Guida della redazione
La rotta classica del Marocco, raccontata da 83 viaggiatori e dalle loro fotografie
Dieci giorni per attraversare il Marocco da nord a sud: le citta imperiali di Rabat, Meknes e Fes, il deserto di Merzouga con la notte tra le dune, i canyon del Todra e del Dades, il ksar di Ait Ben Haddou, Marrakech e la costa atlantica di Essaouira. Il percorso e la sua scansione sono quelli delle guide classiche; il racconto di cosa si vede, tappa per tappa, viene dalle 1.320 fotografie che i viaggiatori hanno lasciato nei loro diari.
Questa guida nasce da 117 diari e 1320 fotografie lasciate dai viaggiatori fra il 1987 e il 2019. Il percorso è quello delle guide classiche; il racconto di cosa si vede viene dalle loro foto.
Tracciato e distanze calcolati su OpenStreetMap.
Mesi di partenza dei 117 diari della nostra base: non un dato di stagione, ma quello che fanno davvero.
La nebbia del mattino resta bassa sull'Atlantico e sopra il lungomare si staglia il minaretto della moschea Hassan II: un punto fermo in una città che corre. Ed è vero che qui il Marocco corre: questa è la capitale economica, dove si fa il denaro del paese, e lo si sente nel traffico che non molla e nei boulevard tracciati quando l'architetto Henri Prost, su incarico del residente generale Lyautey, ridisegnò la città come gioiello del protettorato. Alla fine della Seconda guerra mondiale erano già settecentomila abitanti, con i quartieri di baracche che le crescevano tutt'intorno; oggi le facciate art déco del centro fanno da contrappunto a un tram nuovo e a una crescita che sembra guidata dai fantasmi di Lyautey e Prost, questa volta con orgoglio marocchino. Poi la città cede il passo al mare. La moschea si apre con la sua platea di marmo, le porte d'ottone ad archi a ferro di cavallo, gli zellij che corrono ovunque. Non è la città più esotica del paese e va bene così: si attraversa più di quanto si visiti.
Da non perdere: La moschea Hassan II dal piazzale di marmo sull'oceano, meglio al mattino quando la nebbia sta ancora sul mare. Un passaggio a piedi nel centro, tra le facciate art déco e i palazzi del periodo francese.
Nelle loro foto Casablanca è quasi sempre un'unica immagine: il minareto della grande moschea che si staglia sull'acqua, inquadrato tra gli spruzzi delle onde che si rompono sul piazzale. cosa fotografano i viaggiatori
Chi arriva aspettandosi il caos delle grandi città marocchine resta con un dubbio in tasca: Rabat è ordinata, alberata, guarda all'estuario più che al deserto. Nella kasbah che domina l'oceano i vicoli sono bianchi e azzurri, e il rumore della città resta fuori. Sulla vasta platea di pietra della Torre Hassan le colonne si fermano a mezz'altezza: erano l'inizio di quella che doveva essere la più grande moschea del mondo, e lì il progetto restò. Poco lontano, il mausoleo di Mohammed V: marmo bianco, guardie in mantello rosso immobili sotto l'arco, e dentro riposa il sovrano che ha guidato il paese all'indipendenza. Il pomeriggio va ai mercati e ai quartieri degli artigiani, dove la tessitura è ancora un mestiere di peso e i mercanti trattano con una calma che, dopo Fes, sembrerà d'altri tempi. Si va piano, e ci sta: è il ritmo quotidiano che prepara al confronto feroce con la medina di Fes.
Da non perdere: La platea di pietra della Torre Hassan e le sue colonne interrotte: la scala del progetto si capisce solo stando in mezzo. Nei quartieri artigiani, un'ora davanti ai telai dei tessitori.
