18 ago 2007 – 1 set 2007 15 giorni · viaggio del 2007
Chi
Claudia e Francesco · @Cla e Fra ·
Come
Diario di viaggio
Il racconto · 15 giornate
Quest'anno, dopo NY, torniamo una seconda volta negli States, ma adesso tocca all'Ovest. Visiteremo la California e i parchi dell'ovest, passando da Las Vegas e terminando il nostro tour a Los Angeles. Abbiamo prenotato tutto da soli su internet: i voli (KLM), gli alberghi per ogni notte, la macchina a noleggio; abbiamo percorso circa 4500 km e visto 4 stati (6 se consideriamo anche colorado e new mexico, solo sfiorati...). Il racconto è diviso per data e verrà aggiornato man mano: se qualcuno ha curiosità, domande, potete scriverci, saremo lieti di rispondere! Buona lettura a tutti
Giorno 118 ago 2007
si parte
Partiamo puntuali da Malpensa con il volo KLM verso Amstedam alle 6:28 e atterriamo sul suolo Olandese dopo un’oretta e mezza di volo. Ad Amsterdam ci attende il volo verso San Francisco delle 11:10, ma dobbiamo aspettare un pò prima di ripartire perchè il nostro velivolo deve ancora essere pulito: tra l’altro, quando saliamo, rimaniamo un pò delusi dall’aeromobile che non ha i televisori per ogni poltrona, ma quelli appesi nei corridoi...peccato...quello che ci aveva portato a NewYork era senz’altro meglio, ma era della Northwest. Partiamo quindi un pò in ritardo, alle 11:30 e, dopo 11 ore di volo, arriviamo a SFO alle 13:15 ora locale, ma per noi sono le 22:15..... Il viaggio trascorre abbastanza bene, io riesco anche a dormire un pò, mentre Fra fa più fatica a prendere sonno.
Arrivati finalmente all’aeroporto di SFO e ritirate le valigie, prendiamo una specie di taxi collettivo ( sul quale però viaggiamo da soli) chiamato Van Door to Door, che per 35 $ ci porta in albergo ( alla fine il costo è quasi quello di un normale taxi). Il nostro albergo è l’Heritage Marina (che sconsiglio vivamente,poi si capirà il perchè) è abbastanza in centro, non lontanissimo dal Fisherman Wharf , ma ci appare subito non molto bello, poco curato, anche se la stanza nell’insieme, pur non essendo niente di speciale, è accettabile. Ci riposiamo un paio d’ore in camera prima di uscire (sono ormai le 16:00, ma per noi è nottefonda) e verso le 18 usciamo.
Scendiamo a piedi le famose “strade di San francisco” verso il Fisherman, percorriamo la Van Ness Avenue, la strada del nostro albergo, verso il mare e ci accorgiamo della pendenza di queste strade: ma come fanno a parcheggiare le macchine così inclinate??! Dopo una quindicina di minuti a piedi, arriviamo al mare e scorgiamo sulla sinistra il Goden Gate Bridge: anche se è un pò lontano e col sole alle sue spalle, si intuisce già la forma e il colore di questo ponte visto mille volte alla tv.
Percorriamo la passeggiata lungo il mare verso Fisherman dove tira un vento freddissimo! Ci avevano detto che San Francisco, per via della sua baia, ha un clima piuttosto freddino tutto l’anno, cosa che però in estate, per me che sono freddolosa, è davvero poco piacevole, ma basta coprirsi un pò di più del solito e il problema è risolto! Il Fisherman ci compare davanti in tutto il suo pullulare di gente, turisti, negozi, ristoranti, fast foods, luci, colori...Girovaghiamo guardandoci intorno e arriviamo fino al famoso Pier 39, la parte più caratteristica e ancora più viva del Fisherman, dove, oltre ai leoni marini che pigramente stanzionano sul molo ( sono tanti e rumorosi e ogni tanto emettono strani versi ) si possono trovare alcuni simboli tipici californiani, tipo il mitico ristorante Bubba Gump, il ristorante inspirato al film di Forrest Gump, che è davvero carino (con tanto di negoz
io di souvenirs annesso) ma dove non riusciamo a cenare perchè c’è troppa coda. Ripieghiamo allora per una cena al Wape Stop, un ristorante stile californiano, con i surfs appesi alle pareti: la cena è buona e io assaggio gli spiedini di gamberi che avrei voluto prendere al Bubba (ma ci ripoveremo domani ad andarci) Siamo stanchissimi, per noi questa giornata è durata 35 ore.....torniamo a piedi in albergo sotto un vento gelido proveniente dal pacifico e alle 22 crolliamo distrutti. La prima impressione di SFO è senz’altro positiva, anche se la stanchezza non ci ha permesso di apprezzarla fino in fondo: domani e dopodomani avremo tempo sufficiente per farlo.
Bay Bridge
Giorno 219 ago 2007
san francisco
Alle 3 del mattino mi sveglio e non riesco più a riaddormentarmi! Speriamo che gli effetti del fuso orario svaniscano presto, altrimenti ne risentirò per tutta la vacanza.. Mentre Fra dorme sereno (forse ha fatto bene lui a non dormire molto in aereo...), alle 5 decido di alzarmi, aggiornare il diario e decidere quale sarà l’itinerario da seguire per scoprire SFO in questi due giorni. Alle 7, quando anche Fra si sveglia, abbiamo una brutta sorpesa: il suo braccio sinistro è pieno di puntini rossi accompagnati da un fastidioso prurito..e non riusciamo a capire di cosa possa trattarsi. Io penso sia una reazione allergica al granchio mangiato la sera prima, perchè è stata l’unica cosa “strana” che mangiato. Fra è un pò agitato, ma siamo appena arrivati, abbiamo così tante cose da fare e vedere, che non diamo molto peso alla cosa.
Decidiamo così che oggi visiteremo la parte est della città, a piedi; domani invece prenderemo la bicicletta per attraversare il Golden Gate e andare fino a Sausalito. Usciti dall’albergo ci dirigiamo sulle ripide strade di SFO in direzione della mitica Lombard Street: è una strada normale che però, ad un certo punto, scende con una ripida discesa in otto curve-tornanti, adornate da aiuole fiorite e un bello scorcio sulla città. Dopo le immancabili foto e dopo aver visto che fatica fanno in effetti le auto a scendere, continuiamo sempre a piedi verso Telegraph Hill, in un continuo ripido sali-scendi. Saliamo in alto fino a raggiungere la Coit Tower che però non visitiamo, ma dalla quale si può avere una bella vista sul Bay Bridge, l’altro e meno famoso ponte di SFO.
Scendiamo poi verso Downtown, la zona di SFO con i grattacieli tra i quali svetta in assoluto la Transamerica Pyramid, un edificio a forma di piramide piuttosto alto e l’Embarcadero Center un moderno centro commerciale e direzionale che oggi che è domenica è deserto ma che ci immaginiamo affollato nei giorni lavorativi. Vicino visitiamo anche l’atrio dell’abergo Hyatt, davvero spettacolare, modernissimo, molto ampio e con una grossa scultura a forma di palla al centro. Ci spostiamo poi verso Chinatown, immancabile in ogni grande città, il cui ingresso è segnato da un bell’arco stile cinese che ne delimita i confini e ci dirigiamo poi verso Union Square, il vero cuore commerciale della città, pieno di negozi di grandi firme e di molte marche, tra cui Macy’s e Tiffany.
Scendiamo poi verso Market street e poi Powell street dove c’è uno dei capolinea del famoso Cable Car di SFO, i vecchi tram a cremagliera che si muovono su e giù per la città e che sono una vera e propria attrazione turistica. Notiamo anche la presenza di alcuni tram del comune Milano, con le scritte in italiano...e devo dire che ci fanno un certo effetto.... In Powell street prendiamo la metro (alla quale accediamo non con un biglietto ma inserendo direttamente le monete in una fessura) e arriviamo nella parte alta di SFO, perchè vogliamo andare ad immortalare con una foto le famoso six sisters, le sei casette in Alamo Square che pare siano un vero gioiellino architettonico. In realtà la maggior parte delle case della città sono in steile vittoriano, molto gradevole alla vista e che contribuisce a fare di SFO la città americana più europea.
