempre più interessante, i grattacieli ne compongono un paesaggio omogeneo e anche se non è una meraviglia della natura è qualcosa di unico.
Il traghetto gira intorno alla Statua per andare ad attraccare, e man mano che ci si avvicina la statua si erge in tutta la sua maestosità. L’abbiamo vista migliaia di volte, in televisione, sui giornali, sui libri ma non è la stessa cosa. Averla li davanti fa tutto un altro effetto, è come vederla per la prima volta, in tutto il suo splendore mentre domina tutta la baia di New York.
La Statua della Libertà fu un dono dei francesi al popolo americano. È opera dello scultore francese Bartholdi che concepì quest’opera come un monumento, un inno alla libertà, nella speranza che questo valore non morisse mai. Come dargliene torto.
La costruzione, il successivo trasporto e quindi il montaggio in America non fu certo cosa da poco, la statua è alta la bellezza di 93 metri (compreso il basamento). Venne inaugurata nel 1886. Nel corso della sua storia ha subito più restauri e nel 1986 una bella torcia placcata in oro ha sostituito la torcia originale che è ora visibile all’ingresso del museo della statua.
Prima dell’11 settembre 2001 era possibile salire fino alla corona della statua, da allora sono visitabili solo più i piedistalli. E, molto probabilmente, da allora gli ingressi alla statua sono diventati delle vere e proprie purghe. Tutti questi controlli non sono li per la sicurezza delle persone, anche, ma sono soprattutto per lei, per la Statua, per proteggere un monumento che non è solo l’icona di questa città ma il simbolo della Libertà, del Nuovo Mondo, il fondamento di una cultura.
Dai suoi piedistalli si gode di una bella vista, si vede Manhattan, il New Jersey, Ellis Island. Peccato per il forte vento! Ci eravamo portati due panini per mangiare nel parco intorno alla statua ma il freddo ed il vento ci impediscono di restare all’aperto più del dovuto così andiamo a pranzare alla tavola calda.
Più tardi riprendiamo il traghetto in direzione di Ellis Island. Si dice che metà del popolo americano possa dire che i suoi avi sono passati di qui. A partire dal 1892 al 1954 tutte le navi di immigrati attraccarono in questo punto di accoglienza, dove gli immigrati venivano registrati, controllati, visitati ed in alcuni casi rispediti al mittente. Oggi è un interessante museo nazionale sull’immigrazione, ci sono numeri, statistiche, dati, ricordi ed oggetti appartenuti a questo non lontano passato. Ci sono fotografie che descrivono la vita di questo luogo, che immortalano i visi di queste persone appena arrivate. Il museo è veramente interessante e ne vale la visita.

Rientrati a Manhattan riprendiamo la visita della città. Passeggiamo tra le vie di Wall Street, tra austeri palazzi e uomini in giacca e cravatta che si muovono indaffarati con l’immancabile bicchiere di carta del caffè. Passiamo davanti alla borsa che non è più visitabile dopo l’11 settembre, davanti alla piccola Trinità Church con il suo cimitero dove sono sepolti molti nomi illustri. Sembra un cimitero fantasma con le sue lapidi, talvolta leggermente inclinate.
Dietro, poco lontano il sito del World Trade Center. Il perimetro, completamente cintato e presidiato, ora chiamato Ground Zero è ciò che resta di quello che una volta era il sito che ospitava le Torri Gemelle, i due più alti edifici della città. Non credo ci sia molto da dire, gli eventi drammatici che caratterizzarono questi luoghi, le cui immagini di morte e di terrore sono state diffuse in tutto il mondo, parlano da sole. Il sito ora è un grande cantiere.
Di fronte il World Financial Center, un enorme complesso di uffici, negozi e ristoranti, al suo interno il Winter Garden. Un vero e proprio giardino, con le palme vere, al chiuso. Una piccola orchestra suona della musica jazz dal vivo.

Lasciamo la Lower Manhattan in direzione del Madison Square Garden ma arriviamo circa due ore prima della partita.