Il dettaglio che ritorna ovunque è il blu: porte e fioriere dei vicoli della kasbah, con l'oceano che appare di colpo alla fine del vicolo. cosa fotografano i viaggiatori
Le mura corrono dritte per chilometri, e dentro c'è la città imperiale che i viaggiatori hanno meno tempo di guardare. Meknes vive all'ombra di Fes, ma i suoi spazi raccontano un sovrano senza freni: Moulay Ismail ne fece la sua capitale e vi regnò cinquantacinque anni, e i granai e le scuderie reali misurano da soli l'ambizione dell'uomo. Si entra dalla grande porta della medina, ci si trattiene sugli zellij di Bab el Mansour, poi si cammina tra botteghe e artigiani, con la medina che qui si distende invece di stringersi. Il nome viene da lontano. Una tribù berbera, i Meknassis, si fermò qui nel X secolo; sotto gli Almohadi e i Merenidi la medina crebbe, e sono di quel tempo i monumenti più antichi. Attorno, le pianure grasse sotto il Medio Atlante: grano, olivi, uva e agrumi che tengono ancora in piedi l'economia della città. Quando Ismail morì, nel 1727, a Meknes cadde anche il peso di capitale; il sultano, si pensa, storcerebbe il naso davanti alla quiete di oggi. Dopo il traffico di Casablanca, quella quiete si sente addosso come un sollievo fisico.
Da non perdere: I granai e le scuderie reali: qui il monumento è la scala. Dentro il mausoleo di Moulay Ismail, zellij, stucchi intagliati e lampadari accesi.
Il soggetto più fotografato è la grande porta della medina, ripresa da ogni angolo nei suoi intarsi di marmo e piastrelle, seguita dagli archi in ombra dei granai reali. cosa fotografano i viaggiatori
Le colonne si vedono ancora prima di arrivare: pietra chiara su una pianura che continua a produrre quello che produceva duemila anni fa. Volubilis fu uno degli avamposti più lontani dell'impero romano, annesso attorno al 40 d.C., e i Romani tagliarono i boschi per piantare grano su larga scala: la campagna coltivata che si guarda dalle rovine è, in fondo, il loro lavoro che continua. Il sito si gira a piedi, e in mezza giornata entrano i mosaici delle domus, l'arco di trionfo e il campidoglio. I fiori selvatici crescono tra le pietre, due cipressi alti si stagliano dove non c'è più nessuna casa, e sulla collina dietro Moulay Idriss resta nitida. Attorno al 280, con le tribù berbere tornate a farsi sentire, i Romani lasciarono la città; gli olivi della piana, invece, non se ne sono mai andati. D'estate il sole qui accorcia le visite, di istinto. La luce radente del mattino mette in risalto le pietre e i solchi dei campi, e al tramonto gli ultimi raggi accendono le colonne: per un'ora, le rovine tornano città.
Da non perdere: I mosaici delle domus di prima mattina, quando la luce radente lavora a favore. D'estate, cappello e acqua: il sole qui non perdona.
Nelle loro foto le colonne non si staccano mai dal paesaggio agrario: quasi tutte le inquadrature includono olivi e campi coltivati attorno allo scavo. cosa fotografano i viaggiatori
La medina si sente prima di vederla: un mormorio che sale da mille vicoli, martelli sui metalli, voci che si incrociano. Fes el-Bali è uno dei dedali più vasti del mondo, e due giorni sono il minimo per orientarsi: dodici secoli di città non si assorbono in un pomeriggio. Il primo giorno serve a prendere le misure: porte monumentali come Bab Bou Jeloud con le sue mattonelle blu, madrase rivestite di zellij e stucco, le prime discese nei souk. Il secondo è il giorno dei mestieri: mercati divisi per arte, i battiloro, i fonditori che piegano il rame, e le concerie viste dalle terrazze alte, dove le vasche di pietra con i pellami formano un mosaico tutto loro. Qui nacque il movimento per l'indipendenza del Marocco, e la città conserva un carattere che le mode — l'ultima la proclamava 'nuova Marrakech' — non scalfiscono. Dinastie e boom sono passati di qui in dodici secoli; la medina è ancora qui. La sera si riposa bene: da Fes parte la strada più lunga del viaggio, quella che scende verso il deserto.
Da non perdere: Dalle terrazze sopra le concerie le vasche di pietra con i pellami si vedono per intero: è la scena che ha reso celebre la città. A Bab Bou Jeloud, il minaretto che si incornicia nell'arco della porta.
