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Montreal cattedrale
Diario di viaggio · CANADA · 2005

Canadian Coast to Coast

A Linate mi trovo con Stanley in perfetto orario, nonostante sia stata accompagnata dalla sorella Stordita che stranamente ha imboccato la Tangenziale giusta. Senza nemmeno riuscire a dire alla tipa del…

CLdiario di claudia
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8 agosto 2005 → 29 agosto 2005
22 giorni di viaggio
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Dove
Montreal, Quebec City, Penisola della Gaspesie, VancouverCANADA · Nord America
Quando
8 agosto 2005 → 29 agosto 200522 giorni · viaggio del 2005
Chi
claudia@cloud77
Il racconto
18 giornate · 5.872 parole0 like dei lettori
Giorno 18 agosto 2005

A Linate mi trovo con Stanley in perfetto orario, nonostante sia stata accompagnata dalla sorella Stordita che stranamente ha imboccato la Tangenziale giusta. Senza nemmeno riuscire a dire alla tipa del check-in che vogliamo un bel finestrino, abbiamo le carte di imbarco in mano.. Fila 31, speriamo in bene! Comunichiamo subito alle ragazze a MPX la nostra posizione per far sì che a loro venga assegnato un posto in zona. La dogana la passo liscia perché la mia tattica di uscita con carta di identità per raggirare lo Stato Italiano funziona sempre.

Il Poliziotto prova a chiedermi pure dove sono diretta e io rispondo “Londra”, allora lui non convinto (anche perché ha appena visto passare la mia amica con il passaporto) azzarda un “ma si ferma lì?” e io che ho studiato la lezioncina a memoria e ho ben 6 anni di esperienza alle spalle (di riciclo della stessa marca da bollo) rispondo senza esitazione “si”. Il viaggio procede bene, ci viene addirittura servita pizza calda con tanto di bis. Arriviamo a Londra con svariato anticipo, ci spostiamo dal Terminal 1 al 4 e aspettiamo il resto della comitiva. Inaspettatamente il secondo gruppo a giungere è quello di Fabio e Simona. Incredibile e ancora più pazzesco è che sono anche loro alla fila 31 senza che avessimo detto loro nulla. C’era una possibilità su 300 e ci hanno preso.

Sappiamo da un sms, dopo circa un’ora, che l’ultima parte del sestetto è atterrata, quindi decidiamo di spostarci con calma al gate per incontrarla. Saliamo a bordo del mitico 777 e le 2 ritardatarie non hanno nemmeno la fila 31, ma sono sedute separate pure una dall’altra….no comment! Il viaggio è tranquillo, il finestrino pressoché inutile. Da Sheffield fino all’aeroporto di Montreal è un unico letto compatto di nubi, 5 ore e mezza di biancore irritante, di film-asciugo e di disgustoso cibo inglese. Fa un caldo infernale e c’è un’umidità folle, alla faccia di chi sosteneva che in Canada d’estate non faccia caldo. Al rent-a-car comincia il nostro primo impatto con questo paese bilingue dove però nessuno parla due lingue, dove nessuno ne sa davvero una, ma solo un misto di due, e dove se ne parli una ti rispondono con l’altra e viceversa, insomma una vera Babele.

Devo rispolverare il mio francese scolastico perché tutti gli altri sono fermi all’inglese e l’unica che dice di averlo studiato a scuola (ma non ne ha l’aria) decide che deve fare la timida e si guarda bene dall’intervenire. Ci viene assegnata una Pontiac Montana targata Ontario - yours to discover come dice la targa (ogni Stato infatti ha la sua frase celebre), cambio automatico, color vinaccia orribile, 6 posti e 6 valigie, non una di più, che vengono sistemate ad incastro molto abilmente. Vengono così assegnati i ruoli: Fabio, il nostro povero uomo in mezzo a una mandria di donne, alla guida del mezzo, io come Navigator, nonché interprete poliglotta, Simona come donna incinta da tutelare e le altre come passeggere. Con facilità porto il gruppo senza errori e senza esitazioni dritto dritto al B&B.

Le chiavi sono nella cassetta della posta, perché in questo pacifico paese non c’è bisogno di chiudere la porta a chiave, sono tutti troppo onesti. Ci vengono assegnati 2 appartamenti adiacenti al primo piano di una villetta vittoriana con scala esterna molto particolare. Sono molto graziosi, anche se sanno d’antico, e molto grandi, con tanto di salotto, cucina e addirittura DVD. Appena tocco il letto mi addormento all’istante, senza nemmeno accorgermi di quello che fanno gli altri.