Dopo aver camminato un pò usciti dalla metro, arriviamo ad Alamo Square (che altro non è che un prato-collina) e ci sdraiamo sull’erba a riposarci e scattare foto alle famose casette che dal vivo e con la luce del pomeriggio appaiono davvero belle! Scendiamo poi a piedi direzione oceano verso un altro parco, Alta Plaza, e poi torniamo verso l’hotel. Per cena decidiamo di tornare al Bubba Gump, dove dobbiamo aspettare circa mezz’ora per avere il tavolo, quindi ne approfittiamo per girare nei negozietti del pier 39 e fare un pò di shopping. Sul tavolo del Bubba c’è davvero il cartello con la scitta “Stop Forrest” e “Run Forrest”, segnale per i camerieri che sanno se devono fermarsi da voi oppure ignorarvi, inoltre tutti i televisori del locale mandano in onda il film Forrest Gump.
Fisherman Wharf
Giorno 320 ago 2007
san francisco
Oggi prendiamo la bici a noleggio al Fisherman e ci dirigiamo verso il Golden Gate e Sausalito; nei nostri piani ci sarebbe anche l’dea di vedere il parco del Presidio e il Golden Gate Park, ma vediamo fino a che punto le forze ci reggeranno.
Purtroppo la giornata è freddina e molto nebbiosa: biciclettiamo sulla pista ciclabile fino al GGB...o almeno, dovrebbe essere lì, davanti a noi, ma ci vuole una certa immaginazione, perchè per colpa della nebbia, non si vede niente: l’unico segnale della presenza del ponte lo danno i suoni tipo sirena che arrivano dai due piloni del ponte, a distanza ravvicinata, uno dopo l’altro, forse per segnalarne la presenza alle navi (?)..boh! Continuiamo nella nostra impresa titanica verso il ponte (io ho già le gambe a pezzi) ma niente, la nebbia non se ne vuole andare e così lo attraversiamo completamente avvolti dalla foschia...solo una volta sotto i famosi piloni rossi, li possiamo vedere e fotografare in tutto il loro splendore.
La nebbiolina ci circonda, ed è una vera e propria nuvola spinta dal vento..e che vento! L’attraversata del GGB termina in un bel piazzale dall’altra parte della baia: la vista del ponte da qui sarebbe magnifica, se solo si potesse vedere! E’ vero, anche con la nebbia ha il suo fascino, ma fotografare una massa di aria grigia non è il massimo... Il ponte si staglia sulla nostra destra mentre la baia e il centro città rimangono sulla sinistra, con l’isola di Alcatraz in mezzo al mare! Aspettiamo qualche momento nel piazzale panoramico, con la speranza che la nebbia se ne vada e facciamo amicizia con due ragazzi di Sesto SG (com’è piccolo il mondo!) ; poi, visto che la situazione non cambia, decidiamo di proseguire la nostra discesa verso Sausalito.
Appena scendiamo (la discesa è piuttosto ripida...chissà come sarà la salita..aiuto..) verso il mare la temperatura si alza , compare il sole e il clima è decisamente migliore! Sausalito è carinissima: una cittadina di mare, ex paesello di pescatori, tranquilla e molto pulita...sembra il posto ideale dove vivere! Parcheggiamo la bici e gironzoliamo a piedi, pranziamo e poi ritorniamo verso il ponte. La salita è terribile, come pensavo..e infatti devo scendere dalla bicicletta perchè non ce la faccio davvero più, e così proseguo a piedi fino a che il ponte ricompare davanti a noi,ma la nebbia, questo grosso serpentone bianco, non accenna ad andarsene. Sono ormai le 14 così decidiamo di proseguire il nostro itinerario.
Facciamo un giretto per il parco del Presidio, molto bello, tenuto davvero bene e circondato da viuzze e casette che descivere semplicemente con un “belle” è davvero poco: tutto pulito, ordinato, giardinetti curati, piste ciclabili, laghetti con i cigni...SFO è davvero una bella città, non c’è che dire, merita davvero una visita! La biciclettata ormai ci ha distrutto le gambe così decidiamo di portare indietro le bici che avevamo affittato per l’intera giornata. Percorriamo la pista ciclabile che costeggia il mare, la temperatura si alza e la nebbia scompare; sono ormai le 15 e il GGB è completamente libero dalle nubi e appare, rosso, in tutta la sua bellezza! Davvero un peccato non averlo visto così da vicino, ma è evidente che il mattino non è il momento migliore: meglio aspettare il pomeriggio quando ormai la nebbia si dissolve.
Una volta al Fisherman decidiamo di affrontare una lunga fila di gente per salire sui mitici cable car: non si può visitare SFO senza aver fatto almeno un giretto su questi mezzi a cremagliera! Dopo un’oretta di attesa (c’è davvero molta gente che vuole farsi un giro) saliamo sul cable. Io mi appendo fuori e Fra si siede davanti a me: il cable parte, l’”autista”, se così lo vogliamo chiamare, muove una grossa leva avanti e indietro e il cable va su e giù per la ripide strade della città; è divertente, soprattutto appesi fuori si ha l’impressione di stare su una giostra al luna park piuttosto che non su un mezzo pubblico. Arriviamo fino al capolinea del cable in Powell street, scendiamo e prendiamo un autobus per tornare in albergo.
La sera a cena usciamo direzione Fisherman e ceniamo nel locale Hooters, una catena di ristoranti americani famosi per le cameriere piuttosto prosperose e poco vestite, un vero paradiso per tutti i maschietti!
le sei sorelle
Giorno 421 ago 2007
MONTEREY -17 MILE DRIVE –CARMEL-PACIFIC GROVE
Oggi lasciamo SFO per iniziare il nostro viaggio On The Road, lasciamo l’abergo e scendiamo a piedi e con valigie al seguito, verso l’autonoleggio della Hertz, dove ci danno una Chevrolet modello Cobalt, blu e alle 9 e 30 siamo già pronti per partire: direzione sud verso Monterey. Troviamo un pò di traffico lungo l’autostrada, così arriviamo a Monterey che è già mezzogiorno: parcheggiamo al Fisherman (anche questa cittadina ne ha uno) e pranziamo in un ristorantino vista mare davvero carino. Ad allietare il tutto ci sono anche due foche che giocano nell’acqua e un paio di pellicani che si vengono ad appollaiare proprio fuori dalla finestra, vicino a noi. È davvero un bel posticino, Monterey, ma ci torneremo magari stasera per cena. Alle 15 entriamo nella 17 Miles Drive, strada a pagamento che offre begli scorci sull’oceano e che personalmente mi ricorda molto i paesaggi Irlandesi.
Ci sono incantevoli vedute, il famoso cipresso solitario, molti uccelli e animali marini, ma anche bellissimi campi da golf e maestose ville nascoste da aiuole e fitta vegetazione: questa strada è un vero gioiellino, non ci sono dubbi e vale la pena pagare i 9 $ che ci è costata per vederla. Poco fuori dal percorso della 17 miles drive c’è il paesello di Carmel: un piccolo villaggio, con case basse, senza semafori nè insegne, solo negozi e gallerie d’arte...a noi è sembrato un pò finto-turistico e così non ci siamo soffermati molto. Abbiamo solo cercato e trovato la Mission, ma era già chiusa, così ci abbiamo dato un’occhiata dal cancello e poi ci siamo diretti verso Pacific Grove, in cerca del nostro albergo. Alle 18 siamo arriviamo a Pacifi Grove, il paese delle farfalle, così chiamato perchè pare che in primavera ne arrivino davvero tante.
Troviamo il nostro albergo, il Seebreeze Lodge, un tipo di albergo che troveremo spesso proseguendo le nostre vacanze: le camere sono tutte al piano terra e hanno tutte il parcheggio davanti alla porta, tipo Motel. Facciamo un veloce giretto in auto per Pacific Grove, vediamo il faro e alcune spiagge che sono molto simili ai paesaggi della 17 Miles, ma il paesello in sè non offre molto. La sera, per la cena, decidiamo di tornare a Monterey e ceniamo di nuovo al Fisherman, dopo aver gironzolato per il centro del paese dove si sta tenendo una specie di mercato con in vendita sopratutto generi alimentari.
Il ristorante dove cenaimo è il Old Fisherman Grotto che, entrando nel Fischerman, si trova sulla sinistra: un posto carino, dove abbiamo mangiato bene e dove ho ordinato (senza saperlo) un’insalata di spinaci crudi, che non avevo mai visto nè tantomeno assaggiato fin’ora! Il piatto si è rivelato buonissimo: spinaci, noci e una salsina agrodolce che li rendeva deliziosi, very good!! Finita la cena torniamo al lodge di Pacific Grove : la stanza è carina e la temperatura bassina...appena 18 gradi...ma sarà forse una delle ultime volte che potremmo godere del fresco in questo viaggio..buona notte!