Nelle loro foto il tema ricorrente è il colore visto dall'alto: le vasche delle concerie e le pelli messe ad asciugare, riprese dalle terrazze che circondano gli stabilimenti. cosa fotografano i viaggiatori
Il Medio Atlante lascia cedraie e pascoli, con le scimmie maghrebine che a volte scendono fin sul bordo della strada; poi il paesaggio si spoglia: asfalto dritto verso Errachidia, steppe aride, cammelli sul filo della carreggiata. Nel pomeriggio si entra nelle gole dello Oued Ziz, il fiume che scende da Rich e porta la vita all'ultima grande valle-oasi del sud prima di spegnersi nelle dune color oro rosato di Merzouga. In fondo alla valle l'acqua è soltanto un filo: il verde sta ai palmeti e ai villaggi di fango appesi alle pareti. Da un belvedere sul plateau desertico il palmeto dello Ziz si domina tutto, e poi la discesa riprende. Le soste sono per i panorami e per i borghi di terra, non per i monumenti: qui il monumento è la gola. Erfoud è l'ultimo centro prima delle dune, e le sue botteghe tagliano e mostrano una pietra locale piena di fossili. Da qui in poi, gli ultimi chilometri sono già sabbia.
Da non perdere: La sosta al belvedere sul palmeto dello Ziz, dove il verde dell'oasi spezza l'arido. A Meski, alle sorgenti del fiume, l'acqua calda bolle sotto le rovine del Ksar Meski.
In questa tappa le foto dei viaggiatori non raccontano monumenti ma strade: la più ripetuta è il punto panoramico sulle gole dello Ziz, con le palme a disegnare un nastro verde sul fondo della valle. cosa fotografano i viaggiatori
Le dune si alzano di colpo davanti ai due villaggi gemelli, Merzouga e Hassi Labied, e la leggenda dice che sotto la sabbia ci sia una famiglia ricca che rifiutò l'ospitalità a una donna povera e a suo figlio: Dio si offendé e li seppellì lì, sotto l'Erg Chebbi. Il rito del luogo non cambia: al tramonto si monta in sella ai dromedari, la carovana sale e scende sulle creste arancioni, e il campo con le tende scure appare oltre la fine dell'asfalto. Di notte non arriva nessuna luce, solo il vento. All'alba si risale una cresta a piedi: la sabbia passa dall'ocra al rosa in pochi minuti, poi il sole riempie tutto e le dune tornano vuote. Il resto della giornata è vento, ombra e attesa del fresco; tra novembre e maggio, all'estremità meridionale dell'erg, può comparire persino il lago stagionale di Tamezguida, uno specchio d'acqua che il deserto concede e riprende. La bellezza, qui, ha un prezzo: si sente quando un'altra carovana si disegna sulla cresta accanto. Per molti viaggiatori è esattamente qui che il viaggio trova il suo centro.
Da non perdere: La sera in sella ai dromedari fino al campo tra le dune; l'alba si aspetta in cima a una cresta, con la sabbia che passa dall'ocra al rosa. Tra novembre e maggio, se c'è acqua, il lago stagionale di Tamezguida in fondo all'erg.
Nelle loro foto ritorna sempre la stessa inquadratura: la fila di dromedari in controluce sulla cresta di una duna, con le ombre che si allungano sulla sabbia. cosa fotografano i viaggiatori
Le montagne sembrano voler chiudere ogni varco, poi il fiume trova il suo passaggio e la gola comincia. Lasciato il veicolo all'ingresso, si prosegue a piedi sul fondovalle: vicino all'acqua l'aria resta più fresca e il passo rallenta da solo. Asini carichi e uomini a piedi condividono l'unica strada asfaltata che attraversa la gola, tra pareti rosse che salgono quasi verticali. Poi la gola si stringe in un passaggio minimo, e il cielo resta un filo in alto. Mezza giornata è il tempo giusto, meglio ancora con la luce bassa, quando il rosso delle pareti si fa più profondo. Tra qui e le gole del Dades passa anche una via a piedi: due o tre giorni di cammino attraverso le colline. Tornando verso la valle, Tinghir appare con i suoi villaggi di mattoni di fango sulle propaggini dell'Atlante: il minareto davanti alla parete rocciosa, gli asini al pascolo, i ragazzi in bicicletta lungo le strade alberate. Nel pomeriggio si riparte per la valle del Dades.