Montreal cattedrale
Montreal cattedrale
Giorno 29 agosto 2005

Mi sveglio con calma al mattino, unica tra tutti a non essersi svegliata all’alba o nel cuore della notte e a non avere sofferto del jet-leg. Il rumore è assordante. Tutte le mattine in questa città c’è la raccolta rifiuti più tecnologica e intelligente che il mondo possa vantare. I rifiuti vengono messi tutti insieme in appositi cesti di plastica. Un addetto fa la divisione a mano, pezzo per pezzo, accanto al camion, procedendo con calma. Insomma 4h tutte le mattine per fare 4 case. Ma dividere plastica da carta, etc. prima della raccolta come fanno tutti i paesi “sottosviluppati” del mondo è troppo banale?? La padrona di casa ci ha lasciato gentilmente dalla sera prima un sacchetto con dei croissant molto freschi, talmente freschi che se li tiri rimbalzano sulle pareti. Sarà l’umidità, o visto che la casa sa d’antico anche i croissant devono adeguarsi?? E’ un mistero….

Comincia il primo vero giorno alla scoperta del Canada e del Quebec. Montreal mi delude parecchio. Sarà il caldo afoso opprimente, sarà che non ha una vera identità. Potrei essere ovunque nel mondo. Ha un po’ di Dublino, col fatto che Dublino (che non mi è nemmeno piaciuta) forse è più carina. E’ un misto di vecchio e nuovo male assortiti, quartieri residenziali con buffissime case vittoriane, grattacieli, ville mega in cima al colle che sovrasta la città, parchi, sotterranei pieni di negozi per difendersi dal gelo invernale, che si estendono sotto la città per 25 km, periferie come le più brutte della provincia americana e il fiume San Lorenzo, ma niente di particolare, assolutamente anonima. La cosa che mi piace di più è il mezzanino della metropolitana, forse per l’aria condizionata, forse perché molto high tech e particolare.

Delusi dalla città cerchiamo di consolarci con la cucina di matrice francese. Proprio perché siamo in territorio “francese” andiamo a mangiare da Schwartz, l’ebreo più famoso (e ricco) della città. Dopo una lunga coda per entrare ci troviamo a mangiare carne affumicata al bancone in un luogo veramente fatiscente e povero. Io che sono mezza vegetariana mi gusto con soddisfazione il famoso panino citato in ogni guida che si rispetti. E’ imperdibile, da leccarsi i baffi!! A questo punto, essendo nella città più trendy del Quebec, andiamo in un locale “pettinato”. Veniamo rimbalzati dalla body-guard, ma non per via dell’abbigliamento come sarebbe successo a Milano, bensì perchè abbiamo la bottiglietta d’acqua in mano. Nascoste tutte e 6 sapientemente nello zaino di ci ripresentiamo alla porta e ci accomodiamo nel locale. E’ molto anni ‘70, con poltrone di plastica arancione a forma di mano.

La lista è un disco di vinile con attaccati degli adesivi tutti storti con personaggi televisivi famosi. Ad ogni nome corrisponde un cocktail improbabile, molto colorato (chimicamente) e bello potente (di gradazione alcolica). Cominciamo a notare la fauna locale per la prima volta. I Canadesi sono notevoli, forse gli uomini più belli che abbia mai visto nei miei viaggi, quasi meglio dei Norvegesi beccati in Perù, e tutte le ragazze, incinte o meno, singles o libere, concordano con me.

Montreal cattedrale
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Giorno 310 agosto 2005

Abbandoniamo Montreal perché il tempo stringe e i Km che ci aspettano sono tanti, non prima di aver dato uno sguardo all’ex Villaggio Olimpico e al Giardino Botanico più grande del mondo. In un vecchio palazzotto poi è stato creato un Biodome, con all’interno tutti i climi e paesaggi differenti che si possono trovare nel mondo, dall’artico, alla foresta laurenziana, alla selva, etc. Comincia la vera vacanza on-the road, con itinerario previsto la risalita del San Lorenzo fino alle penisola della Gaspesie, seguendo la rotta dei fari. La città sparisce, le case si diradano e diventano tutte graziose, di legno e coloratissime, il fiume si allarga fino a non farti vedere l’altra sponda, il paesaggio è notevole, ma soprattutto il cellulare ci abbandona per sempre. Siamo lontani dalla civiltà, dal turismo di massa, dallo stress, dalla vita di tutti i giorni.

Ci aspettano circa 2.500 Km di nulla, ovvero di boschi e parchi. Un vero paradiso, soprattutto perché il bel tempo continua ad assisterci. Uno dei primi posti in cui decidiamo di fermarci per fare una delle famose soste “culturali” consigliate da Stanley è Grondines dove pare ci sia un vecchio mulino. Ci arriviamo dopo estenuanti ricerche, passando un ponte coperto di ferro, il cadavere di un povero procione sul ciglio della strada e una cittadina fantasma di 4 case. Quello che secondo Stanley è il mulino, è in realtà una casetta dove si pagano pure 3 dollari per entrare. E’ chiuso perché sono già le 5 e in Canada alle 6 si cena, così finiamo poco dopo in un villaggio dal nome Cap-Santè, dove pare ci sia la via più bella di tutto il Quebec….sarà, ma a me sembrano tutti uguali questi paesini, tutti carini, con la casetta di legno e il giardino curato.