Golden Gate nella nebbia
Giorno 522 ago 2007
Sequoia
Oggi ci aspetta una giornata di macchina per raggiungere il Sequoia Park, quindi ci alziamo piuttosto presto. Facciamo colazione nella reception del lodge ( non hanno altri spazi), praticamente in piedi e chiediamo informazioni al ragazzo della reception su quanto tempo secondo lui ci vuole per raggiungere il Sequoia park, ma lui fa la faccia stupita e dice che non c’è mai stato e non ha la minima idea di dove si trovi....mah! forse abbiamo pronunciato male il nome e non ha capito. Comunque, alle 8 e 30 siamo già pronti in macchina e partiamo. Verso le 10 facciamo una tappa a Los Banos, a circa metà strada e poi ripartiamo: alle 12 e 30 arriviamo a Three Rivers, all’ingresso del parco, dove abbiamo l’albergo.
Decidiamo di fermarci a pranzare in un baretto del posto ( in questi paesini non c’è veramente niente...) dove conosciamo due famigliole milanesi come noi che stanno facendo il tour opposto al nostro, infatti arrivano dalla Death Valley e sono diretti a San Francisco. Dopo il pranzo ci dirigiamo al parco e alle 14 arriviamo all’ingresso; compriamo l’Annual Pass che, al costo di 80 $ ci darà accesso alla visita di tutti i parchi degli States ( tranne quelli in territori indiani) ed entriamo nel Sequoia. Il paesaggio è montuoso,ma fa anche molto caldo, cosa che non ci aspettavamo, vista l’altitudine e la presenza di così tanta vegetazione. Inizialmente la strada sale con alcuni tornanti e gli alberi sono ancora “normali”, tipo quelli delle nostre montagne, poi siamo costretti a fermarci per un pò causa lavori in corso sulla strada. Ripartiamo.
Curva dopo curva il paesaggio cambia, gli alberi si alzano e le sequoie appaiono in tutta la loro maestosità: siamo all’interno della Giant Forest, il regno degli alberi più grandi del mondo. La strada porta al museo del parco, davanti al quale stanziona The Sentinel, quindi scendiamo e facciamo qualche foto. Poi riprendiamo la macchina verso il Generale Sherman, la sequoia più grande, che si trova poco più avanti e si raggiunge a piedi da un sentiero nel bosco: e dopo un pò di cammino, finalmente eccolo lì, circondato da un sacco di fotografi, come ogni star che si rispetti. Dire che sia maestoso è poco, è l’essere vivente più grande al mondo e anche la sua età di 2500 anni circa è di tutto rispetto.
Scattiamo foto ad ogni albero che incontriamo e percorriamo il Congress Trail, un tortuoso sentiero nel bosco: ad un certo punto mi rendo conto che ci siamo solo noi, non vedo altre persone, solo alberi...e se saltasse fuori un orso proprio adesso?? La moltitudine di cartelli con avvisi del tipo “ non date da mangiare agli orsi”, fa presumere che nel parco ce ne siano molti e non so come reagiremmo nel caso ne vedessimo uno... Torniamo alla macchina e mentre passiamo vicino a Moro Rock, un cervo ci attraversa la strada, ma è troppo rapido e non riesco a fotografarlo; allora proseguiamo, sperando di vedere altri animali e passiamo con l’auto sotto Tunnel Log, un tunnel ricavato da una sequoia caduta sulla strada nel 1937.
Sono ormai le 5 , decidiamo di uscire da questo meraviglioso parco e lasciamo le sequoia alle nostre spalle, avviandoci sulla strada verso Three Rivers, ma le sorprese non sono finite. Improvvisamente le auto davanti a noi rallentano e non capiamo il perchè, quando ad un certo punto, sul ciglio della strada vediamo sbucare una faccina nera: è un orso! Sembra un cucciolo, non è molto grosso, sbuca con la testa sulla strada e incurante delle macchine dei curiosi che si fermano a fotografarlo, sembra stia mangiando dei frutti da una pianta.
Lo riprendo con la videocamera, ma non facciamo in tempo a scattargli nessuna foto perchè la macchina dietro di noi, spazientita per il rallentamento, decide di superarci a tutta velocità, passa davanti all’orso che si spaventa e scompare nella boscaglia...che peccato, ma almeno la telecamera l’ha ripreso e lo inserirò sicuramente nel video di queste vacanze. Alle 19 arriviamo al lodge, facciamo il check-in, una doccia e usciamo cercando di trovare un posto per la cena. Decidiamo per un ristorante dove fanno la pizza (in alternativa c’è solo un messicano) e ceniamo in compagnia di americani che guardano appassionati un dibattito politico in tv. Poi torniamo verso il lodge e sulla via del ritorno un coyote ci attraversa la strada! Sono ormai le 11 e fa ancora un gran caldo: stanotte l’aria condizionata ci farà compagnia!
cable car
Giorno 623 ago 2007
Death Valley
23 agosto 2007 giovedi DEATH VALLEY Oggi sarà la tappa più massacrante: secondo le indicazioni di google mappe dovremmo impiegare 6 ore circa per raggiungere la Death Valley, così ci svegliamo molto presto. La colazione è ancora peggio di quella di Pacifi Grove: infatti consiste nell’andare alla reception, prendere una tortina dal cesto messo sul bancone, tornare in camera e farsi un fantastico tè o caffè con la macchinetta a vapore: ma dove sono finite la colazioni americane con uova e bacon e colesterolo a go-go??? Va beh, il lato positivo della faccenda è che facciamo in fretta a mangiare e poco dopo usciamo dalla stanza pronti per partire.
Come già detto la strada sarà lunga: viaggeremo tutto il girono direzione Valle della Morte, arriveremo a Furnace Creek, dove dormiremo stanotte, solo a pomeriggio inoltrato, quindivderemo i vari punti della valle domani mattina, con un pò di fresco...si spera. Alle 8 e 30 partiamo da Three Rivers, percorriamo un pò di strada e ci allontaniamo dai paesaggi del Sequoia fino a quando il nulla ci circonda: non c’è niente, solo il deserto! Arriviamo a Mojave, un paesello nel centro del deserto omonimo, alle 12 e 30, giusto per il pranzo.
Mojave è quello che si può definire una vera “town” americana da film western: una strada larga quanto le nostre autostrade, un paio di benziani, otto o nove fast food (immancabili, ci sono OVUNQUE) , due costruzioni che definire “abitazioni” mi sembra eccessivo, un caldo infernale...e basta! Come facciano a chiamare queste agglomerati “paesi”, non me lo spiego...se gli americani venissero a vedere dove viviamo noi, secondo me si spaventerebbero. Il centro degli USA che vedremo anche nei giorni seguenti è tutto così: queste strade larghe, deserte, con attorno niente, solo asfalto, deserto e nuvole....e io che continuo a fare foto alla strada, perchè per me è così strano vedere tanto spazio vuoto tutto insieme, sono visioni a cui noi non siamo abituati..
Comunque, a Mojave pranziamo da Dennis, una catena di fast food che apprezziamo, dato che possiamo mangiare anche insalate e non solo il solito hamburger e patatine. Alle 13 ci rimettiamo in marcia e alle 15 e 30 entriamo nel parco della Death Valley, dopo aver attraversato un deserto di Joshua Tree questi strani arbusti che sono una via di mezzo tra un albero e un cactus. La strada che conduce alla Death Valley è allucinante: non c’è nessuno, nel tragitto che dura un paio di ore icontriamo forse cinque altre auto. Davanti a noi c’è solo la strada ed è un serpente nero che ad un certo si perde nel nulla, tanto che l’occhio non ne vede la fine...è incredibile. L’entrata nel parco della Death Valley è segnalata solo da un cartello, non ci sono i rangers a chiedere il biglietto, poi la strada prosegue per un pò fino a quando comincia a scendere e si entra nella vera e propria valle.
Il termometro dell’auto segna 105 gradi....ovvero almeno 35°! Usciamo per scattare qualche foto a questo nulla infernale e affascinanate allo stesso tempo, e la sensazione è quella di stare dentro un forno: non avevo mai sentito un caldo così, anche se molto secco e ventilato è davvero incredibile e mi ricorda molto il deserto australiano, quando eravamo a Uluru e alle Olgas, ma adesso non saprei dire in quale dei due casi era peggio. Il primo agglomerato di case e lodge che troviamo è Stovepipe Wells, poco dopo il quale troviamo le omonime dune di sabbia: sono uno spettacolo, sabbia fine, chiara, quasi bianche e sarebbe bello raggiungerle a piedi se questa temperatura lo permettesse... Alle 17 e 30 arriviamo a Furnace Creek, al ranch dove dormiremo e la temperatura è di 115°F....48° Celsius.....infernale: adesso si capisce il perchè del nome di questa valle.