Da non perdere: Percorrere a piedi il fondovalle fino al restringimento più stretto, dove le pareti quasi si toccano: è lì che la gola mostra la sua vera scala.
Le 42 foto dei viaggiatori si assomigliano per un dettaglio: quasi tutte sono scattate dal basso, in cerca di un'inquadratura che tenga insieme le due pareti. cosa fotografano i viaggiatori
Tutto comincia dal colore: un rosso d'argilla che passa dai muri dei villaggi alle pareti del fiume, senza interruzione. I borghi in terra cruda si allineano lungo l'acqua, con i palmeti che a mezzogiorno tengono l'ombra sulle case. La strada di fondovalle sale senza sosta, poi si incaglia nella serie di tornanti stretti che sono diventati l'immagine simbolo della valle, uno dietro l'altro, incastonati nella parete. Più in alto la roccia cambia forma e si alza in pinnacoli aguzzi, in fila come dita aperte: è la valle chiamata delle dita di scimmia. I villaggi appaiono aggrappati alla roccia, e ci si ferma dove il paesaggio si apre. Con la mezza giornata si raggiungono quasi le gole alte, prima di ridiscendere verso la pianura. A cambiare scena pensa l'oasi di Skoura: muretti di pietra, palme da datteri, kasbah di terra battuta e, dietro qualche cancello, piscine azzurre tra gli alberi. Da qui si guarda già alla tappa del giorno dopo, verso Ait Ben Haddou.
Da non perdere: Salire con calma la strada dei tornanti fino quasi alle gole alte: è l'immagine che rappresenta tutta la valle. Nella discesa, fermarsi nell'oasi di Skoura, tra palme da datteri e kasbah di terra cruda.
Nelle 17 foto condivise la protagonista è inaspettatamente la strada: i tornanti, fotografati in serie dall'alto, compaiono in quasi tutti gli scatti. cosa fotografano i viaggiatori
L'ingresso non è cambiato: si attraversa il guado, con l'acqua bassa sui ciottoli, e davanti il borgo di terra sale addossato alla collina. Il ksar è nato nell'XI secolo come caravanserraglio almoravide, e da allora il tempo sembra essersi fermato — con qualche ritocco di Hollywood. Lawrence d'Arabia e Gladiator vi hanno girato scene; per Gesù di Nazareth una buona parte del borgo è stata ricostruita. Si sale per i vicoli tra muri di mattoni di fango, lasciando passare le donne che salgono con fardelli di fieno in testa. In cima, il vecchio granario apre la vista sull'intero villaggio: terrazze di terra battuta sul palmeto, case ocra, il fiume in fondo. Patrimonio dell'umanità, resta uno degli esempi meglio conservati di architettura in terra del Paese. Al mattino la luce accende l'ocra dei muri; nel primo pomeriggio si è già in marcia verso Ouarzazate. Nei dintorni, la kasbah di Tamdaght si sfalda in silenzio con i nidi di cicogna sulla sommità: la stessa terra, senza ritocchi.
Da non perdere: Salire fino al granario in cima al ksar: il borgo intero si legge da lì, con le terrazze di terra battuta, il palmeto e il guado in fondo.
Nelle 27 foto dei viaggiatori il soggetto ricorre con puntualità: il profilo completo del ksar, quasi sempre inquadrato dall'altra riva, contro il cielo. cosa fotografano i viaggiatori
Il primo dettaglio è l'ombra: un uomo in djellaba azzurra spinge la bicicletta lungo una strada riparata dal sole, e alle spalle la città di case in terra rossa sta tra le montagne. Ouarzazate si attraversa più di quanto si visiti: i cartelli contano già i chilometri per Tinghir ed Errachidia, e alle porte donne su asini carichi di canne verdi proseguono indisturbate. Il pomeriggio si divide tra la vecchia kasbah ai margini del centro e gli studi cinematografici, che da decenni richiamano produzioni internazionali. Non è una città di monumenti: si passa per l'atmosfera di frontiera, quella di un posto da cui si parte per il deserto o per l'Atlante. C'è anche il volo di mezzo: l'aeroporto della città è stato un'ispirazione per Antoine de Saint-Exupéry, pilota e autore del Piccolo Principe. Ad agosto si tiene il moussem di Sidi Daoud.