Perché questo dovrebbe essere più bello degli altri? Arriviamo a Quebec City nel tardo pomeriggio, ovvero all’ora di cena per i Canadesi. Bernard, il padrone del B&B che abbiamo prenotato, viene sbalzato da tavola e deve correre ad aprirci perché ci siamo dimenticati di avvisare che stavamo arrivando (lui abita altrove). Prima regola del posto togliere le scarpe e sollevare la valigia per non rovinare il prezioso parquet. Non è facile però, perché ci attendono 2 piani su una scala tanto scivolosa quanto ripida e stretta. Ce la facciamo. Noi sisters veniamo messe in una stanza tutta rosa e verde acqua molto da bambine, Fabio & Simo in una molto graziosa con tanto di vasca idromassaggio. Sembriamo la famiglia Brady in vacanza… Bernard ci assale immediatamente per raccontarci tutta Quebec City in pillole, armato di piantina e di parecchio entusiasmo.

Le vittime prescelte siamo io e Stanley perché sappiamo l’inglese (e dire che avevo sperato di cavarmela fingendo di non parlare francese). Ci asciuga per circa mezz’ora, ripetendoci molto lentamente le stesse cose più volte, facendoci credere che ci vorrà una settimana per visitare la città. Giunta l’ora di cena passo scettro e piantina a Stanley perché sono stanca di navigare, dicendole di indicarci la via per il ristorante. Camminiamo in salita per ore e ore (Quebec City è ripidissima ed è arroccata in cima ad un colle essendo una vecchia città fortificata) per arrivare al famigerato ristorante, scoprendo poi che distava poche centinaia di metri dall’hotel. All’“Omelette” ci imbattiamo di nuovo nel problema del bilinguismo; le cameriere non capiscono una mazza. Per ordinare della semplice acqua minerale sudiamo sette camicie e ci arrivano cose strane.

Parli in inglese e rispondono in francese, e viceversa, ma di fatto loro parlano una lingua tutta strana. Meglio andare a dormire.

Montreal cattedrale
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Giorno 411 agosto 2005

Il nostro amatissimo Bernard ci accoglie il giorno dopo nella sua cucina e ci fa assaggiare per la prima volta da quando siamo arrivati la vera colazione Canadese. Sappiate che in Italia coi ritmi che abbiamo sarebbe impossibile metterla in pratica, a meno di non svegliarsi alle prime luci dell’alba. Ci vuole circa un’ora per finire la deliziosa crepe piena di mela tagliata a dadini e crema che ci ha preparato, pane e formaggio, pane e marmellata, spremuta, caffé, cereali, etc. La città è straordinaria e vale da sola il viaggio. E’ strutturata su 2 livelli (anche se a me sembrano infiniti), città bassa e città alta fortificata. Sembra di camminare in un museo, in una città dove il tempo si è fermato. Camminiamo tutto il giorno in questo interminabile sali-scendi, senza perderne un angolo. Facciamo 3.000 foto, ci ustioniamo al sole, e soprattutto cominciamo a rassodare i glutei.

foto di cloud77
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Giorno 512 agosto 2005

Lasciamo Quebec City consapevoli che torneremo, festeggiando con l’ennesima crepe gigante di Bernard, che questa volta è ai peperoni (che io adoro, ma a colazione sono belli strani). L’idea del giorno è di andare a visitare una Riserva Indiana e di comprare le loro manifatture, con la coscienza che i soldi serviranno al loro sostentamento. Tutti pieni di buone intenzioni prendiamo la Statale 73 alla ricerca di Wendake,. Con difficoltà troviamo la Riserva Indiana, forse perché è tutta una finzione e Wendake in fondo non è altro che un banalissimo paesino con le solite 4 case di legno. La “vera” Riserva invece si rivela la cosa più di marketing di tutto il viaggio, una specie di finto villaggio ricostruito per turisti dove si pagano pure 15 dollari per entrare. Ci accoglie “l’uomo lupo”, un Urone (a detta sua) che sembra un canadese normalissimo travestito.

E noi che ci aspettavamo gli indiani veri!!! Il ragazzo ci spiega che ormai non hanno più i tratti somatici degli indiani perché tempo fa sono stati quasi tutti sterminati, e per garantire la continuità della razza si sono mescolati con gli “invasori”, col nemico insomma. Un po’ delusi guidiamo alla volta di Riviere du Loup, la prima tappa della penisola della Gaspesie. Prendiamo l’autostrada per accelerare, visto i limiti stradali sulle strade statali e provinciali. Non c’è anima viva, in realtà non sembra nemmeno un’autostrada, i limiti sono bassi comunque e a volte, stando seduti in macchina, guardando intorno a te tutti quei boschi, si ha quasi la sensazione di stare fermi. La pausa pranzo con baguette prosciutto cotto e formaggio si fa a Kamuraska, famosa per i suoi cento tetti tutti diversi.