Dopo lo shopping arriva finalmente l’ora della partita. All’ingresso ci forniscono di un bel cappellino della squadra di casa, a strisce rosse e bianche, per fare il tifo. Sul campo ci sono già i giocatori che stanno facendo il riscaldamento.
Piano piano il Madison inizia a riempirsi, non è certo un evento da tutto esaurito ma per essere una partita di squadre universitarie si è riempito per metà.
Cappero che serata! Anche questa è una cosa da rifare… Sarà anche stata una partita universitaria ma il folclore, l’organizzazione e l’approccio era degno di una partita di lega maggiore. All’inizio una ragazza ha cantato l’inno americano, lo speaker, la musica, le ragazze pon-pon che comparivano ad ogni interruzione, il tifo e tutto quanto è stato veramente bello e divertente. Per fino Marco si è fatto prendere dal tifo e si arrabbiava quando sbagliavano i tiri liberi. A dover di cronaca, la squadra di casa, il Saint John, ha perso! Pazienza…

Questa sera l’Empire State Building è tutto illuminato di bianco. C’è un po’ di nebbia che a tratti offusca la punta, attribuendo un non so che di misterioso e affascinante.
Ho letto che durante il Columbus Day, il giorno in cui si festeggia la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo, l’Empire State Building è illuminato con i colori del tricolore.

giovedì 21 febbraio 2008

Il programma di questa mattina prevede la visita del Greenwich village per poi tornare nell’Upper Midtown per visitare alcune chiese e poi… torneremo ad affollare i marciapiedi della Broadway e della Quinta Strada. Se mi piacciono queste strade con tutta quella gente che va e che viene, con tutti quei colori, le insegne luminose!

I NewYorkesi chiamano il Greenwich village, semplicemente “Village”, originariamente era un villaggio di campagna dove gli abitanti dell’allora città si rifugiarono durante l’epidemia di febbre gialla del 1820. Le sue strade sono un groviglio di vie e di case, non rispecchiano affatto gli schemi a scacchiera del resto della città, Lower Manhattan esclusa. In passato è stato il quartiere di residenza di scrittori ed artisti per poi diventare, intorno agli anni 40, il quartiere di ritrovo della comunità omosessuale della città.
Passeggiare per le sue stradine, lungo i marciapiedi è un susseguirsi di case, vicoli e cortili. Non ci sono grattacieli o enormi edifici, ma casette in stili diversi di pochi piani che si affacciano su queste strade, negozi e piccoli caffè.
Arriviamo fino a Sheridan Square dove sette strade si incrociano. È talmente un groviglio di strade che qualcuno lo battezzò ‘trappola per topi’.
Anche questa è New York, una New York romantica, affascinante e silenziosa. Passeggiano per i vicoli del Village si incontra poca gente, qualche passante, qualche auto, i rumori della città sembrano lontani e il canto degli uccelli sugli alberi ricorda vagamente la campagna.
E per l’ennesima volta in questi giorni i mille volti di New York si stanno mostrando.
Proseguiamo la nostra passeggiata arrivando fino al Washington Square, dove sono in corso dei lavori di risistemazione del parco. Questa piazza ha un passato un po’ macabro: alla fine del settecento questa zona fu usata come cimitero, quando infatti iniziarono i lavori di sistemazione nel parco furono riesumati tantissimi scheletri. Ma se molti erano, fortuna loro morti di morte naturale, altri morirono proprio in questo parco. Fino al 1819 in questa piazza si tenevano le impiccagioni pubbliche! Pare che l’olmo utilizzato per questo terribile compito sia ancora li. Brrrrr…. Non c’è niente di un tantino più allegro per ricordare questa piazza?