Da non perdere: La vecchia kasbah ai margini del centro e gli studi cinematografici: due soste per le due anime della città, quella di terra e quella di celluloide.
Le 26 foto dei viaggiatori rivelano un interesse a metà strada: kasbah in terra cruda da un lato, scenografie e set cinematografici dall'altro. cosa fotografano i viaggiatori
Si scende dal Tizi n'Tichka e la città rosa comincia dalle mura ocra, lunghissime, che guidano dentro senza svelare nulla. La sera la grande piazza si accende da sola: fumo delle griglie, cuochi col cappello bianco che servono la folla, musicisti, narratori, carretti di frutta sotto le tende verdi. Sopra tutti il minareto della Koutoubia tiene il punto di riferimento: lo ricostruì Yacoub el-Mansour, il sultano almohade che ridisegnò Marrakech con la kasbah fortificata, i giardini, i mercati coperti e la porta trionfale di Bab Agnaou. Nei souk il senso dell'orientamento sparisce per primo: si contratta di tappeti e di babouche, le pantofole di pelle, nelle stesse vie dove le tribù berbere trattavano un tempo oro, avorio e pelli. Nelle pause, palazzi e giardini chiusi nelle mura offrono ombra e silenzio, dalla Sala delle Dodici Colonne delle Tombe Saadiane — marmo e stucchi intagliati dell'epoca in cui i Saadiani fecero della città il crocevia delle rotte dello zucchero. Fu quel potere, nel 1558, a istituire il mellah, il quartiere ebraico protetto. Il palazzo Badi racconta il rovescio della storia: Moulay Ismail preferì Meknès, e prima di trasferirvi la corte spogliò il palazzo di ciò che aveva di più bello. Dopo l'indipendenza, rimasta senza un ruolo preciso, Marrakech è tornata al suo mestiere più antico, fare da caravanserraglio — e ci è riuscita meglio che mai. L'ultimo mattino, prima della strada per la costa, i giardini o semplicemente i passaggi di ieri, ripercorsi con più calma.
Da non perdere: Restare su Jemaa el-Fna quando la luce cala: le griglie si accendono, i narratori aprono i cerchi, la piazza cambia mestiere.
Con 202 foto è la tappa più fotografata dell'intero viaggio, e gli scatti confermano le priorità: colori dei souk, la piazza di notte ripresa dalle terrazze, dettagli delle mura ocra. cosa fotografano i viaggiatori
Il vento arriva prima della città e non se ne va più: qui lo chiamano alizée, taros in berbero, e decide i ritmi di tutto. Case bianche e persiane azzurre sembrano Bretagna, e non è un caso: le mura e la città vecchia portano la firma dell'architetto che aveva disegnato Saint-Malo, il porto più celebre della Bretagna. Nel 1764 il sultano Sidi Mohammed ben Abdallah ne fece la sua base, e da qui i corsari partivano contro i ribelli di Agadir; ma la storia del luogo è più antica, comincia con i Fenici. La medina è più quieta di quella di Marrakech: bancarelle di souvenir, un carretto blu che attraversa il mercato, passanti tra muri bianchi. Il pomeriggio si distribuisce tra il porto e le sue barche blu, le mura a picco sul mare e la Sqala du Port, con i gabbiani a fare da rumore di fondo. La luce di qui ha sempre richiamato gli artisti, e la città mantiene una scena artistica vivace. Sulla spiaggia si sta più a guardare le vele che a prendere il sole: tra surf e kite, il soprannome di «Città del Vento d'Africa» è guadagnato. È la chiusura naturale del viaggio: il Marocco attraversato nei giorni precedenti si deposita qui, tra gabbiani e aria salata — una città nata all'incrocio tra gli arabi Chiadma a nord e i Berberi Haha a sud.
Da non perdere: La passeggiata sulle mura fino alla Sqala du Port, tra gabbiani e vento, con il porto delle barche blu poco sotto.