E’ molto carina, specialmente all’ora della bassa marea, quando il San Lorenzo si ritira e si può camminare in mezzo al fiume, ovviamente nel fango. Strada facendo arriviamo dunque a Riviere du Loup. La Cascata, unica attrazione del posto, è veramente imbarazzante tanto è brutta Troviamo alloggio per la notte a Sainte Simone, vicino a Trois Pistoles. Il numero delle case di questo ridente paese scende da 4 a 2. Il viaggio si fa sempre più interessante. La notte è giovane e decidiamo di fare la seratona bowling. Siamo gli unici avventori del locale, sono circa le 23 e abbiamo a disposizione solo mezz’ora perché alle 23.30 chiude i battenti!!!! Entusiasmo!!!!

foto di cloud77
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Giorno 613 agosto 2005

La domenica, dopo l’ennesima colazione light a base di crepe alla frutta e crema, muffins caldi, pane e marmellata, etc, viene dedicata tutta alla scoperta del nostro primo Parco (non si può andare in Canada e non andare nei Parchi). Si tratta del parco Nazionale di Bic. E’ semplicemente bellissimo. C’è la foresta, una serie infinita di baie, calette e spiagge a picco sull’oceano, ma soprattutto è “pieno così” di foche!!! E’ veramente un luogo straordinario, le spiagge sono da cartolina, ti fanno venire voglia di passarci il tempo con la persona che ami (l’ideale per 4 donne e una coppia, no??) e puoi camminare per Km nei boschi pieni di simpaticissimi scoiattoli. Dopo la visita al Parco di Bic ci rimettiamo in macchina, tanto per cambiare.

Seguono paesi interminabili fatti tutti con lo stampino, con la stessa chiesa dello stesso colore e le stesse case di legno con lo stesso giardino e la stessa cassetta della posta. Ci fermiamo nei pressi di Carleton, un paesino noto per il microclima dove tutti fanno il bagno e i vecchi vengono a svernare.

foto di cloud77
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Giorno 714 agosto 2005

Abbiamo passato una notte in un bellissimo B&B occupato solo da noi 6 in una località di nome Maria e al mattino seguente, caricando la macchina per andarcene, abbiamo una bella sorpresa: una gomma è a terra, abbiamo forato, o meglio la gomma si è auto-forata perché usurata. La vecchia padrona del B&B ci dà una mano a gonfiarla parzialmente con un motorino elettrico, permettendoci così di raggiungere il primo meccanico sulla strada. Ancora una volta ci imbattiamo nell’ospitalità e cortesia di questa popolazione. Giriamo a zonzo alla ricerca del pneumatico perduto, unica speranza per proseguire il viaggio, dopo che Robert, il meccanico che ci ha assistito a Maria, ci ha montato temporaneamente il ruotino. Di puro culo ci imbattiamo in un concessionario Pontiac nel bel mezzo del nulla.

Dopo essere ripartiti con la gomma nuova, ci fermiamo in un paesino che sembra apparentemente più grosso, facciamo la spesa, e mangiamo imboscati, entrando di nascosto in un campeggio in riva al mare. Più si va avanti, più la terra si fa rossa e il mare blu. Il contrasto è splendido, ci stiamo avvicinando alle costiere frastagliate della punta estrema della Gaspesie, ormai il San Lorenzo ha lasciato spazio all’oceano. La meta in programma è Percè, famosa per una grossa scogliera col buco, una specie di faraglione di Capri immenso e raggiungibile a piedi quando c’è bassa marea. Io e Stan perdiamo un po’ di tempo per il solito “disbrigo formalità” e ricerca di un luogo per la notte prima di visitare questa cittadina, la prima con un po’ di turisti (anche se solo ed esclusivamente locali).

Questa volta ci lanciamo e prenotiamo una casetta intera con una vista da paura sul mare, un po’ distante dal centro città, dopodichè, visto che siamo gasatissime ed efficientissime, andiamo anche a prenotare la gita in barca per il giorno dopo.

foto di cloud77
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Giorno 815 agosto 2005

Ci imbarchiamo verso l’Ile Bonaventure. Giungiamo all’isola dopo avere visto un sacco di foche. Metà dell’Ile Bonaventure è abitata dalle sule, uccelli bianchi e puzzolenti. Facciamo trekking. Dopo una giornata nei boschi torniamo sulla terra ferma per proseguire per Gaspè, la punta della Gaspesie, il punto di non ritorno, quello da cui torneremo indietro verso ovest, dove non c’è nulla se non l’ennesimo parco, il Parco Fourillon.

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Giorno 916 agosto 2005

Dopo 8 km di passeggiate in salita nel Parco Fourillon all’inseguimento del faro (che poi troviamo bellissimo sulla punta della scogliera) e il ritrovamento di un’istrice (primo esemplare di animale selvaggio incontrato nei boschi), decidiamo di fare kayak. Il nostro tentativo viene abortito dalla guida che ce lo sconsiglia perché si sta alzando troppo il vento e potremmo non essere in grado di tornare. Peccato davvero, però meglio non rischiare. Le esperienze più allucinanti chissà come mai ci capitano sempre al ristorante.