Mentre facciamo il check in alla reception del ranch, notiamo un gruppo di grossi corvi, che immobili e con il becco aperto cercano un pò di refrigerio: è incredile, sembrano delle statue..è evidente che anche per loro, sebbene abituati a vivere in questo posto, la temperatura è poco sopportabile. Andiamo in camera per rinfrescarci un attimo, ma poi decidiamo di uscire. Avevo letto in uno dei tanti racconti di viaggio, che vedere il sentiero detto Artist Drive al tramonto è il momento migliore. Così usciamo e ci dirigiamo verso questo sentiero, che si trova a circa mezz’ora dal ranch. Dalla strada principale si imbocca una stradina a senso unico sulla destra e ci si trova per cira venti munuti immersi in un altro mondo: ci sono solo montagne rocce con colori dal rosso, all’arancione al marrone, molto belle.
Ma il tripudio di colori si ha una volta arrivati all’Artists Palette: una roccia che sembra davvero una tavolozza dove un pittore ha mischiato i colori: ci sono sfumature verdi, azzurre, gialle, rosa e marroni, per via della presenza di minerali nella roccia., davvero belle e con la luce del tramonto l’illuminazione è perfetta. Proseguiamo poi per il sentiero fino a quando si esce di nuovo sulla strada principale e fotografiamo la roccia detta Mushroom Rock che, da che mi ricordo da altre foto, deve essersi rotta di recente, perchè è la metà di come me l’aspettavo. Torniamo poi verso il ranch e ceniamo all’ottima steakhouse, molto bella e dove abbiamo mangiato ottima carne.
Usciamo dalla steakhouse, facciamo un giretto nel negozio di souvenir dove mi compro il mio cappello da cowgirl e quando usciamo dal negozio diamo un’occhiata al termometro sotto il portico: segna ancora 48°!! Buonanotte...
Sausalito
Giorno 724 ago 2007
DEATH VALLEY - LAS VEGAS
24 agosto 2007 venerdi DEATH VALLEY - LAS VEGAS Alle 6 ci svegliamo, dobbiamo approfittare del fatto che non c’è molto caldo per vedere la valle. Dopo colazione e check out partiamo, alla volta del Devil’s Course Golf, il campo da golf del diavolo: si tratta di una distesa di sale impressionante. Ci sono solo buchi creati dal sale e se si sta in silenzio sembra di sentire intorno il rumore del sale che si spacca. Lasciata questa immensa distesa di sale, proseguiamo sulla strada principale verso Badwater Basin, il punto più basso sotto il livello del mare degli Usa. È un’immensa depressione 85 metri sotto il livello del mare che ha un non so che di tetro: è acqua salata, non bevibile, ma non velenosa per gli esseri umani. Nonostante sia mattina presto incontriamo due auto di italiani, quindi non possiamo godercelo da soli, ma almeno è tutto in ombra, quindi non moriamo di caldo.
Proseguiamo poi verso Zabriskie Point , dove le rocce hanno un colore diverso da tutto il resto della Death: sono giallognole, bianche, sembra gelato alla crema spalmato sulle montagne tutte intorno, è davvero un bello spettacolo. Ultima tappa della valle dela morte è il punto più alto di osservazione, ovvero il Dante’s View, così chiamato perchè da quassù sembra di vedere davvero l’inferno di Dante:la valle si estende tutta sotto di noi, in tutta la sua maestosità ed è di una desolazione allucinante, sembra la luna. Lasciamo la Death Valley, che comunque ci è piaciuta molto, dato che è un posto piuttosto unico nel suo genere e alle 9 e 30 partiamo direzione Las Vegas. Usciamo dal parco dalla parte opposta rispetto quella da cui siamo venuti, e dopo pochi kilometri dall’uscita del parco, passiamo il confine col Nevada.
Ci fermiamo a fare una pausa ad Amargosa, in una stazione di servizio che sembra uscita da un film western, tutto rivestita di legno e con all’interno una riproduzione della cartina della Route 66. Dopo ore di deserto e di nulla arriviamo a Las Vegas: il traffico aumenta, compaiono casinò ovunque e la città appare all’orizzonte, davanti a noi. Andiamo all’Excalibur, dove passeremo questa notte: si tratta di un albergo a forma di castello medievale, bianco con le torri colorate. Questa città è incredibile, ma me la immaginavo esattamente così.È un parco di divertimenti per adulti, con questi alberghi pazzeschi che andrebbero visti tutti, se ci fosse il tempo, e casino e divertimenti di ogni genere.
Purtroppo le prime ore a LV le passiamo in una clinica di primo soccorso dove il medico prescrive a Fra antibiotici e antistaminici per guarire da quella che lei definisce una vera e propria infezione: la causa , alla quale abbiamo pensato anche noi, poteva essere solo un insetto, forse pulci rimediate all’albergo di San Francisco ( ecco perchè non consigliamo di soggiornarci). Dopo questo fuori programma, che però almeno tranquillizza Fra visto che ora abbiamo le medicine da prendere, ci fermiamo a pranzare all’Harley Davidson Cafè, un locale sulla strip, al cui interno le moto si muovono lungo le pareti su una specie di binario sospeso..che posto....
Distrutti e accaldati (anche qui , a quest’ora del pomeriggio, si sfiorano i 45°) torniamo in albergo: prima di raggiungere le stanze, in qualsiasi albergo di LV, bisogna passare tra le slot machines e i tavoli da gioco, affollatissimi nei giorni di w-e come questo. Ci riposiamo in camera per un pò, poi usciamo e iniziamo a vedere gli alberghi: alcuni, come il Mandala Bay, il Luxor e l’Excalibur sono collegati da un trenino monorotaia sospeso, senza autista che va avanti e indietro trasposrtando le persone. Altri invece sono collegati da ponti, come il New York- New York e l’Excalibur o il Bellagio e il Caesar Palace.
Sono tutti stupefacenti e in particolare visitiamo il NY-NY, riproduzione della città con statua della libertà, Brooklyn Bridge e grattacieli; il Bellagio, il cui spettacolo di fontane la sera è davvero impressionante, il Mirage, il Tresure Island e il Venetian, il più spettacolare di tutti: riproduce Venezia sia all’interno che all’esterno, con i canali e i gondolieri che cantano in italiano e una volta celeste che dà l’impressione che sia sempre giorno....sono magnifici questi alberghi, non c’è che dire... Decidiamo di fermarci proprio al Venetian per cena e mangiamo sulle rive del “canal” in un ristorante messicano.
Poi torniamo, ma la stanchezza accumulata oggi è talmente tanta che decidiamo di prendere un taxi: facciamo amicizia con il taxista di origini etiopi che ci dice di essere stato in Italia, a Parma, dove ha mangiato il formaggio più buono della sua vita e ci dice anche di essersi stupito di quanto veloci siano i treni italiani....un tipo davvero simpatico.
granchi al Fisherman
Giorno 825 ago 2007
BRYCE CANYON
Oggi ci svegliamo con un pò più di calma e ci godiamo una bella colazione sostanziosa all’Excalibur. Alle 10 salutiamo Las Vegas, anche se tra qualche giorno ci ritorneremo, quando saremo quasi alla fine del nostro viaggio, di ritorno dal Gran Canyon. Lasciamo il Nevada ed entriamo nello Utah: questo dicono che sia un stato bellissimo e già ce ne accorgiamo da come il paesaggio cambia: il Nevada è davvero poco peasaggistico, solo deserto, qui invece ci sono rocce, montagne e una temperatura decisamente più gradevole. Sulla strada verso il Bryce, decidiamo di prendere la deviazione verso lo Zion Park: non avevamo in programma di vederlo, per mancanza di tempo, ma visto che si trova esattamente sul nostro percorso e che siamo in anticipo per il Bryce, decidiamo di passarci attraverso.
Lo attraversiamo tutto rimanendo sulla strada 9 e devo dire che è stato un piacevole fuori programma: lo Zion ha montagne di colore rosso-arancione davvero belle e passiamo anche sotto un paio di tunnel e un altro paio di gallerie scavate nella montagna, molto particolari. Laciato il parco, ci rimettiamo in strada per il Bryce, ma inizia a piovere: siamo speranzosi di lasciarci le nuvole alle spalle e di arrivare la Bryce in tempo per vederlo all’asciutto. Arriviamo alle 16 a Ruby’s Inn, il paese (si fa per dire) dove alloggeremo stanotte e poi entriamo poco più avanti nel Bryce, dopo aver attraversato il solito cancelletto con in rangers. La strada che porta ai vari punti panoramici del canyon è all’interno di un bosco, ma non si può immaginare cosa ci sia una volta oltrepassati gli alberi.