Le 60 foto dei viaggiatori cambiano soggetto rispetto al resto del viaggio: gabbiani, barche blu e veliste in acqua prendono il posto dei monumenti. cosa fotografano i viaggiatori
Su questo percorso di 1651 chilometri in dieci giorni l'auto a noleggio è lo strumento di lavoro: il sud del Paese non ha binari, e molte tappe — valli, montagna, costa — si raggiungono solo su gomma. L'auto si noleggia in ogni città e pesa sulle spese: da circa 350 dirham al giorno, e con l'autista si sale verso i 900. Si guida a destra, con prudenza: gli autisti locali sono imprevedibili, e dentro le medine l'auto non entra. Dall'aeroporto Mohammed V di Casablanca il treno porta a Casa Voyageurs in 35 minuti (40 dirham), con corse ogni ora.
Il treno è economico e frequente tra le grandi città: da Casablanca si arriva lontano in fretta, ma dove finiscono i binari servono ruote. I bus di linea (la CTM è la compagnia principale) coprono le tratte senza ferrovia: costano meno dei treni, impiegano più tempo e vanno da pullman moderni a mezzi locali scalcinati. I grandi taxi Mercedes coprono rotte fisse tra paesi vicini, economici ma stipati.
Le strade di montagna cambiano i tempi: sui passi dell'Atlante i chilometri si allungano, e d'inverno la neve può chiudere i passi dell'Alto Atlante. Sui tratti difficili e nel deserto serve chi conosce il territorio: a M'Hamid si ingaggia una guida del posto per le dune, per i trekking dell'Atlante si passa per i gîtes delle guide. Va detto senza girarci intorno: senza mezzo proprio, questo giro non si fa.
La valuta è il dirham. Non si può importarlo né esportarlo: si arriva con euro, si cambia sul posto e il resto si riconverte prima della partenza; i controlli alla dogana sono rari, la regola resta. I bancomat sono diffusi ovunque e le carte si accettano nei centri turistici principali, ma nei souk e nei piccoli esercizi serve contante. Un euro vale all'incirca 11 dirham.
Una giornata di fascia media si muove tra 550 e 1000 dirham: stanza di hotel tra 400 e 800, portata a cena tra 70 e 150, biglietti dei monumenti tra 10 e 50. Un riad di città parte da 1000 dirham a notte, e tanti riad pubblicano online prezzi in euro a cambio favorevole alla casa: verificare in dirham prima di prenotare. All'arrivo in hotel servono il numero di passaporto e quello del timbro d'ingresso.
Nei souk si contratta: si chiede, si risponde più in basso, si resta gentili e, se serve, ci si allontana; in bassa stagione i prezzi scendono anche nei mercati. I pasti semplici costano poco: zuppa o panino tra 4 e 30 dirham. Venerdì, giorno di preghiera, banche e negozi possono chiudere presto o del tutto: prelevare il giovedì. I prezzi e le cifre di questa pagina sono indicativi: vanno verificati prima di partire.
La tajine è il pasto di ogni giorno: carne, pesce o verdura cotti a lungo nel piatto di terracotta col cappello a cono, che arriva in tavola ancora fumante e si mangia con il pane, direttamente. Lungo la strada si passa dalle tajine da banco stradale a quelle di montagna, alla variante allo zafferano di Taliouine e, per chi prova, al cammello. Il venerdì, giorno della preghiera, il couscous prende il posto di tutto: nelle case cuoce per ore, e nei ristoranti lo si trova quel giorno.
Il tè alla menta si versa da in alto, a colonna, per montare la schiuma: è il gesto con cui si accoglie l'ospite, e il bicchiere si accetta. Nelle medine il pane va a cuocere ogni mattina nel forno del quartiere. Nei souk si comprano spezie alla misura, olio d'oliva e miele di montagna; a Essaouira, ultima tappa, il souk del pesce e le grigliate all'aperto servono il pescato atlantico del giorno.
Le cene delle feste si allungano in diffas di sette portate e la colazione è un pastone di pane, miele e olive. L'acqua è risorsa scarsa nel Paese: a tavola si beve in bottiglia, e in viaggio non si spreca.
Dinastie berbere e arabe si sono alternate qui per mille anni: gli Almoravidi presero Aghmat nel 1058, fondarono Marrakech e portarono l'impero fino alle soglie di Barcellona; dopo vennero il periodo francese e l'indipendenza. Hassan II ha governato negli anni di piombo; Mohammed VI ne ha ridotto le misure estreme, e nel 2011 una nuova costituzione ha reso il berbero lingua ufficiale. La primavera araba ha risparmiato il Marocco, ma la disoccupazione giovanile resta vicina al 45%.