Nonostante i diverbi della sera prima per via del servizio (obbligo di pagare il 15% in più) e per la sistemazione tavoli (il tipo voleva dividerci a due a due in un tavolo da 4 per non farci sedere stretti e dopo una lunga discussione siamo riusciti ad ottenere un 3+3) ci tocca tornare nell’unico ristorante presente a Gaspè con cucina aperta anche dopo le 20, il Brise Bise. Dopo 10 giorni circa passati a mangiare salmone e roba francese, ci facciamo prendere dalla voglia di pizza. L’aspetto sembra invitante. Io ne ordino una ai peperoni, ma non so come, mi arriva pizza al prosciutto e formaggio dolce.

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Giorno 1017 agosto 2005

I km sono tanti per ritornare verso est, km interminabili senza incontrare anima viva, se non qualche autostoppista di tanto in tanto, di strade che sembrano piste delle montagne russe per come salgano e scendono ripide e curvano paraboliche, di case di legno isolate in restauro. A metà della statale 132 facciamo un’escursione al Parco Nazionale della Gaspesie. Arriviamo sulla cima stremati e sudati, ma ci tocca scappare subito, perchè il vento è talmente forte che non perdona e ci stiamo ibernando. Scendendo, vengo richiamata da un signore anziano davanti a me che mi dice di stare zitta per non disturbare le alci….ebbene si, vediamo le alci!!!! Proseguiamo verso Matane, dove dobbiamo prendere il traghetto per attraversare il San Lorenzo e finire il giro dall’altro lato. Alloggiamo in un Motel, dove ci sbattono nella nostra prima camera sestupla.

E’ molto divertente stare tutti insieme come una famiglia, c’è molto aria di pigiama party…..

foto di cloud77
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Giorno 1118 agosto 2005

La traversata della Pontiac e dei suoi 6,5 occupanti avviene in maniera molto rilassata. Per arrivare in traghetto dall’altro lato del San Lorenzo a Baie Comeau, in un punto relativamente stretto occorrono circa 2 ore e mezzo. Ne approfittiamo per schiacciare un pisolino. Siamo nella zona delle balene e in una parte del Quebec che punta verso il nord, di conseguenza la temperatura scende. La sera in mezzo ai boschi tocchiamo i 7 gradi, niente male rispetto ai 32 umidi di partenza a Montreal!!! Ma la cosa non ci spaventa affatto. Siamo a Tadoussac e il nostro obiettivo sono le balene bianche. Lungo la strada ne vediamo numerosi spruzzi. Ottimo, vuol dire che stanno andando nella nostra direzione, ma poiché vogliamo vederle da vicino, prenotiamo un’escursione in canotto alle prime luci dell’alba del giorno dopo da veri avventurieri.

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Giorno 1219 agosto 2005

Il freddo è polare. Veniamo vestiti come dei pescatori di merluzzo, con cerata anti-gelo e anti-acqua, guanti, cappello di lana, etc.. Pensiamo di essere più che caldi, ma non sappiamo ancora che rischieremo il congelamento. La gita in canotto me la ricorderò sempre come un incubo. Penso di avere odiato le balene quel giorno. Il cielo è strano, completamente coperto e le nuvole sono talmente basse che sembra di toccarle alzando il braccio. E’ surreale il paesaggio intorno a noi, mi ricorda certe scene in mezzo alla nebbia del film Moby Dick. Siamo nelle mani di un ragazzino di nome Jerome. Vediamo le solite foche curiose che ci guardano come se fossimo alieni, un paio di esemplari delle famosissime Monkey Whales, una mamma delfino col suo piccolo e svariati beluga.

Non avevo mai visto un beluga prima, sono emozionata; sono bianchissimi e sembrano iceberg, per giunta spiccano notevolmente nel paesaggio cupo. Arriviamo al molo ibernati, ma felici. Per riprenderci dal gelo ci consoliamo con un brunch pantagruelico a base di gauffres, crepes, croissants, cioccolata calda con panna, uova, etc. Non è ancora finita però, perché c’è un altro fiume da bypassare e questa volta il sistema è geniale. Dal momento che non è stato possibile costruire un ponte per via della conformazione del paesaggio, le macchine vengono caricate su una chiatta che in 5 minuti ti porta a destinazione. Un po’ da mal di mare, ma molto interessante indubbiamente. Siamo a Santa Catherine e, dopo esserci sparati l’ennesima salita a piedi, stiamo per assistere ad un evento raro in natura senza saperlo.

In questo punto del promontorio, a volte si possono vedere i beluga di cui, in tutto il San Lorenzo, ne sono rimasti solo pochi esemplari. Certo li abbiamo appena visti, ma non siamo soddisfatti, erano troppo lontani. Il nostro desiderio viene assecondato e, sotto una pioggia battente, vediamo migrare un centinaio di questi mammiferi, tutti insieme, a pochi metri da noi. Il mare diventa bianco, uno spettacolo della natura, un evento raro. Posso dire con orgoglio che noi c’eravamo!!! Ma il meglio della vacanza deve ancora arrivare. Ci dirigiamo verso un paese sperduto in cima a un fiordo, in un posto incontaminato e isolato dal resto del Quebec, dove abbiamo deciso di fare kayak. E’ sera però, e l’unico B&B che troviamo, dopo svariate ricerche su Internet, è poco fuori da Anse Saint Jean. Arriviamo in una villetta con tanto di basement che fa tanto casa degli orrori.