Il primo punto di osservazione dove ci fermiamo è il Sunset Point; parcheggiamo l’auto e facciamo pochi passi a piedi, fino a quando lo spettacolo si spalanca davanti a noi: un immenso anfiteatro di rocce che sembrano stare in piedi come tanti soldati di un vasto esercito con gradazioni di colore dal giallo al rosso, passando per il rosa e l’arancio: è spettacolare, forse il posto più bello che abbiamo visto fin’ora. Scattiamo foto ad ogni passo e scendiamo un pochino lungo il sentiero che permette di addentrarsi nel canyon e vedere queste meraviglie da vicino. Sembra impensabile che l’acqua, il vento e la sabbia possano creare una meraviglia come questa, ma tant’è. Lasciamo il Sunset point e ci dirigiamo anche all’Inspiration Point e poi al Bryce Point: si affacciano tutti sull’anfiteatro e lo spettacolo è davvero senza fiato.
Purtroppo le nuvole e la pioggia che scende all’orizzonte non risaltano il colore delle rocce, ma se sono già fantastiche così, chissà come appaiono baciate dalla luce del sole... Con gli occhi ormai colmi di meraviglia, torniamo verso il lodge che ci ospiterà per la notte: alla reception la signora ci dice che alle 7 ci sarà un rodeo poco lontano e noi decidiamo di andarci. Giusto il tempo di portare in camera le valigie e usciamo a piedi verso il posto dove fanno il rodeo: ci sediamo sugli spalti e aspettiamo.
Ci sono i cow boys con gli stivali con gli speroni, le montagne rosse del Bryce tutte intorno, il sole che piano piano si adagia all’orizzonte e un clima perfetto: questo sì che è West!!! L’idillio purtroppo si rompe all’improvviso con l’arrivo di un gruppo di chiassosi signori italiani, che cominciano a urlare e chiamarsi da ogni punto delle gradinate ( la famosa signora Maria), tanto da venire perfino richiamati dagli altri spettatori presenti: io mi irrito, ma perchè dobbiamo sempre farci riconoscere all’estero per essere chiassosi e maleducati??? Per fortuna lo spettacolo inizia ed è divertente vedere questi ragazzoni che fanno di tutto per rimanere in groppa a cavalli e tori anche solo per pochi secondi. Il rodeo dura circa un’oretta, inframmezzato da spettacolini per i bambini tenuti da un clown.
Torniamo poi verso il lodge e il ristorante, che si trova dall’altra parte della strada: facciamo un pò in fretta, sperando di evitare il gruppone di italiani chiassosi e prendiamo posto ad un tavolo: quando però ordiniamo due birre, la cameriera ci chiede i documenti. I documenti????? Ma dimostriamo meno di 21 anni???? Non ci possiamo credere, e pensiamo che sia una specie di obbligo a cui le si deve attenere ( lo Utah è lo stato dei mormoni, ok, ma che siano davvero così fiscali e bacchettoni??) : le facciamo vedere i passaporti, lei li controlla e poi se ne va. Io allora vedo se fa la stessa cosa con i tavoli vicini, ma sembrerebbe di no: quindi davvero pensava fossimo così giovani?? Finita la cena e bevuta la nostra birra (!) ce ne torniamo in camera: ci attende il meritato riposo dopo questa bella e intensa giornata.
porto di Monterey
Giorno 926 ago 2007
PAGE – ANTELOPE CANYON
Alle 7 ci alziamo, facciamo colazione a partiamo per Page. Alle 10 arriviamo a Page e fa piuttosto caldo, anche se il cielo non è limpidissimo e temiamo che la gita all’Antelope Canyon possa rovinarsi per via delle nuvole. Appena arrivati a Page scorgiamo il nostro albergo sulla sinistra, ma procediamo verso il centro del paese per cercare il posto dove organizzano le gite all’Antelope: sappiamo infatti che sono molto richieste, così pensiamo che prima prenotiamo, meglio è. Arrivati all’ufficio che organizza le gite, totalmente gestito dagli indiani Navajo (siamo all’interno del loro territorio), il ragazzo con cui parliamo ci dice che i primi posti disponibile sono per la gita delle 13 e 30, poi si ferma, ci ripensa, fa qualche calcolo con la calcolatrice e alla fine ci trova posto per la gita delle 11 e 30.
Meno male, penso io, perchè non avremmo saputo cosa fare fino alle 13 e 30 e poi anche perchè il tempo non sta migliorando e le nuvole minacciose vanno e vengono. Dopo la prenotazione della gita e in attesa che passi quest’oretta abbondante, decidiamo di andare in albergo a fare il check in. Il nostro albergo è l’Arizona Inn ed è completamente gestito da indiani: ci fanno il check in ma non ci danno la stanza, perchè è troppo presto, così usciamo e, ancora con le valigie in macchina, andiamo al più vicino Mc Donald a mangiucchiare qualcosa. Dal piazzale del Mc Donald, che si trova piuttosto in altro, come del resto tutta l’intera Page, vediamo la diga e il Lake Powell. Alle 11 e 20 ci presentiamo puntuali al luogo di ritrovo: ci fanno salire sui loro pick up che hanno una decina di posti e partiamo.
Per arrivare al Canyon si fanno un paio di miglia fuori da Page, poi si imbocca una strada sterrata ( ecco perchè usano il pick up) e alla fine si arriva in mezzo ad alcune rocce fino a quando i pick up si fermano in un parcheggio, noi scendiamo e vediamo l’entrata del canyon davanti a noi: una grossa fessura in una roccia. Purtroppo, come mi aspettavo, c’è molta gente, oltre che alla nostra gita, anche alle gite precedenti che stanno uscendo dal canyon...quindi c’è un via vai di gente che avrei preferito evitare.
Comunque, nonostante la folla ci addentriamo nella fessura della roccia e davanti a noi si apre un mondo nuovo: la roccia, modellata dal vento e dall’acqua ha un aspetto levigato, sembrano tanti foulard stesi al vento e i colori...i colori sono indescrivibili....Rosso, rosa, arancio, marrone, ocra, sabbia, le tonalità più disparate che cambiano quando la luce arriva e quando se ne va. Io ho in mano la telecamera e Fra sta facendo le foto ed è un continuo scattare: peccato che non sempre si riesca a evitare le teste delle persone, ma anche così le foto poi saranno bellissime. È un posto incantevole, andrebbe visitato in totale solitudine per apprezzarlo al meglio e per scattare foto che non comprendano altre persone, cosa che per noi adesso è impossibile.
La luce e le rocce fanno strani giochi, per cui si vede un occhio che piange, un uccello che vola e un orso: le guida Navajo lanciano la sabbia rosa, che si trova sul suolo del canyon, verso l’alto e il fascio di luce che penetra dall’altro diventa ancora più chiaro che mai.....e evoca qualcosa di mistico, quasi di religioso. All fine del canyon si esce alla luce del sole: la guida ci dice che abbiamo 20 minuti ancora prima di partire e che quindi possiamo fare quello che vogliamo,. Noi, ovviamente, torniamo nel canyon, perchè la meraviglia è tutta lì, non certo all’esterno: lo ripercorriamo tutto e scattiamo ancora foto, mentre la luce, che è proprio a picco sopra di noi, nonostante le nuvole, riesce ad intrufolarsi fra le rocce e ci regala questo spettacolo della natura, forse unico al mondo.
Alle 13 circa si riparte verso Page, con gli occhi ormai colmi delle meraviglia appena viste e torniamo alla base. Visto che è ancora presto per andare in albergo, decidiamo di proseguire la nostra gita lungo il fiume Colorado e il lago Powell, così andiamo a vedere un luogo che mi incuriosisce, un luogo fondamentale per la storia del libro di Faletti che ho appena finito di leggere. Si tratta dell’Horseshoe Bend, l’ansa a forma di ferro di cavallo che il fiume colorado disegna nel suo lento scorrere. Arriviamo al parcheggio e lasciamo l’auto: per arrivare all’Horseshoe bisogna infatti percorrere un sentiero di cira un quarto d’ora, completamente sotto il sole, prima di poterlo vedere.