I Marocchini sono 32,6 milioni, una mescola di Amazigh — i berberi, popolo indigeno del Nord Africa — e di arabi: la presenza Amazigh è forte sui monti e nel sud. Si parla darija, berbero e francese. L'islam scandisce i giorni: le chiamate alla preghiera, il venerdì come giorno di preghiera, il Ramadan che cambia i ritmi.
Il codice di comportamento: spalle e ginocchia coperte, per uomini e donne; salutare prima di chiedere; mai soldi, caramelle o penne ai bambini; chiedere prima di fotografare le persone. Si mangia e si dà con la mano destra. In Ramadan non si mangia in pubblico e gli alcolici restano lontani dalle moschee. La Hassan II di Casablanca si visita; le altre moschee restano ai fedeli. Nell'hammam di quartiere, diviso tra uomini e donne, vale la discrezione.
Le finestre migliori per questo percorso sono aprile-maggio e settembre-ottobre. In primavera il Paese è verde, i frutteti sono in fiore e le temperature diventano affidabilmente calde; intorno a Pasqua i prezzi degli alloggi schizzano. A maggio gli hotel calano e a Marrakech si viaggia sui 28°C. L'autunno riporta i viaggiatori: le spiagge si svuotano, i prezzi salgono un po' e anche il deserto torna gestibile; a ottobre la pioggia comincia a nord dell'Atlante Medio.
L'estate si calcola: agosto segna una media di 40°C a Marrakech e la supera nell'interno, con la costa atlantica più fresca ma presa dal turismo interno. Giugno porta a Essaouira il festival Gnaoua nel terzo weekend, con la città piena; luglio tocca i 30°C. L'inverno è un'altra storia: gennaio porta pioggia al nord e neve che blocca passi e sentieri dell'Atlante, a dicembre i passi dell'Alto Atlante chiudono, mentre Marrakech e il sud si riempiono a Natale e Capodanno coi prezzi al top.
Il Ramadan ruota di circa undici giorni ogni anno: va cercato sul calendario dell'anno in cui si parte. L'Eid al-Adha, a fine ottobre o inizio novembre, ferma i trasporti qualche giorno: da tenere in conto.
I numeri da salvare: 15 per ambulanza e pompieri, 19 per la polizia in città, 177 per la polizia fuori dai centri urbani. Le chiamate si fanno col prefisso a quattro cifre, anche dentro lo stesso paese. Prima di partire, un'assicurazione di viaggio: su queste strade serve.
L'acqua è il tema ricorrente: è scarsa e preziosa nel Paese, si beve in bottiglia e non si spreca. Il sole dell'Atlante e del deserto si paga presto: cappello, crema e acqua a portata di mano in macchina. Dopo le piogge forti i letti dei fiumi si gonfiano in fretta — la valle dell'Ourika ha avuto alluvioni gravi nel 1995 — e i guadi si valutano prima di attraversarli.
Per i trekking dell'Alto Atlante ci si appoggia ai gîtes e ai rifugi (il Club Alpin Français ne gestisce alcuni, con sede a Casablanca); nelle case dei villaggi l'ospitalità spesso include il pasto. Nel deserto non si parte da soli: a M'Hamid si ingaggiano guide del posto e le distanze si calcolano prima. Le farmacie urbane risolvono i malanni comuni; per i casi seri le strutture si trovano nelle grandi città.
In città valgono le precauzioni di sempre: borse chiuse nei mercati affollati, attenzione la sera nelle piazze turistiche, e gli alcolici lontani dalle moschee.
Questa guida ne prevede 10 e copre 1651 km in tutto. Nei 117 diari della nostra base la durata media è di 9,7 giorni: dieci è la misura più frequente.
Fes–Merzouga: 413 km e circa 7 ore e mezza. Conviene partire presto e spezzare la giornata a Midelt.
Dai diari dei viaggiatori pubblicati sul sito. Ogni foto è accompagnata dal nome di chi l'ha scattata e dal link al suo diario.
Guardando i nostri diari, gennaio è di gran lunga il mese più scelto, seguito da marzo e agosto.