Entriamo in casa e veniamo accolti da una coppia di 80enni che ci invitano a lasciare fuori le scarpe. 2 camere sono nel seminterrato, una sopra. Siamo finiti nella casa degli orrori davvero. E’ arredata con fare maniacale, è più pulita del pulito, non c’è nulla fuori posto, è pacchiana, piena di oggetti, ma non comuni oggetti di arredamento, bensì bambole e animali di peluche, sistemati come esseri viventi in tutta la casa. Andiamo a cenare all’unico ristorante presente nel raggio di 10km. E’ un bistro molto bello che ricorda un Irish Pub. Mangiamo benissimo, la cucina è sperimentale. E durante la cena arriva una band a suonare. La serata è splendida, la nostra ultima cena pure. Peccato che la cameriera rovini tutto con la storia della mancia. Ci dice che “è dispiaciuta”, ma le dobbiamo ancora 10 dollari!!!!

foto di cloud77
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Giorno 1320 agosto 2005

Ragazzi, vi posso garantire che nessuno di noi ha dormito meglio in tutta la vacanza, per non parlare poi della colazione. Ci servono energie per fare 3 ore di kayak nel fiordo e così la simpatica coppia allestisce un banchetto tipo Natale. Ci sono altri ospiti oltre noi, una coppia di Toronto e si fa conversazione davanti a una tavolata apparecchiata con sfarzo, con pancakes e sciroppo d’acero, uova in camicia, frutta fresca dolcissima, pane e formaggio, pane e marmellata di 5 gusti diversi, muffins caldi appena sfornati, gelatina di cedro e di Porto, pasticcio di maiale, il tutto home made. Mi sono sentita al 5 stelle!!! La coppia di Toronto ci avvisa che per la mattina è previsto il 94% di possibilità di pioggia. Grazie tante!!! La nostra guida di kayak è Louis e ci viene preannunciato dalla Signora come un bel figone. E’ veramente il canadese più brutto in cui ci siamo imbattuti.

Io, Stanley e Frodo partiamo col kayak dopo una breve lezione a riva, gli altri vanno a fare un giro nella foresta. Pagaiamo nel fiordo per quasi 3 ore. E’ tutto stupendo, il paesaggio mistico. Louis ci racconta anche la leggenda del drago. Ad un certo punto la temuta pioggia arriva, ma è molto debole. Se è questa la pioggia prevista va benone. Quando mancano circa 20 minuti alla riva però viene giù il diluvio universale, un muro d’acqua. Non si vede nemmeno dove stiamo andando, siamo in preda alla disperazione. L’obiettivo è arrivare il più presto possibile al molo, ovunque si trovi. Una volta giunte a riva stremate, non riusciamo nemmeno a sollevare il kayak per metterlo in salvo. Fortuna che siamo tutte intere e sotto la tuta asciutte, ma dobbiamo ancora ritornare alla macchina e in quei 2 minuti di tragitto riusciamo a farci la doccia. Non c’è una singola parte di noi che si salvi.

I ragazzi rimasti a terra se la ridono di gusto a vederci così conciate e, nonostante tutto, anche io non mi sono mai divertita tanto in vita mia…. E’ il penultimo giorno tutti insieme, così non appena arrivati a Quebec City e aver rivisto il nostro amatissimo Bernard, decidiamo di farci passare le crisi dedicandoci allo shopping frenetico, il miglior anti-depressivo esistente al mondo dopo il cioccolato. E poi davvero l’ultima cena tutti insieme.

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Giorno 1421 agosto 2005

L’indomani mattina siamo già rassegnati all’idea di trovarci nel piatto la famosa “crepe Bernard” con chissà quale ingrediente segreto, quando invece ci arrivano nel piatto dei croissant!!! Evviva…. Pieni di pacchi ci dirigiamo al “grandissimo” aeroporto di Quebec City. Ultima foto insieme e poi i saluti, stranamente molto composti. Io Andrò a vancouver, Cri tornerà a casa, il resto della truppa proseguirà in auto verso l'Ontario e le Cascate del Niagara. Il Canadair con la foglia d’acero (il simbolo nazionale) ci aspetta. Toronto, dopo 2 ore di volo, è alle porte. Le diamo un’occhiata dall’alto perchè si vede proprio tutta, ma non ci ispira. Troppo cemento dopo 2 settimane di boschi e mare….Atterro giusto in tempo per saltare al volo sull’altro aereo che mi porterà a Vancouver, salutando Stanley in corsa e con un po’ di magone. Mi aspetta un’avventura tutta mia.