Dopo la camminata, quasi tutta in piano, arriviamo ad affacciarci sul bordo del precipizio e l’enorme roccia appare davanti a noi: devo dire che fa un certo effetto, sia per lo strapiombo che ci troviamo davanti sa per la maestosità del fiume che qui ha davvero modellato talmente tanto la roccia che sembra fatto apposta. Facciamo qualche foto, mentre io penso alle scene del libro di Faletti e poi ritornaimo verso la macchina : io ho quasi un mancamento per via del caldo e del sole che picchia forte, tanto che appena arrivati all’auto mi devo riprendere un attimo.... Passato il momento “no”, ripartiamo verso Page e andiamo in albergo, dove finalmente ci danno la stanza: la camera è molto grande, pulita e con i soffitti altissimi! Ci riposiamo, siamo esausti e il caldo è soffocante.... Ci svegliamo dal riposino che sono ormai già le 17 e dopo una doccia, ci riprendiamo e usciamo.
Vogliamo farci un giro verso il Lake Powell e ci avviamo, anche se all’orizzonte ci sono nuvole grige che minacciano pioggia. Arriviamo fino alla diga sul fiume, scattiamo alcune foto, mentre si alza il vento e poi ci addentriamo verso il lago: in realtà anche qui ci sono i ranger che ci chiedono il pass prima di farci entrare verso il lago. Arriviamo fino al primo paesello, dove ci si imbarca per fare le gite sul lago, facciamo un giro in auto, ma torniamo quasi subito verso Page perchè sta cominciando a piovere seriamente. A Page ceniamo in una steakhouse vicino all’ufficio dove organizzano le gite per l’antelope e poi torniamo in albergo a fare la nanna.
strada....
Giorno 1027 ago 2007
MONUMENT VALLEY
Dopo la colazione, lasciamo l’albergo: nelle nostre intenzioni c’è quella di fare un giro verso il Lake Powell, per lasciarci la Monument Valley al pomeriggio, il momento migliore per vederla, ovvero con la luce del tramonto Ci dirigiamo per la seconda volta verso il lago, ma inizia a piovere prima piano, poi sempre più forte: vediamo, si fa per dire, vista la pioggia scrosciante, un pezzettino di lago, ma poi decidiamo di lascia perdere dato che siamo nel bel mezzo di un temporale e piove talmente forte che non si vede niente fuori dai finestrini. Non sappiamo cosa fare, dato che è ancora presto per arrivare alla Monument, ma non possiamo nemmeno rimanere a Page sotto il diluvio universale! Così, dopo un rapido consulto, decidiamo che è meglio dirigerci verso Kayenta, il paesello all’inizio della strada verso la Monument, sperando che la pioggia non ci segua fino là.
Il viaggio verso Kayenta lo facciamo quasi tutto sotto l’acqua e arriviamo alla meta alle 11 e 30; qualche nuvola si apre nel cielo e noi, speranzosamente, facciamo una tappa al Burger King per il pranzo. Appena usciamo, però, ricomincia a piovere: non ci sembra il caso di vedere la Monument sotto l’acqua, ma cosa possiamo fare? Io dò un’occhiata alla cartina, ma non vedo alternative su una possibile meta che ci tenga occupata la giornata, in attesa che smetta di piovere. Ad un certo punto, però, vedo che sulla mappa è segnalato il Four Corners, il punto dove di incontrano 4 stati (Utah, Arizona, Colorado e New Mexico) e non sembra lontano. Ho visto qualche foto prima di partire che parlava di questo punto, unico negli USA, dove i confini (linee rette) di questi 4 stati si incontrano perfettamente: non è niente di che, ma almeno è una curiosità che vale la pena vedere.
Arriviamo al punto del Four Corners sotto l’acqua: entriamo ( pagando ben 6 dollari) facciamo un paio di foto in fretta e furia e poi ripartiamo; da Kayenta abbiamo impiegato quasi due ore per arrivare qui, vedere questo quadrato metallico sul terreno che indica gli stati, per poi tornarcene indietro. Un pò delusi e depressi per le avverse condizioni meteorologiche, torniamo verso la Monument Valley. Finalmente, ormai quasi arrivati a Kayenta, scorgiamo davanti a noi un pò di sole...le nuvole sembrano essersi sfogate abbastanza e forse adesso se ne andranno definitivamente. Sono ormai le 15, quindi ci dirigiamo verso l’ingresso della Monument.
La strada che conduce alla Monument Valley è lunga qualche miglio e si trova a cavallo fra Arizona e Utah: le prime due formazioni rocciose che si incontrano sono the Sentinel, sulla destra e l’indiano Seduto sulla sinistra, ormai illuminate dal sole che sta facendo capolino tra le nuvole. Poi, nel mezzo del nulla, le rocce aumentano di numero, fino a quando un’indicazione stradale ci segnala l’ingresso della Monument sulla destra: svoltiamo e arriviamo al gabbiotto dove la signora indiana ci fa pagare il biglietto ( qui siamo in territorio Navajo quindi il nostro Pass non vale) e ci avvisa che, a causa delle forti piogge, la strada per la Valley è chiusa...che peccato.
Decidiamo però lo stesso di entrare e arriviamo fino al Visitors Center, oltre il quale non si può andare se non con le visite guidate: per farla breve, gli indiani organizzano le gite all’interno della valle per vedere i monoliti da vicini, ma non è obbligatorio seguirli, anzi, si può anche usare la propria auto e fare il loro stesso percorso, ma oggi, causa piogge, è proprio questa seconda possibilità che ci viene negata. Dal visitor center però, possiamo comunque vedere le Three Sisters: queste tre rocce gemelle, viste in chissà quanti film western, sono lì davanti a noi e scattiamo un sacco di foto con questo sfondo, mentre le nuvole disegnano le loro ombre sul terreno umido e sulle rocce stesse.
Sono davvero belle e rimaniamo incantati per un pò a guardale e ammiriamo anche tutte le rocce intorno che si sollevano dalla valle, che, in realtà, più che essere una valle è una vera pianura sconfinata. Poi, non sapendo cosa fare e non volendo fare la gita con gli indiani, decidiamo di tornare sulla strada principale e proseguiamo in direzione opposta a Kayenta. La Monument si vede anche da qui e, anche se meno bene, si può godere di uno splendido panorama. Poi penso a dove può essere stata scattata la foto che ho sul desktop del pc dell’ufficio, ma non riesco a trovare il punto esatto. Ad un certo punto, tre grosse rocce, una diversa dall’altra, si profilano sulla strada davanti a noi e mi evocano un’immagine nota: sono loro!! Sono le rocce che cercavo, ma la posizione non mi convince.
Proseguiamo quindi sempre nella stessa direzione, le superiamo lasciandole sulla nostra destra e poi scompaiono. Sono quasi rassegnata a non vederle più, quando invece, quasi magicamente, ricompaiono nello specchietto retrovisore e adesso sì, riconosco l’immagine che da mesi ho ogni giorno davanti gli occhi. Le rocce sono lì e la strada, drittissima, ad un certo punto curva bruscamente a destra..e mi viene in mente la scena di Forrest Gump quando lui dice “ ..adesso voglio tornare a casa”. Facciamo le solite foto, ma le rocce sono in ombra, quindi ci ripromettiamo di tornare lì il mattino dopo per fare le foto con la luce giusta. Ritorniamo poi verso Kayenta, dove, a parte qualche casupola e i soliti fast-food, non c’è veramente niente.
Andiamo al nostro albergo, l’Holiday Inn e mentre facciamo il check in ci accorgiamo che il territorio Navajo adotta lo stesso orario dello Utah, quindi un’ora avanti rispetto l’Arizona, dove ci troviamo. Così, all’improvviso ci troviamo proiettati un’ora più avanti: sono già le 19 e dopo aver portato le valige in camera, torniamo al ristorante dell’albergo per cenare..anche perchè non abbiamo alternative....il paesello non sembra offrire granchè. Ceniamo in tutta tranquillià (senza birra, perchè non ne hanno..mah) e facciamo amicizia con un vecchietto americano di origini spagnole, in viaggio con moglie e figlia. Il signore è davvero simpatico, sembra un attore americano, di quelli usciti da un film western: probabilmente gli ispiriamo simpatia, tanto che ci racconta di aver viaggiato tutta europa e di conoscere bene sia l’Italia che la Spagna.
roccia a fungo
Giorno 1128 ago 2007
GRAN CANYON
Alle 9 e 30 (Navajo time) e dopo la colazione ( senza zucchero, perchè non ce n’è più...) partiamo da Kayenta verso il Gran Canyon, l’ultima tappa “nella natura” di questo viaggio. Alle 10 arriviamo alla città di Tuba a metà strada e alle 11 entriamo nel Gran Canyon National Park, dall’entrata est: al solito gabbiotto incontriamo un ranger simpatico che dopo aver capito che siamo italiani, ci mostra orgoglioso il suo tatuaggio sul braccio sinistro: un cavallino rosso con sotto la scritta “Ferrari”! Il parco dove si trova il Gran Canyon è davvero immenso, pieno di turisti come non mai, ma sorprendentemente verde: è un vero e proprio bosco, con cervi e scoiattoli, mentre ce lo immaginavamo roccioso e brullo. Il primo punto di osservazione che vediamo è il Desert View: il Canyon appare per la prima volta ai nostri occhi come uno strapiombo di cui non si vede la fine, ed è molto suggestivo.