Nel pomeriggio torniamo a zonzo per l’Upper midtown, l’altro giorno siamo stati un po’ troppo catturati dei grattacieli che abbiamo trascurato alcuni edifici religiosi. Visitiamo così la Saint Barholomew’s Church in stile bizantino e la Cattedrale di Saint Patrick, ho letto che è la più grande cattedrale cattolica degli Stati Uniti. In entrambe le chiese notiamo la presenza di molti homeless, o persone senza fissa dimora, tra i banchi. Oggi è una giornata freddissima, forse la più fredda da quando siamo in città. La vita per chi non ha nulla, per scelta o per destino, in una città così viva, così immensa e con un clima così rigido non deve essere semplice. A poche strade da queste chiese ci sono boutique, negozi sfavillanti, donne in pelliccia accompagnate dai loro microscopici cagnetti con il pedigry che spendono fior di dollari per comperarsi un abito, uomini con il cellulare ultra tecnologico in mano che scendono da auto di lusso mentre in questa chiesa ci sono persone avvolte in un vecchio cappotto logoro e sporco che non hanno altro posto dove andare per sopravvivere al freddo di questa città. Anche questa è New York anche queste persone sono parte di questa città, dei mille volti di questa grande metropoli.
Passiamo anche davanti alla Central Synagogue che però è chiusa per cui non possiamo andare a visitarla. Le sue porte non sono aperte ne per noi turisti e tanto meno per i poveri homeless infreddoliti.

Sfogliando la guida ci rendiamo conto di quanti angoli ancora abbiamo da vedere, di quante zone abbiamo ancora da conoscere, ma il nostro tempo non è più molto.

Riprendiamo a camminare girovagando per i negozi, dove il consumismo è veramente portato all’eccesso. Negozi di abiti, elettronica, gioielli, souvenir, caramelle e giocattoli.
Entriamo anche da Macy’s uno dei grandi magazzini più grandi al mondo, giriamo in alcuni piani e poi riprendiamo la via principale.
Passiamo davanti a ToysRus uno dei tanti negozi di giocattoli che farebbero la felicità di tutti i bambini e la disperazione dei genitori. Decidiamo di entrare, tanto, come giustamente osservo io ‘qui non c’è niente che possiamo comperare’, per cui possiamo entrare tranquilli! All’interno del negozio c’è addirittura una ruota panoramica che occupa tre piani, non è un giocattolo infatti una lunga coda di bambini aspetta il proprio turno per fare un giro.
Ci sono poi costruzioni con i Lego che sembrano vere e proprie opere d’arte: la Statua della Libertà, l’Empire State Building con addirittura King Kong che muove la testa e la mano ed il caratteristico carretto dei gelati. In un'altra ala del negozio una casa, dedicata alle bambine, con addirittura il balcone da cui affacciarsi, sugli scaffali tantissime Barby e bambole colorate.
E mentre vago per il negozio impressionata dalla quantità di giocattoli presente nel negozio il mio sguardo incontra il suo. È un attimo, un istante ma i nostri occhi si sono incontrati per non lasciarsi più. Lui era li, immobile, in mezzo ad altri come lui ed io li, nel corridoio colta alla sprovvista, quando meno me lo aspettavo. Che fare? Mi avvicino, lo raggiungo e prendo il braccio il più bel pinguino di peluche che io abbia mai visto. E’ alto circa 50 centimetri, soffice e adorabile. Marco ride! Io tengo stretto il mio pinguino ma poi che facciamo? Non è proprio piccolo come facciamo a farlo stare nel nostro bagaglio, considerato tutto quello che abbiamo comperato? Ci penso un po’ e alla fine anche se a malincuore poso il pinguino sullo scaffale, lo saluto e mi avvio nel corridoio.
No, no… non posso andarmene via e lasciarlo li. Non ci credereste ma lui mi chiama, mi vuole, non posso assolutamente lasciarlo li… Pochi passi e afferro il mio pinguino e mi dirigo alla cassa senza più ripensamenti! “In qualche modo faremo” dico a Marco che divertito ride. Lo sapeva che non lo avremo lasciato li!
Volete sapere come ho fatto a portarlo a casa? Bagaglio a mano… non potevo mica abbandonarlo tutto solo e indifeso nel bagaglio da stiva!