Sul volo Toronto – Vancouver, ho il posto vicino al finestrino, ma sull’ala. Si vede poco, ma quanto basta. Sto per attraversare tutto il Canada da est a ovest. Avrò una panoramica generale di questo grandissimo Stato. Accanto a me c’è un giovane papà con la sua bambina di 4 anni. Ci mettiamo a chiacchierare, lui è di Miami. Si avvicina un’assistente di volo, che dopo quanto successo all’Air France qualche settimana prima proprio qui a Toronto, istruisce noi occupanti delle 2 file sull’ala su come intervenire in caso di incidente. La vita delle persone a bordo e dell’equipaggio dunque è nelle mie mani, la cosa mi elettrizza. Anche se non siamo ancora decollati, comincio a guardare fuori dal finestrino per capire come saltare giù dall’ala in caso di incidente, quanto è alto il dislivello, come girare la maniglia del portellone, cosa si potrebbe eventualmente incendiare, etc..

Questo senso di responsabilità mi tiene per fortuna all’erta e farà sì che, mediante telepatia, salverò davvero l’aereo da impatto imminente. Poco dopo infatti, mentre siamo in fase di rullaggio, sto contemplando l’altissima CNN Tower di Toronto da lontano. Il cielo è terso, l’Ontario piatto e sebbene il centro città sia lontano, si riesce a vedere benissimo. Ad un certo punto quando i motori sono a mille vedo sulla sinistra un aereo da turismo che viene dritto verso di noi, o meglio arriva da sinistra a destra perpendicolare alla pista, quasi stesse atterrando dal lato sbagliato. E’ troppo basso, cosa ci fa laggiù??. Tra me e me penso “il pilota starà solo scaldando i motori, ma non partirà davvero, insomma lui sa quello che fa e c’è la torre di controllo poi…”. Invece lo fa davvero, parte.

Nella mia testa urlo a quel cretino del pilota di fermarsi, non esiste che non veda quell’aerettino davanti a sé, lo vedo io dalla fila 16, accidenti!!! Ed ecco che il mio soffocato grido di terrore gli giunge in via telepatica. Mr.Pilot interrompe bruscamente la rincorsa e inchioda in pista. Finisco 4 file avanti nonostante le cinture allacciate. Fortuna che era appena partito e non si era ancora sollevato, fortuna che la pista era lunga. Al microfono ci comunica che si scusa, ma ha dovuto interrompere il decollo perché “inavvertitamente” un aereo ci stava tagliando la pista!!!!!!! Inavvertitamente??? Ma svegliati al mattino idiota! Si riparte da capo, il resto delle 5 ore di volo per fortuna è tranquillo. Nonostante la scelta dei piloti, l’Air Canada è tutto sommato una compagnia splendida, i posti sono comodi, si mangia e si beve alla grande, la musica è ottima, il film pure.

Dall’alto passo tutto l’Ontario coi grandi laghi (che sono davvero degli oceani d’acqua), il Manitoba e il mitico Saskatchewan con le loro praterie e campi di grano, infine l’Alberta coi grandi parchi ed eccomi arrivare in British Columbia, dove spiccano le montagne rocciose con degli splendidi laghi incontaminati sulla cima. Finite le montagne rocciose a picco c’è subito Vancouver che si trova su una baia e dall’alto sembra bellissima. E’ tardo pomeriggio e comincio ad esplorare il centro città, downtown come lo chiamano loro, giusto per capire dove sono, che tipo di città sia, che aria tira. Con un mango smooth in mano (una delle tante porcherie americane di cui i Vancouveresi vanno matti) giro per i luoghi simbolo: Gastown, Canada Place, Waterfront. Sulla baia partono ogni 5 minuti degli idrovolanti.

Pare infatti che i locals si muovano così, insomma idrovolante al posto del taxi perché Vancouver è su una baia, ma è anche divisa su varie isolette.

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Giorno 1522 agosto 2005

Il secondo giorno esploro con più calma questa città dalle mille sfaccettature. Riguardo con calma Gastown che è il vecchio centro storico, quello del primo insediamento urbano e ha l’aria della vecchia Inghilterra operaia. E’ un po’ turistico per i miei gusti, forse perché vi si trova il luogo simbolo della città, ovvero un orologio antico a pendola che si muove a vapore. Negozi con souvenirs per turisti hanno preso il posto dei vecchi magazzini del vecchio porto. Downtown invece mi ricorda vagamente New York, con tutti quei grattacieli attaccati sempre più strani e i centri commerciali. C’è anche una Chinatown come in tutte le città che si rispettino, perché la presenza asiatica è fortissima. Metà della popolazione è di origine orientale infatti e in tutta la città se ne vedono le influenze un po’ ovunque, specialmente in fatto di cucina.