Poi torniamo alla macchina e proseguiamo la visita verso gli altri punti panoramici che incontriamo sulla strada: Moran Point, Gran View Point e l’ultimo e frequentatissimo Mother Point e tutti offrono una visuale piuttosto ampia e suggestiva del Canyon. Alle 13 arriviamo al Gran Canyon Village, l’agglomerato di alberghi e lodge (tra cui il nostro) che sorge sulle sponde del Canyon, qui al South Rim. Pranziamo all’interno del self service del nostro albergo, il Maswik Lodge e facciamo il check-in, poi ci riposiamo un pò in camera. Verso le 15 usciamo di nuovo, decisi ad esplorare il Canyon in qualche altro modo che non sia la solita vista da uno dei tanti punti panoramici che, a dire il vero, non ci soddisfa più di tanto.
Partiamo decisi a percorrere il Rim Trail, il percorso che costeggia il cayon e che sembra adatto alle nostre gambe da turisti non troppo allenati, ma ben presto ci rendiamo conto che la vista è sempre la stessa, quella già vista e rivista al mattino dagli altri punti panoramici. L’alternativa potrebbe essere quella di scendere nel canyon a piedi o a dorso di mulo, ma qui le guide sconsigliano di fare il tutto in un giorno, e poi noi di certo non siamo così sportivi da voler tentare l’impresa. Allora pensiamo che l’unica alternativa sarebbe quella di vedere il Canyon dall’alto, in elicottero. Al Village, dove ci troviamo adesso, non fanno gite in elicottero; bisogna uscire dal parco e recarsi a Tusayan . Così partiamo, pensando che comunque sarà difficile trovare posto, dato che pare che le gite si debbano prenotate mesi prima per essere sicuri di trovare posto.
Usciamo dal parco e arriviamo in 10 minuti a Tusayan, dove non fatichiamo a trovare l’aeroporto; arriviamo, entriamo, chiediamo se hanno posto e ci trovano subito due posti per il volo che parte alle 16;50, cioè esattamente 10 minuti dopo!! Siamo emozionati e increduli....ma davvero così presto? Neanche il tempo di abituarsi all’idea e ci troviamo sull’elicolttero pronti a partire, noi e altri quattro ragazzi tedeschi. Mi fanno accomodare proprio di fianco al pilota, indosso le cuffie e l’elicottero piano piano si stacca da terra e prende quota sempre di più.
Vedo gli alberi sotto di me diventare grandi come un praticello d’erba e dopo pochi minuti, in lontananza, il “prato” finisce e inizia la roccia: in men che non si dica siamo dentro il canyon, lo strapiombo è sotto di noi e mi viene un brivido lungo la schiena, non so se per la paura di trovarmi sospesa per aria o per l’emozione dello spettacolo della natura che si trova sotto i miei piedi! Il giro con l’elicottero dura circa 30 minuti ed è davvero bello: finalmente vediamo il Colorado scorrere sul fondo del canyon e ci sembra quasi un rigagnolo d’acqua, mentre le rocce intorno a noi assumono diverse tonalità di colore, tanto da sembrare dipinte da un pittore.
Soddisfatti per il nostro giro, torniamo alla base e compriamo la foto con tanto di diplomino della Papillon che attesta che siamo stati protagonisti di questa esperienza fantastica, da fare almeno una volta nella vita (ma solo una volta, visto anche quanto costa!!) Soddisfatti del nostro tour ( anche se io mi arrabbio quando scopro che la mai cuffia non funzionava e che così mi sono persa tutta la spiegazione, ufff...) torniamo dentro al parco e decidiamo cosa fare per cena. Dopo il solito consulto familiare, decidiamo di tornare a Tusayan e ceniamo alla famosa steakhouse Yippee-Ei-O! Un posto carino, dove mangiamo un’ottima carne servita da camerieri con capello e camicia da veri cowboys!!
Antelope Canyon
Giorno 1229 ago 2007
LAS VEGAS
Ore 9: lasciamo il Gran Canyon e ci dirigiamo verso la nostra penultima tappa, Las Vegas. Torniamo dopo qualche giorno nella città del divertimento perchè è una buon punto di appoggio vicino ad una serie di parchi naturali e serve anche per riposarci e farci coccolare nei bellissimi alberghi. Percorriamo la strada a sud del Gran Canyon e passiamo da Williams e facciamo pausa pranzo a Kingman, da Dennys. Alle 14, dopo molto deserto e dopo aver attraversato la diga Hoover Dam, torniamo in Nevada e alle 15 arriviamo a Las Vegas. Questa volta dormiamo al Luxor, un altro hotel davvero spettacolare: dormiamo dentro la piramide e la nostra stanza ha una parete inclinata. Trascorriamo un’oretta nella piscina del Luxor, molto bella, per cercare di combattere il caldo, poi usciamo.
Notiamo subito come ci sia in giro molta meno gente oggi rispetto al week end e come questo ci consenta di camminare più tranquillamente. Facciamo il solito giretto per gli alberghi e questa volta vediamo il Paris, il Caesar Palace e ancora il Bellaggio. Vegas è una città che va vista, non c’è che dire, ma a noi che ci siamo tornati per la seconda volta, sembra già di conoscerla come le nostre tasche. Ceniamo al Paris dove mangio una fantastica “zuppa di pesce” alla francese, poi sulla via di ritorno verso il Luxor, prendiamo il trenino dall’Excalibur e finiamo per sbaglio dentro al Mandala Bay: gli diamo un’occhiata veloce e poi torniamo verso la nostra camera attraverso un passaggio che collega i due alberghi.
le tre sorelle
Giorno 1330 ago 2007
los angeles
Ci svegliamo alle 8 e 30 e lasciamo Las Vegas e il Nevada: torniamo in California, direzione Los Angeles. Attraversiamo il deserto del Mojave e ci fermiamo a Baker per una pausa, poi riprendiamo direzione Calico. Arriviamo a Calico a mezzogiorno, sotto un sole cocente: l’entrata alla cittadina si paga, dopodichè si entra nel paese vero e proprio. Calico è una vera cittadina del far west, restaurata ma originale: la giriamo per un pò, anche se, vista la moltitudine di turisti, ci sembra più finta che vera. Ripartiamo verso LA, ma decidiamo di percorrere un pezzettino della mitica Route 66: prendiamo la deviazione a Lenwood e ci immettiamo sulla strada. Anche se si tratta di un pezzo di storia americana è una strada come le atre, piuttosto deserta e isolata, se non fosse che ogni tanto c’è un segnale stradale o un cartello che ci ricorda dove siamo.
Molto caratteristico abbiamo trovato un cimitero di bottiglie, letteralmente appese a dei pali, una specie di museo a cielo aperto, una forma d’arte “ dedicata alla memoria di quelli che hanno vissuto e che sono morti sulla madre di tuttte le strade” Dopo aver percorso tutto il tratto dell Route 66, ci immettiamo di nuovo sulla freeway 15 verso Los Angeles. Arriviamo ad LA alle 14, ma l’autostrada è piuttosto trafficata, c’è molta gente e tanto traffico, tanto che arriviamo a Santa Monica che sono ormai le 16 del pomeriggio. Percorriamo la Lincoln street verso Marina del Rey, fino a quando troviamo ( o almeno, pensiamo di aver trovato) il nostro albergo;una volta alla reception però, il signore ci spiega gentilmenet che l’albergo presso il quale abbiamo prenotato è il Marina del rey International , mentre loro sono il Marina del rey Hotel.