Per cena questa sera voglio assaggiare un piatto che ho visto mangiare da molte persone in un ristorante e mi ha incuriosita molto. Sono delle costolette di maiale ricoperte da una salsa marrone, un piatto mi ha detto il cameriere, tipico del sud degli Stati Uniti. Il piatto non è male anche se è speziato e piccane da far schifo! Al primo boccone mi è quasi andata a fuoco la lingua! Fortuna che viene servito con le patate e con uno strano pezzo di torta non dolce di cui non ricordi il nome.

venerdì 22 febbraio 2008

Nevicaaaaa!!!!!!!
Ieri sera, quando siamo rientrati il cielo era completamente stellato ma sta mattina quando sposto la tenda della finestra la sorpresa è molta. Sui tetti e per la strada una ventina di centimetri di neve era già caduta e ancora ne stava cadendo. Fantastico, stupendo potremmo godere anche di New York sotto la neve! Non poteva esserci, da parte della città, miglior saluto che questo, visto che questa sera lasceremo questa città.

Il Museo di Scienze Naturali è la nostra meta, ma poiché arriviamo con troppo anticipo andiamo a calpestare un po’ di neve a Central Park. Quant’è bello camminare per i sentieri innevati, con la neve che cade fitta, le nebbie che lasciano intravedere le sagome dei grattacieli e i rumori della città coperti dalla neve. Andiamo fino ad un laghetto, ci sono le oche e i paperotti che si muovono nel lago aprendosi un varco nella neve quasi fossero delle navi rompighiaccio. Sarà per la neve, sarà per il brutto tempo ma ci sono un sacco di uccellini colorati tra cui uno splendido cardinale rosso.
Ci fermiamo sotto un pergolato con una bella vista sul lago e sui grattacieli sullo sfondo, anche se oggi la vista è un po’ offuscata dalla nebbia. Ad un certo punto arriva una signora e ci chiede se eravamo li per il matrimonio. Rispondiamo di no e curiosi chiediamo se ci sarebbe stato un matrimonio. La signora gentilmente risponde che lei era il ministro e che stava aspettando gli sposi per celebrare il matrimonio. Hanno scelto proprio un bel giorno.. ma non lo sanno che di venerdì non si compra casa e non ci si sposa? Lo dice un detto popolare!

L’American Museum of Natural History è semplicemente meraviglioso, è anche il più grande museo di storia naturale che ci sia al mondo. È stato inaugurato nel 1877. Nonostante i visitatori affollino le infinite sale del museo la visita sembra non finire mai. Si possono vedere ricostruzioni di vecchi popoli, scene che paiono reali con animali imbalsamati. Le sale di dinosauri sono affollate da orde di bambini estasiati. C’è perfino una simulazione del big bang. Insomma abbiamo passato tutto la mattina e gran parte del pomeriggio girovagando per le sue innumerevoli sale. Veramente un bel museo!
Usciti dal museo non ci resta molto da fare, fra alcune ore il nostro aereo partirà. Ci incamminiamo lungo l’ottava strada passando per un Columbus Circle completamente imbiancato. La neve a smesso di cadere così decidiamo di farla a piedi fino alla 23° strada dove recupereremo il nostro bagaglio e andremo, ahimè in aeroporto. Un ultima passeggiata nel cuore di questa città.

Il tizio in albergo, quando ci restituisce i nostri bagagli commenta che una volta erano loro americani a venire in Europa a fare shopping, oggi invece, con l’Euro, siamo noi Europei ad andare a fare shopping in America… come si dice… un po’ a ciascuno!!! Adesso è il nostro turno…

Sono passate le 22 e finalmente il nostro aereo decolla e dal finestrino si vedono solo tante luci lontane. Stiamo lasciando questa città magica, unica, stiamo tornando alla nostra vita di sempre alla nostra casa.
Non avevamo previsto di innamorarci di questa città, della sua vita, delle sue strade, dei suoi colori e dei suoi mille contrasti, non avevamo previsto che partendo un po’ del nostro cuore sarebbe rimasto intrappolato per le vie di Manhattan, che la voglia di tornare avrebbe contagiato anche noi. Anche perché di cose da vedere, shopping a parte, e da fare ce ne sono ancora tante… Arrivederci magica New York!