Ogni cento metri c’è uno Starbucks, forse perché Vancouver è gemellata con la vicinissima Seattle, la patria di questa famosissima e fortunatissima catena. Provo tutti i tipi di frappuccino in circolazione, ma quello al green tea proprio non mi va giù, nonostante sia il must dell’estate e gli abbiano dedicato addirittura uno studio sociologico sul giornale. Mi innamoro perdutamente di Granville Island, a cui si accede o tramite ponte o tramite seabus (una barchetta-bus). E’ un’isoletta molto graziosa dove si trova il mercato generale. Mi ricorda tantissimo il Fish Market di Sydney e in un colpo mi sento a “casa” e mi passa tutta la negatività. Questa città comincia a piacermi. Passo un’intera giornata su quest’isola, girando il mercato tra le mille bancarelle di frutta e verdura, di carne e pesce, di manifatture locali, di ristorantini particolari.

Sul molo c’è un ragazzo che suona la chitarra cantando canzoni di Bon Jovi. Suo diretto concorrente il canto di un gabbiano. E’ un’oasi di pace. Un altro posto per cui perdo la testa è Yaletown. E’ un ex area industriale dove c’erano dei vecchi magazzini che ora sono stati ristrutturati. E’ il quartiere trendy della città con i suoi ristoranti, locali alla moda e negozi di stilisti emergenti. Questi ex – magazzini sono tutti sopraelevati rispetto al marciapiede. E’ fantastico e mi sfogo nello shopping, ci sono degli stilisti pazzeschi qui, e poi mi sembra di stare un po’ a Paddington e un po’ a Woollomolloo a Sydney. Il cielo è sempre terso, il sole caldo, la gente sorridente e simpatica. Mi sento una favola.

Il bello di questa incredibile città è che sei nella modernità più assoluta, ma nel giro di pochi minuti ti puoi isolare dal cemento, dal traffico, dalle macchine e ritrovarti da sola a meditare, a respirare. La città infatti è piena di spiagge bellissime, e di parchi enormi, primo tra tutti lo Stanley Park (dedicato naturalmente alla nostra amica). Lo Stanley Park vale il viaggio da questo lato del Canada. E’ il parco cittadino più grande del mondo, ma non è un parco comune, bensì una foresta vergine ancora intatta sulla punta del centro città, con tutti i suoi animali. Il perimetro è di 10 Km e i locali lo chiamano Seawall Promenade.

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Giorno 1623 agosto 2005

Nei giorni seguenti visito Kitsilano, il quartiere residenziale nel south shore, e mi piazzo in spiaggia a raccogliere le conchiglie. Una pietra scolpita racconta la storia di questa città, considerata una delle più piovose del mondo per via delle montagne rocciose e della foresta vergine e penso che devo essere proprio fortunata, perchè da quando sono arrivata non si è vista una nuvola e fino al giorno della mia partenza è previsto sole.

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Giorno 1727 agosto 2005

Il penultimo giorno decido di fare un giro prima al Lighthouse Park, poi al Museo dell’Antropologia (ho la fissa di fari e totem se non l’avete ancora capito) che si trova all’interno UBC (l’Università della British Columbia). Il Lighthouse Park è pura foresta vergine intatta sulla riva nord della città, a 20 km dal Lion Gate Bridge. Sono determinata a cercare il solito faro e i procioni e orsi che non sono riuscita ancora a vedere.. Sono in panico ora, per giunta non pare ci sia nessun’altro oltre me in questo posto. Non una guardia, non un turista, nessuno. Sono l’unico essere umano in mezzo alla natura, sono sola contro la natura. I sentieri sono tortuosi e in saliscendi, gli alberi sempre più fitti, incrocio le dita per non perdermi. Ad un certo punto scorgo il faro e una scogliera. Mi metto lì e guardo l’orizzonte, salva. Ci sono davvero solo io.

Mi sento impotente e gasata allo stesso tempo. E’ incredibile come a 20 minuti dal centro esista un luogo del genere rimasto uguale a mille anni fa. Non si sente nulla, se non il rumore dell’oceano. Dopo qualche ora di puro relax e pensieri strani mi riaddentro nella foresta e, sempre senza incontrare anima viva, me ne vado, tornando soddisfatta alla giungla cittadina con l’idea che l’uomo è davvero piccolo nell’universo.

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Giorno 1828 agosto 2005

L’ultimo giorno è interamente dedicato allo shopping selvaggio. Ci sono i saldi, ma i negozi hanno altre offerte speciali. E’ il No-Tax Day!!! Compro di tutto: jeans, orecchini, magliette, libri. Torno in spiaggia per l’ultimo saluto al mare, vado a mangiare noodles al giapponese e in lacrime, verso le 4 del pomeriggio, mi avvio con calma in aeroporto. In sala d’attesa assisto al tramonto più bello di tutta la mia vita. L’aeroporto di Vancouver ha la pista sul mare e le montagne Rocciose sullo sfondo con le cime innevate. Il paesaggio all’orizzonte è incredibile, il campo è libero, la visuale perfetta, il tramonto è pazzesco. Sono davvero soddisfatta della mia vacanza. Salgo sul 747 che mi riporterà in Europa e cerco il mio posto.

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1 commenti dei lettori

CA
CAT&DVD22/08/2008

Di tutti i resoconti sul Canada, questo è in assoluto il più simpatico e quello che ci è piaciuto di più... :-)

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