Peccato, pensiamo noi, visto che questo albergo era proprio bello, sulla darsena di Marina del Rey . Il tipo ci spiega anche dove si trova il nostro albergo, che in effeti troviamo, non molto lontano ed è comunque carino. Dopo aver preso possesso della camera andiamo a Santa Monica . Arrivati sul lungomare di Santa Monica, parcheggiamo nel parcheggio sotterraneo di un albergo e poi facciamo u giro sul lungomare , molto carino, con le palme e l’erba appena tagliata,...ma pieno di barboni. Percorriamo a piedi il molo fino alla fine, dove si trova il luna park e i vari negozietti di souvenirs, nonchè alcuninpescatori che pesacno direttamente in mare. Poi decidiamo di scendere in spiaggia e ci rilassiamo un pò al sole della california sulla spiaggia di Santa Monica, vicino alla casupole del baywatch e circondati da un sacco di gabbiani.
Trascorriamo così qualche ora del pomeriggio, poi torniamo verso il lungomare e ci addentriamo nella cittadina. Santa Monica ha un bel centro con area pedonale, dove è piacevole passeggiare, e dove ci sono diversi negozietti, tra cui quello della Apple, dove ci fiondiamo per usare internet e controllare la posta. Decidiamo poi di cenare in un ristorante italiano, “Al lago”, dove facciamo la conoscenza di Pasquale, ex bancario napoletano trasferitosi in California per amore o per soldi, non capiamo bene....e non capiamo anche altre cose che ci dice, dato che si contraddice più di una volta. Usciti dal ristorante, dopo un’ottima cena di cucina italiana, passeggiamo fino a quando raggiungiamo la macchina e torniamo in albergo.
Bryce Canyon
Giorno 1431 ago 2007
LOS ANGELES
Dopo una lentissima colazione in albergo ( lenta perchè il cameriere, da solo, ha impiegato tanto tempo per servirci), usciamo alla scoperta di LA in auto. Ci dirigiamo a Santa Monica e da lì prendiamo l’omonimo boulevard che passa dal downtown e poi arriva a Beverly Hills. Il famoso quartiere, reso celebre anche da un telefilm che ha caratterizzato la mia adolescenza, è proprio come lo si vede nei film, pulito e ordinato, tanto da sembrare un pò finto. Parcheggiamo in un parcheggio sotterraneo e poi ci incamminiamo per la famosa Rodeo Drive:è una bella via, con tanti negozi, quasi tutti di marche italiane, ma piuttosto deserta a quest’ora, forse perchè è presto. Dalla Rodeo Drive, poi, ci si infila nella Via Rodeo, una parte pedonale della stessa strada, molto carina, con bei negozi, panchine e lampioni fiorati.
Lasciata la Rodeo Drive ci incamminiamo verso Beverly Hills e con la macchina facciamo un tour tra le bellissime ville di questo quartiere famoso in tutto il mondo. Alcune case sono molto belle, ma altre sono davvero spettacolari: giardini curati, tutto pulito..e si vede solo qualche giardiniere intento a pulire o qualche gruppo di muratori impegnati a costruire nuove lussuose dimore. Lasciamo Beverly percorrendo il Sunset Boulevard direzione Hollywood e arriviamo dopo poco al quartiere delle star. In realtà non è un granchè, è un pò deludente e la sera pare sia mal frequentato; sarà che forse in televisione sembra davvero più grande, ma l’Hollywood Boulevad è una via un pò anonima, con le stelle sul marciapiede. Le stelle sono tante, ognuna con un nome di personaggio reso famoso dal cinema o da altri campi del mondo dello spettacolo e occupano entrambi i lati del marciapiede.
Nel piazzale davanti al Teatro Cinese, dove hanno luogo le prime dei film, ci sono le impronte nel cemento delle mani e dei piedi delle più acclamate stars di Hollywood: anche noi facciamo una foto mettendo le mani nelle impronte dei vips , ma solo per qualche secondo, visto che l’asfalto è rovente. Dopo la nostra passeggiatina per Hollywood, decidiamo di avvicinarci alla famosa scritta sulla collina per fotografarla meglio. Seguiamo le indicazioni lette in un racconto di viaggio, ma ci perdiamo nelle viuzze della collina di Hollywood e perdiamo di vista anche la scritta stessa.
E incredibile come queste colline siano così vicine alla città, e come sono intersecate le vie tra di loro!! Ovviamente giriamo un pò a vuoto nell’intrico di stradina strette, fino a quando vediamo la scritta: ci fermiamo, facciamo le foto di rito e poi, seguendo una macchina che sembra sapere dove sta andando (diversamente da noi!), torniamo sulla via principale. È a questo punto che ci rendiamo conto che per raggiungere la scritta bastava seguire la street ...., girando a sinistra dopo qualche incrocio oltre il Teatro Cinese: l’insegna Hollywood compare dritta davanti a voi, poi decidete voi quanto avvicinarvi per fotografarla. Sono le 14 circa e abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere a Los Angeles, o comunque tutto quello che ci interessava. Così decidiamo di fare una capatina agli Universal Studios, che non sono molto lontani.
Arriviamo e facciamo un giro nella parte non degli Studios veri e propri, ma tra i negozi e i ristoranti che ci sono lì intorno. La visita alla parte dove si trovano i set cinematografici la evitiamo, perché il costo ci sembra davvero eccessivo, così decidiamo di dirigerci verso la spiaggia di Malibu. Torniamo quindi verso Santa Monica, per poi seguire il lungomare fino a Malibu..ma c’è molto traffico (per un incidente, scopriremo poi!) e ci arrivaimo dopo più di un’ora da quando abbiamo lasciato gli Studios. A Malibu, in realtà, non riusciamo a vedere un granchè: le case sorgono sul lato del mare, occludendo ogni passaggio pubblico, ma rendendo questa spiaggia praticamente privata: solo da un angolino prima e fermandoci lungo la strada poi, riusciamo a vedere la spiaggia e gli immancabili surfisti che stanno fermi un sacco di tempo in attesa dell’onda giusta.
Dopo aver dato questo breve sguardo ad una delle più famose spiagge del mondo, ci dirigiamo di nuovo verso Santa Monica e poi proseguiamo per un’altra strada creatura: Venice Beach. Questa spiaggia è famosa per i tipi strani che la popolano: hippies, persone che non sembrano avere una casa, tipi bizzarri tutto muscoli e altri che non saprei se definire artisti o pazzi…e tra gli altri abbiamo incontrato anche un tipo purtroppo fortemente malformato, senza gambe che si muoveva stando a pancia in giu su uno skateboard. Mancano invece, forse perché è troppo tardi, infatti siamo già all’ora del tramonto, i tipi muscolosi che fanno sfoggio dei propi fisici nelle palestre all’aperto localizzate direttamente sulla spiaggia. La sera ceniamo in un ristorante a Marina del Rey, proprio davanti all’albergo, poi torniamo e prepariamo le valigie; domani si torna a casa!
spiaggia di Santa Monica
Giorno 151 set 2007
SI TORNA A CASA
01 settembre 2007 sabato RITORNO A CASA Ale 9 lasciamo l’albergo diretti all’aeroporto, dove lasciamo la macchina alla Hertz e poi raggiungiamo il terminal con un pulmino. Alle 11 partiamo da Los Angeles, un po’ in ritardo, su un aereo veramente piccolo, con due posti su un lato e solo uno sull’altro:ipiloti sono giovanissimi e molto probabilmente al primo volo e c’è un’unica hostess. Arriviamo a mezzogiorno a San Francisco e alle 15e 23 partiamo per Amsterdam: il volo dura 9 ore e infatti arriviamo in Olanda alle 9 e 23 di domenica mattina, in perfetto orario. Prendiamo poi il volo per Malpensa alle 12 e 55 e arriviamo dopo un’ora e mezza scarsa a casa…
strip a Las Vegas
Le foto del viaggio
17 fotografie · clicca per aprirle a tutto schermo
racconto preciso e ben fatto anche se infarcito di luoghi comuni. Purtroppo in agosto gli italiani chiassosi e cafoni li troverai sempre, sembrano una razza inestinguibile! le foto mediocri eccetto Antelope canyon.
Complimenti.
Carlo
gianni · 17/08/2008
Gentilissimi, abbiamo intenzione di visitare il Grand Circle nella primav era 2009. Avrei molte domande. Se lo ritenete, mandate la vostra e-mail. Saluti, Gianni.
giangovo@libero.it
2 commenti dei lettori
racconto preciso e ben fatto anche se infarcito di luoghi comuni. Purtroppo in agosto gli italiani chiassosi e cafoni li troverai sempre, sembrano una razza inestinguibile! le foto mediocri eccetto Antelope canyon. Complimenti. Carlo
Gentilissimi, abbiamo intenzione di visitare il Grand Circle nella primav era 2009. Avrei molte domande. Se lo ritenete, mandate la vostra e-mail. Saluti, Gianni. giangovo@libero.it